C’è un porto in Salento che ha delle specificità quasi uniche. Innanzitutto in maniera quasi naturale si è formata nei secoli una spiaggetta con una sabbia arenaria finissima mista a fossili e pietre levigate. Poi vi confluiscono una serie di sorgenti d’acqua dolce provenienti dal sottosuolo che rendono l’acqua sempre pulita, di colore specchiato e quasi bevibile, tant’è che da anni vi stazionano delle paperelle che girano, bevono e mangiano nelle sue acque.
Ed ecco la grande peculiarità: da tempo immemore quel porto è anche il luogo dei bagni estivi dei paesani (prima anche di chi conciava le pelli). Anzi, ora che i tempi son cambiati, è buono in tutte le stagioni, pure quelle più fredde. Si sta lì come lucertole a prendere il sole nelle giornate di tramontana, riparati da un costone e dalla villa fine ottocento color rosso e con le frange del castello normanno. È insomma un luogo del cuore, un posto che fa comunità e anche allegria, tra anziani che giocano a fare i bambini e bambini che vogliono imparare da che parte sta il mare. Un posto dove convivono barche e persone, uomini e donne, bambini e animali, dove insomma non è ancora arrivato il deserto totale.
Ora una serie di leggi e interpretazioni, complice anche lo stato di salute delle falesie, stanno portando alla completa interdizione del porto ai bagnanti, forse anche ai camminatori della domenica. Per Tricase Porto è la fine. Per molti tricasini significa perdere ogni contatto fisico con la propria terra e il proprio mare.
In questi giorni è nata una chat WhatsApp chiamata “Comitato bagnanti marine Tricase”, che vorrebbe trovare il modo per richiamare tutti gli Enti interessati a trovare delle soluzioni…Ci sarebbero solo si usasse il buon senso e non solo il metro delle interdizioni.
Sul Porto di Tricase, l’antico Portus Veneris, sono in procinto di pubblicare un libro che ne ripercorre la storia dall’impero romano ai tempi nostri. Ha sempre avuto trasformazioni, intrusioni, invasioni, costruzioni e distruzioni ma è rimasto sempre un Porto della comunità, fatto di persone più che di barche.
Il porto non ha più barconi di pescatori, non può ricevere grandi imbarcazioni dei ricconi del pianeta, non ha grandiosi ritorni economici sul territorio: è di una bellezza rara che dovrebbe essere vissuta in primis dai suoi abitanti.
Tra i tanti “ascolti” di questi tempi, questo segna il DNA di una città…
Fb 22 maggio 2026
Alfredo De Giuseppe