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La mia colonna del 2019-12-07

Giuseppe Codacci Pisanelli, costituente, rettore universitario, deputato e anche ministro, nonché per dieci anni sindaco di Tricase, aveva due grandi problemi: non credeva nello sviluppo turistico del Salento (“troppo scirocco”) e aveva dei terreni sulla strada per il Porto che considerava delle ottime rendite agricole. Questi suoi due convincimenti hanno inciso notevolmente nelle scelte delle nostre contrade.

Partendo da questi assunti, agli inizi degli anni ‘50, i suoi terreni non erano in vendita mentre altre famiglie possidenti cominciarono a renderli edificabili, vendendo in modo massiccio lotti piccoli e grandi, per lo più piccoli, per case senza giardino, parcheggi e marciapiedi. Codacci non diede importanza: che si costruisse pure, purché non si toccassero Porto e Serra. Le sue idee, mascherate sempre da un atteggiamento molto english, erano le idee della DC dell’epoca, della stragrande maggioranza di pensatori, consigliori ed elettori. Si lottizzava e si vendeva in ogni dove, escluso sulle strade che portavano alle marine. I Lavari divennero un quartiere sott’acqua ma nessuno pensò di fermare la speculazione; il rione san Leonardo un reticolo di strade inferiori ai 4 metri; la zona stazione una miriade di casette, senza neanche uno spazio verde o destinato a servizi vari. E così fu costruito tutto il paese, e le sue frazioni (ancora peggio, se possibile), senza un’idea precisa, con una scarsa propensione allo sviluppo e alla bellezza. Tutti erano contenti: gli emigranti finalmente potevano farsi una casetta; gli impiegati avevano la doppia villa; gli artigiani lavoravano tutto l’anno; i pochi tecnici diventavano ricchissimi; il partito di maggioranza consolidava il consenso. Uno scempio disorganizzato e tollerato del territorio, declamato dalla classe dirigente come necessità abitativa e come motore dell’occupazione. Da lì partiva il riscatto del nuovo Sud, quello industriale e commerciale, tutto da costruire.

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2019-12 "Berlusconizzati senza prescrizione", 39° Parallelo

Il 12 novembre 2019, Silvio Berlusconi, ancora una volta, non ha parlato di fronte ad un magistrato. Si è avvalso della facoltà di non rispondere pur essendo stato chiamato come testimone dai difensori del suo sodale Marcello Dell’Utri. Per anni al timone di Publitalia, la società dedita alla raccolta pubblicitaria del gruppo (sostanzialmente la cassaforte), il buon Marcello è stato l’ideatore di Forza Italia, il partito di famiglia. Ora la magistratura vuole fare chiarezza su un paio di cosette: se Dell’Utri è stato condannato per reati connessi all’associazione mafiosa, è possibile, come rivelato da alcuni pentiti, che la nascita del partito di Berlusconi e la sua ascesa sia stata agevolata da una serie di azione criminose messe in atto insieme a potenti cosche siciliane? E una volta ottenuta la vittoria elettorale, è possibile che il governo Berlusconi abbia tentato di agevolare in qualche modo la mafia e i suoi boss in carcere?

Non sono domande risibili. In un Paese serio si sarebbe preteso da un ex Premier di sapere la verità o che almeno rispondesse alle domande. Qui invece la notizia è rimbalzata per poche ore sui Tg on-line. In serata la metà dell’informazione in mano a Mediaset non ha dato la notizia, l’altra parte in mano al centro destra ha sopito la notizia, il pezzetto di sinistra ha riportato la notizia ma ha evitato qualsiasi commento. Come al solito, come fa ormai da decenni. Eppure nel 1993, in concomitanza con l’ideazione segreta di Forza Italia, ci furono attentati che demolirono monumenti e uccisero persone innocenti e un altro, ipotizzato allo Stadio Olimpico di Roma, non si trasformò in una strage terribile per un cattivo funzionamento del telecomando.

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La mia colonna del 2019-11-30

 

Il MOSE che dovrebbe difendere Venezia dalle acque alte non si deve confondere con il Mosè biblico che invece secondo tradizione significa “colui che estrae l’acqua”. Due concezioni opposte, come se ne deduce, eppure furbescamente utilizzate per far intuire al pubblico pagante che, come le leggende della Bibbia, sarebbe nato un nuovo salvatore, un’opera predestinata dalla Storia per proteggere un gioiello architettonico dai pericoli catastrofici.

A Rigopiano nel 2017 una valanga ha investito un hotel impropriamente costruito sui detriti di una precedente valanga. Nel 2007 era stata concessa una concessione per ampliamento, piscina e centro benessere senza che nessuno opponesse problemi di opportunità ambientale.

Il ponte Morandi, arditamente progettato, costruito male e manutenuto peggio, è crollato nel 2018 dopo decine di relazioni che ne riportavano pericoli e problematicità. Relazioni poi edulcorate per continuare a sperare, fino al prossimo miracolo. Che infatti è avvenuto: domenica 24 novembre è crollato un ponte sulla Torino-Savona, senza provocare neanche un ferito.

Le costruzioni dell’Aquila, crollate nel terremoto del 2009, erano quasi tutte nate negli ultimi cinquant’anni, quando si era già conoscenza degli ottimi sistemi antisismici per evitare l’implosione di un immobile. La “casa dello studente”, dove sono morti 8 ragazzi universitari, era stata costruita nel 1965 ad uso di abitazioni private, trasformata in alloggio per studenti, ristrutturata nel 2000, senza mai avere effettuato il collaudo statico dell’immobile (che pure la legge richiede). Eppure l’Aquila era considerata una delle zone a maggior rischio sismico sin dall’antichità.

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La mia colonna del 2019-11-16

Questa è la mia colonna n.100 stampata sulla seconda pagina dell’ormai storico Volantino di Tricase. Iniziata per seguire le vicende della campagna elettorale delle Amministrative del 2017, si è poi lanciata in altre direzioni, ha girato il mondo e spesso è ritornata. Si porta da sola dove annusa le notizie, si piega e si contorce, fino quasi a sentirsi male, a operare una costante forma di terapia di gruppo. E un po’ si stanca, la colonna, poverina.

Avevo già deciso tempo fa che 100 era il numero perfetto per chiudere questa parentesi. Come al solito l’intento è quello di non ripetermi e di non annoiare il lettore. Magari da fare una raccolta e chiudere il capitolo. Del resto, nei nostri paesotti, un po’ desolati, in via di spopolamento, non si parla più di politica: al massimo si discute su una strada da fare, su un progetto inutile, sulla zona a traffico limitato. Per tutto questo è sufficiente una foto, una breve nota di servizio e tutto procede. I Comuni del Sud non possono avere più fondi di quanti ne abbiano avuti in passato (le conseguenze del federalismo nordista), non possono assumere nuove forze lavoro, non hanno risorse per cicatrizzare davvero le ferite degli ultimi decenni. I cittadini sono imballati dietro norme e tassazioni di stampo borbonico, sono ormai chiusi dentro il loro PC, che conserva memorie, contatti e amori.

Ripetere, in assenza di novità sostanziali, questi concetti può stremare chiunque, può produrre strani effetti collaterali.

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2019-11-08 MANIFESTO PUBBLICO AFFISSO OGGI IN TRICASE

Il Castello di Tutino in questi ultimi decenni è stato più volte violentato:

  • L’interno usato come lavorazione e deposito di tabacchi
    • Le più antiche e più alte mura di difesa del Salento in fase costante di crollo
    • Case nate nelle immediate adiacenze negli anni delle concessioni facili
    • Erbacce e infestanti in ogni angolo che ne minano la solidità
    • Pali della luce inadeguati alla dignità del luogo e deteriorati dal tempo
    • Muri confinanti semi-abusivi che ne bloccano il percorso complessivo
    • Insegne stradali e pubblicitarie che ne impediscono la piena visibilità
    • Abbandono totale dal punto di vista storico/turistico

ed ora, proprio ora, che la proprietà sta effettuando dei lavori di ristrutturazione e di consolidamento e che il Comune ha dato inizio alla risistemazione della piazza antistante il Castello, la stessa Amministrazione, probabilmente su sollecitazione di alcuni cittadini, intende apporre un monumento ai caduti sulla parte est, sul marciapiede all’inizio di via san Tommaso.
Un Monumento ai caduti della I e II guerra mondiale le cui lapidi sono ora all’interno dello spazio del calvario della chiesa.

Un comitato di cittadini CHIEDE all’Amministrazione Comunale di bloccare tali lavori, di lasciare le lapidi in marmo dove sono, un luogo comunque adeguato al ricordo dei soldati periti al fronte.
CHIEDE soprattutto di non deturpare ulteriormente il monumento simbolo della nostra comunità, che esso anzi divenga al più presto luogo di bellezza, ritrovo e orgoglio.

COMITATO PER LA DIFESA DEL CASTELLO DI TUTINO

La mia colonna del 2019-11-09

Geograficamente il Sud America è un continente lussureggiante, dove la natura non ha tralasciato nulla, piante di ogni tipo, minerali preziosi, paesaggi incantevoli, fiumi, montagne, spiagge, una fauna ricchissima dentro una temperatura ottimale. Politicamente, l’America Latina è sempre in crisi, senza una vera stabilità che possa mettere le sue popolazioni nelle condizioni di programmare il futuro con una certa serenità. In queste ultime settimane molte cose sono successe in quel pezzo di mondo, variopinto e bellissimo, eppure inquieto e pericoloso.

In Cile è esplosa una violenta protesta popolare prendendo spunto dall’aumento dei prezzi della metropolitana. In realtà dalla fine della dittatura ad oggi le differenze salariali sono andate aumentando, i lavoratori sentono di vivere senza prospettive di miglioramento. Come ai tempi di Pinochet, il Governo ha dichiarato lo stato d’emergenza, la Polizia ha eseguito centinaia di arresti con relative torture e sevizie. In Bolivia scioperi violenti in varie città contro la rielezione di Morales. Allo stesso modo, in Ecuador le dimostrazioni che hanno scosso il governo di Lenin Moreno hanno preso spinta dalla fine di sussidi per il carburante. In Argentina c’è una tremenda crisi economica, l’ennesima, con una forte svalutazione del peso, un’impennata della povertà reale. Il presidente Macri è uscito sconfitto dalle elezioni di domenica 28 ottobre, battuto dal peronista populista Fernandez, che avrà grossi problemi ad invertire una situazione complicata, con l’inflazione al 60% e la produzione industriale avvitata in una crisi senza fine. In Venezuela da mesi si fronteggiano in piazza, in Parlamento e in ogni dove le fazioni favorevoli al governo guidato da Maduro e quelle del suo antagonista Guaidò, il primo appoggiato da Putin, il secondo da Trump. Intanto, oltre 4 milioni di venezuelani sono fuggiti dal Paese, che era considerato una specie di Eldorado. Nel frattempo in Brasile le politiche astruse del nuovo presidente Bolsonaro stanno portando il Paese verso un baratro istituzionale, economico, ambientale (con la piena spinta verso la deforestazione dell’Amazzonia). Va segnalato inoltre che in paesi come Guatemala, Nicaragua, Colombia e Bolivia circa il 30% della popolazione vive oggi con meno di 3 dollari al giorno.

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La mia colonna del 2019-10-26

 

C’è una storia minima, una storiella di paese che coinvolge l’arte, la burocrazia, l’ignoranza, la dabbenaggine. Andiamo con ordine. Agostino Branca è un artigiano di Tricase che è più di un’impresa privata: un artista globale che ha sempre esaltato il Salento condividendo la sua arte con il mondo. In mille modi diversi, soprattutto facendo diventare la sua bottega di ceramiche un porto aperto, un centro di ritrovo per curiosi di ogni dove, dove l’accoglienza è il primo comandamento. Una modalità di intendere la propria attività che ha portato moltissime persone a sentirsi completamente a loro agio mentre il maestro e le sue allieve continuavano a lavorare, a sorridere, a inventare. Agostino, spesso a discapito del mero successo commerciale, ha investito nei rapporti, nelle amicizie, nel rispetto di ragazzi e anziani, nell’amore per la purezza del gesto.

Ho conosciuto Agostino subito dopo l’apertura del suo laboratorio a Tricase, un giovane entusiasta, preparato e un po’ ingenuo. Una persona a modo, con la quale spesso ci siamo ritrovati a condividere ideali e amicizie. Quest’estate allo scoccare dei trent’anni di attività, ha pensato di donare alla città un parco di fichi d’india in ceramica. Ha chiesto il permesso ai proprietari delle case di via Tempio, dove è ubicata la sua bottega, per riempire le loro facciate di pale verdi, incollandole con cura, cercando di rispettare i muri esistenti. Dove non era possibile le ha posizionate su legno, senza intaccare intonaci pregiati. Ha insomma vivacizzato una strada, ha riempito di colore anche le altre attività, ha fatto un’installazione artistica lunga un centinaio di metri, forse più, che ha richiamato molta gente ed è piaciuta a tantissimi. Le sue pale verdi di fico d’india hanno incuriosito perfino i cinesi che l’hanno invitato a Pechino per presentare le sue opere. Nel salutarlo gli hanno offerto un laboratorio permanente che lui potrà utilizzare a suo piacimento, nei tempi che lui stesso deciderà. Tanti attestati di stima da molti paesi europei e dagli Stati Uniti dove il nostro ha avuto varie esperienze in scuole d’arte e associazioni benefiche.

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La mia colonna del 2019-10-19

Nel 2015 nel libro “Tramonti di tramonti” raccontavo della difficile vicenda umana di Kejal, una bella ragazza curda che scappava dalla sua città perché coinvolta in un delitto d’onore, che dopo varie peripezie arrivava in Italia, dove incontrava un ragazzo di nome Luca con il quale iniziava una nuova vita. Però Kejal non resiste al richiamo della sua terra, torna in Siria per combattere insieme ai suoi fratelli, per liberare Kobane dai fanatici dell’Isis. La storia si chiude con Luca che si fa tante domande, consapevole della complessità delle questioni, senza però perdere la speranza di un ritorno della sua amata. Quel libro, così come tutti i miei libri, ha venduto una cinquantina di copie; per fortuna Pati Luceri, da Martano, che avevo invitato alla presentazione del libro, ne aveva regalato qualche copia a suoi amici curdi, ormai stabilizzati in Italia.

Lo stesso prof. Luceri, venerdì 11 ottobre mi invitava a Martano per presenziare ad una manifestazione a favore della resistenza curda, contro il premier turco Erdogan. Non tantissima gente, (non c’è mai tantissima gente quando si parla di guerre, diritti internazionali, genocidi e profughi), ma tanta condivisione, tanta necessità di conoscere e approfondire. Quando stavo per andare via, mi si è avvicinato un ragazzo con la barba e mi ha detto: “Chissà se la tua Kejal sopravvivrà  fra le strade di Kobane, mentre gli aerei turchi la bombardano e gli occidentali fanno solo proclami. Forse è già morta, mentre noi stiamo per mangiare il gelato, seduti tranquillamente davanti al bar.” A parte l’immediata emozione di aver incontrato uno dei miei lettori, ho condiviso con quel ragazzo tutto lo sgomento, lo strazio di un popolo senza terra, usato, bistrattato, definito terrorista o difensore della libertà, a seconda della convenienza del momento. A quella manifestazione c’era il sindaco di Martano, la città che due anni fa ha avuto il coraggio di dare la cittadinanza onoraria a Abdullah Öcalan, considerato terrorista sol perché era il fondatore del  Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), in lotta per l'autonomia del Kurdistan, contro i clan "feudali" che spadroneggiavano sul territorio, per l'ecologia, per l'emancipazione della donna contro il sistema patriarcale. Molti militanti del partito, già nel 1984, furono condannati a morte e solo allora il PKK iniziò una guerriglia armata che riguardava non solo la Turchia ma anche forze governative di Iraq e Iran. Nel 1999 dopo un lungo peregrinare per sfuggire alla cattura dei servizi segreti turchi, Öcalan giunse in Italia, dove sperava di avere assistenza legale e ricevere un asilo politico. Dopo 65 giorni, Öcalan fu invece convinto a partire per Nairobi, in Kenya, dove venne ben presto catturato e trasferito in Turchia. Da allora è l'unico detenuto dell'isola-prigione di İmralı. Il "caso Öcalan" fu origine di critiche al governo D'Alema, accusato tra l'altro di aver trascurato gli articoli 10 e 26 della Costituzione italiana che regolano il diritto d'asilo e vietano l'estradizione passiva in relazione a reati politici. La magistratura italiana concesse infatti il diritto d’asilo a Öcalan ma quando era ormai stato catturato e condannato. Per far capire l’atteggiamento del governo turco verso i curdi basta citare l’episodio riguardante la nipote di Öcalan:  Dilek si è candidata con il Partito Democratico dei Popoli (Hdp) alle elezioni politiche del 2015 ed è stata eletta come deputata al Parlamento turco. Nel 2018 è stata arrestata con l’accusa di incitamento al terrorismo e quindi condannata a due anni e sei mesi semplicemente per avere preso parola durante un funerale.

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La mia colonna del 2019-10-12

Le trasformazioni sociali e strutturali di una cittadina, e quindi del mondo, possono essere osservate attraverso un microcosmo, qualsiasi esso sia, purché si riesca a relativizzare i tempi storici e tecnologici. Prendo in esame per un tempo breve, dagli anni ’80 ad oggi, una dei luoghi più belli del Salento, Piazza Pisanelli a Tricase. Mi fermo dando le spalle alla Chiesa di San Domenico e guardo le attività attuali e cerco di ricordare quelle che erano presenti poco meno di quarant’anni fa. Sulla destra, fin dagli anni ‘60 era aperto il Centro Acquisti della famiglia Nardi, che tutti chiamavano “La Plastica” perché fu il primo negozio a vendere gli articoli che rappresentavano il progresso, la Moplen. Era pieno di articoli di tutti i tipi, un bazar confuso e interessante, chiuso per consunzione a metà anni ’90.  Oggi in una parte di quei locali c’è un negozio per bambini che devono vestire bene, “Brums”. Subito dopo la strada che porta a piazzetta sant’Angelo, c’è la pizzeria “Borgo Antico”. Lì c’era la casetta del benzinaio, la cui pompa a marchio Shell era sullo stesso marciapiede. Nel 1971 era stata rilevata dalla famiglia Zocco, negli anni ’80 era diventata IP e infine nel 1999 fu trasferita  sulla strada per Tricase Porto (Agip e poi Eni). Nello stesso 1999 la pizzeria era stata trasferita in quella casa di Piazza Pisanelli da Largo Santa Lucia, dove i due giovani proprietari, famiglia Nesca, avevano rilevato la storica pizzeria “Da Gino”. La pizzeria dal 2010 è gestita dal duo Emanuele&Isaia. Affianco alla pizzeria c’è oggi la “Farmacia Balboa” un drink-bar pensato nel 2013 dai premi Oscar Helen Mirren e Taylor Hackford. Fino al 2012 c’era una vera farmacia, dal 1969 di proprietà della famiglia Petrelli, trasferita poi in Via Pirandello. Subito dopo c’è il Caffè Pisanelli: un bar aperto nel 1985 da Marilena Sparasci col nome “La Cremeria”, poi trasformato in negozio di articoli da regalo e poi divenuto il bar che è oggi (con un bel ritocco effettuato nel 2019 dall’ultimo proprietario, Saverio Turco). Poi c’è la rivendita del vino “Castel di Salve” della famiglia Winspeare, aperta nel 2002. A seguire, in un seminterrato il laboratorio di ceramiche “Idem” di Ilaria De Marco.

Continuando a volgere lo sguardo verso destra vedo il “Gallone”, un pub pizzeria aperto nel 2003 dalla famiglia Elia, che ha subito negli anni vari ampliamenti e trasformazioni, fino ad una completa ristrutturazione nel 2018 in stile birreria irlandese (ora ha come sottoinsegna “Public House”). Affianco, sullo stesso rialzo che dà poi sulla strada  per il Porto, dal 2012 è attiva la creperia “Movida”.

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