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La mia colonna del 2019-04-06

Dei cinque castelli di Tricase, quello più sgarrupato è certamente quello di Lucugnano. Eppure ha una sua bellezza, una sua linearità, in stile rinascimentale. È in una bella posizione, riservata ma centrale, di fronte alla chiesa e con la campagna aperta alle spalle. (Come tutti i nostri paesi senza un’organica pianificazione urbanistica, l’edilizia degli ultimi 70 anni non si è sviluppata concentricamente intorno al proprio centro storico, ma seguendo l’asse viario più importante, la statale 275 che lo attraversa). Si tramanda che il castello, meglio definito come Palazzo baronale dei Capece-Alfarano, fu costruito nel XVI secolo dalla famiglia Castriota Scanderbeg, probabilmente come ampliamento del torrione di difesa quadrato, risalente all’età normanna. Da allora rifacimenti e aggiunte, con relative brutture, tubi, infissi, e una continua divisione fra diversi proprietari delle ventidue stanze che compongono l’intero complesso. Finestre chiuse in fretta e furia con tufi improvvisati, incuria e abbandono per lunghi decenni. Per fortuna all’interno si sono salvati alcuni particolari di straordinaria arte locale come il grande mosaico raffigurante una torre merlata e alcune chiavi di volta scolpite in rilievo.

Come spesso succede, le informazioni sui nostri monumenti si fermano al momento in cui finisce l’epoca delle grandi famiglie nobiliari e feudatarie. Eppure non meno interessante appare la storia più recente: vediamo di ricapitolare brevemente. Verso la fine del 1700 all’avv. Federico Cortese di Napoli, forse come pagamento di una causa vinta, fu ceduto il baronaggio di Lucugnano, comprensivo del castello. A metà del 1800 furono abbattute le due torri laterali del castello: il materiale fu utilizzato per costruire l’adiacente Palazzo Comi. Sistema spesso utilizzato a quei tempi. Si preferiva abbattere qualcosa che si riteneva ormai vecchio e inutilizzato piuttosto che trasportare mattoni e pietre da lontano (molte chiese cattoliche sono state edificate con il materiale dei templi romani). Nel 1855, Lucugnano divenne frazione di Specchia, per poi tornare sotto l’egida del Comune di Tricase nel 1874. Mentre in quei 20 anni si andava formando l’Italia, a Lucugnano il nipote dell’avvocato napoletano, sempre chiamato Federico, si sposava con Gaetana Morrone e metteva al mondo Alessandro Cortese che si sarebbe poi sposato con Giuseppa Colosso di Lecce (figlia del barone Colosso di Arigliano). Dai vari incroci dell’albero genealogico si arriva alla metà degli anni ’50 del novecento con Vittorio Girasoli che sposa Maria Cortese, abitando per alcuni anni nelle stanze del castello. Dagli anni ’70 in poi fu abitato occasionalmente per pochi giorni l’anno, specialmente nella parte destra, resa un po’ confortevole da una discutibile ristrutturazione interna.

La parte sinistra e centrale del Palazzo è attualmente di proprietà della famiglia Frascaro di Lecce, ricevuta in eredità, sempre in asse genealogico con il primo Federico Cortese, mentre quella a destra è degli eredi Pispero, originari di Lucugnano ma residenti anche loro a Lecce (il piano superiore non è in sostanza utilizzato da nessuno e in alcune parti denota i guasti del tempo).

Nel 2008 Girolamo Cazzato, un ragazzo di Lucugnano, prese in locazione la parte centrale del piano terra, presumibilmente dove erano le vecchie stalle, la ristrutturò e vi aprì un ristorante chiamato “il castello di Momo”. Nel 2015 l’attività è stata ceduta a Giuseppe Galati di Surano, che in questi anni ha anche ripulito e utilizzato il giardino, specialmente in estate (con un ottimo menù di pesce per differenziarsi dall’eterna Iolanda).

Ci sono dei motti intarsiati nella pietra, ancora leggibili. Uno apposto su una finestra recita: Omnium rerum est vicissitudo, cioè: “Di tutte le cose avviene il cambiamento”. Sembra il motto perfetto per il nostro castello: ha subito tantissimi cambiamenti, quasi tutti in peggio. Potrebbe succedere, non foss’altro per calcolo delle probabilità, che si possa immaginare un vero cambiamento, direi un miglioramento complessivo. L’assenza di un luogo aggregante si nota anche a Lucugnano, dove i bar chiudono, i giovani sono altrove e i vecchi sono davanti alla Tv. Forse, il castello, riportato in qualche modo al centro della vita di comunità, potrebbe essere il simbolo dell’unione e della rinascita. Solo se qualcuno lo volesse, nei casi di manifesto buon senso.

Il Volantino, 6 Aprile 2019

Alfredo De Giuseppe

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