Martedì 27 Settembre 2016
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In Primo Piano
Agosto Stampa E-mail

Qualche sera fa ero a Tutino, un tempo frazione di Tricase, ora quartiere, di cui rimane il Castello col fossato, la chiesa e il suo parroco, un’Associazione attiva e un bar che apre e chiude da almeno dieci anni.
Lì sono nato, sono in grado di notare le differenze: dove c’era una casa e un bel giardino aperto ci sono ora quattro case, oserei dire palazzi. I proprietari, d’accordo o in disaccordo fra di loro, hanno alzato muri tali da sembrare una prigione volontaria: nessuno parla più con nessuno. Le case a corte che predisponevano al confronto, al litigio, al dialogo, all’amore, al sesso e alle rivendicazioni sono state tutte abbattute, non c’è più traccia di amore, sesso e dialogo mentre rimangono litigi e rivendicazioni. Non sono un nostalgico tout-court ma l’altra sera ripensavo a quelle sere d’estate con le mie nonne, seduto sul limite della strada: con un gesto semplice si radunavano i vicini, si rideva di tutto e la vita sembrava davvero avesse una leggerezza inossidabile. Nelle sere di pieno agosto, si andava a letto dopo mezzanotte ed era già festa, senza fare niente di più che aspettare la brezza notturna. Mentre osservavo le rovine edilizie, cercavo di intuire i piaceri reconditi del progresso, guardavo le persone aggrappate allo smart phone e veleggiavo fra Blade Runner e le lenzuola tessute di notte dal telaio di nonna Antonietta.

agosto 2016 alfredo de giuseppe

 
Le Ferrovie come un disastro Stampa E-mail

Due recenti avvenimenti incentrati sulle Ferrovie pugliesi impongono delle nuove riflessioni intorno ai trasporti, alla sostenibilità complessiva dei movimenti di persone e merci. Il 12 luglio due treni delle Ferrovie del Nord Barese si scontravano sul binario unico Andria-Corato, provocando la morte di 23 persone e il grave ferimento di altre 50. Il 25 luglio la Procura di Bari chiedeva il fallimento delle Ferrovie Sud Est avendo scoperto un debito complessivo di oltre 300 milioni di Euro, rivenienti quasi tutti da una gestione fatta di sprechi, super stipendi e consulenze d’oro. Questi due fatti, per quanto distanti nella dinamica, vanno accomunati sia per il breve lasso temporale che li divide, sia per le vicende storico-burocratiche che li hanno condizionati.

Nel trattare il problema del trasporto nei nostri territori bisognerebbe fare una piccola digressione storica non dimenticando che già nel 1910 le Ferrovie Sud Est avevano completato le opere principali diventando motore di sviluppo oltre che un fiore all’occhiello di tutto il Sud. La rotaia partiva da Lecce e come una circolare, attraversava il Salento e lo collegava nelle sue principali direzioni. Si trasportavano cose e animali attraverso numerosi treni merci (alcuni con destinazione Nord Italia) e soprattutto persone, lavoratori, studenti che potevano finalmente abbandonare muli e cavalli ed entrare nella modernità. Nei decenni le innovazioni sono state lentissime e di scarsa vivacità. Un binario morente. Se immaginiamo i progressi dell’auto dal 1910 ad oggi, possiamo più facilmente renderci conto di quanto colpevole abbandono ci sia stato intorno alle Ferrovie regionali. Ancora oggi parte un treno su binario unico con il semplice gesto della paletta del capostazione: basta sbagliare una sola volta nella vita e la tragedia è già compiuta. Treni vecchi e sporchi, fino a pochi anni fa ancora con locomotive Diesel acquistate nel 1940 e nel 1957, con passaggi a livello manuali e pericolosi oltre ad una scadente manutenzione generale. Non tirerò qui un pistolotto sulla vulgata oggi in voga della corruzione dei pochi contro l’onestà del popolo indifeso. Quando accadono cose come queste, perdurate decenni, le colpe sono molto generalizzate, anche se le responsabilità ben precise non mancano. I politici ed amministratori di ogni sponda hanno preferito cavalcare l’onda del mezzo privato o al massimo del trasporto su gomma facendo proliferare decine di società private senza mai porsi davvero la questione di un progetto complessivo, senza valutare la potenza e la facilità del trasporto su una piccola ferrovia. Il sindacato ha chiuso tutti gli occhi e gli orecchi purché si conservassero i posti di lavoro: l’efficienza non ha contato nulla. Gli utenti si sono limitati ad una lamentela da bar o al massimo da facebook, senza mai capire davvero cosa succedeva sotto il culo della loro traballante poltrona verde. Per tutti gli altri elettori e cittadini semplicemente il problema non esisteva, il boicottaggio del mezzo pubblico, con tutto quello che di sottofondo ci poteva essere, era come lo scirocco autunnale, perfidamente ineluttabile.

Così capita che un viaggiatore arrivi a Lecce e voglia proseguire per il Sud Salento in treno: deve fare una ricerca estrema per trovare la biglietteria delle Sud Est, posta al confine della stazione, dove un operatore disattento e spesso maleducato non sa da quale binario parte il treno, forse dall’ultimo, e se arriva direttamente a Gagliano del Capo o si ferma per un cambio a Zollino, da dove si riparte senza sapere con precisione l’orario perché bisogna attendere la coincidenza da Gallipoli e poi bisogna vedere che tipo di locomotore è disponibile perché ogni treno può avere velocità diverse e infine se c’è troppa afa potrebbe fermarsi in mezzo alla campagna e attendere i soccorsi fra grilli e uliveti.

E così capita che in mezzo a tutti questi disagi fantozziani, a questa maledizione chiamata genericamente corruzione, ma che io amo definire l’arroganza dell’indifferenza, nel 2008, nella mia Tricase, vedo all’improvviso l’inizio di lavori per la costruzione di insulse e bruttissime barriere antirumore. Mi informai velocemente: erano stati stanziati decine di milioni di euro per progettare e realizzare (con tutto il contorno di stravaganti consulenze) delle barriere alte quattro metri di legno e pietraia. Feci immediatamente una denuncia per spreco del pubblico denaro, deturpazione del paesaggio e inquinamento ambientale. Sostenevo che tale opera fosse inutile perché i treni in oltre cent’anni non avevano mai disturbato il sonno di nessuno per il semplice fatto che nei pressi della stazione viaggiavano a non oltre 20 km all’ora, mentre una tale opera avrebbe certamente deturpato la visione di una stazione che in definitiva aveva anche un che di romantico. Naturalmente, benché rendessi immediatamente pubblica la denuncia, nessuno sentì il dovere di condividere né di approfondire. Dopo qualche mese il PM mi notificò il non luogo a procedere perché il fatto non sussiste in quanto le barriere nascevano proprio per limitare gli inquinamenti nel loro complesso. Oggi quel monumento dell’assurdo sta già per crollare, con il legno che marcisce e le pietre che rotolano giù.

Conclusione del tutto (all’italiana): il socio unico delle FSE, il Ministero dei Trasporti, in data 29 luglio 2016 ha deciso di fondere questa bellissima società con le Ferrovie dello Stato, evitando dunque il fallimento, pagando (forse) i debiti con le nostre tasse, salvando di fatto le ruberie degli ultimi venti anni, lasciando che le cose si modifichino nella forma per non cambiare nella sostanza.

39° Parallelo - Agosto 2016                                               alfredo de giuseppe

 
Ad Otranto, nella nuvola Stampa E-mail

Qualche giorno fa ero a Otranto. Ero lì per lavoro, dovevo recarmi al Comune, la cui sede è proprio vicino alla Cattedrale. Già alle nove del mattino era caldo, il caldo afoso di luglio. Ero vestito come tutti i giorni, mentre intorno a me c’erano solo uomini in pantaloncini corti, donne in comode vestaglie pre-mare. Sono entrato nel Municipio, sono stato veloce, dopo pochi minuti ero di nuovo sotto il sole. Il parchimetro mi aveva fregato un euro, avevo ancora un po’ di tempo. Ho deciso di entrare nella chiesa, volevo rivedere dopo un po’ di anni il mosaico dell’albero. Ho letto dall’apposita bacheca che la Cattedrale è intitolata a Santa Maria Annunziata, mentre nella mia ignoranza religiosa pensavo si chiamasse “dei Martiri”. Lì ho visto decine di persone intente a fotografare e lì ho percepito quante cose non sono più attuali, quante cose sono ormai inutili. C’erano persone con piccole o grandi reflex che chiaramente non avrebbero realizzato nessun scatto memorabile, ma loro imperterriti continuavano a pigiare sul pulsante della loro digitale. Fotografare un mosaico è impresa complessa, fare una bella foto è ancora più difficile. Loro, uomini e donne oltre i sessanta avevano il lor cliché da rispettare, la macchina a tracolla, aria interessata, costumino da bagno ben visibile in controluce, i fiorellini sparsi dappertutto, sulla testa, sugli orecchini, sulle camicie e sulle biciclette. Mi chiedevo: ma non sanno queste persone che esistono delle belle foto professionali di ogni monumento, di ogni chiesa, di ogni pietra ormai? Cose desuete, ormai, come un Compact disc o un disco su vinile, oggetti da collezione, non più d’uso quotidiano, tutto propeso al virtuale, al cloud, alle nuvole che si addensano e si dileguano con velocità impressionante, come il rullo di un facebook. Quelle donne e quegli uomini, ai quali io probabilmente appartengo, si sentono vivi eppure sono fuori dal rullo dell’attualità. Le loro abitudini sono ormai in via d’estinzione. Probabilmente anche la modalità vacanza ha mostrato tutti i suoi limiti. Vedevo quelle persone affannate, senza sorriso, sempre più assenti eppure avvolte nel ruolo di vacanzieri forzati, di quelli che non si perdono un evento, una sagra o un concerto. Nel vuoto di un girovagare senza approfondimento.
Cosa sarà il futuro non lo so, non lo vorrei sapere, ci sarà da intuirlo giorno per giorno, nei prossimi decenni, così forieri di novità tecnologiche e antiche oppressioni, tanto da evidenziare costanti dicotomie collettive, distacchi cerebrali di una certa entità. Questo pensavo in quei brevi momenti osservando l’albero della cattedrale di Otranto, non sapevo perché, non avevo idea da quale ancestrale cellula derivasse tale pensiero nichilista. Ero lì, in una breve pausa di una normale giornata di lavoro, senza uno scopo preciso e senza nessuna idea da diffondere nel mondo. 
Era il 14 luglio 2016, quella sera, a Nizza, un uomo franco-tunisino alla guida di un tir avrebbe ucciso 84 persone, ne avrebbe ferito altre centinaia, compreso tanti bambini. Capire è sempre più nella nuvola cangiante, sempre più pensiero volatile, sempre più doloroso.

alfredo de giuseppe

 
DUSTIN SUPERMERCATI Stampa E-mail

In questo sito artistico/giornalistico che pure porta il mio nome, quasi mai ho pubblicato notizie riguardanti mie vicende personali o lavorative. Faccio un’eccezione riportando la pagina apparsa sul “Quotidiano di Lecce” del 1 luglio 2016 che parla dei DUSTIN SUPERMERCATI. È un modo anche per rispondere ai tanti amici che di tanto in tanto mi chiedono: ma aldilà di scrivere qualche stupidata (virtuale ormai), cosa fai ora nella vita reale? Ecco, con questa pagina chiarisco al meglio cosa faccio per vivere: creo attività che in qualche modo spero si avvicinino ad una sintesi delle mie esperienze.

"Si scrive Dustin supermercati, si legge salentinità a 360 gradi. Il rivoluzionario format di supermercati del territorio targato Alfredo De Giuseppe è approdato nella Terra dei Mari a novembre scorso, frutto di una precisa analisi di mercato e pronto a innovare il rapporto tra produttori locali e distribuzione al dettaglio. Una formula inedita, quella dell’imprenditore salentino, e basata su un’esperienza consolidata sul campo che dura da 4 decenni e su una conoscenza capillare del territorio.

A oggi, sono sei i punti vendita Dustin, ma l’ambizione concreta è quella di estendere il format in tutto il Salento: la prima sede è stata Miggiano, in cui risiedono anche gli uffici direzionali dell’azienda, poi Castro, Otranto (Conca Specchiulla), Martignano, Borgagne, Cocumola di Minervino.

Qual è la novità dei negozi Dustin? Essa risiede nel fatto di saper coniugare la varietà e la completezza del grande supermercato con la particolarità e la ricercatezza del prodotto locale e a chilometro zero. Un supermercato di terza generazione, in cui contano il risparmio, la qualità, ma anche il rapporto umano con il cliente e la consapevolezza che i prodotti locali devono avere sempre maggiore spazio sugli scaffali. Un concept vincente per vari motivi: perché i prodotti del territorio sono di qualità superiore rispetto a quelli industriali, perché sono più genuini, perché sono più buoni ed etici.

I cavalli di battaglia del nuovo format? Innanzi tutto, una dimensione del negozio a misura di quartiere, con locali di ampiezza inferiore ai 250 metri quadrati: tutto a portata di mano e ben visibile, proprio come se si andasse nella cara vecchia salumeria di fronte a casa. Un reparto orto-frutta composto esclusivamente da materie prime salentine, di cui viene riportata, sempre e comunque, la provenienza. Come i fagioli di Zollino e le angurie di Nardò. Un angolo della panificazione ampio e completo, che racconta una tradizione territoriale artigianale e di qualità: dai tarallini alle frise, dai biscotti alle crostate della nonna, per finire con il pane fresco, sono tutti prodotti selezionati personalmente da Alfredo De Giuseppe, che ha instaurato un rapporto diretto e costante con tutti i produttori locali. Di grande rilievo anche l’angolo delle farine, adatte alle esigenze di tutti e di provenienza biologica.

Ma non si tratta semplicemente di prodotti locali: attraverso l’invenzione della linea “Noi e il Salento”, Dustin garantisce la qualità di tutti gli alimenti che ne fanno parte, come le pregiate conserve di pomodoro e i gustosi e originali paté di verdure. E anche la selezione di vini presenta una varietà legata quasi esclusivamente ai vitigni autoctoni, senza disdegnare, però, i più famosi brand nazionali. Una sintesi perfetta, insomma, tra il top di gamma di ogni settore merceologico e la possibilità di risparmiare nella sicurezza di ciò che si compra.

La nuova sfida è all’insegna del glocalismo spinto, accogliendo le tipicità anche di altre regioni e province italiane.

Finora, sono 20 i produttori locali che hanno aderito alla sfida lanciata da Alfredo De Giuseppe: ora il sasso è stato lanciato nello stagno è la rete è destinata ad allargarsi."

Serena Costa

INTERVISTA

Alfredo De Giuseppe non è un nome qualsiasi nel campo della distribuzione alimentare del Salento e del sud Italia. Dapprima socio e collaboratore del gruppo Cedis di Gianfranco Marrocco, con il quale partecipa all’apertura del primo centro commerciale pugliese a San Cesario a Lecce (Ipergum), poi nel 1992 creatore della prima organizzazione di hard discount di tutto il Sud Italia. Il marchio Aldes Discount divenne sinonimo per almeno due-tre anni del risparmio, quando ancora nessuno aveva ipotizzato un grande sviluppo di questo format. Furono create diverse società in tutto il sud Italia, dalla Calabria al Lazio, fino poi alla cessione a Eurospin, che in effetti arrivò nel mercato del discount almeno un anno dopo Aldes (acronimo di Alfredo De Giuseppe). Dalla fine degli anni ‘90 in poi, ha collaborato con il gruppo Tatò Paride spa di Barletta, creando a Tricase un bellissimo parco commerciale, il Centro Lama. Ora si rimette in gioco alla grande con una sua nuova personalissima creatura: Dustin Supermercati. Imprenditore, ma non solo. La sua passione per il giornalismo, la scrittura e la scenografia raccontano di un uomo che sa dosare la sua creatività in vari ambiti, con un unico filo conduttore: la conoscenza profonda del Salento e il desiderio di far crescere il proprio territorio mettendoci la faccia.

Alfredo De Giuseppe, può tratteggiare le linee portanti del suo nuovo progetto?

Le considerazioni di base che mi hanno convinto a riprovare una nuova “avventura” imprenditoriale sono essenzialmente tre: il centro commerciale, per come lo abbiamo conosciuto in questi ultimi trent’anni, è in seria difficoltà; nei paesi più piccoli c’è ancora spazio per supermercati inferiori a 250 metri, che però non siano banali rivenditori di servizio (il pane, il latte, la pasta); manca una catena di supermercati centrata sui prodotti salentini e sui micro-produttori della nostra terra.

Il nuovo progetto sarebbe una sorta di supermercato con soli prodotti salentini, anche freschi?

No, abbiamo pensato che chiudersi nel solo localismo avrebbe portato questi negozi verso una nicchia di amanti del chilometro zero e dell’artigianalità dei prodotti, ma avrebbe allontanato la massa di clienti che comunque è abituata alle marche nazionali e ai prodotti pubblicizzati.

La vera sfida, dunque, è fare sintesi tra questi due target apparentemente contrapposti?

Sì, una sfida alquanto complessa, ma stimolante e utile. È inutile pensare di non vendere in un supermercato il detersivo pubblicizzato in tv, ma cerchiamo di convincere il nostro consumatore che può utilizzare le marmellate prodotte artigianalmente invece della confettura discount. Si può mangiare un’ottima pasta al sugo utilizzando tutti prodotti salentini, dall’olio alle spezie fresche. E poi i nostri taralli, i nostri panificati non hanno niente da invidiare nel mondo.

Com’è il rapporto con i produttori locali?

In generale direi che è ottimo, però va tenuto conto che ogni novità crea disorientamento. All’esterno dei nostri negozi c’è un grande cartello che recita: “Sei un produttore locale? Qui e ora puoi proporci i tuoi prodotti”. È una rivoluzione che spiazza, in quanto molti dei piccoli produttori, per entrare nei circuiti della distribuzione organizzata, avevano difficoltà perfino a fissare un appuntamento con il buyer aziendale. In ogni caso, ogni giorno visioniamo nuovi coltivatori, caseifici e produttori delle prelibatezze salentine.

Qual è la definizione giusta per la sua catena? Si tratta di negozi tradizionali o di supermercati di terza generazione?

Dustin vuole essere un mix di tecnologia applicata a tutte le fasi organizzative (in questo senso un grosso aiuto sta venendo dalla software house “CV Sistemi” di Lecce), dagli ordini alle statistiche di vendita, ma anche una semplificazione del rapporto con il cliente e con il fornitore, dentro una dimensione umana e senza scivolare nel super lusso.

Perché ha iniziato questo nuovo progetto da una serie di piccoli comuni, come Borgagne, Martignano, Castro, Miggiano o addirittura da frazioni?

Ci siamo detti: iniziamo da dove è più difficile, da quei posti in cui la distribuzione non va con dimensioni estreme e comunque dove diventiamo da subito un piccolo fenomeno commerciale senza esasperare l’investimento.

Qual è il suo sogno rispetto a Dustin?

Vorrei che diventasse un marchio riconoscibile. La nostra insegna è “Dustin Supermercati - Il meglio dal Salento”. Ecco, ora lo immagini come un brand visibile in ogni parte d’Italia e intuirà su quali concetti ci stiamo muovendo. I miei collaboratori sono fantastici e ci credono più di me.

Il tutto senza contributi o finanziamenti?

Non è nostra abitudine chiedere finanziamenti statali. Devo solo apprezzare che il Banco di Napoli ha condiviso il nostro progetto e ci sta adeguatamente supportando.

Cos’è, in poche parole, Dustin?

È la sintesi di una visione etica e coerente del nostro territorio.

 
L'ultima frontiera dell'acqua Stampa E-mail

La storiella dell’acqua pubblica e dell’acqua privata è davvero paradigmatica dell’epoca che stiamo vivendo sotto l’aspetto economico, sociale e politico. Andiamo con ordine: nel 2009 il ministro Ronchi del governo Berlusconi presenta un disegno di legge che prevedeva per la prima volta l’ingresso dei privati nella gestione dell’acqua pubblica, quella dei rubinetti per intenderci. Sembrò a quasi tutti noi che si volesse creare una logica di profitto anche su beni inalienabili come possono essere l’aria e l’acqua. Come avviene da decenni siamo disponibili a pagare i costi di trasporto e manutenzione dell’acqua, sottraendoci però al pericolo di una gestione pericolosamente privata. C’è da aggiungere che negli ultimi decenni, come tutte le cose gestite da enti pubblici, in queste società si addensavano perdite colossali, corruzione, e tutti i difetti che ben conosciamo, specie quando risultano associati a interessi politici/elettoralistici. Quindi nascono dei movimenti per la difesa dell’acqua come bene pubblico, si arriva al referendum del giugno 2011: si reca alle urne il 56% degli elettori che bocciano il decreto con una percentuale pari al 95%. Va ricordato che tutti i partiti allora in Parlamento presero le distanze dal referendum, nella speranza dell’astensione di massa.

Con la solita e silenziosa procedura parlamentare cominciano a piovere disegni di legge che con altre parole, con altri aggettivi (la lingua italiana è perfetta per camuffare una legge) mirano a reintrodurre il concetto di fondo che il referendum aveva bocciato: la privatizzazione dell’acqua. Questo succede all’interno del dibattitto su una legge che dal 2011 ad oggi sta cercando di formulare un quadro normativo che regoli il settore in funzione del risultato del referendum. Prova ad ostacoli che risente delle operazioni lobbistiche, delle forzature di soggetti terzi, da sempre interessati all’affare acqua. Ad esempio il PD presenta un emendamento alla legge in discussione per rendere la gestione pubblica del servizio idrico non più obbligatoria ma “prioritaria”. Potenza di un aggettivo, ne basta uno solo, per modificare la volontà popolare, perché in definitiva il concetto di “prioritario” è facilmente aggirabile con esigenze di tutti i tipi. La discussione di codicilli e vari è ancora in corso e probabilmente ne verrà fuori la solita legge che enuncia principi grandiosi e poi lascia aperte tutte le possibili soluzioni. In ogni caso l’acqua sarà un bene pubblico, ma il suo trasporto, il complesso della sua gestione potrà essere affidata a terzi, con risultati che saranno sotto gli occhi di tutti: una disparità assurda per un bene primario fra regione e regione, fra Comuni ed enti diversi, una giungla che porterà inefficienze e ingiustizie. Non c’è più il coraggio di normare almeno per tutta l’Italia con un unico regolamento un bene considerato dalle Nazioni Unite come inalienabile per ogni singolo uomo della terra.

Del resto, se posso azzardare un esempio, il petrolio e il gas sono dei beni insiti nel pianeta Terra: ben diversa sarebbe stata la recente storia dell’uomo se anche i beni fossili fossero stati considerati dai legislatori di tutto il mondo patrimonio comune e non prodotti di sfruttamento per pochi soggetti privati. Oggi forse sul nostro pianeta avremmo meno disparità, più giustizia sociale e meno guerre. Anche l’acqua si presta a questa nuova visione spartitoria e non è un caso che in Italia i soggetti maggiormente interessati all’affare siano società già da tempo quotate in borsa come ACEA, HERA, A2A, ENI. Che succederà quando l’acqua in linea di principio sarà di tutti, ma i tubi saranno di pochi? È un problema serio che dovrebbe essere affrontato in maniera tecnica e approfondita, lasciando confinate ai margini le ben note valutazioni demagogiche del momento. Sarebbe il caso di ritrovare i movimenti spontanei del 2011, farsi risentire e creare una proposta che vada nel senso delle decine di Forum mondiali tenuti sotto l’egida dell’ONU le cui conclusioni sono sempre le stesse: 1) esclusione dell’acqua dalle leggi di mercato come imposto dall’OMC, TLC e dagli altri accordi internazionali sul commercio e investimenti; 2) riscattare e promuovere la gestione pubblica, sociale, comunitaria e integrale dell’acqua; 3) ritenere come illegittime tutte le richieste di profitto e indennizzazione delle società di gestione e delle multinazionali.

L’acqua, l’elemento che ha dato vita alla nostra Terra, il composto chimico più romantico che la natura abbia mai creato e, per dirla con le parole di Melville in Moby Dick, “come ciascuno sa, la meditazione e l’acqua sono sempre congiunte…Perché gli antichi Persiani consideravano sacro il mare? Perché i Greci gli assegnarono un dio a sé? Certo tutto questo non è significato da poco. E ancora più profondo è il senso della favola di Narciso che non potendo afferrare la tormentosa, dolce immagine che vedeva nella fonte vi si immerse e annegò. Ma quella stessa immagine anche noi la vediamo in tutti i fiumi e oceani. È l’immagine dell’inafferrabile fantasma della vita, e questa è la chiave di tutto”

39° Parallelo - Giugno 2016                                                            Alfredo De Giuseppe

 

 


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