AlfredoDeGiuseppe.it

C’è una filosofia sottesa all’interno del PD che, fin dalla sua nascita, lascia perplessi. È una cosa che un tempo si chiamava clientelismo, oggi si chiama in più modi: amichettismo, affarismo, inciucio. È un atteggiamento che, in alcuni casi, viene spacciato per modernità, in altri come adeguamento alle pratiche degli avversari, per non soccombere. Certo è che questa cosa, chiamatela come volete, non ha giovato alla sinistra, né in generale allo sviluppo di una nuova visione di società. 

Un Campione di tutto questo lo abbiamo avuto noi in Puglia come Presidente di Regione dal 2015 al 2025: il suo nome è Michele Emiliano. Dieci anni pessimi sotto molti aspetti, con segnali amministrativi e politici sempre approssimativi e fintamente decisionisti. Dieci anni in cui ha vinto perché i concorrenti erano obiettivamente molto deboli (o peggio di lui) sia che fossero i Fitto, i Poli Bortone o addirittura Scalfarotto. Noi costretti a scegliere Emiliano per non andare ancora più giù, molto più che “votare il male minore”.

In questi dieci anni il buon Michelone ha tenuto completamente per sé la delega alla sanità per i primi cinque anni, poi nel 2020 nomina assessore l’epidemiologo col quale si litiga quasi ogni giorno. E con chi lo sostituisce nel 2022? con Rocco Palese, l’ex delfino di Fitto, berlusconiano dei tempi d’oro, colui che aveva impostato l’attuale assetto della sanità pugliese. 

Tant’è che si sono dilatati i tempi per visite ed esami, si è esteso il ricorso al privato, è aumentata la percezione della difficoltà nell’accesso. Aggiungi a questo quadro una endemica carenza di personale, medici e infermieri soprattutto, con conseguenti difficoltà nei pronto soccorso e un uso crescente di medici a gettone. Sono aumentati gli squilibri territoriali con differenze marcate tra province, aree periferiche e interne che rimangono le più penalizzate. Sono rimasti sulla carta o sul telefonino i tentativi di riorganizzazione (ASL, prevenzione, medicina territoriale), senza mai abbozzare o far sognare ai cittadini una trasformazione radicale del sistema. (Questo il giudizio sintetico sulla gestione della sanità pugliese che assorbe oltre l’80% delle spese regionali).

Però, mentre la Sanità perdeva colpi, Michele Emiliano trovava il tempo di fare nomine, creare nuove compartecipate, dove piazzare amici e conoscenti, vedi AQP affidata a Di Cagno Abbrescia in una logica di cooptazione trasversale che tende ad allargare il consenso ma fa perdere un filo conduttore che deve rimanere stabile (esempio acqua pubblica). Trova il tempo di creare e foraggiare enti partecipati, fondazioni e società in-house, come PugliaPromozione, Aret, PugliaCulture e via dicendo, dove amici e sodali trovano sempre un posticino in CdA o un asset importante per vivere bene.

Questo tipo di sinistra può vincere ma ha fatto molto male alla stessa sinistra. Ora il nuovo governatore Antonio De Caro tenta di smarcarsi dall’abbraccio mortale dell’amico Michele ma proprio non ci riesce. Perché il vecchio governatore proprio non vuole mollare la presa. Lui, Michelone, che sarebbe anche un giudice in aspettativa non se la sente di rientrare in Magistratura, come vuole una regola per me assurda (più corretto sarebbe che ogni giudice, da Mantovano a Emiliano passando per la Matone, si dimettessero nel momento in cui scelgono di fare politica). L’amico Antonio che pure ha un’altra sensibilità, che pure è meno propenso all’inciucio di lui, ha fatto all’inizio una cosa bellissima: ha detto a Michele e Niki che non dovevano più candidarsi, perché le stagioni hanno bisogno di nuova aria, perché era tempo di voltare pagina senza ombre ingombranti ad ogni passo. Poi ha accettato la candidatura di Vendola in AVS e di conseguenza ha dovuto promettere a Emiliano che gli avrebbe trovato una collocazione che gli permettesse di non lavorare.

Purtroppo anche De Caro è caduto all’ultimo metro e rischia di veder compromettere il suo cammino politico-amministrativo pur di mantenere la parola con un amico, pur di far pagare a tutti noi gli obbrobri di un sistema che elargisce pensioni d’oro, compensi e benefit ad ogni piè sospinto. Oggi darei un solo consiglio a De Caro: digli a Michele che le hai provate tutte ma non c’è posto in politica per lui, che potrebbe dimettersi da magistrato e andare in pensione anticipata o tornare a fare un ruolo di secondo piano in Magistratura, come previsto dalle regole vigenti dalla riforma Cartabia. Sarebbe semplice, sarebbe un gesto altamente politico. Però non lo farà, perché non è nelle corde attuali dei nostri amici di sinistra.

Quella deriva americaneggiante, tutta lobby e affari, rappresenta il Partito Democratico che non ci piace, dove c’è un perenne scambio di poltrone e di favoritismi, quello che si distingue pochissimo dalla destra, quello per il quale o votiamo con il voltastomaco o siamo costretti a battagliare.

il Volantino 2 maggio 2026                                                                                   alfredo de giuseppe