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Dal 20 al 22 marzo 2026 si sono tenuti a Torun in Polonia i Mondiali Indoor di Atletica. L’Italia è terza nel Medagliere finale con tre ori e due argenti. Bravi i nostri ragazzi, ormai stabilmente in alto nel panorama atletico mondiale.

Conosciamoli meglio questi nostri atleti.

Zaynab Dosso che ha vinto i 60 m femminili con il tempo di 7 secondi netti, è una ragazza nata nel 1999 a Man in Costa d’Avorio (Abidjan); il suo nome in arabo significa “saggezza”. La sua è una storia di immigrazione, una storia a tratti dolorosa, una storia di tanti. Quando i genitori sono partiti per l’Italia, Zaynab era una bimba di tre anni. A Man è stata affidata alle sue cinque nonne. Il nonno, infatti, aveva cinque mogli, come è possibile secondo la legge ivoriana. Solo quando aveva dieci anni raggiunse i suoi genitori in Italia a Rubiera, vicino Reggio Emilia dove scoprì anche l’atletica.

Nadia Battocletti, che ha vinto i 3000 mt è nata nel 2000 a Cles (Trentino), da padre italiano e madre marocchina, Jawhara Saddougui, ex ottocentista nel suo Paese, risiede a Cavareno (Val di Non, Trentino). Il padre Giuliano, anche lui ex mezzofondista, è il suo allenatore. Come tante famiglie italiane, i due genitori si sono separati, anche se entrambi ancora molto presenti nella vita sportiva di Nadia.

Andy Díaz che ha vinto il salto triplo è nato nel 1995 a L’Avana (Cuba), naturalizzato italiano solo nel 2023. Infatti nel luglio 2021, mentre la nazionale cubana si trova all'aeroporto di Madrid per imbarcarsi verso il Giappone in vista dei Giochi olimpici di Tokyo, Díaz abbandona la delegazione e il suo paese per rifugiarsi in Italia. Dopo un periodo difficile (ha dormito anche all’aperto), si stabilisce a Livorno dove si allena sotto la supervisione dell'ex triplista Fabrizio Donato (bronzo olimpico a Londra 2012), che lo accoglie nella propria abitazione e lo aiuta ad ottenere asilo politico. È uno dei casi più evidenti di “importazione tecnica” riuscita nell’atletica azzurra.

Larissa Iapichino, giunta seconda nel salto in lungo è nata nel 2002 a Borgo San Lorenzo (Firenze), da padre italiano, e da madre britannica, la notissima ex saltatrice Fiona May. La coppia è separata dal 2011. Larissa è una figlia d’arte, cresciuta in un ambiente internazionale e sportivo. Una predestinata.

Mattia Furlani, argento nel salto in lungo, è nato nel 2005 a Marino (Roma), da padre italiano, Marcello Furlani, ex altista da 2,27 m negli anni '80, e Khaty Seck, ex velocista italiana di origini senegalesi. Entrambi hanno trasmesso la passione sportiva al figlio, con la madre che ne cura attualmente la preparazione atletica come allenatrice. Un giovane fenomeno, puro prodotto del vivaio sportivo italiano.

Perché erano importanti le biografie delle nostre cinque medaglie mondiali? Per poter fare una serie di constatazioni socio-politiche attuali e provare ad immaginare il futuro delle nostre terre.

Innanzitutto vi è la dimostrazione plastica di come l’Italia sia già cambiata, al di là delle narrazioni suprematiste di certa politica. Un cambiamento reale, concreto, sotto gli occhi di tutti, che però continua ad essere negato, rallentato o strumentalizzato. Non è la società ad essere indietro: è spesso il dibattito pubblico a rincorrerla con anni di ritardo.

Le storie di questi cinque ragazzi medagliati sono diverse tra loro, e proprio per questo raccontano una verità scomoda: non esiste un solo modo di essere italiani. Esistono percorsi, incroci, mescolanze. Eppure si continua a parlare di identità come se fosse un recinto da difendere, una purezza da preservare. L’idea di una “italianità biologica”, religiosa e culturale non è solo superata: è semplicemente smentita dai fatti.

Lo sport, in questo senso, smaschera molte ipocrisie. Gli stessi atleti che magari da ragazzi avrebbero faticato ad essere riconosciuti come “italiani veri”, diventano improvvisamente simboli nazionali quando vincono. Finché portano medaglie vanno bene, diventano motivo di orgoglio collettivo; quando invece chiedono diritti, cittadinanza, riconoscimento, allora tornano ad essere “altri”. È un patriottismo a intermittenza, comodo e selettivo, ottimo strumento durante le campagne elettorali.

Nel frattempo, fuori dagli stadi, l’Italia reale è già un’altra cosa. In molte scuole gli studenti con background migratorio sono la maggioranza, e non da oggi. È lì che si sta costruendo il Paese di domani, non nei talk show. Eppure continuiamo a fare finta che si tratti di un fenomeno emergenziale, quando è ormai strutturale.

Sul piano normativo, poi, il ritardo è evidente. La discussione sulla cittadinanza procede a colpi di rinvii, mentre leggi come la Bossi-Fini restano intoccabili, quasi fossero dogmi. Si preferisce ignorare la realtà piuttosto che governarla. Il risultato è una contraddizione permanente: una società che include nei fatti e uno Stato che esclude nei diritti.

Si crea così una frattura sempre più evidente: da una parte un’Italia viva, mescolata, competitiva – come dimostrano anche questi risultati sportivi –; dall’altra un racconto pubblico che continua a evocare confini identitari che nella vita quotidiana sono già stati superati, dentro una mescolanza mondiale che sta avvenendo per il semplice motivo che con 10 miliardi di abitanti non poteva non avvenire.

Il punto non è più “accogliere”, parola spesso usata come bandiera o come spauracchio. Il punto è riconoscere ciò che già esiste. Riconoscere che le migrazioni non sono un’emergenza, ma una costante della storia umana, compreso Mosè, Budda e San Giuseppe. Riconoscere che l’identità è un processo, non un certificato di nascita.

Continuare a raccontare la diversità come eccezione è ormai un’operazione fuori dalla realtà. La diversità è la norma. E più si insiste a negarla, più si rischia di restare indietro, non solo culturalmente ma anche socialmente ed economicamente.

Le storie di questi atleti, allora, non sono solo belle storie di sport. Sono un promemoria piuttosto chiaro: l’Italia che vince è già diversa da quella che la politica di pancia continua a raccontare (nonostante con “Dio, Patria e Famiglia” si vincano ancora le elezioni). E forse il problema non è capire dove stiamo andando, ma avere il coraggio di ammettere dove siamo già arrivati.

E c’è poi un aspetto che riguarda direttamente il Mezzogiorno, troppo spesso escluso da questo ragionamento o evocato solo in chiave emergenziale. Il Sud Italia, e in particolare i tanti piccoli comuni che si stanno lentamente svuotando, potrebbe trarre un beneficio enorme da politiche serie di integrazione. Paesi interi che perdono abitanti, scuole che chiudono per mancanza di bambini, attività che scompaiono: questo è il vero rischio strutturale, molto più concreto di qualsiasi “invasione” sbandierata a fini elettorali. In questi contesti, la presenza di famiglie straniere non è un problema, ma una risorsa: riapre classi, mantiene vivi i servizi essenziali, rimette in moto economie locali altrimenti destinate all’abbandono. Eppure anche qui prevale spesso la paura, alimentata da una narrazione miope che preferisce il declino controllato alla trasformazione. Il paradosso è evidente: territori che avrebbero bisogno di nuova linfa umana e sociale si chiudono proprio verso chi potrebbe contribuirvi. Forse la vera sfida, soprattutto al Sud, non è difendere ciò che resta, ma avere il coraggio di immaginare cosa potrebbe rinascere.

Aprile 2026 - 39° parallelo

Alfredo De Giuseppe