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2024-04-12 "Speciale PUG" - il Volantino

Il mistero doloroso

Il Piano Regolatore Generale (o PUG) è uno strumento urbanistico. Ma non solo. È la visione della città, l’economia di un territorio, la qualità della vita, il risparmio di energie umane e la limitazione del consumo di suolo. È anche la riduzione della discrezionalità dei funzionari e amministratori e forse la chiarezza delle reali potenzialità di un luogo. In definitiva è come si immagina il posto in cui vivi. Il discrimine nel dotarsi di alcune regole urbanistiche è tutto nelle differenze che può determinare, quelle per cui  discutiamo ogni giorno: ordine o disordine, pulizia o sporcizia, servizi o disservizi.  Immaginare ad esempio di costruire sull’intero territorio di un Comune, senza congiungere in forma ponderata nessuna delle frazioni esistenti da secoli, è pura follia, perché, oltre al certificato danno ambientale, c’è un’estrema difficoltà nel raggiungere ogni singola costruzione con acqua e fogna, con elettricità e fibra ottica, con strade, asfalti e sicurezza. Tant’è che normalmente il PRG emerge da uno studio più approfondito del semplice disegno tecnico. Si interpella il sociologo, il geologo, lo storico e spesso il futurologo, proprio perché regolamentare una città disordinata e sedimentata nelle idee e nei veti incrociati, non è cosa da poco, non è roba che si possa cucinare in un solo giorno.

A ben guardare la cronistoria  delle mancate adozioni dei PRG emerge un dato impressionante: nei primi due-tre anni di ogni singola consiliatura, il PIANO rimane un tabù, nessuno ne parla, nessuno vuole aprire quella pagina. Magari basterebbe continuare quei pochi adempimenti lasciati in sospeso dalla precedente Amministrazione, ma non si fa. Tutto rimane in un limbo che presto si trasforma in inferno, perché come prevedibile ogni volta bisogna ricominciare da capo.

È un mistero o c’è una spiegazione?  Dando per scontato che Tricase ha una sua matrice contemplativa  e quindi è portata a credere ai misteri dolorosi, voglio propendere anch’io, per una volta, su questa tesi enigmatica. Si, è un mistero e la risoluzione stavolta la vorrei lasciare ai tanti politici provetti, ai tanti tecnici competenti, ai tanti predicatori messianici.

ADG

 25 punti per bloccare un PIANO

Cronistoria del PRG/PUG dal 1959 al 2024

  1. I Piani Regolatori vengono concepiti a partire dall’Unità d’Italia. Tra i primi ad adottarli per scelta urbanistica furono alcuni Comuni del Sud come Cagliari (1861), Catania (1879), Napoli (1885). L’obbligo venne introdotto in piena seconda guerra mondiale con la legge n. 1150 del 17 agosto 1942. La legge faceva un elenco di tutti i Comuni che erano obbligati all’adozione del PRG: tra questi figura anche Tricase (Le).
  2. Tra il 1946 e il 1959, Tricase crea il suo sviluppo urbano lottizzando gran parte delle campagne che lo dividevano dalle frazioni di Tutino, Sant’Eufemia e Caprarica, in modo completamente disordinato, senza verde, con strade minimal e nessun servizio. In preparazione delle elezioni del 1959, Salvatore Cassati promette l’adozione del Piano Regolatore Generale per porre fine al “sacco” indiscriminato del territorio, viste le ipotesi di massive costruzioni in zone altamente compromesse dal punto di vista idrogeologico.
  3. Il 7 giugno 1959 Cassati diventa Sindaco (non c’era ancora l’elezione diretta del Primo Cittadino) e già nel gennaio 1960 affida l’incarico di redigere il PRG a Marcello Fabbri, ingegnere illuminato, piemontese di scuola olivettiana, che nel frattempo stava ultimando a Lecce il progetto di un nuovo quartiere nella Zona Settelacquare. L’ing. Fabbri accetta, si mette all’opera e presenta il suo PRG già all’inizio del 1961. Dopo qualche ritocco in data 13 maggio 1961, viene convocato il Consiglio Comunale per la sua approvazione. Il Consiglio si dilunga e viene riconvocato per il giorno 20 maggio: finalmente si vota. Il Piano Regolatore viene approvato con 22 voti a favore e 5 astenuti.
  4. Però già nell’estate del 1961 spuntano degli inaspettati ricorsi di cittadini comuni, esaminati comunque nel Consiglio del 27.11.61. Le famiglie più facoltose, la vecchia borghesia agraria, e i tecnici più in vista si schierano contro, sia apertamente che sotterraneamente. Il più importante personaggio politico dell’epoca, Giuseppe Codacci Pisanelli, non prende posizione ma anche familiari e amici vicini a Cassati mostrano molti dubbi sulla regolamentazione edilizia. Tra il sollievo generale il Sindaco si dimette. È il 9 gennaio 1962. Fine della storia del primo tentativo, anche perché il Piano non entrò mai in vigore perché mai inviato al Ministero dei Lavori Pubblici come previsto dalle norme dell’epoca.
  5. Il nuovo sindaco Cosimo Piccinni, che era vice di Cassati, tenta di mantenere in piedi la sua maggioranza più che forzare un Piano ostile a molti dei suoi stessi Consiglieri. Fu Sindaco per 18 mesi prima di passare il testimone all’On. Codacci Pisanelli che a sua volta rimase in carica dal novembre 1963 al novembre 1972. Tutto cadde nel dimenticatoio: dal 1963 al 1968 furono approvate oltre 70 nuove lottizzazioni e costruiti circa 800.000 mq (mentre il centro storico veniva abbandonato: nel 1976 furono censiti oltre 5.500 vani abbandonati o inagibili).    

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2024-04 "Noi, ominidi, mai pronti..." - 39° Parallelo

Ci possiamo rifugiare nel nostro piccolo mondo e pensare di essere esenti dalla malattia del pianeta? Possiamo cercare la nostra intima felicità ballando sull’orlo dell’abisso della guerra nucleare? Quale senso dare alle nostre singole, piccole, misere vite di fronte a quello che una miriade di inquinatori seriali (eppure legali) riversa su miliardi di coscienze ormai disincantate? Le primarie per il sindaco di Tiggiano, o le smorfie della Meloni o le discussioni sul piano traffico di Tricase, sulle piste ciclabili di Lecce, che peso hanno nella valutazione del tempo che stiamo vivendo? E se muore uno dei pochi Papi davvero pacifisti, chi eleggeranno al suo posto? Un novello Pio XII che spererà di risolvere le barbarie terrene con un tetro silenzio? E se muore Mattarella, quale Italia ci aspetta, che Europa avremo nei prossimi anni? Quanti nuovi Putin si stanno preparando a governarci?

In una domenica bestiale, in questa primavera 2024, la ridda di domande si fa tumultuosa, tutto si mescola  dentro un rullo incessante che fonde il tutto, l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, in miliardi di foto, audio e video auto-prodotti ogni minuto, compresi quelli girati dai terroristi mentre ammazzano spettatori inermi a Mosca, o quelli dei soldati israeliani mentre bloccano gli aiuti umanitari ai due milioni di palestinesi rinchiusi dentro la Striscia di Gaza.

Partiamo da alcune certezze: il potere annebbia la ragione. Chiunque lo eserciti, a qualunque livello, tenta di conservarlo, di aumentarlo, di renderlo eterno, possibilmente senza freni, senza limiti, senza controlli. Sta accadendo in tutto il mondo, sotto gli occhi di popolazioni anestetizzate dalle propagande, confuse dai social, avvilite dalle guerre, e infine rinchiuse dentro l’infinitamente piccolo. La foto del compleanno e del piatto del giorno, il video del cagnolino che è più affettuoso del figlio, la buca sull’asfalto sotto casa, ma proprio entro i cinque metri da casa, per non guardare oltre, per non soffermarsi ad ampliare i propri pensieri. 

Noi, popolo del nulla, abbiamo poche scelte. Stiamo per diventare quasi 10 miliardi, stiamo per far esplodere qualche atomica, siamo sempre più tecnologici, siamo sempre più indifferenti. C’è un segreto per uscire da questo tunnel? Si, avere la consapevolezza del piccolo e del grande, della relatività dei processi storici, dell’evoluzione forzata a cui siamo sottoposti, noi poveri animaletti che un paio di milioni di anni fa vagavamo alla ricerca di qualche erba buona e di qualche vermicello per sopravvivere. Non siamo pronti, forse non lo saremo mai, non riusciamo a generare positività, pur avendo scoperto l’energia solare, quella dell’atomo, quella della gravità e dell’attrazione stellare. Rimaniamo degli ominidi, ancora in cerca di noi stessi, del nostro percorso.

 Ma se lo sappiamo, se ne siamo convinti, sapremo come rimanere a galla, come far rinascere la Terra, come combattere le guerre, come prevenire le bugie rotatorie, le malefatte quotidiane. E forse abbattere confini e arroganze suprematiste. Con questa premessa di consapevolezza bisogna buttarsi in acqua, imparare a nuotare, saper distinguere la tragicità dalla commedia, la fine incombente da una carezza convincente.

39° Parallelo - aprile 2024                                                                                                          

alfredo de giuseppe

2024-03-16 Terra di morte e indifferenza

 

Giovedì 14 marzo 2024, qui terra di morte e indifferenza. Un barchino partito dalla Libia con circa 100 persone a bordo ha rotto il motore, è rimasto in mare per oltre una settimana senza che i soccorsi potessero intervenire. 60 persone, ragazzi, donne e bambini sono morti di fame e freddo, sete e disperazione. Sono morti su quel barchino improvvisato, senza neanche l’onore delle prime pagine. Che invece erano occupate dalla Meloni, quella dei blocchi navali, in viaggio verso l’Africa per far finta di attuare un piano per fermare le partenze. Come se un folle volesse fermare le onde del mare quando sono agitate. Lei, la più amata dagli italiani, va in Africa senza un’idea strategica e innovativa, senza soldi e senza l’Europa, come se l’Italia, da sola, potesse attuare un cambiamento globale. In effetti nel mondo propagandistico in cui viviamo funziona così: bastano gli annunci per risolvere i problemi. Il campo di concentramento profughi immaginato in Albania è già dimenticato, la barzelletta ha fatto il giro del mondo e poi passata tra le cose inutili. I governi africani, quasi tutti corrotti e familistici, fanno a loro volta finta di accettare la strampalata iniziativa meloniana, perché, male che vada, siederanno a tavoli della spartizione di pani e pesci.

Le navi delle ONG che sono nel Mediterraneo a portare un minimo di umanità e compassione verso quei disgraziati dispersi nel mare sono osteggiate come i veri nemici da abbattere con leggi ad hoc e dispettucci ministeriali, come quelli di mandarli a sbarcare il loro “carico” il più lontano possibile, al fine di stremare tutti, scoraggiare i volontari e infine far sparire i fuggiaschi. In effetti i telegiornali hanno messo la sordina: l’immigrazione non è più una notizia da prima pagina, non è più il cavallo di battaglia giornaliero di nazionalisti nostalgici, di leghisti separatisti, di ignoranti vestiti in giacca e cravatta. Il governo ora è conquistato, il popolo è domato, non si può disturbare il grande manovratore, non è possibile dissentire, non si può più dire che siamo un popolo di merda (in buona compagnia, come sempre).

La strage di giovedì scorso non è né sarà l’ultima: in queste ore altre barche sono affondate, le navi di salvataggio sono lontane, il problema è parlarne il meno possibile e anzi dare per scontato che il problema si sta risolvendo, anzi è quasi risolto, addirittura è propaganda ricordare che esiste. La Meloni e il suo governo voluto dagli Italiani veri è in cattedra, sa come fare, sa come affrontare tutti i problemi.

La mafia ha vinto e noi ormai abbiamo deciso di accettarla come male necessario, la guerra ha vinto e pensiamo che sia un male necessario, la cultura di massa vuole allegria e noi la spargiamo come sale sulla neve, l’indifferenza  ha vinto e non ci fa comprendere il nostro malessere collettivo. Abbiamo costruito un mondo terrificante, lo abbiamo accettato  come l’unico possibile.

FB 16 marzo 2024                                                                                                         

alfredo de giuseppe

2024-02 "Speciale ECOMOSTRO" - il Volantino

ABBATTERE PER RICOMINCIARE

Ci sono molti motivi per cui è da considerarsi cosa buona e giusta abbattere un ecomostro come Villa Sauli a Tricase Porto. Alcuni sono semplici da intuire, altri hanno interpretazioni più recondite ma certo non meno importanti. Intanto chiariamo che sono da abbattere molte cose nei nostri paesi, perché la tutela del paesaggio, oltre che essere fissato dall’art. 9 della nostra Costituzione, è uno dei beni più preziosi cui aggrapparsi per debellare la volgarità dell’animo, per creare l’ambiente più dignitoso possibile alla convivenza civile. È noto come un ambiente degradato dal punto di vista architettonico favorisca altro degrado, una finestra rotta predispone ad un’altra finestra rotta, un parco abbandonato aiuta a farlo diventare una discarica.

Quindi da sempre pensiamo che la tutela del paesaggio non può essere la colpevolizzazione del singolo, ma la coscienza dei molti, rappresentando le corrette scelte politiche e l’esatta disamina delle leggi regolatorie. Ma a volte, l’importanza di una singola vicenda rappresenta un valore inestimabile nella comprensione collettiva dei sani principi della convivenza civile. Abbattere una casa che per decenni ha deturpato una delle perle della costa salentina (e direi italiana) significa mettere un punto fermo: da qui si comincia. Perché è evidente che la nostra civiltà va verso una nuova visione dell’ambiente e quindi molti edifici pubblici e privati – spesso abbandonati- nei prossimi decenni saranno abbattuti, modificati o almeno ristrutturati. Molte cose non saranno più concesse, molti progetti saranno meglio valutati, molti Comuni faranno i conti con la desertificazione del territorio e lo spopolamento degli abitanti. C’è da stare attenti ogni giorno: il turismo, famelico e invasivo, può edificare ogni costone, ogni pezzetto di terra, lasciando poi dietro di sé solo macerie sociali, economiche e umane. Attenzione: vivere in un posto bellissimo fa bene agli occhi e al proprio spirito, forse molto di più di due mesi di effimero trambusto vissuto come vassalli di una nuova onnivora cafonaggine. Non facciamoci ingannare di nuovo dal progresso devastante, lottiamo qui e ora per il bello, non certamente contro una o due famiglie.

Alfredo De Giuseppe


DALL’INIZIO ALLA FINE

27 passaggi salienti in una sintesi cronologica per capire la questione Villa Sauli

  1. La storia inizia il 10 marzo 1962 quando il proprietario del terreno, prof. Alessandro Sauli, scrive al Sindaco di Tricase, per ricordargli “l’inopportunità del vincolo posto dal Piano sulla parte a mare, rispetto alla strada, della punta che chiude il Porto a settentrione. Tale promontorio è infatti il centro visuale di tutto l’arco paesistico nel quale è racchiusa la Marina di Tricase, e quindi è della massima importanza che venga opportunamente sistemato con qualche costruzione rispettosa dei valori ambientali, immersa nel verde
  2. L’8 maggio del 1962 lo stesso presenta istanza al Sindaco, ricordandogli “che la domanda precedentemente presentata, senza progetto, si riferisce ad una eventuale costruzione per Albergo-Ristorante e  serve a rendere più accogliente per i forestieri e i villeggianti la nostra marina, senza dire che consentirà ai numerosi turisti in transito di trovare un moderno alloggio ed ogni conforto. Il progetto che il sottoscritto presenterà al più presto, sono certo che incontrerà l’incondizionato appoggio di lei e di quanti hanno a cuore l’incremento e la valorizzazione della nostra marina, senza dire che la zona su cui dovrà sorgere tale costruzione sarà definitivamente sistemata ed abbellita, mentre ora giace inutilizzata”;
  3. Il 26 marzo 1963 viene presentato il progetto a firma dell’ing. Giovanni Sodero; inizia la pratica edilizia n. 53/1963

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2024-02-09 "il razzismo e la felicità del calcio"

Il calcio è un gioco delle masse, per le masse. È una lotta ingentilita da alcune regole, ma pur sempre una battaglia. Il calcio non è come il tennis, l’atletica leggera o come la pallavolo dove non esiste il contatto fisico, è un gioco che serve a simulare la vittoria ancestrale di una tribù su un’altra. Lo stadio è un nuovo Colosseo dove si va per vedere del sangue, per vedere vincere e morire, possibilmente tifando per qualcuno o semplicemente per compiacere l’imperatore. Il calcio come il rugby, come l’hockey su ghiaccio è basato sul contatto fisico, sulla velocità, sulla bravura  e infine anche sul genio. L’orgasmo della vittoria provoca in altri la sete di vendetta, oppure lunghi periodi di frustrazione e in definitiva la violenza gratuita. A volte solo verbale, in altri casi anche fisica.

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2024-02 "L'America da Toro Seduto a Trump" - 39° Parallelo

Per provare a capire perché la più grande democrazia del mondo, gli Stati Uniti d’America, rischia (scegliendo) di essere governata di nuovo da un personaggio al limite della decenza mentale e politica come Donald Trump, potrei partire da molte storie dei secoli scorsi. Potrei raccontare della caccia alle streghe del 1600 o dell’importazione massiccia di schiavi dall’Africa attraverso veri e propri rastrellamenti di uomini e donne, che avevano il solo torto di avere un colore diverso della pelle. Potrei partire da un qualsiasi racconto di persone ingiustamente condannate, di vittime del fanatismo e del suprematismo bianco e potrei così tentare di spiegare più plasticamente i motivi della nascita di una Nazione apparentemente libera, ricca e appagata e invece totalmente inespressa, violenta nelle sue contraddizioni, eccessiva in ogni sua manifestazione. Parlerò invece di un capo indiano e cercherò di interpretare le sue parole e le sue motivazioni. Non sarà esaustivo per capire fino in fondo l’ignorante populismo americano e neanche quello mondiale che come un’epidemia (questa sì letale) sta colpendo l’intero pianeta ma farà intuire il DNA, giovane genoma psico/sociologico del Paese più importante degli ultimi 150 anni, il posto dove si è sviluppata la meccanica e la tecnologia, dove si è sperimentato l’attuale modo di vivere dell’homo sapiens. È lì, nel Nuovo Mondo, che è nata l’industria del cinema, la prima catena di montaggio, la prima bomba atomica, il primo uomo sulla Luna, il primo computer alla portata di tutti, il primo telefono connesso con tutto il resto immaginabile. E ancora il marketing aggressivo, l’Intelligenza Artificiale, i robot, i software più sofisticati. Se gli USA vacillano, se sono sulla strada di un’Argentina peronista, se sono sull’orlo di una crisi socio-politica irreversibile, c’è dunque da preoccuparsi, perché ad oggi sono considerati la guida dell’Occidente “illuminato”, la potenza invincibile dell’ultimo secolo.

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2024-01-26 "I DISONESTI DELL'AUTONOMIA"

I DISONESTI DELL’AUTONOMIA

Già nel 2017 segnalai con preoccupazione l’avanzare delle truppe dell’autonomia differenziata. Oggi aggiungerei solo una frase: “onorevoli sudisti, patrioti santificati dagli elettori, siete disonesti e traditori; provo  vergogna per voi, per la mia bella Italia, distrutta e stuprata”.

"SUI REFERENDUM DEL LOMBARDO-VENETO" – FB - Pubblicato in Articoli 2017

Posso sommessamente dire che questi referendum per una maggiore autonomia regionale sono una grandissima cazzata? Avallata per di più da quasi tutti i partiti? Ma siamo davvero una gabbia di matti… Dovremmo lottare per fare gli Stati Uniti d’Europa e siamo qui a rinverdire i granducati dei secoli passati. L’Italia come la Francia e la Germania, dotate di leggi similari, dovranno diventare le macroregioni di un’Europa finalmente unita. Che ce ne facciamo di altri 20 staterelli? Magari in guerra fra di loro per un ospedale o una scuola…

Ho già detto più volte che credo alla Democrazia Mediata e riconosco molti limiti nella Democrazia Diretta. Se all’indomani di un delitto efferato facessimo un referendum sulla pena di morte i Si vincerebbero a man bassa. Se facessimo un referendum in ogni Regione, in ogni Provincia tutti vorrebbero governarsi da soli. E se chiedessimo ai cittadini se vogliono pagare le tasse? Ma si può fare? Ha senso quando i competitor internazionali sono di dimensioni enormi? Oppure tutto questo è il semplice frutto del rimbecillimento collettivo dopo decenni di campagne tv e giornalistiche di stampo razzista e fascista?

FB – 23 Ottobre 2017 - ALFREDO

E’ UN ARGOMENTO CHE, nel disinteresse generale, HO RIPRESO PIÙ VOLTE, QUI DI SEGUITO PUBBLICO IL LINK DI UNO DEI MIEI ARTICOLI, PUBBLICATO NEL FEBBRAIO 2023 SUL BIMESTRALE 39° PARALLELO:

https://www.alfredodegiuseppe.it/index.php/archivio-2023/897-2023-02-differenziati-e-terroni-39-parallelo

 

2024-01-14 "il calcio a Tutino di Tricase"

Il calcio “popolare” è cosa ben distante da quella roba scintillante, tecnologica, quasi eterea a cui siamo abituati oggi, dove tutto è codificato e non c’è più spazio per uno spiraglio romantico. Nel calcio moderno tutto ci appare irraggiungibile, tanto da sembrare un videogioco inventato sulle piattaforme online. Il calcio dei bambini sulle piazze è sparito da anni, lo spirito di aggregazione spontanea e innocente è rimasta in alcune zone più povere del pianeta, vedi Africa e SudAmerica, dove il calcio rappresenta puro divertimento dentro un segno di rivalsa, una fuga dentro un sogno collettivo. Nel calcio “popolare” c’è ancora tempo per l’autoironia parlando di aneddoti, papere e gol incredibili, per darsi un abbraccio, per sentirsi ancora vincolati da un qualcosa che ha perso il sapore delle vittorie e delle sconfitte e ha il solo sapore nostalgico del tempo che passa. Insieme, nonostante tutto.

Bene hanno fatto Michele Dell’Abate e il Presidente dell’epoca Salvatore De Giuseppe, a farsi promotori di una reunion di una piccola realtà calcistica come il Tutino che agli inizi degli anni ’90 fino al 1996 calcò i campi di terza e seconda categoria. Oggi, trent’anni dopo, è stato bello rivedersi, fosse solo per dirsi che non tutto è stato inutile.

Eccoci qui, riuniti venerdì 12 gennaio 2024, trent’anni dopo.  

FB, 14 gennaio 2024

Alfredo 

2024-01-12 "PREFAZIONE al libro di Luigi Torsello"

Il libro di poesie in uscita Gennaio 2024 con prefazione di Alfredo De Giuseppe e copertina de "La Pupazza"

Conoscevo da pochi giorni Luigi Torsello quando mi ha proposto il testo di “Fra i muri del Salento”. Lui era stato per decenni lontano dal Salento, aveva pochi contatti e si presentava con un’aria dolce, mite e pensierosa che da subito mi aveva incuriosito. Mi ha raccontato che aveva passioni di vario tipo, dalla ceramica alla pittura, al cinema, ma soprattutto si stava dedicando da tempo, con maggiore impegno,  alla scrittura. Questo suo fervore, questo suo bisogno si leggeva in ogni suo sguardo, in ogni pausa del suo dire, in ogni sua comunicazione fisionomica.

Torsello ha pubblicato libri di poesie fin dal 1980, non è un libro d’esordio, ma, oserei dire che questo non è neanche un libro di poesie. Il linguaggio usato non ha una metrica o una ricerca chiusa nella poetica classica, non c’è una ricerca semantica o uno studio semasiologico innovativo. Qui l’Autore, con semplicità, umiltà e dedizione, ha cercato sé stesso attraverso una cascata di pensieri riguardanti l’esistenza, la società che si disgrega, la nostalgia della giovinezza, l’amore per la natura, la speranza invisibile dentro un futuro complesso. Le sue deduzioni, sempre coerenti, vanno a comporre un mosaico di umanesimo, condito da tasselli neri e celesti, che si rincorrono in un ideale disegno di identità. Questa parola, identità, è forse il segno che lega tutte le poesie, a volte nostalgiche e decadenti, altre volte rivolte ad una critica sociale tendente ad una nuova visione del mondo.

Percorrere sentieri sempre nuovi, privi di muriccioli a secco, senza i quali è infinito tutto quello che non s'allinea ai nostri sguardi” scrive Torsello in una sua poesia, dove questo turbinio di sentimenti alternati e frustati è reso visibile e chiaro agli occhi del lettore. Ma c’è, come dicevo, anche una ricerca introspettiva, perché tutto si riporta dentro di sé, contenitore universale del bene  e del male: “ Perché chiedersi della propria natura, se si è coscienti di essere, e perché volere a tutti i costi essere ciò che non si è?” “Quello che ho compreso della vita è che nemmeno l'alba è sincera, giacché poi ti regala un giorno completamente diverso da quello che ti aveva promesso”. Sono due passi di due diversi componimenti che danno la misura della profonda necessità di capire, cercare i perché e le risposte, intuire che il mondo sta andando in una direzione diversa da quella che ti eri immaginato.

Luigi Torsello ha inteso titolare questo libro “Fra i muri del Salento” non tanto nell’esaltazione della bellezza della natura e delle opere umane presenti nel suo natio angolo di terra, quanto per sottolineare la sua appartenenza, per dare finalmente una dimensione al suo essere, per definire il suo stato identitario, che ha bisogno della natura che lui conosce come bontà fanciullesca e della socialità che lui spera sia ancora vitale. Non è un titolo casuale, è il ritorno alle origini, forse un’illusoria malinconia fanciullesca, dove correre tra rovi e muri antichi sembrava già sinonimo di felicità. Luigi sta facendo un suo originale percorso poetico, forse in via di affinamento, ma certamente vero, senza infingimenti, senza sopravalutazioni dell’esistente, con quel malcelato disincanto che può solo creare benefici personali e collettivi.

FB - gennaio 2024

Alfredo De Giuseppe

 

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