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La mia colonna del 2020-06-27

Questa rubrica nacque, su invito del  direttore editoriale, per commentare le elezioni amministrative di Tricase del 2017. Poi ha preso un’altra strada e, dopo le prime settimane, si è occupata solo occasionalmente delle problematiche legate alla vita politica tricasina. Per mia colpa naturalmente, perché essa, la politica, diventava via via sempre più interessante, sempre più briosa e incandescente e quindi stimolante per un commento settimanale. Quindi, dopo aver atteso l’epilogo definitivo di una bizzarra commedia nata tre anni fa, corro ai ripari, non potendomi esimere dal dire la mia. Non foss’altro per dare un senso circolare ad una rubrica che altrimenti un senso compiuto non ce l’ha.

Sull’amministrazione Chiuri riprendo alcune cose che ho scritto su questa “colonna”, tanto per non smentirmi da solo.

20 maggio 2017 (durante la campagna elettorale): Carlo Chiuri, il candidato unico del Centro destra si è presentato con lo slogan “CambiaMenti” che appare fragile come un gioco semantico da secondo liceo, anche perché i veri cambiamenti vanno sostenuti da robusti pensieri condivisi. Però nelle sue fila corre il recordman delle preferenze della precedente consultazione, vale a dire Pasquale De Marco che con il suo personale marketing fa il pieno di voti ad ogni tornata elettorale e quindi ci può illuminare.

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2020-06 "Speciale Ponte Ciolo" - 39° Parallelo

Un amico, mi permetto di definire così Valerio Ferramosca da Corsano, anche se da anni non ci vediamo (ma un amico degli anni giovanili, con cui si sono condivise le passioni per la musica e lo sport, non smette mai di essere amico), mi ha inviato delle foto. E sinceramente mi hanno emozionato e tanto è bastato per incuriosirmi. Sono foto amatoriali, un po’ sfocate del 1965, si riferiscono alla costruzione del ponte Ciolo, sulla litoranea Otranto - Leuca. In queste immagini si intravedono uomini ardimentosi, che, senza casco e protezioni di nessun genere, lavorano di carpenteria per costruire la centina del ponte. Si intravedono casette in legno utilizzate come ricovero contro il sole e la pioggia. Le rocce sembrano ancora più rocce di oggi, la natura selvaggia tutt’ intorno, senza ombra di case, ristoranti e discoteche. Una litoranea che non poteva essere completata senza costruire quel ponte. Quella famigerata S.P. n. 358 che mi ha ispirato un libricino (“Stagioni Mediane”- 2011) e che rimane in ogni caso una specie di strada fantasma, utilizzata pochissimo anche d’estate, pur essendo una di quelle litoranee mozzafiato, buona per le copertine patinate, per affermare sul web quanto è romantico il Salento.

Le foto su un canyon suggestivo, il cui nome proviene dal modo dialettale, Ciole, di chiamare le gazze che numerose nidificavano per tutto l’anno. Un posto sul mare utilizzato anche dall’uomo in alcune sue grotte naturali, fin dall’antichità più remota, dove furono ritrovati resti di manufatti artigianali e anche ossa di animali esotici. Ad esempio nella Grotta delle Prazziche, lunga 42 metri e larga circa 6, sono stati scoperti numerosi pezzi di ceramica, manufatti del periodo litico e resti di fauna comprendente anche  rinoceronti e mammut.

 Ma torniamo al Ciolo: quel ponte indispensabile per superare la profonda gola su mare e scogli, lo sfogo sul mare di Gagliano del Capo, ha una sua storia propria, ancora tutta da raccontare.

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La mia colonna del 2020-06-20

Il 12 giugno i medici e infermieri cubani che son venuti ad aiutare quelli lombardi durante la fase acuta del Covid-19 sono tornati all’Avana. Dopo aver gestito al meglio, in modo professionalmente perfetto un ospedale da campo organizzato a Crema, sono stati accolti in patria come eroi, i loro pullman scortati con bandiere e strombazzate di clacson, la gente per strada li aspettava per applaudirli. Sembrava la scena finale di un’importante gara sportiva, il tripudio popolare verso una vittoria inaspettata. Eppure si tratta di giovani che avevano fatto semplicemente il loro dovere andando in soccorso in una specie di zona di guerra, andando con ardore dove c’era più bisogno, dove era giusto esserci. Alcuni artisti hanno dipinto in loro onore dei giganteschi murales dove si esalta l’orgoglio di avere aiutato altri popoli. La vicenda è molto bella e anche commovente perché porta in sé una serie di implicazioni che noi tendiamo a dimenticare.

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2020-06-18 "Il terrore dei Sindaci" - FB

I Sindaci vivono il confronto politico come un terrore quotidiano, un assillo che corre sul filo del telefonino, sulla strada che porta ad una caserma. Appena qualcuno prova a dare notizie non autorizzate del loro Comune o peggio ancora dei loro lineari e trasparenti comportamenti si trasformano in sceriffi texani, senza paura e senza macchia. Il Covid-19 sembra aver accentuato oltremodo questa patologia, che continua a colpire super-ego vaganti nelle sale vuote dei Municipi.

Il sindaco di Nardò, Pippi Mellone col cuore a CasaPound e amico di Michele Emiliano ha querelato per procurato allarme cinque consiglieri comunali di opposizione oltre al segretario del Pd locale, Salvatore Falconieri, quest’ultimo ritenuto “colpevole” di avere organizzato una raccolta firme contro l’ipotesi di un impianto di compostaggio a Sant’Isidoro. Nell’aprile 2020 il procedimento viene archiviato: per il Pubblico Ministero e per il Giudice per le indagini preliminari la tesi di Mellone non hanno fondamento.

Il sindaco di Tricase, Carlo Chiuri, da poco dimessosi, col cuore socialista, battente bandiera berlusconiana ma vicino anche ad uomini di Emiliano, denuncia il corrispondente locale di Quotidiano Pino Greco, in un articolo inerente il Consiglio Comunale del 3 gennaio 2020, raccontando i fatti e le posizioni dei vari consiglieri, aggiungendo testualmente la seguente frase: “ …una seduta priva della diretta video (chissà perché)”. Questa frase, innocua e comunque lontana dalle speculazioni politiche e da qualsivoglia intento denigratorio, diventava agli occhi della Giunta talmente grave da giustificare il ricorso alle vie legali contro il corrispondente e contro il giornale “per tutelare, l’immagine, il buon nome del Sindaco e di tutti gli amministratori e anche dei funzionari del Comune di Tricase”.

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2020-06-16 Quei Pensieri duraturi del niente e del nulla, di Francesco Greco - Giornale di Puglia

Al top del parossismo nichilista e agnostico, Emile A. Cioran distillò questo elisir amaro: "Dio? E' meglio di niente". Due secoli prima, Immanuel Kant aveva invano tentato di dare un'etica alla ragione incombente, e all'uomo che ne stava facendo una religione.

"L'uomo del futuro è iniziato già da qualche anno. Così come l'uomo industriale è iniziato con la macchina a vapore, così l'uomo digitale è iniziato con il web", dice a un certo punto Alfredo De Giuseppe in "Pensieri duraturi del niente", auto edizione, pp. 150, euro 10, ebook euro 2,60, via Amazon, impaginazione di Giancarlo De Giuseppe, bella cover in b/n, con Lutgarda, Rosina e Donata nel 1977.

La suggestione che abbia intrecciato prosa e poesia vagando fra le ombre di Cioran e di Kant forse è soggettiva. Lui riconosce altri maestri: Hemingway per l'idealismo e l'asciuttezza dello stile "a levare"; Bukowski per il nichilismo pregno di vitalità; Garcìa-Màrquez per il suo essere visionario e fiabesco dentro i canoni dell'iperrealismo. Fra le righe appare anche l'ombra di un altro grande, che pure deve averlo molto influenzato, magari inconsciamente: G. C. Vanini, con la Natura contrapposta all'Immanente, il cui karma De Giuseppe cerca nel suo giardino zen (le cicorie che non colsi…).

"Postumo di se stesso", muovendo dall'autobiografia, scomponendola in tessere come un puzzle, sovrapponendola, intrecciandola a snodi storici epocali (locali e planetari): la prima radio libera nella pajara, il primo viaggio a Roma, Borgo Pio, in 600, i viaggi intorno al mondo come imprenditore illuminato scagliato nel futuro (postumo di se stesso), l'attentato al Papa polacco, 13 maggio 1981, ecc., lo scrittore (che è anche regista) compone uno zibaldone del disincanto, una riflessione sul tempo che scorre nella clessidra e tutto consuma, illanguidendo le passioni e stringendo nell'angolo dei bilanci.

Chi non lo conosce potrebbe intravedere in questi "Pensieri" una sorta di resa dinanzi a un mondo fattosi complesso e ispido, ormai nel post-Orwell. Ma chi ben lo conosce, sa che tutto questo filosofare all'ombra di ulivi, birre e campanili, è un mantra, un terreno ben arato da cui partire per nuove sfide.

Lo trovate su Amazon: procuratevelo affinché i consumi ripartano, altrimenti ci toccherà andare tutti al Ciolo e buttarci di sotto. In fondo costa quanto 2 frasedde, o un moijto…

Giornale di Puglia, 16 giugno 2020

Francesco Greco

2020-06-13 Recensione de "Il Volantino"

Alfredo De Giuseppe è sicuramente un uomo che ama sperimentare. Questa volta, approfittando del  lungo periodo di lockdown ha deciso di sperimentare la pubblicazione di un suo libro attraverso il solo web. Ha prima creato una pagina di Facebook dove ha postato giornalmente alcuni capitoli del suo lavoro. Poi ha deciso di affidare la diffusione attraverso Amazon sia in formato digitale che cartaceo. Ormai da anni assiduo collaboratore del nostro giornale, è presente nella sezione Eventi del nostro sito con la parte iniziale del suo libro. Il titolo del libro è “Pensieri duraturi del niente”, un’opera che segue uno schema indefinito fra prosa e poesia, come ormai ci ha da tempo abituato Alfredo nei suoi scritti.

 

2020-06-13 "Non è l’atto finale di un autore che vive anche di auto-sabotaggi", di Ginevra Stellarini - Il Volantino

Chi abbia voglia di farsi quattro sane risate, dovrebbe leggere "Ore otto sotto l'orologio", un piccolo gioiello di sociologia contemporanea; chi abbia voglia di conoscere il panorama salentino, dovrebbe leggere "Best, Sindaci e Farfalloni", e così via con i 14 libri di Alfredo De Giuseppe. Chi invece abbia voglia di conoscere il vero struggimento, una sorta di malinconica nostalgia, un abisso imperscrutabile dove non può passare un filo d'aria, può leggere il suo quindicesimo libro, edito in questa pandemica Primavera 2020, dal titolo "Pensieri duraturi del niente". 

Il libro è come un sarcofago, un mausoleo che vuole incastonare i momenti più belli di una vita passata, senza nessuna banalità, anzi con una profondità semplice, la profondità vera. È una tendenza già vista in "Tutino" e "Tramonti di Tramonti": sono libri in cui, a leggerli attentamente, si direbbe che tutto è perduto, l'eroe è sconfitto, del futuro non c'è traccia, non c'è progettualità, c'è solo un presente ormai inutile e un passato a tratti divertente, a tratti incomprensibile all'autore stesso, a tratti dolcissimo, certamente mitico, nel senso proprio di mito: il paesello medievale dell' infanzia, con i suoi personaggi rassicuranti, il grande amore di una vita, il gruppo giovanile di Tutino, e alcune estemporanee, diremmo "in esterna", la Svizzera dei migranti italiani, le importazioni sconclusionate in Lituania, la stanza da ballo di Los Angeles con dentro una donna triste nel completo anonimato, in contrasto con la narrazione del paese di provincia, dove nessuno è mai anonimo, anzi si crea un racconto pubblico di cui tutti fanno parte, nessuno escluso, e la Svizzera, l’Ungheria o la California, sono brevi flash ma insignificanti agli occhi dell'autore, mai davvero interessanti, un po' come Checco Zalone quando imitando i Negramaro dice: "San Francisco, questo posto a occidente del più famoso Salento". Il Salento, e in particolare Tricase, è per Alfredo il vero centro del mondo, quasi un luogo chiuso dentro cinta antiche, certo si parla di attualità e di quel che accade nel mondo, ma con una centralità che in altri posti non esiste, per intenderci davvero a Milano se si parla del mondo ci si sente nel mondo. A Tricase è come essere fuori dal mondo, o anche come avere un telecomando da cui si guarda il mondo, qualcosa del genere.

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2020-06-13 "Frammenti di briciole di vera poesia", di Serenella La Porta - Il Volantino

Non sono obiettiva. Ho letto tutti i libri di Alfredo e in alcuni casi ho contribuito a piccole revisioni (Stagioni Mediane nel 2011). Questo “Pensieri duraturi del niente”  è una delle sue cose migliori, forse anche più sofferte scritte da Alfredo, rispettando comunque il suo stile ormai collaudato: prosa e poesia in pacifica convivenza. In alcuni casi la poesia mi è sembrata più efficace, più tagliente, assolutamente intima e tragica, una fotografia dei graffi che lascia la vita. Per la parte mémoires, struggenti i ricordi dell'infanzia e dell'adolescenza, la giovinezza folgorata dal calcio e dalla musica e poi il militare, la Storia che incombe sulla sua storia. Piccola nota: nota: perché  nel capitolo Amatori con Moviola, ci sono nomi e cognomi  e in un altro non metti il cognome del Comi? 

Se mi avesse chiesto di scrivere un commento sulla quarta di copertina, avrei osato così: Nell'incessante tentativo di comprendere il più straordinario degli enigmi umani, ovvero l'esistenza, Alfredo De Giuseppe, ci fa salire sulla sua personale macchina del tempo per condurci a caccia del "niente", in un tempo perduto e diverso. Così viaggiamo tra struggenti  ricordi dell'infanzia e dell'adolescenza, nella musica incessante  della giovinezza piena di amori, di amici  e di calcio, e sullo sfondo incombono le nuvole di piombo della Storia, mentre frammenti di briciole di vera poesia stillano qua e là ...

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La mia colonna del 2020-06-06

A Minneapolis, nel Minnesota, Stati Uniti, un poliziotto nel maggio 2020 può torturare per strada un arrestato, comprimendogli per circa dieci minuti il collo con tutto il proprio peso, e poi far risultare dall’autopsia che sia morto per cause naturali e malattie pregresse. Se non ci fosse stata una telecamera sarebbe passata come una morte accidentale, dovuta all’uso di sostanze stupefacenti, oppure per una caduta sul marciapiede.

Nella Russia di Putin ci sono persone in carcere da anni per aver semplicemente tentato di creare un partito davvero alternativo alla sua idea di democrazia. I giudici danno quasi sempre ragione all’esecutivo, rendendo quindi impossibile qualsiasi forma di seria ribellione. Diversi omicidi di giornalisti sono stati derubricati come semplici fatti di cronaca nera, di omicidi passionali o come liti fra ubriachi.

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La mia colonna del 2020-05-30

Ho ritrovato un appunto del maggio 2000. Sembra ieri ma il foglio, indiscutibilmente con la mia grafia, ha compiuto vent’anni. L’ho scritto, probabilmente, in una di quelle situazioni in cui mi sentivo più vicino all’atomo universale, al delirio d’onnipotenza. Perché succede anche a me, in quel precario equilibrio fra l’autostima e il dispregio di sé stesso, di avere momenti di esaltazione quasi mistica, deliri omnicomprensivi che arrivano per imperscrutabili movimenti sotterranei di un organo molliccio a cui noi umani abbiamo dato il nome di cervello. (e quelli, in genere, sono i momenti in cui sbagli tutto).

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La mia colonna del 2020-05-23

Per pura casualità ho incontrato a Calimera un ragazzone di Tricase, Marcello Piccinni, che non vedevo da anni. Poi sono andato a visitare la sua azienda, poi ho letto di lui, e sono rimasto affascinato. Marcello, un cinquantenne giovanile, ha da sempre una grande passione, la produzione diretta di energia,  da buon appartenente ad una famiglia di artigiani geniali, di appassionati delle tecniche e delle scienze applicate. E anche da buon pallavolista che lui rivendica come base di una formazione legata all’accettazione del successo e della sconfitta, del saper fare squadra, mettendo anche gli uomini giusti nei ruoli più coerenti rispetto alle loro potenzialità. Oggi Marcello è il titolare dell’azienda FIUSIS che ha letteralmente inventato un sistema per creare energia pulita partendo dalle necessità del territorio circostante.

Fiusis srl nasce nel 2008 da un’idea che poteva sembrare molto azzardata: “i contadini potano gli ulivi, rivendono la legna, a terra rimangono le ramaglie, gli scarti dell’ulivo, in genere le bruciano sul posto, con gravi rischi d’incendio oppure con notevoli costi per completare la pulizia del terreno. Io, Marcello Piccinni, posso invece raccogliere quegli scarti, senza costi aggiuntivi per i proprietari degli uliveti e li posso utilizzare per produrre energia pulita”.

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La mia colonna del 2020-05-16

Al di là delle battute alla Vittorio Feltri, al di là di un odio sotterraneo persistente in Italia ormai da decenni, Silvia Romano, una volontaria milanese, il 10 maggio è tornata a casa dopo 18 mesi di prigionia, fra Kenia e Somalia. Probabilmente dietro il pagamento di un ingente riscatto, sicuramente dietro il lavoro dei servizi segreti, italiani e stranieri. E precisamente sotto la regia del MIT, i servizi segreti turchi, alle dirette dipendenze di Erdoğan. Dietro questo interesse turco c’è molto da sapere e da capire: la Turchia è diventata la nazione di riferimento in quel triangolo d’Africa. Quando una violenta carestia colpì nel 2011 la già affamata Somalia, l’unico leader che prestò soccorso in modo continuativo fu il leader turco. Erdoğan rimase impressionato dalle condizioni del Paese e ordinò di fornire ingenti aiuti umanitari, che divennero il cavallo di Troia per concludere accordi di tipo diplomatico, con l'apertura della più grande ambasciata turca in Africa nel 2016, commerciale con oltre 250 milioni di dollari di scambio commerciale,  logistico con le compagnie turche che gestiscono porto e aeroporto, scolastico e sanitario (a Mogadiscio è attivo il polo ospedaliero "Recep Tayyip Erdoğan"). Ad impressionare è stato il numero di progetti a livello commerciale, militare ed edilizio realizzati dalla Turchia, un dato in forte contrasto con le strategie intraprese e abbandonate dai paesi occidentali nel recente passato (Italia in primis).

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2020-05 "Di scissione in scissione", 39° Parallelo

Se c’è una cosa che in questi mesi il coronavirus ha declassato a semplice e inutile spargimento di parole, questa è stata la Politica, intesa come evolutiva posizione dei vari partiti e personaggi in campo. Tralascio al momento il centrodestra che sembra ben stabile nel duo Salvini-Meloni (con una guerra sotterranea che prima o poi esploderà) per concentrami sul campo del centrosinistra. Perché questo, al contrario di quel che potrebbe sembrare, è il momento buono per scelte coraggiose.

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La mia colonna del 2020-05-09

Qualche giorno fa vedevo il film “i magliari” del grande Francesco Rosi, girato nel 1959 in Germania, una sceneggiatura basata sulla vita e il lavoro dei nostri immigrati all’estero. Tralascio il facile commento sulle truffe e sull’endemica esportazione dei metodi mafiosi fuori dai confini nazionali, per analizzare invece il cambio antropologico che ha subito l’uomo nell’arco di pochi decenni.

Intorno al 1960 i giovani italiani andavano all’estero per avere uno stipendio migliore, un lavoro più strutturato e dignitoso. I ragazzi che rimanevano al sud cominciavano a studiare, anche se erano figli di contadini, si aprivano i licei anche in provincia, trovavano un lavoro già subito dopo il diploma, si sposavano ben prima dei trent’anni. Le rimesse dall’estero facevano da volano al boom edilizio: si assicurava la casa alle nuove famiglie che andavano formandosi con le moderne modalità consumistiche. I giovani iniziarono a fare sport, ad ascoltare liberamente musica, a formare gruppi teatrali e musicali, a viaggiare per vedere il mondo.

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La mia colonna del 2020-05-02

Di Covid-19 si muore, purtroppo. Si sopravvive, anche, ma con notevoli effetti collaterali. Il primo è il sovraccarico di TV e questo induce affaticamento, sonnolenza, ripugnanza verso conferenze stampa, notizie e smentite. Il virus ha portato con sé l’esaltazione di virologi, epidemiologi e direttori sanitari, in genere vanitosi, pieni di sé, finalmente protagonisti nelle trasmissioni della fascia serale, dei telegiornali tutti. E come un qualsiasi bugiardino dentro un farmaco di successo, dicono tutto e il contrario di tutto, spesso in contrasto dialettico e personalistico tra di loro. Fino a confondere perfino quel genio di Trump che in una memorabile conferenza stampa ha detto che forse il virus si potrebbe curare con il disinfettante iniettato in vena, con l’aggiunta dei raggi ultravioletti, quelli buoni per la sua abbronzatura.

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La mia colonna del 2020-04-25

La propaganda si infrange sempre sulla realtà. Da anni tutti i leader populisti europei pigiano sul tasto dei migranti per vincere elezioni senza alcuno studio statistico, ma solo interfacciandosi con la pancia dei cittadini più ingenui. Poi arriva un virus, si comincia a morire, si deve stare tutti chiusi in casa, nessuno può fare cose illegali, il controllo è stringente ovunque. Anche nei campi di pomodoro, di patate, nei vigneti e nei porcili. Quindi non è possibile portare gli immigrati irregolari a lavorare. A questo punto si rischia un collasso agro-alimentare con il blocco delle raccolte di ortaggi e frutta. Gli stranieri comunitari, come rumeni e bulgari, non possono venire per gli attuali blocchi sanitari, gli italiani non hanno molta voglia di buttarsi di nuovo nelle campagne. Forse una minoranza di ragazzi ci sarà, ma servono circa 250.000 raccoglitori e dubito che gli italiani disponibili a perdere delle diverse utilità siano superiori al 10% del fabbisogno. Forse un giorno noi italiani potremmo tornare a raccogliere pomodori, ma dobbiamo sapere che a quel punto la filiera nel suo complesso costerà il doppio con tutte le conseguenze del caso.

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La mia colonna del 2020-04-18

In queste settimane si respira una gran voglia di ritorno alla normalità. È tutto un fiorire di auspici, di retorici rimandi a incontri, baci e abbracci. Ma è proprio sul concetto di normalità che dovremmo fare qualche riflessione. Magari sono proprio alcune di quelle normalità il vero problema. Ad esempio alcuni mercati cinesi e thailandesi delle carni. Animali sgozzati all’aperto,  nella più feroce tradizione umana, dove non c’è traccia di buone pratiche sanitarie da nessun punto di vista. Oppure i miliardi di animali allevati intensivamente dentro celle detentive di infime dimensioni, dove consumano cibo pieno di ormoni e antibiotici? Forse sarebbe normale rivedere il consumo pro-capite della carne, in tutte le diete e in tutte le consuetudini culinarie. Si può considerare normale la devastazione del mare con una pesca  a strascico per qualsiasi pesce e di qualsiasi dimensione? Forse è arrivato il momento di istituire parchi marini di enormi dimensioni dove la natura possa davvero fare il suo corso senza la nostra ingerenza (neanche con i rumorosi motoscafi). È normale consumare l’acqua in bottiglie di plastica? Non dovremmo auspicare un ritorno ad un consumo più consapevole di tutto ciò che ci circonda, oppure Carosello, scritto negli anni ’60, è la nostra unica Bibbia?  Girare a vuoto con l’auto in paesini che potrebbero essere percorsi a piedi, quanti chili di normalità possiede? Ad esempio potremmo istituzionalizzare le domeniche senza auto e tentare di far respirare il pianeta e i suoi abitanti.

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La mia colonna del 2020-04-11

In queste giornate di chiusura forzata, durante le quali si stanno mettendo in discussione certezze consumistiche quanto mai offensive per il pianeta e per l’umanità più povera, non sono mancate le stronzate di sempre. Il segno pessimistico che l’uomo difficilmente impara dai suoi errori (dopo la prima guerra mondiale preparò scientificamente la seconda e subito dopo questa cominciò un incredibile riarmo militare che ancora oggi non è finito). Annoto alla rinfusa alcune notizie, piombate sul web, dall’11 marzo ad oggi, in questo primo mese pieno di zone rosse, coesione nazionale, distanziamento sociale, crollo del prodotto industriale e dei consumi, degli aiuti di Stato e dei ripensamenti europei.

L'amministratore delegato di Fincantieri Giuseppe Bono ha annunciato agli analisti finanziari: "Stiamo lavorando per chiudere nelle prossime settimane un contratto per la fornitura di due sommergibili per la Marina Italiana, più due in opzione". La commessa vale 2 miliardi e 300 milioni di euro. Come avviene da sempre per i programmi militari, la scelta di procedere con l'acquisto è stata presa alla fine del 2019 dal governo Conte senza alcun dibattito: l’interesse di Parlamento e opinione pubblica per la materia è bassissimo.

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La mia colonna del 2020-04-04

Conosco un artigiano che ha quattro dipendenti, che ora sono in cassa integrazione, ha dei figli in cerca di occupazione e non sa ancora come potrà uscirne. Conosco un calzolaio che ha pensato più volte di essere inutile e invece tutti i giorni aveva un bel lavoro da sbrigare: ora nessuno ha scarpe da riparare. Conosco gli edicolanti che non vendono più i giornali, siamo tutti abbonati al web. Ci sono bar che vivevano con l’impegno di una famiglia, grande o piccola che fosse, e che ora sopravvivono con l’aiuto di genitori e nonni. Conosco persone che hanno negozi di abbigliamento che sono sull’orlo della disperazione. C’è chi vende articoli da regalo e ha intuito che per molto tempo ancora non ci sarà niente da regalare. C’è chi organizzava compleanni e matrimoni, fotografi e camerieri a chiamata, e si sono ritrovati dentro un rinvio senza termine. Conosco tipografie ormai senza inchiostro e dei librai senza lettori e senza classifiche. Conosco degli ambulanti che vendevano di tutto e ora hanno il loro vecchio furgone, chiuso dentro un garage, pieno di merce che nessuno vuole. Conosco alcuni titolari delle luminarie per le feste patronali, quelle che saranno rimandate all’anno che verrà. Conosco un ristoratore che credeva molto nella sua idea, aveva aperto tre locali, aveva investito molto, ora non sa se riaprirà. Conosco molte persone che avevano trasformato la loro casa in B&B e che ora non sanno neanche se arriverà l’estate. C’era ancora chi faceva il muratore, l’idraulico e l’elettricista e oggi sono in attesa di capire, se, come, quando. E infine tanti professionisti, geometri, ingegneri, architetti, giovani avvocati e commercialisti, che si chiedono perché hanno studiato, che sono allo sbando, in attesa di capire che fare della loro vita.  

Molti di loro sono dentro un incubo chiamato semplicemente miseria. Sono le persone senza alcuna tutela, per loro non c’è cassa integrazione o reddito di civiltà, non c’è anticipo del TFR, non possono andare in pensione, e poi, soprattutto, non possono guadagnare. Già prima era difficile, imbottigliati fra un mercato asfittico, una burocrazia incessante e una concorrenza spietata, ora è impossibile per decreto legge. Le piccole attività, esposte a tutti gli eventi, dalla pioggia fino alla delinquenza, dai balzelli inutili fino ad Amazon. E per di più con l’etichetta di evasori, dentro uno Stato che ha imparato a non rispettare nessun impegno, a disperdere quel genio italico che era nel nostro DNA.

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La mia colonna del 2020-03-28

Alcune cose connesse al coronavirus vanno ricordate, a futura memoria, fermate qui e ora, in questo preciso momento storico, in queste settimane di clausura. Almeno alcune tendenze nelle loro sfumature recondite e futuribili. Prima di tutto sta per finire la ventata, quasi una tempesta, antiscientifica. Sono quasi spariti dal web i no-vax, ignoranti assurti fino agli scranni del Parlamento, gente che non aveva visto in vita sua neanche un programma televisivo di Piero Angela. Gente che ignora ancora oggi che i virus, i batteri ci hanno permesso di esistere, di creare i nostri anticorpi. Ignorano le decine di epidemie che da sempre hanno colpito l’umanità, senza bisogno di agenti segreti e fameliche società farmaceutiche. Gente fomentata da un web sempre più sconcertante, che ancora oggi ama parlare di complotti, di scienziati che hanno volutamente sparso nell’aria una sostanza micidiale. Intanto però non sono più no-vax e aspettano con ansia un vaccino liberatorio (che in genere la multinazionale tiene nascosto in un cassetto). Queste persone oggi sono disorientate, ma sempre pronte ad accettare la verità più inverosimile, purché non comporti una loro presa di coscienza.

In questo momento sono semi-nascosti anche i sovranisti a tutto tondo. Quelli che negli ultimi anni hanno immaginato, su input di politici in malafede, che l’autarchia fosse la soluzione di tutti i problemi. Ora hanno capito che il virus così come le merci, i soldi, le persone sono ormai interconnesse e se va male l’America o la Cina, va male anche l’Europa. Hanno capito? O sono ancora imbevuti di spot e post che inventano nemici ad ogni passo, con preferenze per la Merkel, Macron e l’Europa? Possibile che ancora non si sia compreso che solo un’Europa unita e governata in modo univoco, può migliorare la nostra vita, la nostra economia, il nostro ambiente?

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La mia colonna del 2020-03-21

Era il 1984, un’altra epoca e altri strumenti a disposizione. Sul mensile “Nuove Opinioni”, nel numero di ottobre, pubblicavo un ghirigoro dal titolo "Fantacronaca 1984". Avevo 26 anni, già padre, un negozio di dischi, vivevamo con De Gregori, Conte e Lucio Dalla. C’era la DC con i suoi uomini antichi (ma che accettavano un minimo di ironia), i computer non esistevano, l’Albania era un mistero e io mi sollazzavo con l’immaginazione (anche in assenza di social e condivisioni). Francamente avevo rimosso questo pezzo, ma un’attenta lettrice me lo ha fatto tornare alla mente citando la mia frase  sugli “ultrasessantenni che muoiono per il raffreddore (mentre il cancro si cura in 10 minuti)”. Lo ripropongo oggi in piena emergenza, perché ridere di noi stessi serve anche durante una terribile epidemia. Oggi, alcuni dei personaggi citati, non ci sono più e un po’ mi assale la terribile consapevolezza del tempo che scorre, dell’inesorabile clessidra, dove ogni granello è diverso, in ogni tempo mutante.

Fantacronaca 1984 – Nuove Opinioni n. 75 del 14 ottobre 1984

In queste piovose giornate di settembre penso alle trasformazioni che subirà la nostra cittadina, a quelle che ha già subito e accettato. Innanzitutto l’ultima novità: l’inaugurazione del grande parcheggio sottomarino a Tricase Porto. C’è da chiedersi perché si sia aspettato tanto tempo. Adesso è davvero bello andare a mare, lasciare l’auto proprio sotto il punto in cui solitamente si fa il bagno e ritrovarla dopo due ore, al fresco.

Dobbiamo riconoscere che l’amministrazione Serrano, (ricordiamo che è sindaco da oltre trent’anni) è finalmente riuscita a progettare e completare un’opera utile a tutti, tricasini e turisti.

A proposito di turisti, ho notato con piacere che quest’anno sono ritornati giapponesi e statunitensi, portandoci tanta valuta pregiata.

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La mia colonna del 2020-03-14

Mentre infuria il Covid-19 (con il termine Coronavirus in realtà ci si riferisce a una vasta famiglia di virus) con tutte le sue conseguenze sanitarie, sociali ed economiche, nel frattempo che si  registra un aumento esponenziale di  ipocondriaci, di isterici e di millantatori, nel tempo in cui l’Italia viene sigillata e controllata come non mai, circola nel web un video di Oscar Farinetti.

Io e Farinetti, per un certo periodo facevamo lo stesso mestiere: vendevamo elettrodomestici ed elettronica di consumo. Lui, partendo da Cuneo, aveva ereditato dal padre un negozio dal nome Unieuro e ne aveva fatto un’importante catena nazionale. Io invece, partendo da Tricase, avevo creato, insieme ad un paio di amici, il marchio Magazzini Gema. Entrambi cercavamo il modo di unire risorse e creare sinergie per affrontare il difficile mercato dell’elettronica. Lui utilizzò un grande magazzino in Forlì per sviluppare la rete in franchising e io partecipai a Bari alla nascita di un consorzio di imprese del sud, con un nostro deposito a Casamassima presso il Baricentro. Eravamo agli inizi degli anni ’90, le piccole botteghe sparivano, nascevano negozi sempre più grandi e sempre più assortiti, dall’hi-fi alla lavastoviglie. La trasformazione del mercato imponeva riflessioni e innovazioni. Su questi temi la Philips organizzò un convegno presso un importante albergo di Bari. A parlare, proporre e discutere tutte le aziende più performanti del settore. Sul palco, oltre ad un certo numero di manager, c’eravamo io e Farinetti. Io parlavo della nostra giovane esperienza consortile, lui della visione futuribile del consumer, della distribuzione di massa di ogni pur piccolo apparato elettrico, dell’avvento prossimo futuro della telefonia portatile. In un certo senso eravamo anche concorrenti, perché lui tentava di espandersi anche al sud, come poi fece, e noi volevamo creare un polo d’eccellenza e di efficienza con le nostre forze. Ci scambiammo due battute, mi invitò presso la sua sede, mi disse che era molto interessato alla nostra esperienza, ci salutammo con simpatia.

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La mia colonna del 2020-03-07

La vicenda dell’influenza chiamata coronavirus ha dimostrato alcune cose sulle quali è il caso di riflettere. Innanzitutto c’è da pensare che i social prima o poi faranno scoppiare una guerra nucleare, senza che nessuno sappia risalire alle motivazioni di base. Basterà un twitt di un presidente come Trump, non ben scritto, oppure partito per caso (era uno scherzo al suo ministro), o inserito da un haker dentro il suo social, per far decollare i bombardieri. A quel punto tutto il mondo, compreso il pubblico di Giletti e della D’Urso, darà già per scontato lo sgancio di bombe atomiche, e miliardi di utenti di facebook e instagram daranno immediate valutazioni dell’accaduto e consigli su come salvarsi, e qualcuno dirà di aver visto la bomba mentre cadeva ma non scoppiava, non dimenticando però di andare al supermercato a fare incetta di spaghetti e passata Divella che prima o poi si potranno consumare sotto la cantina di casa.

La guerra prossima ventura sarà quasi da ridere, mentre tutti muoiono, tutti si faranno dei bellissimi selfie e tutti saranno esperti di esplosioni nucleari, da non confondersi con quelle a idrogeno. La benzina non si troverà più, saremo tutti contaminati, ma con il residuo di energia possibile, i telefonini continueranno a trasmettere e così vedremo ancora un Salvini litigare con un Conte oppure il duo Di Battista/Di Maio battersi contro i vitalizi. Le bufale saranno le uniche notizie davvero importanti, e quindi gli Stati dotati di bombe, presi dall’isteria popolare, sganceranno tutto il loro arsenale sul nemico dell’ultimo minuto, quello che ha ospitato un qualche presunto terrorista, oppure contro quello che lo ha criticato per le scelte in materia d’immigrazione. L’informazione in mano a tutti equivale a una continua guerra nucleare e batteriologica.

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2020-02 "Prospettiva sardina", 39° Parallelo

Le elezioni regionali in Emilia-Romagna e in Calabria ci consegnano delle novità. Intanto dopo due anni è sembrata fermarsi l’onda lunga di Salvini, quella forza fatta di demagogia social, di strette di mano e selfie, di superficialità propositiva. Forse l’onda si è fermata davanti a quel citofono di un supposto spacciatore tunisino, blandito davanti a decine di telecamere, come uno sceriffo dei telefilm americani, che da solo abbatte i cattivi del quartiere e alla fine fa vivere tutti felici e contenti. Era talmente evidente la dicotomia fra sceneggiata e realtà che anche qualche indeciso è andato a votare pur di non consegnare la rossa Emilia alla Lega Nord. (Non dimentichiamo che quel partito nato separatista e razzista governa le regioni più popolose e produttive del Nord Italia e che comunque anche in Emilia ha superato il 30% dei consensi).

Ma certamente la novità più eclatante è stato il Movimento delle Sardine, con il conseguente prosciugamento del M5S. Per la prima volta, dopo decenni, un gruppo spontaneo di ragazzi si è ritrovato in piazza per dire basta al facile populismo, allo strapotere delle fake-news. Benissimo hanno fatto a comunicare la necessità di un linguaggio nuovo, perché a volte ci sfugge, che il linguaggio è tutto. Può dare aggressività e pacifismo, può portare progresso o degenerazione, può esaltare alcune menti malate o far ragionare masse di cittadini. Il linguaggio è centrale nella nostra vita e le sardine lo hanno ricordato a tutti: e quindi hanno invitato a non votare il Salvini conquistatore col rosario in mano perché quel linguaggio tradisce pensieri primitivi e quindi pericolosi. Per fortuna c’era una maggioranza di ragazzi che volevano scappare da quel linguaggio violento ed è uscita allo scoperto. Quei ragazzi possono davvero rappresentare la spina dorsale di una nuova Italia, quella che vagheggiamo da 75 anni e non c’è mai stata. Le sardine sono i nostri figli, ben educati, studiosi, viaggiatori, europeisti per DNA, formati e consapevoli, eppure disorientati, sottopagati e spesso umiliati da chi dirige la baracca.

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