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La mia colonna del 2019/03/30

Anni fa, forse era il 2007, andai ad ascoltare dal vivo le musiche di Ennio Morricone, suonate e cantate da un’orchestra di oltre cento elementi, fantasticamente diretti dallo stesso maestro. Sui miei appunti scrissi due sole parole: genio assoluto. Un genio della musica, doppiamente genio, perché spesso ha adattato le sue sensazioni alle emozioni derivanti da scene da film, girate da altri, volute da altri. Un genio moderno, che si è adattato ai tempi, che ha considerato il cinema una grande arte, così come Mozart poteva considerare il teatro o il balletto classico. Un compositore moderno che ha adattato la sua tecnica e la sua fantasia all’evoluzione strumentistica e sonora, che ha saputo, nell’era digitale, valorizzare voci e strumenti poco conosciuti. Mi è capitato di pensare a Ennio Morricone rivedendo il film Mission con Robert De Niro (che fra l’altro è un film della violenza occidentale perpetrata ai danni degli indigeni, anche in nome della nostra religione).

Lui non è altro che il continuatore di quel genio italico che ci portiamo dentro da secoli, nonostante invasioni, guerre, dittatori, mafie e cialtronerie varie. Forse proprio per questo, come compendio di tutte le esperienze umane, partite migliaia di anni fa, forse milioni, passate dalla Grotta dei Cervi a Leonardo, fino a Pasolini e Fellini. Una grazia che ha toccato un élite di persone mischiate in mezzo a miserie, ignoranza e sottomissioni. Una grazia artistica e scientifica che ha dell’incredibile. Basta leggere il libro di Massimo Sideri “La sindrome di Eustachio. Storia italiana delle scoperte dimenticate” per rimanere impressionati di quanto siamo riusciti ad incidere nell’umanità in questi ultimi tremila anni. Musica, architettura, pittura, ingegneria, radiofonia e telefonia, e anche cinema. Una storia di invenzioni, successi e innovazioni.  Escludendo gli ultimi trent’anni, i nostri ultimi anni, vissuti dentro il vuoto del berlusconismo, non ancora pienamente descritto e storicizzato nelle sue storture democratiche, sociali, comportamentali a livello collettivo e personale. Un’ignoranza nuova, mascherata da un’informazione ossessiva, in un collegamento costante quasi perenne, come un rullo compressore, che tutto schiaccia e infine tutto nasconde. Una realtà che ha prodotto poco di tutto e quel poco conquistato con fatica immane, a costo di nevrosi e conflitti. Un mix che ha generato anche difficoltà economiche e un odio generazionale.

Siamo alla ricerca del bandolo della matassa e non abbiamo nessun punto di riferimento: la società liquida è diventata così impalpabile che ormai nessuno sa dove sta andando, minuto dopo minuto. Rimangono pochi appigli, uno è certamente l’arte. Uno è certamente Ennio Morricone, classe 1928, che dovremmo cullarcelo, tenercelo stretto, santificarlo in vita, trasmetterlo in tv, almeno a Natale e Capodanno, come un concerto rituale, sempre nuovo e disarmante. È entusiasmante sapere che da maggio 2019 a novantuno anni ricominci una serie di concerti in giro per l’Italia (e che i biglietti siano già esauriti). Perché a volte al genio si unisce anche la costanza, la voglia di non mollare fino all’ultimo giorno. Altro che pensione anticipata. C’è in lui, come in tutti i grandi italiani della storia, quella recondita e tenace volontà di continuare, di non mollare per non lasciare ancora più disarmato un popolo senza memoria e senza autostima. Lo stanno ancora facendo personaggi come Camilleri, Piero Angela e Scalfari (e, ascoltando, leggendo, riflettendo con questi novantenni si può tentare di essere orgogliosi dell’italianità).

Al concerto del 2007 andai con i miei figli, innamorati di musica e arte. Al momento dell’urlo prolungato di “Giù la testa”, emesso da una splendida soprano vestita di rosso, ci ritrovammo tutti con gli occhi lucidi. Non aveva più importanza il film, la trama, le immagini e gli attori. Contava in quel momento la piena comprensione del genio, della misura creativa dell’uomo tramandata nei secoli, di quell’alchimia immaginifica che genera attimi di felicità, della conoscenza vissuta come unica opposizione alla vita inutile, vegetale, stupida nella sua ripetitività. Perché dopo tutto nell’universo forse c’è un suono che sa di musica.

Il Volantino, 30 Marzo 2019

Alfredo De Giuseppe

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