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Un libro in perfetto stile degiuseppiano, soprattutto per chi lo segue da anni. Discorsivo e ragionato con brevi tratti di lirismo, questo ultimo lavoro di Alfredo De Giuseppe dal titolo "La mia salentitudine".

È quello presentato domenica 20 luglio nella raccolta cornice dell'atrio di Palazzo Gallone a Tricase. Con l'autore, nei panni di regista, la serata è stata condotta mirabilmente dal docente di Italiano Stefano Casarano, dall'appassionata di libri e letteratura Serena Laporta e dal giornalista Lino Baldi. L'evento, scandito dalla voce narrante del veterano del volontariato Renato Elia e dalle letture della giovane e talentuosa Arianna Protopapa, è stato allietato da brevi intermezzi dell'armonica di Cosimino Ciardo.

Ma il vero protagonista è stato il libro che ho avuto il piacere di leggere prima della serata. Un Decamerone con raccolte di articoli anziché di novelle. Un'opera che prende le mosse da una sorta di prima nota cassa costituita da "una paginetta al giorno" a cui l'autore affida il grezzo di un episodio, di una riflessione. Tanti piccoli quadretti a sé stanti ma appesi sulla medesima parete di un dialogo incessante tra sé e sé e tra sé e l'universo mondo Salento. Un mosaico di pensieri in cui spesso nello scrittore si avverte la solitudine di un pensiero crudo e inconsueto perché frutto di percorsi forzati dal dolore delle vicende della vita, di opinioni ostinatamente personali e di originali puntigliose vagliature. Pensieri sul Salento per come era, come è, come poteva essere se..., come lo ha sognato e lo sogna con il disincanto della sua età.

Lui, nella vita franco e conviviale, si trova nel libro ad interpretare nobilmente quel principe triste che rimane solo a sognare, solo a disilludersi, solo a combattere. Non contro i mulini a vento, ma contro le storture alle quali certe scelte politiche, civili, economiche e sociali hanno condotto la sua terra: perciò più che fautore di Salentinità stereotipata, egli diviene assertore di Salentitudine, una Saudade nostrana. La battaglia va vinta per Cristian, il bambino che sosta ignaro su alcune pietre squadrate, resti di dolmen e menhir anonimamente accatastati dai contadini, per insegnargli che ogni cosa ha un significato se la sua storia viene adeguatamente custodita e raccontata.

39° Parallelo  e Querce News - Agosto 2025  

Alfredo Sanapo