La ricostruzione di ADG dei bombardamenti sulla nostra regione durante la seconda guerra mondiale fanno riflettere sull’attualità, sugli orrori globali delle guerre.
Quando sentiamo parlare dei quotidiani bombardamenti nei telegiornali o vediamo brevi filmati sui social, questi ci appaiono lontani dalle nostre vite: forse perché non li abbiamo mai vissuti sulla nostra pelle, forse perché noi, proprio noi pugliesi, pensiamo di essere stati risparmiati da simili atrocità anche durante la Seconda guerra mondiale.
Ma è davvero così? In realtà, tra il 1940 e il 1943, si verificarono due bombardamenti fondamentali e devastanti per l’andamento del conflitto, proprio nei porti di Taranto e Bari. Entrambi furono in larga parte occultati o minimizzati, seppur per ragioni diverse, ed è proprio questo uno degli aspetti che li accomuna.
Taranto, novembre 1940
Nella notte tra l’11 e il 12 novembre 1940, la Royal Navy britannica, con 21 biplani aerosiluranti Fairey Swordfish decollati dalla portaerei HMS Illustrious, attaccò il porto di Taranto, principale base della Regia Marina italiana nel Mediterraneo.
Quella notte venne duramente colpita la flotta italiana, che contava circa sei corazzate, nove incrociatori e numerosi cacciatorpediniere ormeggiati nel porto. Tre corazzate (Littorio, Caio Duilio e Conte di Cavour) furono colpite e messe fuori uso; il Conte di Cavour affondò parzialmente e non tornò mai più operativo. Le perdite italiane furono di 59 morti e oltre 600 feriti, mentre gli inglesi persero solo due aerei e due piloti catturati. In definitiva, metà della forza da battaglia italiana fu neutralizzata in una sola notte.
Quella fu la prima incursione congiunta aerea e navale notturna della storia: dimostrò l’efficacia degli aerosiluranti contro grandi navi da guerra ancorate in porto. L’attacco venne studiato attentamente anche dall’Impero giapponese e contribuì alla pianificazione dell’azione su Pearl Harbor nel 1941. Più concretamente, indebolì gravemente la Regia Marina e garantì alla Royal Navy un vantaggio cruciale nel controllo del Mediterraneo.
Alcuni gerarchi fascisti iniziarono a intuire che la guerra reale era ben diversa dalla propaganda, ma non era pensabile affrontare pubblicamente l’argomento. La stampa, rigidamente controllata dal regime, minimizzò l’evento e diffuse una narrazione lontana dalla realtà.
Il comunicato ufficiale del Ministero della Marina, diramato il 12 novembre 1940, parlava di “limitati danni a qualche unità di superficie”, di una “rapida ripresa dell’efficienza operativa” e di una “pronta reazione della difesa”. Nessun riferimento a uno dei colpi più gravi mai subiti dalla Marina Militare Italiana, che rimase per mesi incapace di schierare una vera flotta da battaglia.
Il regime impose inoltre il silenzio totale su fotografie, dettagli tecnici e responsabilità. Giornali come Il Popolo d’Italia, Corriere della Sera e La Gazzetta del Mezzogiorno parlarono genericamente di un “attacco improvviso favorito dall’oscurità” e di un “uso di mezzi non convenzionali”, senza spiegare che l’impiego di aerosiluranti lanciati da portaerei rappresentava un’innovazione storica. La propaganda si concentrò su tre filoni principali: l’eroismo della difesa (in realtà quasi inesistente, perché l’attacco colse tutti di sorpresa); il danno presentato come trascurabile e rapidamente riparabile; l’annuncio di una controffensiva italiana imminente.
La popolazione seppe ben poco nei primi giorni. A Taranto, dove le sirene non suonarono in tempo, circolavano voci drammatiche; altrove, la notizia fu percepita come un semplice “incidente”. Eppure, nei quartieri del Borgo e dei Tamburi, le esplosioni e gli incendi furono chiaramente visibili, l’odore di carburante e fumo persistette per giorni e le navi danneggiate, inclinate o semiaffondate, vennero trainate ai bacini.
Nonostante ciò, si riuscì a mantenere l’immagine di una Regia Marina “intatta” e a impedire un dibattito pubblico su errori strategici e vulnerabilità. Nei convegni ufficiali si continuò a parlare di successi imminenti che, in realtà, non arrivarono mai.
Bari, dicembre 1943
Il secondo evento traumatico che colpì la Puglia avvenne nel porto di Bari, in un contesto bellico e politico completamente diverso. Era la sera del 2 dicembre 1943, tra le 19,25 e le 19,50, quando ben 105 bombardieri tedeschi Junkers Ju 88, provenienti da basi in Grecia e nel Nord Italia, attaccarono il porto, ritenuto dagli Alleati un obiettivo sicuro e quindi poco difeso.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre, Bari era diventata un nodo logistico fondamentale per gli Alleati. Nel porto erano ormeggiate 28 navi cariche di munizioni, carburante, materiali sanitari e rifornimenti. Le difese contraeree erano scarse e non in stato di allerta: l’attacco colse tutti di sorpresa.
Furono affondate 17 navi e altre 8 gravemente danneggiate. Le esplosioni provocarono un devastante effetto domino: depositi di munizioni e carburante presero fuoco, il mare si riempì di nafta incendiata e le aree urbane adiacenti furono colpite da schegge e sovrappressioni. Le batterie antiaeree abbatterono solo due velivoli tedeschi.
Il bombardamento di Bari è uno degli episodi più drammatici e meno conosciuti della Seconda guerra mondiale. Molti storici lo hanno definito la “Pearl Harbor italiana”, non solo per l’effetto devastante, ma anche per il caos informativo legato alla presenza segreta di armi chimiche. Tra le navi in porto vi era infatti la USS John Harvey, che trasportava bombe all’iprite (gas mostarda), destinate a un eventuale uso ritorsivo nel caso di impiego tedesco di armi chimiche. Il carico era coperto dal massimo segreto: neppure il comando del porto ne era a conoscenza.
L’esplosione della nave liberò una nube tossica che contaminò aria e acqua. Molti marinai finirono in mare e, credendo di essere ricoperti solo di carburante, furono contaminati senza saperlo. I soccorritori non compresero immediatamente la causa delle ustioni, perché nessuno aveva dichiarato la presenza del gas.
Il bilancio ufficiale parla di oltre 1.200 morti, tra militari alleati e civili, e circa 1.000 feriti, ma il numero reale delle vittime, soprattutto tra i civili, potrebbe essere stato molto più alto. Molti sopravvissuti morirono nei giorni successivi senza una diagnosi corretta. Solo dopo circa una settimana, grazie al medico britannico tenente colonnello Stewart F. Alexander, si accertò che i sintomi erano compatibili con l’esposizione all’iprite.
Gli Alleati imposero il segreto militare assoluto sull’accaduto. Per anni l’episodio rimase ai margini della memoria storica, anche a causa della censura sugli effetti del gas. Solo dopo la declassificazione dei documenti, a partire dagli anni Settanta, emerse la reale portata del disastro. All’epoca, gli Alleati non volevano ammettere di aver trasportato armi chimiche in Europa, in violazione delle convenzioni internazionali, né subire ripercussioni politiche nei territori liberati. Inoltre, non desideravano far sapere ai tedeschi che gli Stati Uniti erano pronti a ricorrere a qualsiasi mezzo pur di vincere la guerra, compreso gas e “bombe terremoto”.
Una memoria che parla al presente
Le due notti di bombardamento furono terribili, ma restarono episodi isolati rispetto a una guerra combattuta per lo più in altri teatri. Basterebbe però immaginare quegli stessi bombardamenti moltiplicati quasi ogni giorno, per anni, come accade oggi in Ucraina o nella Striscia di Gaza, per intuire la portata drammatica delle bombe di ogni natura e potenza che arrivano dall’alto.
Territori e persone bombardati, poi travolti da propaganda, bugie, mistificazioni e demagogia, mentre vengono dimenticati morti, bambini, animali, i danni irreversibili all’ambiente e al mare. La guerra, anche quando sembra lontana, dovrebbe sempre essere raccontata nei suoi effetti reali e devastanti. Invece oggi appare spesso come un videogioco, come qualcosa di astratto, finché non esplode proprio sopra le nostre teste.
Perché, forse, la guerra la si comprende e la si ripudia davvero solo quando arriva direttamente sul nostro cielo azzurro.
39° Parallelo – febbraio 2026
Alfredo De Giuseppe