Giungono da più parti proteste per le condizioni del campo di Via Olimpica a Tricase (anche da squadre ospiti). Si parla spesso di adeguamenti, rifacimenti, rischi e agibilità provvisorie. Si spendono soldi inutili su una struttura che evidentemente non ha possibilità di essere rimessa a nuovo. Proprio per questo mi faccio interprete di un pensiero, di un serio progetto di abbattimento e ricostruzione, che forse ai tecnici, politici e addetti ai lavori sembra troppo radicale. Forse sarebbe stato il caso di immaginare un simile intervento attraverso i fondi del PNRR o quelli del Credito Sportivo, ma tant’è…. Del resto la bruttezza esterna ed interna, la totale inadeguatezza strutturale dello stadio tricasino è sotto gli occhi di tutti.
Ripropongo qui in forma sintetica il capitolo dedicato all’argomento, tratto dal mio libro “40 lunghi campionati” (2024):
(….) Poteva la tecnologia rimanere fuori dal calcio? Hanno cambiato anche i palloni, li hanno fatti più leggeri e colorati, pur di far notare che il calcio si evolve. Certo è un business, ma ormai non conosco molte categorie dove non vige sopra ogni cosa la regola della domanda e dell’offerta. Il famigerato MERCATO ha pervaso le nostre vite, vince ovunque e farsene una ragione, magari avendo qualche strumento critico nel proprio bagaglio, aiuta a sopportare meglio il mondo che ci circonda. Nello sport in generale contano molto i soldi, è una divagazione di massa che piace ai potenti e ai rivoluzionari. Di questo dobbiamo esserne certi: la contraddizione alberga nel nostro cervello ominide.
Altro discorso nel calcio dilettantistico. Esso ha perso consistenza in coincidenza con il potenziale aumento di spettatori virtuali, di esperti di marketing calcistico, di commenti in studi televisivi di ogni livello. Qualche decennio fa, una partita contro il Galatina, il Nardò o lo Scorrano muoveva centinaia di persone, in paese c’era un fermento legato allo “scontro diretto”, la vittoria o la sconfitta potevano migliorare o peggiorare l’umore di un’intera settimana di una comunità. Oggi ci sono pochi spettatori, ma anche pochi dirigenti, pochi appassionati e spesso molto arrabbiati. Gli Ultras, dove esistono, hanno uno scarso interesse per il risultato sportivo in sé e amano per di più la loro stessa familiarità, il loro bisogno di farsi sentire e notare, con tanto di nomi, date e simboli che poco hanno a che fare con la squadra del cuore. In questi ultimi decenni sono stati spesso in disaccordo con la società, soprattutto quando non viene attrezzata una grande squadra che vinca facilmente quasi tutte le partite.
Il Tricase Calcio in questi quarant’anni ha seguito tutte le dinamiche della società che la circondava. Ha avuto momenti di gloria e passione, e altri di depressione e chiusura. Ha visto, verso la fine degli anni ’90, la sua massima espressione, prima con il passaggio dai Dilettanti ai Professionisti e poi con la permanenza in Serie C2 per 5 campionati consecutivi. Poi una rapida discesa fino alla chiusura di società di capitali, dei sogni di gloria eterna e il nuovo inizio ripartendo dal gradino più basso. Oggi galleggia in un limbo che non soddisfa nessuno ma che evidentemente non si può facilmente superare, pur con la buona volontà di chi dirige e sponsorizza. (Anche se non mancano le polemiche tra nuovi e vecchi dirigenti, tra chi vuole un giocattolo per sé e chi vuole una grandeur collettiva. Non è questa, del resto, la deriva sociale e politica a cui stiamo assistendo a livello nazionale e mondiale?)
Se dovessi immaginare una vera rivoluzione per il Calcio a Tricase, partirei dalle strutture sportive e da una loro completa rivisitazione. Il campo di via Olimpica, ribattezzato San Vito, andrebbe completamente demolito e ricostruito con sistemi più adeguati ai tempi e magari in modo eco-sostenibile, tipo pannelli solari e acqua riciclata da quelle piovane. Le strutture immaginate negli anni ’60, spesso costruite in modo approssimativo, sono inguardabili architettonicamente, sono consunte e pericolose, difficilmente riparabili. Come nel 1964 il calcio iniziò in modo più strutturato grazie alla costruzione del Campo di Via Matine, oggi si dovrebbe mettere mano al San Vito in modo risoluto per ridare nuovo slancio ad un movimento sportivo ormai logoro, spesso relegato in una nicchia disarticolata. Se è stato abbattuto a Londra un tempio come Wimbledon, penso si possa fare anche a Tricase con il fatiscente e abbandonato San Vito.
il Voltantino, 15 novembre 2025
Alfredo De Giuseppe