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2024-06.04 SANTA CESAREA, splendore e disperazione a Lecce

Martedì 4 giugno 2024, ore 20,30 alle Officine Cantelmo (Lecce - Via De Pietro, 8) proiezione speciale, prima di prendere la strada di importanti festival in Italia e all’estero, dell’ultimo lavoro documentaristico di Alfredo De Giuseppe, che ancora una volta graffia la realtà per mostrare un Salento più vero, o almeno meno patinato del solito. In 40 minuti, tra immagini sorprendenti e importanti interviste storiche, il regista ci trascina dentro un paradigma perfetto, quello di Santa Cesarea Terme. In questa cittadina, di per sé bellissima e dotata di medicali acque sulfuree, si intuiscono al meglio le dinamiche del mancato sviluppo di tante aree della nostra provincia, con tanti spunti socio-economici, ma in definitiva anche poetici. Un video, frutto di un’idea indipendente del lavoro storico/cinematografico, che rimane sospeso nel tempo dove c’è la storia, la didattica, le mancate programmazioni, le politiche privatistiche, le opere inutili, le divisioni campanilistiche che fin dall’Unità d’Italia appesantiscono il vivere quotidiano del nostro Sud.

Una produzione: Supergulli Media, in collaborazione con Salento Cinema e LAAD Associazione
Scritto e diretto da Alfredo De Giuseppe
Direttore fotografia: Manuel Lopez
Montaggio: Studio LYnx
Voce narrante: Donato Chiarello
Musiche originali: Guglielmo Lai
Ricerche foto storiche: Antonio Chiarello

2024-05-06 - Presentazione

Lunedì 6 maggio al Cinema Moderno di Tricase abbiamo presentato in anteprima il documentario “SANTA CESAREA, SPLENDORE e DISPERAZIONE”. Prima della proiezione Donato Chiarello, la voce narrante del video, ha letto delle mie premesse che in realtà erano delle avvertenze, tendenti soprattutto a sottolineare un concetto: un’opera, per quanto si sforzi di essere obiettiva e chiarificatrice, porta con sé, inevitabilmente una scia di polemiche e mal di pancia. Proprio il contrasto tra la bellezza e alcune scene di abbandono totale formano la massima attenzione nello spettatore ma anche, in alcuni, lo spiazzamento percettivo, specie chi vive quel luogo con amore e speranza.
In effetti in questi ultimi anni siamo abituati a due diverse modalità quando parliamo dei luoghi, anche di quelli che più amiamo: o una rappresentazione felice e agiografica, oppure una denuncia polemica senza una rivisitazione storica di fatti e personaggi.
Questo documentario, prendendo in esame Santa Cesarea, è sovrapponibile a molte località del Sud, che per antiche divisioni campanilistiche e per progettazioni completamente errate sono rimaste in un limbo negativo, vicino alla disperazione collettiva. Grazie comunque a tutti i partecipanti. Una bella serata.
E ringrazio, insieme a tutte le altre testate come “il Gallo”, “Quotidiano” e “Repubblica” anche “il Volantino” che nel numero in uscita del 11 maggio 2024, ha inteso invitarmi alla scrittura con una vignetta quasi realistica (!!)
 
10 maggio 2020 - FB
 
Alfredo

2024-05-12 "SPLENDORE e DISPERAZIONE" - il Volantino

 Lunedì 6 maggio al Cinema Moderno di Tricase abbiamo presentato il documentario “SANTA CESAREA, SPLENDORE e DISPERAZIONE”. Prima della proiezione Donato Chiarello, la voce narrante del video, ha letto delle mie premesse che in realtà erano delle avvertenze, tendenti soprattutto a sottolineare un concetto: un’opera, per quanto si sforzi di essere obiettiva e chiarificatrice, porta con sé, inevitabilmente una scia di polemiche e mal di pancia. Proprio il contrasto tra la bellezza e alcune scene di abbandono totale formano la massima attenzione nello spettatore ma anche, in alcuni, lo spiazzamento percettivo, specie chi vive quel luogo con amore e speranza.

In effetti in questi ultimi anni siamo abituati a due diverse modalità quando parliamo dei luoghi, anche di quelli che più amiamo: o una rappresentazione felice e agiografica, oppure una denuncia polemica senza una rivisitazione storica di fatti e personaggi. Questo documentario, prendendo in esame Santa Cesarea, è sovrapponibile a molte località del Sud, che per antiche divisioni e per progettazioni completamente errate sono rimaste in un limbo negativo, vicino alla disperazione collettiva. Grazie comunque a tutti i partecipanti. Una bella serata.

E ringrazio, insieme a tutte le altre testate come “il Gallo”, “Quotidiano” e “Repubblica” anche “il Volantino” che nel numero in uscita del 11 maggio 2024,  ha inteso invitarmi alla scrittura con una vignetta quasi realistica (!!)

alfredo 

2024-05-01 Comunicato stampa

SANTA CESAREA, SPLENDORE e DISPERAZIONE

Lunedì 6 maggio 2024, in anteprima assoluta, prima di prendere la strada di importanti festival in Italia e all’estero, sarà proiettato al CinePlex Paradiso di Tricase, proiezione unica ore 20,30, l’ultimo lavoro documentaristico di Alfredo De Giuseppe, che ancora una volta graffia la realtà per mostrare un Salento più vero, o almeno meno patinato del solito. In 40 minuti, tra immagini sorprendenti e importanti interviste storiche, il regista ci trascina dentro un paradigma perfetto, quello di Santa Cesarea Terme. In questa cittadina, di per sé bellissima e dotata di medicali acque sulfuree, si intuiscono al meglio le dinamiche del mancato sviluppo di tante aree della nostra provincia, con tanti spunti socio-economici, ma in definitiva anche poetici. Un video, frutto di un’idea indipendente del lavoro storico/cinematografico, che rimane sospeso nel tempo dove c’è la storia, la didattica, le mancate programmazioni, le politiche privatistiche, le opere inutili, le divisioni campanilistiche che fin dall’Unità d’Italia appesantiscono il vivere quotidiano del nostro Sud.

Una produzione: Supergulli Media, in collaborazione con Salento Cinema e LAAD Associazione
Scritto e diretto da Alfredo De Giuseppe
Direttore fotografia Manuel Lopez
Montaggio: Studio LYnx
Voce narrante Donato Chiarello
Musiche originali Guglielmo Lai
Ricerche foto storiche: Antonio Chiarello

2024-04-26 "E finalmente abbiamo un Ponte" -

E, alla fine, il 24 aprile 2024, il Ponte Ciolo fu riaperto. E possiamo dunque concludere la nostra saga, iniziata con un articolo pubblicato su 39° Parallelo nel giugno 2020. I progettisti, i politici si sono affrettati a dire che questo è un altro ponte, più sicuro, più bello, più duraturo, più consistente. Quello di prima era evidentemente insicuro, meno bello, meno durevole. L’avevamo notato in pochi, per la verità. E in pochissimi l’avevano scritto. Ora si potrà di nuovo riaprire la Strada Provinciale 358, interrotta per i lavori del ponte circa un anno fa. Le attività tirano un sospiro di sollievo, gli spettatori un veloce soffio di piacere fotografico. 

Intanto la cerimonia. Alle 18,15 cominciano ad arrivare alla spicciolata le prime autorità civili, politiche, militari. Però inizia a piovigginare in questa incerta primavera, che guarda caso è capricciosa. E allora il palco non viene più preso in considerazione, tutti sotto la copertura del Bar L’Incanto, che solitamente ha musica house a tutto volume, leggermente in contrasto con la natura del Ciolo. Ma tant’è. È diventata tradizione anche quella. Qualcuno tenta di far spegnere la musica. Le televisioni locali hanno urgenza di fare le interviste. Il ragazzo al bancone nicchia. Poi si avvicina un uomo delle forze dell’ordine e con garbo lo prega di abbassare il volume e lui risponde: “per un anno non si è presentato nessuno e ora l’unica cosa che fanno è rompere le scatole ai miei clienti”. Che però in effetti in quel momento sono solo quattro, con la dreher in mano, sopraffatti da una folla che all’improvviso insieme alla pioggia  si è fatta invadente e rumorosa. Lui, il giovane barman, vuole solo affermare un suo stato d’animo. Poi abbassa il volume e gli intervistati possono rilasciare la loro dichiarazione di soddisfazione e d’amore, senza che nessuno li intervisti davvero. (Perché ora si usa così: c’è un operatore con la telecamera, ti mette avanti un microfono, tu fai la tua succinta e retorica dichiarazione e poi in studio qualcuno rimonterà quell’intervista per renderla ancora più corta e più retorica. Questa è la corretta informazione, oggi).

Manca il microfono, vicino al nastro rosso da tagliare. Allora le dichiarazioni del Presidente della Provincia di Lecce, del Sindaco di Gagliano, dell’ingegnere, del consigliere provinciale e dell’altro consigliere provinciale non sono riferibili, in quanto ascoltate solo da loro stessi, perché i cento curiosi intervenuti si limitano a riprendere a distanza col telefonino. In ogni caso non si ascolta più quel che si dice, ma il contesto immaginifico in cui si dice. Ed è in ritardo pure il sacerdote, che dovrebbe benedire il ponte, oppure i politici, o forse ancora La Provincia che rende tutti così orgogliosi, da non capire, pur sforzandosi col senno del poi, perché mai fu abolita per legge da loro stessi. Forse per governarla meglio, senza alcun voto popolare? Il buon sacerdote, che non è mai chiaro cosa c’entri in questi contesti, arriva con i capelli arruffati, tira fuori la boccetta dell’acqua santa e ne spruzza un po’ a destra e a manca. Ora finalmente si può tagliare il nastro rosso. La forbice ce l’hanno in due, il Presidente e il Sindaco e hanno qualche difficoltà a metterci le mani insieme. Come si fa a mettere due mani, fossero anche solo due anulari e due pollici, dentro l’anello delle forbici? Dopo qualche secondo d’incertezza il taglio avviene, forse miracolosamente, sotto lo sguardo comprensivo di don Paolo.

Mentre la pioggerellina non abbandona la cerimonia, il Presidente e il Sindaco (il prete stavolta rimane fuori) salgono nell’auto presidenziale della Provincia di Lecce. Temerariamente attraversano per primi il ponte, che in effetti non cade e quindi può essere attraversato da tutti. E tutti lo assaporano, nelle nuove corsie ciclopedonali, nel rinnovato sentimento di sicurezza.

Ma il vero colpo allo stomaco viene al momento del crepuscolo, quando viene accesa la nuova illuminazione. Il ponte si illumina, tra il brusio generale, ecco che diventa rosso, bianco e verde. E siamo dunque ricaduti nel pieno kitsch del momento, di quella moda che vuole il tricolore su ogni cosa, come simbolo salvifico di un sentimento che non c’è, ma che si vuole a tutti i costi far notare che esiste. In ogni caso una brutta illuminazione, poco consona all’ambiente e al ponte stesso che di per sé è un’opera d’arte e non ha bisogno di inutili fronzoli visivi.

A quel punto ho guardato in alto, c’era il ronzio dei droni che da un’ora riprendevano la gioiosa manifestazione e ancora più in alto, verso le rocce prorompenti, tre o quattro uccelli che si allontanavano. Forse erano le ciole che abitano quel posto. Forse hanno trovato riparo in una grotta. Forse hanno smesso di credere che l’intelligenza umana possa andare oltre brevi sprazzi di lucidità. Le ciole hanno deciso di nascondersi e non le ho viste più. Era diventato buio. Il ponte è riaperto, da domani 25 aprile si potrà percorrere in entrambi i sensi, almeno questo, per fortuna. 

FB - 26 aprile 2024

2024-04-12 "Speciale PUG" - il Volantino

Il mistero doloroso

Il Piano Regolatore Generale (o PUG) è uno strumento urbanistico. Ma non solo. È la visione della città, l’economia di un territorio, la qualità della vita, il risparmio di energie umane e la limitazione del consumo di suolo. È anche la riduzione della discrezionalità dei funzionari e amministratori e forse la chiarezza delle reali potenzialità di un luogo. In definitiva è come si immagina il posto in cui vivi. Il discrimine nel dotarsi di alcune regole urbanistiche è tutto nelle differenze che può determinare, quelle per cui  discutiamo ogni giorno: ordine o disordine, pulizia o sporcizia, servizi o disservizi.  Immaginare ad esempio di costruire sull’intero territorio di un Comune, senza congiungere in forma ponderata nessuna delle frazioni esistenti da secoli, è pura follia, perché, oltre al certificato danno ambientale, c’è un’estrema difficoltà nel raggiungere ogni singola costruzione con acqua e fogna, con elettricità e fibra ottica, con strade, asfalti e sicurezza. Tant’è che normalmente il PRG emerge da uno studio più approfondito del semplice disegno tecnico. Si interpella il sociologo, il geologo, lo storico e spesso il futurologo, proprio perché regolamentare una città disordinata e sedimentata nelle idee e nei veti incrociati, non è cosa da poco, non è roba che si possa cucinare in un solo giorno.

A ben guardare la cronistoria  delle mancate adozioni dei PRG emerge un dato impressionante: nei primi due-tre anni di ogni singola consiliatura, il PIANO rimane un tabù, nessuno ne parla, nessuno vuole aprire quella pagina. Magari basterebbe continuare quei pochi adempimenti lasciati in sospeso dalla precedente Amministrazione, ma non si fa. Tutto rimane in un limbo che presto si trasforma in inferno, perché come prevedibile ogni volta bisogna ricominciare da capo.

È un mistero o c’è una spiegazione?  Dando per scontato che Tricase ha una sua matrice contemplativa  e quindi è portata a credere ai misteri dolorosi, voglio propendere anch’io, per una volta, su questa tesi enigmatica. Si, è un mistero e la risoluzione stavolta la vorrei lasciare ai tanti politici provetti, ai tanti tecnici competenti, ai tanti predicatori messianici.

ADG

 25 punti per bloccare un PIANO

Cronistoria del PRG/PUG dal 1959 al 2024

  1. I Piani Regolatori vengono concepiti a partire dall’Unità d’Italia. Tra i primi ad adottarli per scelta urbanistica furono alcuni Comuni del Sud come Cagliari (1861), Catania (1879), Napoli (1885). L’obbligo venne introdotto in piena seconda guerra mondiale con la legge n. 1150 del 17 agosto 1942. La legge faceva un elenco di tutti i Comuni che erano obbligati all’adozione del PRG: tra questi figura anche Tricase (Le).
  2. Tra il 1946 e il 1959, Tricase crea il suo sviluppo urbano lottizzando gran parte delle campagne che lo dividevano dalle frazioni di Tutino, Sant’Eufemia e Caprarica, in modo completamente disordinato, senza verde, con strade minimal e nessun servizio. In preparazione delle elezioni del 1959, Salvatore Cassati promette l’adozione del Piano Regolatore Generale per porre fine al “sacco” indiscriminato del territorio, viste le ipotesi di massive costruzioni in zone altamente compromesse dal punto di vista idrogeologico.
  3. Il 7 giugno 1959 Cassati diventa Sindaco (non c’era ancora l’elezione diretta del Primo Cittadino) e già nel gennaio 1960 affida l’incarico di redigere il PRG a Marcello Fabbri, ingegnere illuminato, piemontese di scuola olivettiana, che nel frattempo stava ultimando a Lecce il progetto di un nuovo quartiere nella Zona Settelacquare. L’ing. Fabbri accetta, si mette all’opera e presenta il suo PRG già all’inizio del 1961. Dopo qualche ritocco in data 13 maggio 1961, viene convocato il Consiglio Comunale per la sua approvazione. Il Consiglio si dilunga e viene riconvocato per il giorno 20 maggio: finalmente si vota. Il Piano Regolatore viene approvato con 22 voti a favore e 5 astenuti.
  4. Però già nell’estate del 1961 spuntano degli inaspettati ricorsi di cittadini comuni, esaminati comunque nel Consiglio del 27.11.61. Le famiglie più facoltose, la vecchia borghesia agraria, e i tecnici più in vista si schierano contro, sia apertamente che sotterraneamente. Il più importante personaggio politico dell’epoca, Giuseppe Codacci Pisanelli, non prende posizione ma anche familiari e amici vicini a Cassati mostrano molti dubbi sulla regolamentazione edilizia. Tra il sollievo generale il Sindaco si dimette. È il 9 gennaio 1962. Fine della storia del primo tentativo, anche perché il Piano non entrò mai in vigore perché mai inviato al Ministero dei Lavori Pubblici come previsto dalle norme dell’epoca.
  5. Il nuovo sindaco Cosimo Piccinni, che era vice di Cassati, tenta di mantenere in piedi la sua maggioranza più che forzare un Piano ostile a molti dei suoi stessi Consiglieri. Fu Sindaco per 18 mesi prima di passare il testimone all’On. Codacci Pisanelli che a sua volta rimase in carica dal novembre 1963 al novembre 1972. Tutto cadde nel dimenticatoio: dal 1963 al 1968 furono approvate oltre 70 nuove lottizzazioni e costruiti circa 800.000 mq (mentre il centro storico veniva abbandonato: nel 1976 furono censiti oltre 5.500 vani abbandonati o inagibili).    

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2024-04 "Noi, ominidi, mai pronti..." - 39° Parallelo

Ci possiamo rifugiare nel nostro piccolo mondo e pensare di essere esenti dalla malattia del pianeta? Possiamo cercare la nostra intima felicità ballando sull’orlo dell’abisso della guerra nucleare? Quale senso dare alle nostre singole, piccole, misere vite di fronte a quello che una miriade di inquinatori seriali (eppure legali) riversa su miliardi di coscienze ormai disincantate? Le primarie per il sindaco di Tiggiano, o le smorfie della Meloni o le discussioni sul piano traffico di Tricase, sulle piste ciclabili di Lecce, che peso hanno nella valutazione del tempo che stiamo vivendo? E se muore uno dei pochi Papi davvero pacifisti, chi eleggeranno al suo posto? Un novello Pio XII che spererà di risolvere le barbarie terrene con un tetro silenzio? E se muore Mattarella, quale Italia ci aspetta, che Europa avremo nei prossimi anni? Quanti nuovi Putin si stanno preparando a governarci?

In una domenica bestiale, in questa primavera 2024, la ridda di domande si fa tumultuosa, tutto si mescola  dentro un rullo incessante che fonde il tutto, l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, in miliardi di foto, audio e video auto-prodotti ogni minuto, compresi quelli girati dai terroristi mentre ammazzano spettatori inermi a Mosca, o quelli dei soldati israeliani mentre bloccano gli aiuti umanitari ai due milioni di palestinesi rinchiusi dentro la Striscia di Gaza.

Partiamo da alcune certezze: il potere annebbia la ragione. Chiunque lo eserciti, a qualunque livello, tenta di conservarlo, di aumentarlo, di renderlo eterno, possibilmente senza freni, senza limiti, senza controlli. Sta accadendo in tutto il mondo, sotto gli occhi di popolazioni anestetizzate dalle propagande, confuse dai social, avvilite dalle guerre, e infine rinchiuse dentro l’infinitamente piccolo. La foto del compleanno e del piatto del giorno, il video del cagnolino che è più affettuoso del figlio, la buca sull’asfalto sotto casa, ma proprio entro i cinque metri da casa, per non guardare oltre, per non soffermarsi ad ampliare i propri pensieri. 

Noi, popolo del nulla, abbiamo poche scelte. Stiamo per diventare quasi 10 miliardi, stiamo per far esplodere qualche atomica, siamo sempre più tecnologici, siamo sempre più indifferenti. C’è un segreto per uscire da questo tunnel? Si, avere la consapevolezza del piccolo e del grande, della relatività dei processi storici, dell’evoluzione forzata a cui siamo sottoposti, noi poveri animaletti che un paio di milioni di anni fa vagavamo alla ricerca di qualche erba buona e di qualche vermicello per sopravvivere. Non siamo pronti, forse non lo saremo mai, non riusciamo a generare positività, pur avendo scoperto l’energia solare, quella dell’atomo, quella della gravità e dell’attrazione stellare. Rimaniamo degli ominidi, ancora in cerca di noi stessi, del nostro percorso.

 Ma se lo sappiamo, se ne siamo convinti, sapremo come rimanere a galla, come far rinascere la Terra, come combattere le guerre, come prevenire le bugie rotatorie, le malefatte quotidiane. E forse abbattere confini e arroganze suprematiste. Con questa premessa di consapevolezza bisogna buttarsi in acqua, imparare a nuotare, saper distinguere la tragicità dalla commedia, la fine incombente da una carezza convincente.

39° Parallelo - aprile 2024                                                                                                          

alfredo de giuseppe

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