Dobbiamo andare oltre le ricorrenze con le bandiere e i tromboni, cercando di capire gli avvenimenti, il contesto e le conseguenze, ma ciò non toglie che ricordare può essere comunque utile. Ricordo perfettamente dove mi trovavo quel pomeriggio italiano dell’11 settembre 2001. E ricordo cosa pensai appena vidi il secondo aereo schiantarsi contro la Torre Sud del World Trade Center di New York: il nuovo millennio è iniziato male, niente sarà più come prima, l’Occidente inteso come modello culturale sarà sotto attacco per i prossimi decenni. Lo pensarono in tanti, lo pensai anch’io, in autonomia, nel mio piccolo. Era il più clamoroso degli attentati terroristici, quello di una guerra non dichiarata, visto in diretta planetaria, era il primo vero scossone dopo la caduta del muro di Berlino e lo smembramento della vecchia Unione Sovietica.
Scrissi d’impulso un pezzo che qualche giorno dopo quel martedì 11 settembre uscì come editoriale del mensile “Nuove Opinioni”. Il titolo era “Il terrore che non ci deve uccidere” dove cercavo di dare una prospettiva di “pace” pur avendo ben chiaro l’accelerazione che la Storia stava subendo sotto i miei occhi (https://www.alfredodegiuseppe.it/index.php/archivio-2001/470-il-terrore-che-non-ci-deve-uccidere). Era chiaro che il mondo sarebbe entrato in un periodo di turbolenze, perché l’attentato avveniva in concomitanza con l’introduzione dell’Euro (che sarebbe avvenuto pochi mesi dopo), con le guerre sempre più regionali e al contempo globali, e sempre più cruente, vedi Afganistan e Cecenia, Congo e Angola (oltre all’eterna questione palestinese), con il commercio mondiale che stava per cambiare pelle e colore.
Era tutto facilmente ipotizzabile, tutto già in progress, tutto stratificato nelle scelte e nelle decisioni alquanto affrettate del decennio precedente di ONU, Nato, WTO, UE, Banca Mondiale e altri organismi internazionali a conduzione filo-occidentale.
Tutti avevamo la sensazione che la nostra vita sarebbe diventata più complicata. Maledettamente più complessa.
Però c’è una cosa che nessuno di noi, all’epoca, aveva previsto e ipotizzato: la nascita del complottismo come metodo politico esaltato dal futuro avvento dei social.
Comincia fin da subito il saggista francese Thierry Meyssan che scrive “L’incredibile menzogna” sostenendo che sul Pentagono, l’11 settembre, non fosse precipitato il Boeing 757 American Airlines 77, ma un missile, inviato probabilmente da Bush stesso o dalla Cia in contrato con Bush. Il libro, tipico esempio di negazionismo preconcettuale, vendette solo in America oltre 300mila copie, tradotto subito in 28 lingue. A dimostrazione che già all’epoca c’era un pubblico sempre pronto ad accogliere tesi fantasiose su ogni evento planetario. La tesi più in voga era che gli USA avessero organizzato la strage per invadere l’Afghanistan, costruire l’oleodotto Tapi e impadronirsi del petrolio in Asia. Non si voleva accettare, o alcuni fingevano di non capire, che gli USA non avevano bisogno di nessun attentato per avviare la “normalizzazione” del mondo arabo che da decenni si ipotizzava, ritenendosi ormai l’unica superpotenza del pianeta, l’unica via possibile per l’umanità intera.
Gianni Riotta su Repubblica comunque fa un rapido elenco di dietrologi professionisti: “Negli Stati Uniti la serie del 2005 “Loose Change” di Dylan Avery, spiega che le Torri son cadute per esplosioni alla base, non per gli aerei dirottati. Il filosofo David Ray Griffin pubblica “The New Pearl Harbor”, per lui nel 2001, come nel 1941, si tratta di un attacco per consolidare l’egemonia Usa, prefazione di Richard Falk, di Princeton University. Il fisico Steven Jones, invece del carburante degli aerei, evocala termite, miscela di polvere di alluminio e ossido di ferro che brucia a temperature alte, come combustibile killer delle Torri. La rete delle cospirazioni ne fa subito un eroe. Richard Gage fonda il gruppo Architects & Engineers for 9/11 Truth, elegante sigla per un labirinto di trame. Il guru di destra Alex Jones ne porta le teorie alla radio, l’attore Charlie Sheen a Hollywood, la conduttrice Rosie O’Donnell in tv”.
Da allora un susseguirsi di trasmissioni, documentari, libri e giornali, spettacoli teatrali e film, tutti pronti a dimostrare l’inverosimile, cioè che quello che era accaduto sotto le riprese televisive e le testimonianze dirette dei presenti (vivi e morti) non era vero, che l’attacco era un falso totale così come lo sbarco sulla Luna o la sfericità della Terra.
Tutte queste teorie farlocche, e altre mille, frutto di menti malate e pronte alla disinformazione globale, si sarebbero fermate ad un passo dalla notorietà se non si fossero diffusi i social in modo così rapido. Quei click e quei like che formano ormai le menti di tutto il mondo, capaci di accettare una verità inesistente negando l’evidenza piuttosto che analizzare con calma la situazione geo-politica del momento, sono lo strumento perfetto in mano ad autocrati, banditi economici, premier in cerca dell’elettorato ingenuo.
L’11 settembre, oltre a rappresentare plasticamente l’avvento del nuovo mondo, ha fatto esplodere le fantasie più pericolose veicolate attraverso strumenti in mano a pochi, ricchissimi, imprenditori hi-tech.
In quest’ultimo periodo si sprecano le ricostruzioni video con AI, destinate a nuove interpretazioni, a manipolazioni sempre più clamorose dell’unica verità possibile: una parte del mondo – soprattutto asiatico e musulmano - non accettava la supremazia culturale e militare americana e stava tentando di metterla in difficoltà con azioni mirate e diverse tra loro.
Il fatto veramente nuovo in questi 25 anni è stato l’assalto alle nostre conoscenze, alle nostre certezze, attraverso una serie impressionante di immagini e notizie false, con la crescente produzione di file che vorrebbero dimostrare esattamente il contrario di ciò che abbiamo visto con i nostri miseri occhi umani (evidentemente meno efficaci di una qualsiasi App).
L’attacco alle Torri Gemelle, all’inizio del nuovo millennio, doveva far nascere una riflessione sulle divisioni, sulle guerre, sul ruolo dell’Occidente e su quello degli Stati medio-orientali e invece ha finito per diventare un giochino idoneo per ogni fantasia. Un mondo dove nulla accade davvero, neanche i bombardamenti su Gaza o il record sui 100 mt di Bolt, dove tutto è una semplice manipolazione.
E questo, per assurdo, è il miglior modo per far vincere i cretini e l’Intelligenza Artificiale. Si immaginava che il mondo, dopo il 2001, non sarebbe stato più lo stesso, oggi si ipotizza che l’umanità possa finire inghiottita dentro le fake-news.
39° Parallelo – ottobre 2026
Alfredo De Giuseppe