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Anima dei luoghi sicuramente. Un’ influenza dei luoghi così potente e preponderante in questo ultimo lavoro dell’autore. Viene da pensare che veramente i luoghi abbiano un’anima e questa anima scelga su chi esercitare la propria malia, a chi dare da bere il suo elisir dolce e amaro, a volte veleno altre ambrosia.

Così veniamo trasportati in questo diario, redatto e impaginato fuori dagli schemi editoriali ma secondo una scelta logica e personale dell’autore, a cominciare dalla accattivante copertina rigorosamente autobiografica.

L’impressione è di essere dinnanzi a un trittico, una di quelle pale d’altare con un prima, un centro, un dopo. Il centro è preponderante, il fulcro della rappresentazione, sono le cronache di oltre un ventennio, diventano una pista, una strada nel deserto, da continuare a battere per cercare la meta, quella verso cui orientare il luogo dell’anima appunto. Passione politica, critica feroce, idee preziose, sguardi teneri su un passato che non passa e un futuro tutto da fare, ma anche  speranze, possibili vie d’uscita e fede incrollabile nella forza della conoscenza, nell’emancipazione del luogo dell’anima attraverso la crescita culturale dei suoi abitanti come narra nel capitolo  Eppure il Salento ha una stradaIl nostro mondo non è perfetto e forse non lo sarà mai, specie finché la maggioranza dell’umanità vivrà nell’ignoranza, ma alcune cose che mi circondano sono migliorate ed altre sono state letteralmente inventate dal nulla. Il Salento in questi ultimi anni ha trovato una strada sulla quale può investire e sperare. Se prendo un giornale di venticinque anni fa (ecco lo prendo, lo sfoglio) le proposte culturali sono quasi assenti, le lettere dei giovani sono tutte improntate alla difficoltà di trovare spazi dove incontrarsi, fare e ascoltare musica, sport, teatro. Oggi l’offerta è ottima, specie in estate, spesso abbondante, anche troppo…”.   Tra i ricordi, le storie di personaggi indimenticati, tipi scovati nel caravanserraglio umano, scogli sventrati, edilizia scellerata, muri del pianto e della gioia, rimane lui, rimane l’uomo narrante,  ma anche errante, il cives,  vox in deserto clamantis,  mai stanco di urlare il proprio disappunto, la propria idea di paese, di comunità, di tutela dell’ambiente, di salvaguardia della bellezza e della storia. Il prima e il dopo sono i ricordi e la resa dei conti, il bilancio provvisorio.

Abbiamo visto spesso luoghi non come sfondi, semplici panorami entro cui si muovevano i protagonisti, ma protagonisti i luoghi stessi delle opere, le Langhe di Pavese, l’Abruzzo di Silone, la Sicilia di Vittorini, e via via fino alla Dublino e Londra e Parigi, in altre epoche, in cui la storia veniva filtrata e raccontata dal romanzo. Ora la velocità, l’accelerazione impressionante del consumo di nozioni attraverso i nuovi metodi di comunicazione, ci lascia più spesso i saggi e le cronache.  E questa raccolta di Alfredo De Giuseppe rientra a buon diritto in questo filone, con l’aggravante del resoconto autobiografico, a volte allegro, altre incantato, ma anche cupo, anche ipercritico verso sé stesso quando scrive nel capitolo Scrittori social  “Nel girone infernale dei dilettanti del pensiero e della scrittura ci sono entrato anch’io, forse anche per combattere, o almeno controbilanciare qualcuno, per corroborare i dubbi, non per affermare certezze social. Ma certo non riesco a venirne fuori: qualche volta mi sono affacciato in Purgatorio e mi è piaciuto ancora meno”  

Particolarmente coinvolgente, seppur  fredda  e tagliente è la descrizione della propria condizione umana  nei capitoli Mi rassegno alla mia dimensione e Se mai morirò, in cui lucida introspezione e intelligente ironia ci fanno entrare nelle segrete stanze, i posti reconditi   del cuore - figli- amore- amarezze.

Ma il luogo rimane presente, condizionante,  asfissiante “Il paese può denudare l’anima, può infrangerla sulle scogliere dell’ipocrisia, della pettegola consuetudine, del familismo affaristico, della latente gelosia sociale” eppure rimane l’unica strada plausibile, l’unico focolare intorno al quale ritrovarsi, l’orto coltivabile, per giungere infine alla determinazione di non voler più essere il turista di altri, l’ospite di altri luoghi, rimanere in quel Salento della storia, luogo perennemente sospeso,  lembo di terra  tra due mari e tra due mondi, lento, e alla ricerca di identità “Il Salento alla moda mi interessa poco, quel saltellare estivo da una festa all’altra, da una bella masseria ristrutturata ad un agriturismo con piscina, dalla pizzica al teatro dialettale…tutto senza penetrare l’anima del tempo che è, né la mansuetudine del tempo che fu…Mi tengo la mia salentitudine.”

Una storia lunga millenni riverbera da queste pagine, il destino della comunità, del Salento, dai tempi remoti e fino ai nostri giorni, riflessioni su chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo ma soprattutto con chi decidiamo di fare il viaggio, da chi farci rappresentare, a chi delegare le scelte di sviluppo e di conservazione dei luoghi dell’anima e dell’anima dei luoghi.

20 luglio 2025 - Querce News

Serena Laporta