• 18.jpg
  • 17.jpg
  • 14.jpg
  • 04.jpg
  • 06.jpg
  • 07.jpg
  • 13.jpg
  • 03.jpg
  • 10.jpg
  • 09.jpg
  • 02.jpg
  • 12.jpg
  • 15.jpg
  • 01.jpg
  • 05.jpg
  • 16.jpg
  • 08.jpg
  • 11.jpg
Real time web analytics, Heat map tracking

La mia colonna del 2019-07-13

In questi giorni di luglio, la statua di don Tonino Bello che era su Piazza Antonio Dell’Abate è stata traslata in Piazza don Tonino Bello, che fino a qualche anno fa si chiamava Piazza Antica e prima ancora Piazza Trieste. Una scelta che ha una sua logica, che appariva già evidente allorquando nel 1995 un apposito Comitato scientifico decise l’infelice posizione del monumento al Vescovo di Molfetta, prematuramente scomparso nel 1993. Questo fatto, di per sé piccolo, apre un leggero e delicato dibattito sulla toponomastica del Comune di Tricase.

Agli inizi degli anni ’80 fu data una certa sistematicità, i poeti tutti insieme, le città, i filosofi e così via. Non senza qualche mugugno, perché gli Illuminati, chiamati a redigere il piano, mostravano improvvisi lampi di genio e lacunose perdite di memoria. C’è infatti una serie di dimenticanze che la dice lunga sull’ideologia imperante in quel momento, mascherata da un’elitaria selezione di nomi semi-sconosciuti ai più (c’è qualcuno che conosce Antonio Maria Valsana?). Non c’è Via Marx, ma affianco a via Giovanni Gentile abbiamo via Nicola Fornelli (?) e una strada intitolata a Donato Jaja, noto soprattutto per essere il maestro di Gentile (che si era molto impegnato per “una scuola dalla cultura fascista”). Abbiamo inoltre con noi Aristide Gabelli e Ugo Spirito che ha avuto il merito di essere a sua volta un allievo di Gentile. Mancano poeti, scrittori e filosofi di prima grandezza ma in compenso c’è una strada al molfettese Pantaleo Carabellese e un’altra ad Armando Carlini, filosofo e rettore universitario, fervente sostenitore fascista, che fu introdotto in Laterza e all’Università di Pisa dall’onnipresente Giovanni Gentile.

Leggi tutto

La mia colonna del 2019-07-06

 

Molti si chiedono come sia stato possibile, dopo la rivoluzione culturale e sociale del ‘68, dopo la conquista dei diritti del cittadino e del lavoratore degli anni ‘70 e ‘80, dopo la fine del blocco comunista, dopo quello che sembrava un ridimensionamento degli antichi confini nazionali, dopo l’ingresso di una tecnologia globalizzante come  Internet, che si sia arrivati alla situazione politica attuale. Come è potuto venir fuori un Trump in America, un Putin in Russia e un arretramento globale dei diritti, del welfare, della dignità dell’essere umano nella sua interezza?

Ci saranno dei motivi politici, antropologici, economici, fantasiosi, se in questi anni sono arrivati al potere delle democrazie occidentali uomini impresentabili, da Berlusconi a Orban, passando per  Salvini e Andrej Babis, il premier della repubblica Ceca, soprannominato, guarda caso, Babisconi. In sovrappiù ci saranno dei buoni motivi se ragazzi senza nessun’idea, senza nessuna esperienza, vengano vissuti ovunque come unica speranza di salvezza delle nostre economie. Come sperare nella rivoluzione attraverso gli eroi dei fumetti.

Leggi tutto

La mia colonna del 2019-06-29

Carlo Chiuri è un uomo fortunato e quindi a due anni di distanza dalla sua elezione sfida di nuovo la sorte. Breve cronistoria della fortuna: nel 2017, per una serie di valutazioni personali e coincidenze astrali, tutti i possibili candidati del centro-destra non partecipano alle elezioni: rimane un campo aperto dentro il quale è facile tuffarsi. Diventa candidato unico del suo schieramento senza colpo ferire e senza dover promettere niente a nessuno. Dall’altra parte invece tutti sentono di poter competere e quindi ecco tre candidati sindaco della sinistra. Conclusione scontata: nel giugno 2017 il nuovo Sindaco si insedia a Palazzo Gallone, dopo aver comodamente vinto il ballottaggio con il candidato del PD, Fernando Dell’Abate. Per sua fortuna viene eletto insieme ad un gruppo di ragazzi inesperti, quasi tutti alla prima esperienza politica, in alcuni casi alla prima esperienza civile. Per elaborare al suo interno una qualche seria, ipotetica contrapposizione programmatica ci vorrà del tempo. La giunta viene formata con i più votati delle sue liste: in questo modo l’esperto Mario Turco (ora in quota Lega-Salvini) viene messo nelle condizioni di non nuocere in Consiglio, così come il più suffragato di tutti, Dario Martina (ora vicino al PD), viene relegato in quel ruolo semi-istituzionale che è il Presidente del Consiglio: insomma premiando i più votati, li ha anche imbavagliati. Sabato 22 giugno 2019, Chiuri revoca il mandato assessorile a Turco e Piccinni: forse iniziavano a formare un fronte d’opposizione politico e amministrativo?

Leggi tutto

La mia colonna del 2019-06-22

So per certo che al mondo c’è di peggio. Sono abituato a relativizzare ciò che scrivo, ciò che penso su di me, su di noi, sulla nostra Italia. Niente è assoluto e valido per sempre e in ogni regione. Niente è perfetto e la politica vive spesso di piccole differenze, di piccoli gesti che poi vanno a modificare percezioni e comportamenti. Sicuramente è peggio nascere e vivere in Yemen, dove da 5 anni è in corso una guerra, che conta già circa 70 mila morti sotto le bombe, milioni gli sfollati, una situazione umanitaria drammatica. Secondo i dati delle Nazioni Unite sono circa 90 mila i bambini morti a causa della malnutrizione. Diciotto milioni di persone non hanno accesso all'acqua e ai servizi igienici, in quello che già prima della guerra era il Paese più povero del mondo arabo. E poi, da due anni, è in corso la più grande epidemia di colera del mondo, con oltre un milione di casi segnalati: 110 mila casi di colera registrati solo da inizio 2019 e 190 morti, un terzo dei casi riguardanti bambini sotto i 5 anni.

Se fossi nato nella Repubblica democratica del Congo, uno dei paesi più ricchi di risorse della terra, la mia vita, come quella di milioni di persone, non varrebbe nulla. Massacri continui, soprattutto nelle regioni del Nord Kivu, stragi, centinaia di migliaia di morti, milioni di sfollati, bambini in gravissimo stato di malnutrizione, sacerdoti sequestrati. Eppure il ricco Congo che continua a far gola alle multinazionali (l’ultimo intervento da parte della China Molybdenum che ha acquisito il controllo della miniera di Teke dove si ricava il 65 per cento del cobalto, il più costoso minerale nel pianeta) produce milioni di sfollati, almeno otto, che tentano di raggiungere altre Nazioni. Loro non hanno tempo di chiedersi se saranno considerati migranti economici o rifugiati politici.

Leggi tutto

La mia colonna del 2019-06-08

È notizia di questi giorni che le Ferrovie Sud-Est, le gloriose ferrovie del Salento, avranno a breve delle nuove vetture e che forse saranno utilizzabili anche le domeniche. Naturalmente l’eventuale riorganizzazione, dopo decenni di scandali, debiti e inerzia collettiva, ha suscitato subito delle proteste. Infatti il 29 maggio c’è stato uno sciopero che ha coinvolto l’80% dei lavoratori che, attraverso una decina di sigle sindacali, lamentano “i turni di lavoro,  spostamento di residenze lavorative, implementazione e sostituzione dei vertici aziendali e dei collaboratori d’ufficio con personale esterno a Fse senza considerare le professionalità interne”. Ma c’è qualcuno fra i dipendenti che negli ultimi trent’anni è stato in grado di denunciare pubblicamente inefficienze, arretratezze, clientelismi e facilonerie di vario tipo all’interno del loro ambiente di lavoro? Si son mai lamentati quando lo Stato (cioè tutti noi) ha pagato per ripianare debiti di funzionamento?  Ma che Stato è quello che interviene sempre dopo ruberie e corruzione e mai prima per programmare e rendere davvero funzionale un servizio? Non sarebbe ora di fare un bel piano d’investimento, anche di lunga durata, piuttosto che turare le falle di operazioni farlocche, più volte abbondantemente denunciate? Mi chiedo ancora: i lavoratori non dovrebbero sentirsi coinvolti in ipotesi di rilancio, non dovrebbero ricercare insieme ai vertici aziendali il modo migliore per affrontare le sfide del trasporto del nuovo millennio? E i vertici aziendali non dovrebbero proporre il coinvolgimento di tutti in ipotesi di lunga durata, creando i presupposti per nuovi posti di lavoro e nuove opportunità per tutta la nostra Regione?

Leggi tutto

Se la percezione vince

Gli italiani che vivono in Europa, quelli che hanno deciso di votare, hanno una percezione della nostra realtà ben diversa da quella emersa dalle urne del 26 maggio 2019. In questa mini-circoscrizione il PD stravince con il 32%, la Lega si ferma al 18 e il M5S al 14, ma soprattutto i Verdi arrivano quasi al 10% e +Europa al 9, con la Meloni fuori dai giochi con un misero 2,5%. Tutta un’altra storia rispetto al trionfo delle destre populiste tra i votanti italiani, con la schiacciante vittoria di Salvini al 34% appena mitigata da un PD al 22. La percezione, questo è il sostantivo femminile più importante della storia politica italiana. Non i fatti, nemmeno i programmi realizzabili, neanche i risultati raggiunti, ma semplicemente la percezione della realtà. Un sostantivo che esemplifica la formazione di un pensiero attraverso soggettive visioni intuitive che il nostro cervello recepisce in funzione dell’ascolto, delle informazioni ricevute, della propaganda, delle immagini, delle bugie veicolate come verità inconfutabili, della forza dei segni del potere. La percezione virtuale da parte di intere masse come unico strumento di scelta politica è ormai un fenomeno globale, studiato e purtroppo complesso da combattere. Se un americano, mettiamo pure un semplice deputato del Texas, affermasse che c’è un problema di sicurezza sui barconi dei clandestini che sbarcano in Europa perché dal satellite ha visto un uomo con un fucile, la notizia rimbalzerebbe come sacrosanta certezza in Italia. A furia di rimbalzi su notiziari TV, Facebook, Twitter e vari, diventerebbe non solo virale, ma anche fonte di nuove apprensioni, quindi di nuove campagne per la sicurezza globale. E così via, all’infinito.

Leggi tutto

La mia colonna del 2019-06-01

Sono andato a riguardarmi il Piano Coste approvato dal Comune di Tricase. Sono previsti vari insediamenti, sui quali ci sarebbe da discutere sulla reale fruibilità, logistica, sui conti economici e su qualche soluzione innovativa. Ma qui tralasciamo per un momento questi argomenti per capire meglio alcuni presupposti che dovrebbero essere a monte di una qualsivoglia riorganizzazione del settore turistico. Della sua filosofia, della sua nuova visione. Per capire come stanno le cose, ho preso in esame una sola zona della nostra costa. Una domenica mattina sono andato al Canale del Rio per iniziare una passeggiata sugli scogli, tentando di arrivare al Quadrano attraverso vecchi tratturi, seguendo i bellissimi muretti a secco che delimitano le terre un tempo coltivate dagli scogli veri e propri. Son partito armato di bastone e di buona volontà dal Canale del Rio verso est. Mi son lasciato alle spalle la bella insenatura, foce del nostro depuratore, con il colore delle acque di un verde limaccioso e innaturale. Per un attimo il pensiero è andato verso la  certezza che in mezzo a quel verde c’è anche una percentuale della mia pipì. Mi sono incamminato, saltellando da un masso all’altro, finché non è diventata visibile una traccia di antico camminamento. Dopo circa duecento metri il percorso, seppur bellissimo, è diventato pericoloso e sostanzialmente inaccessibile, son tornato indietro, ho ripreso l’auto, rimettendomi sulla normale litoranea verso il Porto. A quel punto ho deciso di scendere verso il mare, dal lungomare C. Colombo, attraversando viottoli o vecchi sentieri, ed è qui che arriva la sorpresa. Non è possibile arrivare al mare, forse neanche vederlo, per la semplice ragione che è tutto sbarrato. Alti muri, robusti cancelli, divieti ben visibili, grossi lucchetti e anche grossi cani lasciati liberi a sorvegliare (ringhiando nervosamente). L’accesso è interdetto a chiunque, in qualunque stagione. Insomma, si è reso impossibile l’uso pubblico di una larga parte della costa, pur di garantire la proprietà privata. Dal Rio, passando per il Quadrano, fin quasi alla Rotonda non è possibile usufruire pubblicamente del mare.  Un’usurpazione di fatto, senza alcuna possibilità di accesso al demanio (dal dizionario: Il complesso dei beni appartenenti allo Stato o ad enti pubblici territoriali  - regioni, province, comuni - e destinati all'uso diretto o indiretto dei cittadini).  Vado a pagina 44 del famoso Piano Coste relativo alla zona in esame e ci trovo una semplice enunciazione di principio: “Sono, inoltre, da ripristinare e rendere fruibili le discese a mare esistenti con l’utilizzo della pietra e l’eliminazione del cemento”. Nessun accenno allo stato di fatto che rende impossibile l’uso di tali discese.

Leggi tutto

La mia colonna del 2019-05-25

Alla fine della prima guerra mondiale, le Nazioni europee si trovarono più divise che mai. Vincitori e vinti rimasero sulle loro posizioni, i nazionalismi erano più forti di ogni ragionevolezza. Anche più forti del sentimento di pietà verso milioni di morti, sacrificati invano sull’altare di una sterile espansione delle frontiere. L’acredine di intere popolazioni verso altre, portate alla miseria da un irrefrenabile bisogno di armamenti sempre più sofisticati, non poteva che condurre ad un nuovo, devastante conflitto all’interno dell’Europa. E così fu: arrivarono i populismi dittatoriali e scoppiò quella che fu definita la seconda guerra mondiale.

Alla fine di questo conflitto, qualcuno fra i governanti europei ebbe il buon senso di pensare e di scrivere: ora basta. Nacquero le Costituzioni repubblicane che sancivano ben chiaro un concetto: “si ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Magari qualcuno avrebbe voluto di più, tipo smontare gli eserciti, le armi e le divise, ma il mondo si era incamminato nella divisione geo-politica Est-Ovest (comunismo-capitalismo) e non fu possibile dare inizio ad un vera “società ideale”. Però almeno un nuovo sentimento di pace, vero e condiviso, era nato, era germogliato, su quella pianta si poteva immaginare un futuro diverso.

Leggi tutto

Una decina di volte

Ho giocato oltre 400 partite di calcio, quasi tutte su campi in terra battuta, dall’Interregionale fino alla Terza Categoria, dai 16 fino ai 36 anni. Il 90% delle partite le ho giocate con infortuni più o meno mascherati. Una lesione al muscolo femorale destro, rimediata a 19 anni, mai completamente rimarginata, poi diventata un callo che ancora oggi mi fa male all’arrivo di ogni nuova stagione. Una microfrattura al mignolo del piede sinistro che mi dava un dolore costante ad ogni corsetta, poi a catena, e di continuo, i due polpacci, che non si bilanciavano mai, così come l’adduttore destro e sinistro. Pubalgia, violente distorsioni della caviglia, infiammazione dei tendini rotulei delle ginocchia. Problemi che iniziavano alla seconda giornata di preparazione estiva e terminavano alla fine di ogni campionato. Terapie infrasettimanali per potermi permettere qualche minuto in campo, infiltrazione di intrugli magici direttamente sul muscolo malato, laser terapie, recuperi senza allenamenti, massaggi rilassanti e tante pasticche di anti infiammatori. Un inferno settimanale, durato vent’anni, senza lamentarmi quasi mai, per il semplice motivo che amavo disperatamente quella sfera di cuoio, che volevo mandare con precisione sempre dove desideravo. Bestemmiavo solo quando ero costretto a lasciare il campo durante la partita, un gesto che metteva a nudo tutta la mia fragilità, la mia inefficacia, nella palpabile delusione di tifosi e compagni.

Delle restanti partite, in quel misero 10% in cui sembravo guarito, ne ho giocate quasi la metà temendo di infortunarmi, per l’altra metà senza fiato perché non riuscivo ad allenarmi con continuità. Le pochissime partite che rimangono da questo computo, le ho vinte tutte, spesso inventando gol, assist, recuperi e geometrie. In quelle partite avrei vinto contro chiunque, forse anche contro calciatori di altre categorie.

Però, mi sembra ancora assurdo che, girando per il Salento, molta gente abbia un grande ricordo di me come calciatore per quelle pochissime volte che ho davvero giocato al meglio. Forse non più di dieci, vere, intense, bellissime partite. Ora che quella palla non m’interessa più, che peso trenta chili in più, che quasi non guardo sport in tv, a volte mi sorprendo a sognare quelle partite, un tunnel e il lancio di 40 metri, un dribbling giocando sul destro-sinistro, un tiro di collo pieno, una veronica in mezzo al campo per liberarsi di tre uomini in sol colpo. Anch’io ho voluto tenere dentro di me, in un limbo fra sogno e realtà, quella decina di partite in cui dimostravo a me stesso che sarei potuto essere quello che in realtà non potevo più essere.

Foto del 1974, 1986, 1993

Facebook – 19-05-2019

Alfredo De Giuseppe

La mia colonna del 2019-05-18

Foto del 2013 (sopra) e del 2019 (sotto)

Segnali di una certa rilevanza, alla ricerca di una comunità perduta. L’Associazione Magna Grecia Mare, nell’ambito di una serie di eventi del “Centro culturale permanente del Museo del Porto di Tricase”, ha organizzato una bella, semplice serata nelle grotte restaurate della “rena”. Era un qualsiasi  9 maggio, il chiasso estivo ancora lontano, lo scirocco impestava ogni oggetto, la luna era un soprammobile utile alla causa. Hanno cucinato tutti i cuochi dei ristoranti di Tricase Porto, ognuno ha portato un proprio piatto, dalla paparotta al risotto di mare, le persone coinvolte si son sentite parte di uno stesso progetto. C’erano anche alcuni velisti esterni, che hanno apprezzato, mangiato e bevuto con gusto. Ma il fatto rilevante era vedere ristoratori, barman e pizzaioli, in genere concorrenti fra loro, vivere insieme un momento di inclusione, con le bandiere del Montenegro, della Grecia e dell’Albania che sventolavano al vento (perenne) del Porto. Intanto un presidente come Antonio Errico arringava i presenti sull’incredibile apoteosi del Museo di Tricase Porto (cosa sulla quale nutro seri dubbi, rispetto soprattutto all’incongruenza di un nome che  nell’accezione comune ha altri significati). Ma poco importa: Tricase Porto è viva, le persone che la popolano sono attente, le persone che la frequentano, anche sporadicamente, la amano sempre di più. Il messaggio è semplice: se un posto funziona, se riesce a progettare restauri e visioni future, funziona per tutti. Il bello può coinvolgere, il brutto disperde. E non vince mai solo uno, si vince insieme, facendo squadra.

Leggi tutto