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La mia colonna del 15 Settembre 2018

Parlando di negozi… All’inizio del 1978, esattamente quarant’anni fa a Tricase, un gruppo di ragazzi rilevava un negozio di dischi e iniziava un’avventura imprenditoriale, di cui non conoscevano né limiti né potenzialità. Del resto non c’era molto da vedere e imparare in paese. C’erano tre o quattro bar, usati per lo più per giocare a carte e a biliardo, pochissimi ristoranti e una sola pizzeria. Pochi e tristi negozi di abbigliamento e una sola boutique dal nome francese. Le licenze erano bloccate: la commissione comunale che le rilasciava era in mano a vecchi commercianti, ricchi e tirchi, per lo più timorosi di perdere il loro mercato. Liberalizzazione era una parola che non si usava. La Dc prendeva il 75% dei voti, era il partito della famiglia, della conservazione e dello sviluppo. Se stavi nei ranghi, qualcosa vincevi sempre. Come quei tecnici che, intruppati nelle fila della politica per mero interesse personale, stavano già allora provando a devastare il territorio. C’era la corsa al posto fisso, statale possibilmente, che in generale significava lavorare poco e permettersi molto, quasi tutto, case, auto e ferie comprese. Una massa di impiegati che, liberata dalla schiavitù contadina, andava al mare, in montagna, apriva il circolo tennis e aspettava con ansia la TV a colori. E forse poteva comprare i dischi dei nuovi cantautori.

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La mia colonna del 8 Settembre 2018

Molto ho lavorato, molto ho riflettuto durante quest’estate. Su me stesso innanzitutto, e anche sul me stesso che scrive questa rubrica, che trascina una specie di diario di bordo, di politica e di vicissitudini: ha ancora senso? Me lo sono chiesto più volte. Anzi più volte sono stato sul punto di scrivere una mail di questo tenore: “Caro Alessandro, mio insuperabile direttore, sarà forse colpa della mia ormai storica e risaputa incapacità di essere costante, ma penso che sia meglio per tutti chiudere qui la collaborazione con il tuo giornale, che pure continuo a ritenere importante per la nostra città”. Del resto non puoi agire come un professionista della scrittura se non lo sei (perché in verità non sono professionista di nulla e ho sempre visto con ammirazione i professionisti di qualcosa), né puoi fare il ragazzino se ti cadono i denti o l’osservatore della realtà circostante se ormai sei confuso dentro un caleidoscopio impazzito.

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Da qui fino alle Ferrovie

Per quanto possa risultare stucchevole e noioso, bisogna ritornare sulla questione trasporti del Sud Salento. Dobbiamo fare un breve tuffo nel passato. Al momento dell’unità d’Italia all’estremo lembo sud-est c’erano poco più che tratturi, che collegavano i vari paesini che a loro volta erano spesso poco più che delle masserie organizzate. In ogni paese c’era il palazzo del signorotto, una o due chiese, alcune ville padronali (spesso seconde o terze case di nobili che vivevano altrove) e le case dei contadini (arte povera) che non avevano bisogno di muoversi, ma solo di lavorare dal mattino al tramonto. Questa condizione era accentuata nei paesi dell’otrantino e del Capo di Leuca. Tiggiano contava nel 1861 su 662 abitanti, Corsano su 1100, ma anche Montesano era fermo a 737 e Castro era abitata da appena 283 persone. Il Medioevo nella sua accezione negativa era ancora ben presente,  dall’oscurantismo ecclesiastico alle modalità di vita sociali e familiari, fino appunto ai trasporti che erano completamente inesistenti.

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Lavorando su un nuovo capo di Leuca

Avendo io raggiunto all’incirca la stessa età di De Gasperi quando formò il primo governo repubblicano, di Galileo quando difese le sue teorie astronomiche davanti al Sant’Uffizio e di Hemingway quando si sparò una fucilata in bocca, mi devo chiedere cosa vorrò fare da grande. Posso escludere il Primo Ministro per evidenti deficienze politiche, lo scienziato per consolidate carenze matematiche e il suicida per non aver mai usato armi da fuoco. Rimangono alcune cose, quasi tutte illusorie, diminuite nella loro portata immaginifica dopo decenni di fatiche, involuzioni, implosioni, ritardi e fallimenti. Ma l’ottimismo è l’unico modo per resistere, anche di fronte al minimalismo storico.

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La mia colonna del 28 Luglio 2018

L’estate è davvero arrivata. I media sono in ferie, pure il Volantino si fermerà per un bel po’, insieme ai talk-show e alle inchieste giornalistiche. In realtà il mondo non si ferma, da Trump che vuole ancora più muri e più armi (in un’escalation da film catastrofico), a Salvini che vorrebbe meno africani e più italiani (continuando un sogno iperrealista intriso di propaganda e disprezzo), fino a Casaleggio (?) che vorrebbe sostituire il Parlamento con la sua piattaforma on-line (e dati i tempi ci potrebbe pure riuscire). E in definitiva in estate non si ferma neanche Tricase, che anzi, come tutte le località di mare, si vivacizza, si ripopola, si moltiplica nelle sue potenzialità e nelle sue problematiche.

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La mia colonna del 14 Luglio 2018

La vicenda va raccontata, perché nella sua linearità, fotografa l’attuale situazione di Tricase, della politica in generale, delle vuote parole, slogan di moda, spesso in netto contrasto con le cose reali da fare. È noto a tutti che il ridente paese di Tricase non si è mai dotato di un piano regolatore generale. L’ultimo tentativo più o meno serio fu quello del 1960. Poi da allora ogni nuova Amministrazione ne ha promesso uno da fare con urgenza, tanto che in effetti l’urgenza è diventata quasi omissione. Nel frattempo i 48 kmq del territorio di Tricase sono devastati in ogni loro parte: le campagne distrutte da oscene costruzioni, le periferie abbandonate, le frazioni senza collegamenti con il centro, che a sua volta non ha un senso pratico dal punto di vista della viabilità e della vivibilità. Si sono in parte salvate le due marine, ma per ragioni indipendenti dalle volontà amministrative locali.

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