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Aspettiamo fiduciosi

Da sempre le elezioni amministrative di un Comune sono inquinate da interventi esterni, provinciali, regionali, nazionali addirittura. Era già prassi nella DC degli anni settanta-ottanta dividersi i Comuni del Salento secondo le correnti interne alla DC, che allora vinceva quasi ovunque, nella logica di una “balena bianca” che tutto assorbiva e tutto digeriva dentro il mare magnum del clientelismo. Leccisi decideva a Nardò, Quarta a Tricase, Meleleo a Maglie e così via. Non sarò certo io quindi a meravigliarmi che i partiti scelgano a livello extra comunale le pedine sulle quali puntare in vista di loro interessi particolari, su uno scacchiere più vasto e più complesso, né sarò io a richiamare i “bei tempi della Prima Repubblica” perché il Sud bei tempi politici non ne ha mai avuti. Però finora mai avevo visto dei quadri provinciali, dei dirigenti altisonanti del PD scegliere apertamente un candidato sindaco non iscritto, dichiaratamente civico, in contrapposizione ad un candidato scelto dalla locale sezione del partito. Questo è successo a Tricase e lo spettacolo sinceramente non è stato dei migliori.

Infatti con questa scelta, assolutamente improvvisata e foriera di tanti retropensieri, si sono ottenuti dei risultati devastanti. A Tricase la lista del PD, al primo turno ha raccolto appena 776 voti (il 7,66%), con il candidato sindaco Vincenzo Chiuri che ha raggiunto il 19,83% con tutte le liste aggregate sul suo nome. Chiuri giungeva terzo dopo il sindaco uscente Antonio De Donno e Andrea Morciano, l’ingegnere civico sul quale aveva puntato stranamente una parte del PD, locale e provinciale.

Al ballottaggio ha poi vinto De Donno, civico di destra, e quindi tutto il PD, sia quello locale che quello provinciale, quello istituzionale e quello sotterraneo, ha perso in maniera inequivocabile.

Ormai, quando si dice PD si parla di un partito che ha smesso da tempo i panni dell’idealismo per passare a quelli molto più semplici del pragmatismo istantaneo (“dacci oggi il nostro pane quotidiano”). Un partito dentro il quale convivono molte anime, ma alcune sono anime del paradiso, già defunte, altre sono anime nere, guidate dall’unico grande scopo dei nostri giorni: un costante progettificio basato su un affarismo arruffone.

Insomma il PD si presenta oggi agli occhi dei più come un partito che si muove per bande e posizionamenti e non per ideali e buona amministrazione. Questa l’impietosa analisi, sulla quale si può aprire una sola domanda: quale futuro?

Per immaginare il futuro di un’aggregazione democratica che guardi con attenzione ai bisogni delle persone, è necessario partire da un livello nazionale, di una nuova visione del mondo. Anche a costo di andare contro certe narrazioni mediatiche, certi intellettuali e certi giornali, ormai preda quasi tutti dell’alta finanza. La stampa pura è finita, è vero, ma una presa di distanza sarebbe importante. Creare una rete di giornali territoriali legati ad alcune idee portanti potrebbe rivelarsi decisiva nel coinvolgimento delle nuove generazioni.

Per non essere ripetitivi, oggi un Partito che voglia dirsi democratico deve fare innanzitutto chiarezza al suo interno. Poi legare i propri elettori a battaglie di civiltà e progresso, senza fare molti sconti, senza ammiccare alle destre mondiali per non perdere consensi. Sull’immigrazione è necessario un piano ben chiaro, da portare avanti in ogni sede, un progetto che tenga conto con realismo e studio dell’ineluttabilità delle migrazioni, della dignità umana, delle necessità economiche e lavorative. Entrare in empatia anche con le classi produttrici, i piccoli esercenti, collaborare con loro per una nuova, più profonda connessione con il mondo circostante. Puntare sull’Europa quale formazione unitaria per contrastare le pulsioni super nazionalistiche. Avere dunque una visione più aperta, direi più europea, su scuola, sanità, lavoro. Sulle armi bisogna essere decisi e convinti: l’Italia ripudia la guerra. Quel poco di esercito che ci serve non deve diventare la priorità del nostro vivere. Gli USA, dopo 80 anni di vassallaggio, dovrebbero piano piano lasciare il nostro territorio. Noi, europei, portatori dell’illuminismo, dovremmo liberarci davvero dal loro giogo, aprirci con maggiore enfasi verso i popoli del Mediterraneo. Difendere gli ultimi, gli offesi e gli invasi, mai gli invasori. Isolare gli Stati violenti, togliere loro ogni ipotesi giustificazionista. Lottare contro i negazionisti di ogni genere, portatori di un nuovo medioevo intellettuale. 

Su queste stesse basi, (e so che ci sono), si può costruire anche un PD locale, inteso come luogo del progresso e della legalità, forse della resistenza e della sostenibilità. Si deve iniziare da un azzeramento reale, da un nuovo tesseramento, da una vera inclusione, da una visione ecologica del proprio territorio. Mentre conserviamo il meglio, ci sono nuovi alberi da piantare, nuovi modelli di progresso con una rinnovata energia. C’è tanta gente che potrebbe aiutare questo processo, ragazzi attivi e intelligenti che sono andati via per lavoro e ora vorrebbero anche collaborare ad una trasformazione delle condizioni socio-economiche del Sud: una potenziale forza intellettiva che teniamo in panchina, spesso al nord o all’estero.

C’è da costruire un partito che dimentichi per un po’ poltrone e incarichi e riprenda il suo percorso valoriale. Qualcosa che sappia unire le sane battaglie civili e le opportune battaglie socio-economiche. Perché noi abbiamo il tutto che servirebbe per vivere bene qui, per essere orgogliosi del nostro territorio, e ci vuole qualcuno che cominci a gridarlo, prendendo le distanze dai politicanti senza visione, senza sogni e senza cuore (un amore sconfinato per il denaro pubblico, però glielo riconosco!).

Sarebbe ora di ripartire a Tricase da tre persone che hanno dimostrato serietà, compostezza e idealità durante l’ultima campagna elettorale, premiati anche dalle urne come consiglieri comunali. Mi riferisco a Vincenzo Chiuri, Simone Coluccia e Giovanni Carità, tre percorsi diversi di sinistra, ma tutti coerenti e convincenti. Anche loro però devono trovare la forza di fare pulizia, di lavare le finestre, di ricominciare dalle fondamenta. Aspettiamo fiduciosi. 

il Volantino – 20 giugno 2026

Alfredo De Giuseppe