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La prefazione del libro “LA MIA SALENTITUDINE” edito nel luglio 2025

Per un lungo tratto della mia vita ho pensato che il Salento fosse, come altri mille posti, il luogo fisico dove ero nato e dove svolgevo le mansioni tipiche di un’esistenza interessante: figlio, padre, imprenditore, scrittore, regista, calciatore, politico, commentatore tuttologo, criticoautocritico dell’universomondo.

Col passare degli anni ho ripensato a tutte le occasioni avute per lasciare questa specie di penisola, che poi è un’isola, divisa da due mari e dalle Murge baresi. Quando mi costringo a dare una spiegazione sul perché mi sia radicato qui fino a pensare che fossi al centro del mondo visitabile, arrivo ad una sola conclusione. Io non sono rimasto in Salento perché vi sono casualmente nato o per una scelta pratica-economica-sociale, o forse per un malinconico sentimento dell’isolazionismo, ma semplicemente, perché vi erano nati i miei avi, tutti qui, tutti nei precedenti 50.000 anni. Fragilità di quell’avverbio, semplicemente, che via via è diventato un rafforzativo. Sono nato vicino al castello di Tutino, di cui fin da ragazzo mi sentivo parte come un discendente dei soldati medievali, come un principe deposto, ma mai dimenticato. Forse a guidarmi era quell’incisione su una delle finestre del castello: “Vere principum est simulare” (Fingere è proprio dei principi). Ed io ero quel principe triste, osservatore di molte altre tristezze. 

Da qui nasce la mia salentitudine: un concetto inesplorato, misto di attrazione e repulsione, di solitudine e ricerca, di colori e sapori, di bellezza e bruttezza, del bianco e del nero. Della possibilità seminascosta e vanitosa di poter lasciare una traccia impressa nella roccia viva, da tramandare a future generazioni, che forse avranno altri geni, figli di altre follie. Una nuova Grotta dei Cervi, con segni reali eppure misteriosi, esplorati per caso, mai del tutto interpretati. Perché il mistero che è in noi possa rimanere.

30 giugno 2026

Alfredo De Giuseppe