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Alcuni vocaboli entrano nel lessico comune e diventano a loro volta giudizio inappellabile di una vicenda storica o di un movimento socio-politico. A volte, invece, nella realtà il confine tra “terrorismo” e “resistenza” è labile, molto più sfumato di quanto poi venga accreditato da media, antichi e moderni. Forse si tratta semplicemente della declinazione del vincente o del perdente a farne la differenza (quanto si discosta la “democratica” Israele dai suoi nemici?). Così il termine “brigantaggio” ha per molti decenni annullato alcune verità storiche, alcune promesse mancate, le complicità ecclesiastiche, gli eccidi militari e le ipocrisie della nobiltà. Qui di seguito la Storia raccontata attraverso la vicenda umana del generale Giuseppe Govone.

 

Il fenomeno del brigantaggio post Unità d’Italia è complesso e multiforme. Fu sicuramente una forma di sostanziale e anarchica ribellione contro la miseria e le mancate riforme agrarie. Infatti i terreni requisiti alla Chiesa e quelli del demanio non furono distribuiti ma venduti a prezzi elevati, finendo nelle mani di nobili e borghesi, mentre i contadini restarono privi di terra. Arrivarono nuove tasse e fu imposto un rigido sistema di leva obbligatoria. Molti giovani videro le bande brigantesche come unica alternativa di sostentamento e sfogo contro un apparato statale percepito come oppressivo.

Ma aveva anche cause politiche, tant’è che i sostenitori del vecchio regime borbonico, molti esiliati a Roma, finanziarono e organizzarono bande armate, con il sostegno di parte del clero, che vedeva nell’Unità d’Italia un’offesa al potere temporale della Chiesa. Inoltre in alcune zone rurali il brigante era percepito come difensore dei più deboli contro un potere centrale estraneo e lontano, generando un fenomeno che mescolava rivolta popolare, criminalità comune e progetti di restaurazione politica.

La storiografia contemporanea interpreta in modo più articolato ed esteso quello che frettolosamente fu bollato semplicemente come “Brigantaggio” dal nuovo potere monarchico insediatosi nelle province del Sud Italia. Fu invece al contempo rivolta contadina, guerra civile interna, lotta ideologica e memoria identitaria, con l’apertura della questione meridionale, da allora mai completamente risolta.

Questa premessa è importante per capire il contesto e poter scendere nelle storie minime che coinvolsero il sud nelle sue dinamiche post unitarie. Storie che sono utili per andare al cuore del problema: il nuovo Stato sabauda si impose con la forza militare, le esecuzioni di massa e la diffusione di un sentimento denigratorio su tutti gli usi e costumi delle popolazioni meridionali.

Ad estrema esemplificazione, vorrei raccontare in sintesi la vicenda umana e politica di Giuseppe Govone, considerato uno dei più brillanti ufficiali dell’Esercito piemontese prima e poi di quello italiano. Nato ad Isola d’Asti fu protagonista di una rapida carriera militare che lo vide generale a 35 anni, percorse tutte le vicende del Risorgimento, partecipando alla guerra di Crimea, alle tre guerre d’Indipendenza e infine alla lotta al Brigantaggio, prima di diventare deputato e ministro (a cavallo tra il 1869 e 1870).

Fu considerato uno dei principali artefici del successo sabaudo sul brigantaggio, conducendo sistematiche azioni di rastrellamento tra le popolazioni civili, al fine di catturare, ad esempio, il capobanda Luigi Alonzi detto “Chiavone” che operava nelle valli del Lazio meridionale.

Fu oggetto, il gen. Govone, di un’inchiesta parlamentare sui metodi da lui usati, (da cui noi oggi ricaviamo qualche lampo di verità), soprattutto in relazione ai fatti che si svolsero nei pressi di Castellamare del Golfo, provincia di Trapani.

Riprendo da una ricerca di Gaetano Marabello, pubblicata nel 2011. Marabello, barese ma di origini messinesi, tra i massimi esperti italiani di Brigantaggio (deceduto nel 2020), così scriveva:

“L’eccidio noto come la Rivolta di Castellammare del Golfo si svolse tra il 1° e il 3 gennaio 1862, a seguito dell’introduzione in Sicilia della leva obbligatoria che prevedeva 7 anni di servizio - istituita il 30 giugno 1861 – che scatenò un forte malcontento tra i giovani contadini, percepita come pesante e ingiusta, poiché ricadeva principalmente sulle famiglie più povere; i ricchi – i “cutrara” – potevano esentarsi pagando una specifica tassa.

A Castellammare, i malumori culminarono in una sommossa guidata da circa 400–500 giovani capeggiati da Francesco Frazzitta e Vincenzo Chiofalo. Entrarono in città il 2 gennaio, con bandiera rossa, urlando “abbasso la leva, morte ai cutrara”. Furono assaltate e date alle fiamme le case del commissario di leva Bartolomeo Asaro e del comandante della Guardia Nazionale Francesco Borruso, entrambi uccisi perché simboli del nuovo regime.

La reazione fu immediata: il gen. Govone incaricò il collega Pietro Quintini di intervenire e usare immediata rappresaglia per far capire che il nuovo governo non avrebbe mollato. Il giorno dopo arrivarono i bersaglieri e le navi da guerra con centinaia di soldati che sbarcarono con le peggiori intenzioni.

In contrada Falconiera i soldati individuarono sette civili, li fucilarono senza processo. Morirono Marianna (o Mariana) Crociata, una donna cieca di 30 anni; il sacerdote Benedetto Palermo e Angela Catalano, una contadina di 50 anni; Angela Calamia una donna di 70 anni; Antonio Corona di 72 anni e una bambina di 9 anni Angela (o Angelina) Romano. Gli uomini di Govoni, nel corso dei rastrellamenti, giunsero a torturare il sordomuto Antonio Cappello, sicuri che fingesse l’infermità per non parlare. I metodi di Govone finirono per inimicargli gran parte degli stessi baroni siciliani (i famosi gattopardi), che avevano favorito l’azione dei Mille”.

Al fine di indurre i giovani al servizio militare, osservando che i pesanti interventi saltuari non davano frutto, il Gen. Govone, trasferito in modo permanente in Sicilia, adottò il metodo di stringere il territorio in una continua e asfissiante pressione di controlli, perquisizioni, agguati e costante vigilanza. Il metodo, integrato dall’uso di colonne mobili, portò i suoi frutti e nell’autunno del 1863 il successo si potè definire completo, avendo operato l’arresto di 4.000 renitenti alla leva soprattutto nelle zone di Caltanissetta, Agrigento (allora Girgenti) e Trapani. I controlli portarono anche al pagamento di 500.000 lire di imposte arretrate e all’aumento del “prestigio” dello Stato in Sicilia. Per questi fatti, il 18 dicembre, Govone fu promosso generale di divisione (luogotenente generale) e il 10 gennaio 1864 fu rieletto deputato nella circoscrizione di Cittaducale.

 

Il suo prestigio personale crebbe fino a diventare Ministro della Guerra. Lo fu per circa 9 mesi, fino al 6 settembre 1870, quando diede le dimissioni per motivi di salute. Pochi giorni dopo Govone partì per Cossila, località rinomata all'epoca per la sua tranquillità e per la cura delle malattie nervose.

 

Quintino Sella, suo collega Ministro delle Finanze, più volte si disse abbastanza pessimista sulla possibilità di ripresa di Govone che continuava ad accusarsi di essersi comportato tanto male nelle sue azioni militari da meritare il sequestro di ogni suo bene.  Condusse gli ultimi anni della sua esistenza nelle due case familiari di Alba e Isola d'Asti, fino alla morte avvenuta il 26 gennaio 1872, a soli 46 anni. Si suicidò, anche se per lunghi decenni la notizia venne tenuta nascosta.

 

Ora un’ultima considerazione: ci sono delle strade, delle scuole, dei monumenti intestati al Generale Giuseppe Govone, evidentemente omaggiato come integerrimo servitore dello Stato. Forse è arrivato il momento di leggere la Storia Risorgimentale con maggiore attenzione e scientificità, senza buttare tutto nel cestino, ma rivedendo certi comportamenti che già all’epoca sembrarono eccessivi, emotivi e spesso infondati oltre che criminali. Non per caso Mazzini e Co. furono messi in un angolino e contarono sempre meno nella nuova Italia che andava formandosi. Quei peccati originali non sono stati del tutto assolti né superati, nonostante il pentimento e il suicidio del generale Govone.

39° parallelo, 1 agosto 2025

Alfredo De Giuseppe