Sabato 01 Agosto 2015
Sei qui: Home

Simplyme - Youtube

I miei video su YOUTUBE

News image

Da questa pagina potrete accedere ai trailers dei miei film e ad altri piccoli video pubblicati su YOUTUBE

In Primo Piano
Dal 1935 una dura eredità Stampa E-mail

Nel 1981 avevo letto con interesse e curiosità “La rivolta di Tricase” di Salvatore Coppola con l’importante contributo di Gennaro Ingletti. Nel  2001 ne facevo un breve riassunto nel mio “Ore 8, sotto l’orologio” che in definitiva è una poetica descrizione del luogo dove è avvenuta la sommossa. In questi giorni, sempre da cittadino curioso non certo da studioso, ho letto il nuovo libro sull’argomento, pubblicato da Salvatore Coppola, anche sulla base di nuova documentazione degli atti del processo, dal titolo “Quegli oscuri martiri del lavoro e della libertà” (Giorgiani Editore-2015, pg 287). Il libro contiene anche un’appendice storico/bibliografica a cura di Francesco Accogli che prima riporta dei documenti interessanti e poi francamente cade nel grottesco quando vi aggiunge financo la notizia del 2014 (del tutto surreale) della potenziale produzione all’interno dei locali dell’ACAIT di sigari e rum cubani con la collaborazione del governo caraibico. Concetti oltretutto ribaditi dallo stesso Accogli nella Sala del Trono di Palazzo Gallone il 15 maggio 2015 durante la noiosa, verbosa presentazione condita di rimpalli di ringraziamenti che potevano essere risparmiati a chi semplicemente stava lì per capirci qualcosa in più. Ci sarebbero stati tanti temi su cui dibattere e invece un relatore diceva all’altro che si erano conosciuti tanto tempo fa….(Ma questo è un vecchio vizio delle presentazioni dei libri oltre di chi ama, in ogni occasione, ingraziarsi per semplice piaggeria il potente di turno).

In ogni caso lasciamo da parte l’orribile presentazione del libro e veniamo alla sua sostanza. Leggendo la corposa documentazione predisposta e ben articolata dall’autore, mi sovvengono delle considerazioni di base che possiamo dare ormai per acquisiste ed altre forse meno battute ed esplorate:

Il regime fascista non ammetteva scioperi o rivolte. Le forze dell’ordine avevano una legittimazione su ogni loro gesto, anche quando sparavano sulla folla (pur disarmata), appena ci fosse stata la minima percezione del pericolo. Non mi pare, a distanza di 80 anni, che le forze dell’ordine (che pure ogni anno partecipano alla commemorazione delle vittime) abbiano mai formalmente ammesso almeno un eccesso di difesa o chiesto scusa per quanto accaduto durante la manifestazione e successivamente nel corso del processo con testimonianze palesemente artefatte (vedi esempio carabiniere Cuna che era a Tricase da soli 3 giorni e riconobbe gran parte degli arrestati);

La rivolta del 15 maggio 1935 fu un fatto unico nell’ambito dello stato fascistizzato di quel decennio, eppure trattato dalla stampa con noncuranza e relegato ad un trafiletto nelle pagine interne della sola Gazzetta del Mezzogiorno come “ violenza per ragioni di carattere locale, al fine di opporsi ad un’ispezione”. Le 5 vittime, i 22 feriti e i 74 fra arrestati e indagati erano un fatto così enorme che doveva essere secretato, perché quelli erano gli anni di maggior consenso al Partito/Stato e la Propaganda del Duce non ammetteva deroghe al plauso generale;

Salvatore Coppola tende ad immaginare una popolazione non propriamente fascistizzata, ma secondo me incorre in un errore di fondo. La disinformazione era così intensa, la Chiesa e la Scuola così vicine all’ideologie fasciste che attribuire una pur sottile forma antifascista alle popolazioni del sud (in maggioranza analfabetizzata) è pura utopia. Il popolo - come sempre nella storia d’Italia - non fa rivoluzioni, sale sul carro del vincitore e cerca di mangiare il più possibile, al massimo di sopravvivere ai soprusi con una silenziosa sottomissione; le grida collettive e costanti di quella sera del 15 maggio “Abbasso il Podestà, Viva il Duce, Viva il Re” devono essere considerate sincere e comunque rivelatrici della visione popolare dell’epoca; questo speciale revisionismo di S. Coppola mi è suonato strano anche alla luce del suo precedente lavoro Bona Mixta Malis;

La rivolta non fu un atto antifascista e le povere vittime non avevano alcuna cognizione politica, per loro il Duce era un semidio e andava bene così. Fu un atto che si materializzò in forme violente su ipotesi di spostamenti, riduzioni di produzioni, ma soprattutto di accorpamento di quello che oggi definiremmo management. Gli attori principali, quelli che furono indicati all’inizio come sobillatori, probabilmente sarebbero stati gli unici a veder modificato il loro status ed erano i primi a voler una manifestazione di massa che del resto una popolazione alquanto mite e devota al Regime non avrebbe potuto organizzare in maniera autonoma. Nessuno poteva ipotizzare né volere tale evoluzione tragica, ma certo si cercò di fare pressioni di vario tipo e tempestive sugli organi decisionali, prima con una petizione rivolta direttamente al Duce con la raccolta delle firme all’interno dell’Ass. Combattenti e poi con un assembramento che doveva semplicemente far sentire la voce diretta delle tabacchine;

Leggendo con attenzione parti delle memorie a discapito che gli avvocati difensori pronunciarono e scrissero durante le fasi processuali, si evince la grande cultura della classe forense dell’epoca. A parte l’uso quasi perfetto della lingua italiana, gli avvocati, soprattutto Michele De Pietro e Antonio Dell’Abate, nonostante il Codice Rocco, seppero trovare tutte le logiche motivazioni, le giuste testimonianze per provare l’inefficacia di un’inchiesta basata essenzialmente su dicerie anonime, per far assolvere quasi tutti gli imputati (anche se molti di loro restarono in carcere ben 11 mesi). Molte loro frasi e molti incisi fanno intravedere una libertà di espressione notevole, in considerazione del luogo, dell’epoca e dell’impostazione generale data all’inchiesta. Va inoltre ricordato il gesto dell’Avv. Dell’Abate che difese tutti gli imputati in modo gratuito, a dimostrazione di un’acuta sensibilità verso il brutale trattamento che avevano subito tanti suoi compaesani; chapeau agli avvocati, una volta tanto;


Dai documenti riportati in evidenza da Coppola traspare senza alcun dubbio una guerra fratricida per il potere che si consumava fra le famiglie acculturate, all’interno di quella classe dirigente che si divideva incarichi e ricchezze nella Tricase degli anni ’30. I signori di Tricase, l’un contro l’altro armato. Una guerra senza esclusione di colpi, che degenerò soprattutto dopo il 15 maggio ’35, coinvolgendo le famiglie più in vista della città: Aymone, Ingletti, Raeli, Cortese, Merico, Antonaci Dell’Abate, Barbara, Facchini, Sodero, Caputo. Il podestà Aymone (padre del famoso penalista Vittorio Aymone) fin dal primo momento indirizzò le indagini verso  i suoi presunti nemici personali che avrebbero desiderato il suo posto o che avevano importanti privilegi dalla gestione del Consorzio Agrario; Evelina Antonaci Dell’Abate si lanciò in accuse ben precise, rivelatosi poi infondate, verso persone a lei antipatiche e comunque basate su quella cosa definita “la voce pubblica”; molti altri, soprattutto con lettere anonime volutamente sgrammaticate, cercarono attraverso questa vicenda di regolare una volta per tutte vecchi conti e risentimenti; all’interno di ogni famiglia c’era un qualcosa che andava segnalato come distorto rispetto alla logica fascista o alla morale cattolica: tutti potevano essere colpevoli (tranne il Duce, il Papa e il Re);

Come in un film dell’orrore, l’eccidio di alcuni poveri concittadini fece emergere le peggiori pulsioni dell’animo umano, in questo caso dei tricasini: decine di lettere anonime (alcune anche volgari – non pubblicate); accuse di partecipazione alla sommossa anche verso persone che non erano mai state in piazza; confidenti delle forze dell’ordine che riferivano ogni critica e ogni particolare che potesse suonare come offensivo verso il Regime; un intero paese dilaniato da piccole invidie e vendette, da consumare sulla pelle di decine di famiglie che avevano la sola necessità di lavorare e sopravvivere; contadini e tabacchine che venivano dipinti come facinorosi o violenti contestatori dell’ordine costituito dai loro stessi concittadini, magari da conoscenti o parenti (si tenga conto che all’epoca Tricase con le sue frazioni contava su circa 10.600 abitanti);

Quali sono state le conseguenze dei fatti del ’35, delle imputazioni, delle delazioni e delle assoluzioni sul tessuto sociale, sulle dinamiche politiche e addirittura sulla vita delle famiglie (e dei Signori) di Tricase? Il lavoro di Coppola chiaramente si ferma alla conclusione di quel processo, ma leggendo il libro, aumenta pagina dopo pagina la curiosità di attualizzare il combinato sociologico derivante da quell’episodio. In attesa del dovuto approfondimento di qualche studioso, qui posso solo rimarcare alcuni pensieri.  Da quel momento nessun podestà andrà bene per Tricase, le lotte intestine e spesso anonime continuarono ben dopo il 1935; il prefetto era in continua fibrillazione e per ogni nuova nomina doveva cercare, in accordo con il Partito Nazionale Fascista, fra persone autorevoli che non fossero di Tricase e quindi non attaccabili per antipatie familiari. Le famiglie che durante il processo si erano scaraventate addosso qualche quintale di fango, trovarono una nuova collocazione sociale alla fine della seconda guerra mondiale, anche attraverso quel grande contenitore assorbente che era la DC, ma alcune differenze rimasero ben marcate nei decenni successivi. Nessuno passò al PCI, pochi divennero socialisti convinti, alcuni rimasero legati alla supremazia fascista, molti si misero sotto il cappello della Chiesa (o del cardinale) e fecero buoni affari. Ma la cosa per me più interessante è che da quel momento la popolazione, nella sua stragrande maggioranza, assunse un atteggiamento di diffidenza verso le vicende della politica, si convinse che era meglio starne lontano, appoggiare il potente di turno ed esprimergli nel colloquio confidenziale le proprie necessità, le proprie angosce (clientelismo invece di progetti comuni). Le cooperative non sono più esistite, la diffidenza verso le forme di aggregazione è stata sempre elevata, non si ricordano altre manifestazioni di dissenso verso il potere costituito. Dopo il 1935 a Tricase sembrava categorico “pensare ai fatti propri” che era l’inverso dell’idea universalistica per cui era nato il Consorzio Agrario nel 1904. E’ un’eredità esclusiva dei fatti del ‘35 oppure Tricase ha seguito la scia comune a tutta l’Italia del Sud del secondo dopoguerra? C’è una specificità nella sociologia tricasina che va ancora analizzata e studiata? Ci sono segnali del superamento dello shock che prima in  maniera tragica e poi sotterranea ha attraversato il nostro novecento? Forse si, a fatica, forse.

 

il Volantino del 27 giugno 2015 - Il Giornale di Puglia .it                           Alfredo De Giuseppe

 
Un Roberto Saviano nel Salento Stampa E-mail

Roberto Saviano era un ragazzo che aveva l’entusiasmo, la corretta determinazione di raccontare la sua terra, quando laureatosi in Filosofia, cominciò a girovagare per il casertano per capire la camorra e la politica. Cercando la semplice malavita trovò invece “il Sistema” che comprendeva camorristi, politici, uomini delle istituzioni e soprattutto i cittadini, coloro che in genere dicono: “la politica è malata, non mi interessa, sono tutti uguali” e poi collaborano fattivamente con chi offre di più. Quel ragazzo oggi è uno scrittore famoso, conosciuto in tutto il mondo. Martedì 2 giugno è venuto a Tricase nell’ambito della prima edizione del Festival della Letteratura, ha parlato di filosofia, libri, sud e mafia, poesia e giovani emigrati, di speranza. Un bel momento civile, davanti a un pubblico davvero numeroso e attento, quasi rapito. Quel ragazzo che a ventisei anni ha scritto un libro tradotto in 52 lingue, ora che ne ha trentasei  è diventato un pensatore adulto, più eclettico e sofferente, rinchiuso dentro una vita anormale fatta di scorte armate e nascondigli segreti. Quel ragazzo non ha più la possibilità di andare al ristorante che vorrebbe, gustare un gelato in piazza, farsi un giro in bicicletta. Lui, quella sera, questa sensazione l’ha trasmessa bene, la solitudine di chi ama la propria terra e poi non la può più vivere. Più si ama, più si lotta per ciò che ami, più sei un isolato. Questo dice la storia di Roberto, questo ha detto lo scrittore quando ha parlato di Falcone.

C’era tanta gente quella sera a Tricase, anche tanti amministratori, tanti dirigenti e politici, che si sono emozionati, hanno applaudito, hanno condiviso. Ho pensato: “il Sistema” applaude. Perché spesso il mafioso non sa di esserlo, non sospetta di se stesso, eppure ogni giorno, da anni, agisce per modificare il territorio, accontenta i malavitosi, avviluppa le istituzioni, favorisce i nipoti e i parenti tutti. Se qualche anno fa nel Basso Salento ci fosse stato un Saviano mi sarebbe piaciuto leggere il nome e il cognome di chi fortemente volle il progetto della nuova 275 con la devastazione inutile di ettari e paesaggio da Montesano a Leuca; chi ha fatto distruggere migliaia di muretti a secco per sostituirli con i tufi in cemento; il nome di funzionari e amministratori del Comune di Surano che hanno creato una grande area commerciale completamente abusiva; il nome degli amministratori, uno per uno, che hanno voluto una zona industriale e una artigianale per ogni singolo Comune, consumando in modo disorganico suolo e denaro; chi nel Comune di Patù fece costruire la Filanto (ora scheletro diroccato) in zona agricola, a ridosso dell’area messapica e sulla strada che porta al mare; chi ha generato i mostri edilizi di Torre Pali, Lido Marini e vari, facendo costruire sulla sabbia; chi ha dato il permesso a edificare l’albergo San Basilio, di proprietà della Curia, nelle campagne di Marina Serra in deroga a tutte le leggi paesaggistiche; chi vuole imbrattare di cemento e ferro il Ciolo e Santa Cesarea. Sarebbe stato interessante sapere chi si è arricchito con i rifiuti in questa parte del Salento; chi ha autorizzato decine di discariche per buttarvi dentro rifiuti calzaturieri e forse anche ospedalieri e forse speciali di tutte le specie; chi ha pensato e gestito i depuratori, inquinando di fatto i posti più belli della nostra costa; uno scrittore famoso avrebbe potuto dirci chi ha firmato i capitolati, Comune per Comune con le aziende del gas che hanno distrutto tutte le strade per i prossimi 100 anni; sarebbe stato fondamentale capire gli intrecci politico/affaristici/professionali di questo paradiso, buono solo nelle fotografie selettive, quelle che scansano le brutture; capire chi ha bloccato ogni ipotesi di sviluppo della Sud-Est a favore dei pullman della STP; chi ha autorizzato le assurde barriere antirumore in legno e pietraio nei pressi delle stazioni ferroviarie; chi ha terziarizzato tutto costituendo società con i soldi pubblici, pur di avere altre poltrone da dividere e dispensare; i nomi e cognomi in definitiva di chi ci ha portato fin qui, creando un popolo con poca civiltà, poca conoscenza e poca umiltà.

Sarebbe bello avere quest’elenco. E poi con senso di responsabilità qualcuno che alzi il ditino e dica: io l’ho fatto perché non sapevo; io l’ho fatto perché avevo bisogno di soldi e un altro che dica una volta, fosse solo una: io vi ho preso in giro tutta una vita.

Infine, in ultima pagina, l’elenco di chi si è distinto per la salvaguardia della propria terra; chi ha pensato in fase progettuale ad un futuro lontano; gli amministratori che hanno avuto il coraggio di fare un Piano Regolatore senza pensare ai famelici tecnici ma alle persone e alla bellezza; i nomi e cognomi di chi vuole tornare qui, vivere in mezzo a questa melma, far finta di accettarla e lottare ogni giorno, al di là di soldi e famiglia. Un Saviano non c’è e quella pagina è ancora bianca.

 

39° Parallelo  - giugno 2015                                       Alfredo De Giuseppe

 
la tricasinità politica Stampa E-mail

 

Risposta ad “Una storia diversa, caro Alfredo” di Andrea Ciardo

Non vorrei attenuare l’entusiasmo del giovane Andrea Ciardo per il PD, le sue sagre, i suoi riti e le sue proposte e quindi tralascio tutto quanto riguarda la vita interna del PD e di come si sia giunti a queste elezioni. Ci sarebbe tanto da dire (basta pensare a candidature passate da figlio a padre, causa condanna penale) ma non era questo il tema del mio articolo precedente.

Andrea afferma di non aver ben compreso il senso di quell’intervento dal titolo “Tricasinità modesta”, eppure la genesi e lo scopo dell’articolo era alquanto semplice. Durante l’ultima campagna elettorale era risuonato sia nei candidati sia in alcuni “pensatori”, anche attraverso i social network, l’idea che la nostra cittadina dovesse esprimere un proprio consigliere regionale, per il semplice motivo che “Tricase lo merita”. Tale pensiero, spesso condiviso dal semplice cittadino, non trova alcun riscontro nelle dinamiche di avvicinamento al voto, poiché una candidatura forte non si costruisce in quindici giorni. Pur non avendo mai creduto a questa presunta primogenitura tricasina, specie in assenza totale di una politica condivisa sul futuro del Basso Salento, davo questa semplice lettura delle vicende elettorali di casa nostra e non mi sembra che dalla risposta di Andrea ne emerga una diversa. Faccio un esempio ancora più esplicativo: se davvero la candidatura dell’Assessore Fracasso era tanto importante da diventare quasi istituzionale – vedi lettera del Sindaco – e quindi da essere condivisa e accettata da tutte le forze della maggioranza non mi risulta che si sia tenuto un qualche incontro, dibattito, discussione, magari qualche mese prima, per compattare le varie anime del PD e della sinistra intorno a quella candidatura (e le recenti pesanti dichiarazioni di Guerino Alfarano del PD ne sono la conferma ufficiale).

In ogni caso, se alle precedenti Regionali del 2010 Giuseppe Iacobelli aveva ricevuto a Tricase 946 voti e Chiara Vantaggiato 735, al voto del 31 maggio Fracasso è giunto ottavo in una lista di dieci, prendendo 835 preferenze a Tricase, Nuccio si è fermato a meno di quattrocento e Piceci per tutto il centro destra intorno a cinquecento. Risultati modesti, modestissimi. Non ho parlato del M5S perché obiettivamente non era entrato in questa polemica tutta paesana.

Sui motivi per cui da anni Tricase non riesce ad esprimere una candidatura forte alle Regionali e alle Politiche si potrebbe aprire un bel dibattito, questo si costruttivo e funzionale. Una fase nuova della vita cittadina che dovrebbe vedere in primis il PD uscire dal cono d’ombra attuale, mettere in piazza i propri pensieri, discutere dei problemi concreti confrontandosi anche con altre forze senza nascondere la testa sotto la sabbia, in attesa di una nuova visibilità, oserei dire di una nuova poltrona. Una speranza vana, a quanto pare.

il volantino 20 giugno 2015                                       Alfredo De Giuseppe

 

Una storia diversa, caro Alfredo...

Caro Alfredo, Ho letto più volte la tua nota sul Volantino di sabato 6 giugno 2015, cercando di capire la tua posizione in merito alle elezioni regionali appena passate. Purtroppo devo ammettere che non ne ho capito il senso. Ecco perché vorrei raccontarti la storia di questa campagna elettorale, vista con i miei occhi, ovvero quelli di un ragazzo di 23 anni innamorato della Politica (non è un errore di battitura: la politica, quella di cui sono innamorato, ha la P maiuscola). La scorsa campagna elettorale è stata una fra le più lunghe – almeno per il centrosinistra – che la Puglia ricordi: abbiamo iniziato nel settembre 2014, preparando le primarie che avrebbero segnato il cambio di rotta di una storia che durava da dieci anni. Poi la data del 30 novembre 2014: i cittadini pugliesi che si riconosciuti nei volti e nelle idee di Michele Emiliano, Dario Stefano e Guglielmo Minervini, hanno ribaltato le aspettative su una presunta scarsa affluenza che avrebbe dovuto “inquinare” quel meraviglioso processo democratico. Dal primo giorno di dicembre, poi, è iniziata la lunga corsa di Michele Emiliano e di tutto il centrosinistra unito: non son mancate certamente polemiche e “attriti”, ma le idee e la voglia di lottare per una Puglia protagonista del Meridione erano tali da passare oltre le difficoltà. Una campagna elettorale certamente diversa dalle altre: abbiamo deciso di intraprendere un percorso che avrebbe portato ad un programma veramente partecipato, frutto dell’incontro e del confronto dei cittadini pugliesi, costruito in sei diversi appuntamenti (uno in ogni provincia) chiamati “sagre del programma”. C’è chi ha fatto ironia sul nome, c’è chi ha deriso queste iniziative, c’è chi le ha guardate con sufficienza. Invece le sagre sono state l’occasione di sperimentare un nuovo modello di partecipazione (il tutto supervisionato da una società terza di Bologna che ha avuto il compito di certificare la trasparenza delle discussioni riportate in contemporanea sul report cartaceo). Io, che ho avuto la possibilità di far parte dello staff e dell’organizzazione di quella leccese, ho visto entusiasmo, passione, competenze, idee, ho visto deputati sedere allo stesso tavolo con giovani studenti e ricercatori (che strana cosa eh? Eppure qualcuno dice che son tutti uguali. Strano!), ho visto discussioni di un livello altissimo, ho visto voglia di fare, ho visto gli occhi di chi ci credeva e ci crede ancora. E con un po’ di “orgoglio”, ho visto partecipare alla sagra leccese anche alcuni tricasini, tra cui il Capogruppo PD Carmine Zocco, l’avv. Nunzio Dell’Abate, l’ass. Sergio Fracasso ed altri amici e compagni del circolo PD di Tricase. Li ho visti mettersi al servizio della comunità, li ho visti discutere e confrontarsi, li ho visti impegnati insieme ad altre 500 persone a “costruire” quelle istanze dal basso che sarebbero andate direttamente nelle mani di Michele Emiliano a fine giornata. Sono orgoglioso del fatto che, fra le pagine del report più lungo, ricco e partecipato di tutta la Puglia, ci sia stato anche il contributo dei Tricasini che, come me, erano li a testimoniare la voglia di lavorare insieme per la Puglia. Poi è venuto il momento della costruzione delle liste dei candidati consiglieri della coalizione del centrosinistra, compito spettante in primis a quelle comunità politiche che ogni giorno vivono il territorio: i partiti. Il Partito Democratico, non senza difficoltà, ha costruito una lista in grado di rappresentare le diverse anime e i diversi territori, ha raccolto le adesioni di militanti e dirigenti che hanno voluto essere in prima linea in difesa dei valori del PD della Provincia di Lecce, ha visto la collaborazione dei circoli di tutta la Provincia nell’individuare le figure da inserire in lista. Certo, le polemiche interne ci son state, le discussioni hanno assunto toni accesi, ma la bellezza del PD risiede proprio in questo, in quel pluralismo che, a volte, ci porta anche all’esasperazione ma che ci permette di vivere il partito con contenuti, con passione, con il confronto necessario. Ecco perché non ci sto a sentire che il PD è “inerme”, che il PD è composto da persone che avevano “il proprio amico del momento, senza nessuna condivisione che non fosse la ricerca di una sveltina da consumare nel piacere del proprio ego”: durante le assemblee del nostro circolo cittadino ho visto ben altro, caro Alfredo. Abbiamo discusso sulle modalità di partecipazione alla campagna elettorale dei nostri iscritti e simpatizzanti. Credo che se tu fossi venuto agli incontri da noi organizzati, avresti visto militanti interrogarsi su quali potessero essere le prospettive di sviluppo del Capo di Leuca, avresti visto un circolo interrogarsi sulla possibilità di partecipare con un nostro volto, con una nostra storia da raccontare, avresti visto militanti assumersi la responsabilità di partecipare a queste elezioni senza un c.d. “candidato locale” perché consci del fatto che la politica significa contributo, significa servizio, non significa necessariamente “contarsi”. E lo abbiamo fatto dimostrando la forza di un circolo vivo, che nell’ultimo anno ha visto aumentare i propri consensi. Certo, in primis per il Partito Democratico e poi per i candidati di altre città: proprio perché, come tu stesso hai ricordato, non ci si candida per rappresentare Patù, Melpignano, Lecce o Tricase. Ci si candida per rappresentare un territorio, una comunità, un’idea che vuole essere protagonista. E questo vuol dire “ordine sparso”? Io vedo un Partito che a Tricase ha “vinto” le elezioni, un circolo che ha saputo dialogare con i cittadini. Ben venga la diversità nell’esprimere la preferenza per questo o per quel candidato: son tutte persone che raccontano esperienze diverse, ma sempre nei confini del Partito Democratico. Questo non vuol dire che non ci siano problematiche da risolvere: il PD, da questo momento, deve essere in grado di costruire una visione politica a lungo termine, capace di dialogare con i cittadini di Tricase e di trasformare le istanze recepite in pratica politico-amministrativa. Hai ragione quando dici che la festa è finita da anni: bisogna rimboccarsi le maniche e lavorare affinchè si ritorni a ricoprire quel ruolo centrale nel Capo di Leuca che da troppo tempo abbiamo lasciato vacante, mettendoci magari a disposizione delle comunità limitrofe, facendo squadra, senza “snobbare” nessuno. Se saremo in grado di far ciò, torneremo ad essere quel “faro del Capo di Leuca” che oggi è spento, ma che domani deve tornare ad illuminare la strada dello sviluppo sociale e territoriale della nostra comunità.

di Andrea Ciardo
Coordinatore Giovani Democratici Tricase             il volantino 13 giugno 2015

 
la Tricasinità modesta Stampa E-mail

Per rispetto dei candidati alle recenti Regionali, quelli nati a Tricase, ho evitato durante la campagna elettorale di commentare, anche sui social network, questo continuo incessante richiamo alla tricasinità, quel fuorviante verso alla “cucuzza che per una volta dovrebbe saper votare per se stessa”. Per anni ho lottato affinché il concetto di Tricase fosse allargato, che la mia città guardasse con meno sufficienza al di fuori dei propri confini, sapesse fare argine su temi forti insieme ai paesi limitrofi, insieme ai tanti uomini validi che può esprimere il Capo di Leuca fra i suoi centomila elettori. Mai ho pensato a Tricase come entità a sé stante, sempre come base propulsiva di un’area bellissima da valorizzare e preservare, dove costruire un futuro più certo, ma anche più originale. Mai ho visto i leader politici tricasini ragionare, convincere, lottare per questo. Poi, oplà, arriva il momento delle elezioni e si scopre che il candidato di un comune come Patù è fra i più suffragati di Puglia, che nessun tricasino supera a Tricase la soglia delle 900 preferenze mentre sempre a Patù con appena 1700 abitanti e circa 1000 votanti l’ex onorevole Abaterusso raccoglie ben 550 voti personali (potremmo dire la stessa identica cosa per Blasi e la sua Melpignano).

Tutto ciò ci porta velocemente ad alcune considerazioni: la nostra cittadina ha da tempo perso qualsiasi pensiero di comunità, nel senso positivo del termine e non riesce mai a dare il meglio di sé in termini continuativi se non in nicchie davvero d’eccellenza ma ininfluenti sul piano politico/sociale (vedi Ass. Magna Grecia Mare);  i nostri politici hanno una visione corta e miope, inventano pochissimo e vivono la giornata con una certa dose di tranquillità; non si vincono elezioni regionali se non si ha una visibilità più ampia del proprio villaggio, se non si è apprezzati     - fosse anche per aver preso una sola posizione certa su un argomento - almeno a Tiggiano, non dico a Campi Salentina che dista 60 km. (Veramente risibili, negli ultimi anni, alcune competizioni dialettiche con Specchia, ad esempio)

Ci sarebbe stato bisogno di un disegno di lunga durata per portare qualcuno al seggio regionale e invece come al solito si è arrivati senza allenamento e senza allenatore. Ognuno ha tirato fuori il suo asso dalla manica, ognuno ha cercato il suo protettore (nel senso puttanesco del termine) senza neanche chiedere una prestazione gratis come succede nei film di mala. Il Sindaco Coppola ha prima sponsorizzato il democratico Paolo Foresio, poi all’ultimo giorno di campagna elettorale ha tirato fuori dal cilindro una lettera a sostegno del suo assessore vendoliano, Sergio Fracasso, in quanto buon tricasino. Non era meglio usare per altre motivazioni la busta intestata di Primo Cittadino? Forse per qualche giorno ha dimenticato di essere il Sindaco di tutti, mettendo in difficoltà molti consiglieri comunali della sua stessa maggioranza. E l’inerme PD tricasino che ha fatto? Niente, come non esistesse, è andato in ordine sciolto. Ognuno con il proprio amico del momento, senza nessuna condivisione che non fosse la ricerca di una sveltina da consumare nel piacere del proprio ego.

Nel frattempo anche l’ineffabile Nunzietto Dell’Abate, dopo i suoi trascorsi in Forza Italia e UDC, è passato alla promozione dell’uomo di Patù, con un doppio salto mortale che, nonostante la pubblica reprimenda del suo ex segretario Ruggeri, non lo deprime, in quanto in perfetta sintonia con i tempi moderni. E lui è potenzialmente modernissimo. Quindi riassumendo: abbiamo un Sindaco, che riempie, svuota e gioca con il PD senza esserne iscritto, e il suo maggiore oppositore in Consiglio che promuove un candidato forte per arrivare vicinissimo al centro del PD.  I due maggiori esponenti della tricasinità classica, della politica paesana maggioritaria, sono in un evidente stato confusionale che ormai li tormenta da anni. Vorrei ricordare che tutti gli eletti di questa tornata sono personaggi che hanno una storia (a volte anche squallida) all’interno di un loro gruppo di appartenenza ben preciso e nessuno pensa di eleggere Blasi per far grande Melpignano o Congedo per Lecce ma semplicemente sono da anni al centro di un qualche movimento che li vede protagonisti.

Sarebbe opportuno avere delle idee proprie prima che dei protettori, sarebbe bello avere politici che lottino per qualcosa prima che per la loro poltrona, sarebbe bello che qualcuno dicesse ai tricasini che la festa è finita da anni e che ora bisogna rimboccarsi le maniche, per promuovere se stessi, non per far galleggiare qualche politichello senza nerbo.

A me personalmente la tricasinità modesta non è mai interessata, qualcuno ci campa e i molti la votano.

il Volantino 6 giugno 2015                           Alfredo De Giuseppe

 
Ezio Sanapo, il pittore della sensibilità Stampa E-mail

Ezio Sanapo ha la faccia tonda, buona del vecchio contadino di Supersano, uno di quei paesi dell’entroterra salentino che fino a qualche decennio fa erano imbevuti di moralismo cattolico frammisto ad un’economia ancora feudale. Ezio, che non è stato mai contadino, ma che ha lavorato fin da bambino nell’impresa edile del padre, ha rifuggito quei concetti, quel modo di vivere. Fin da giovane, in nome dell’arte, della sua concezione della vita, di un’immaginazione che andava ben oltre i confini stabiliti da regole settarie, secolari, frustranti . Ha girovagato per lunghi anni, prima in Svizzera, poi a Parma, ha creato una bella famiglia, sempre con il pennello in tasca e i colori nella mente. Da qualche anno è tornato nel Salento, vive a Tricase,  dove tenta di donare se stesso e la sua arte alla comunità, riuscendovi con difficoltà come capita spesso ai sensibili generosi.

Ezio Sanapo ha saputo crearsi, da autodidatta, uno stile che non è solo stile pittorico, ma anche contenutistico. Molti suoi quadri sono momenti di vita quotidiani, il ricambio di una lampadina, la banda che suona, l’uomo che semina, il bambino che gioca, una scala poggiata al muro, che riescono comunque a conservare un soffuso pentagramma sognante. Le sue figure di donne non sono mai banali, magari fotografate in un momento semplice, ai fornelli o al bagno del bambino, ma sempre nell’ambito di una visione ottimista e stemperata, dove i colori si confondono con la stanza, il cielo con la terra, gli attrezzi con le mani. Anche quando è chiamato a dipingere angeli e santi, il suo stile predomina sulle convenzioni: le figure non sono mai anoressiche, ma neanche bellissime, magari leggermente paffutelle, i muscoli si confondono con un’incipiente pinguedine, il bacino è largo, le cosce non vogliono ricalcare il modello michelangiolesco ma la serenità di chi ha raggiunto una pace con il mondo circostante, anche con il cibo e quindi con se stesso.  Le sue linee tondeggianti, sognanti, avvolte dentro la nebbiolina dei ricordi, nella cornice di una fotografia d’inizio novecento, sono lontane dalla durezza del nostro paesaggio ancestrale, perché in Ezio prevale la dolcezza, la sensibilità del gesto, la curiosità di un momento, la fanciullezza del pensiero. In questo senso alcuni suoi tratti appaiono molto vicini alla pittura naif, anzi, una evoluzione della semplicità, uno stato d’animo pittorico che poi si interseca tutti i giorni con la vita comune, con il sentire delle anime più belle. Ezio non è avulso infatti dalla realtà: mentre dipinge, partecipa alla vita politica, è attento alle dinamiche giovanili, firma la petizione contro l’uso indiscriminato dei colori nelle nostre cittadine, si impegna perché l’ambiente sia tutelato. La dimostrazione vivente che essere sognatore non significa vivere in un’altra dimensione, che la sensibilità e l’arte possono essere a disposizione di un mondo migliore.

In mostra a Matino presso Palazzo Marchesale dal 16 maggio al 6 giugno

il Volantino e Giornale di Puglia 29 maggio 2015                     Alfredo De Giuseppe

 
  • «
  •  Inizio 
  •  Prec. 
  •  1 
  •  2 
  •  3 
  •  4 
  •  5 
  •  6 
  •  7 
  •  Succ. 
  •  Fine 
  • »


Pagina 1 di 7

Simplyme - Libri

A volte bisogna scrivere

News image

'A volte bisogna scrivere' di Alfredo De Giuseppe Edizioni dell'Iride - 2000 Tricase è stata in questi venti anni il mio grande laboratorio. Da quando ho ricordi adulti, sono convinto che un posto v...

I Miei Libri

Il Calcio e Tricase

News image

"Il calcio e Tricase" di Alfredo De Giuseppe Minuto d'Arco editore - 1985 Volume agevole, chiaro, utile per una storia mai scritta, per i documenti che presenta, per le illustrazioni. Il periodare qu...

I Miei Libri

Simplyme - Film

Your are currently browsing this site with Internet Explorer 6 (IE6).

Your current web browser must be updated to version 7 of Internet Explorer (IE7) to take advantage of all of template's capabilities.

Why should I upgrade to Internet Explorer 7? Microsoft has redesigned Internet Explorer from the ground up, with better security, new capabilities, and a whole new interface. Many changes resulted from the feedback of millions of users who tested prerelease versions of the new browser. The most compelling reason to upgrade is the improved security. The Internet of today is not the Internet of five years ago. There are dangers that simply didn't exist back in 2001, when Internet Explorer 6 was released to the world. Internet Explorer 7 makes surfing the web fundamentally safer by offering greater protection against viruses, spyware, and other online risks.

Get free downloads for Internet Explorer 7, including recommended updates as they become available. To download Internet Explorer 7 in the language of your choice, please visit the Internet Explorer 7 worldwide page.