Sabato 23 Maggio 2015
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Note per Gloria Fuortes Stampa E-mail

(risposta “a margine del controeditoriale” del 2 maggio 2015)

Tralascio tutti i riferimenti di tipo personale: non sono così importante, lo so, da essere sulla prestigiosa mailing-list della Biblioteca Comi e quindi non me la prendo (anche se ho seguito più di un evento in quella sede). Però la dott.ssa Gloria Fuortes fa difetto alla sua provata esperienza ed intelligenza se di fronte ad un mio giudizio (“eventi spesso riciclati”) finge di non capire e fa un lungo elenco di incontri con poeti, scrittori, cantanti e musicisti. Dei 29 eventi del 2014 declamati nel suo intervento, sul web non c’è traccia se non per il rimando della notizia sul sito del Comune di Tricase; non ho trovato un solo articolo a margine di una serata a Palazzo Comi né un intenso dibattito inerente una mostra o una iniziativa letteraria. Intorno e dentro Palazzo Comi c’è il silenzio. Non vorrei attribuire colpe che non hanno ai 5 collaboratori della Provincia che da anni lavorano incessantemente intorno alla piena valorizzazione della Casa del Poeta, ma certo la loro produzione culturale non ha fatto mai clamore (in questo senso, con meno mezzi, Palazzo Gallone a Tricase ha un’altra visibilità) . Quindi non per lei, ma per i lettori poco adusi alle performance artistiche, faccio degli esempi: è cosa diversa fare la prima presentazione di un libro di un autore di una certa rilevanza, e programmare invece un incontro con l’autore un anno dopo l’uscita del libro. Si può definire questo un evento originale o riciclato (già visto, letto, vissuto)? Si può definire evento una breve presentazione dinanzi a pochi intimi, spesso parenti dell’autore? (informazioni dirette dal bar di Lucugnano). Produrre cultura è cosa diversa. Una biblioteca, una casa museo che voglia ritagliarsi uno spazio nel panorama letterario deve saper proporre cose nuove, innovative, attrattive. Negli anni non mi sembra che casa Comi abbia brillato come un centro di cultura permanente, e neanche come punto di riferimento per i ragazzi di Lucugnano o di Tricase. Nessuno ha parlato di invitare personaggi illustri ma di organizzare eventi di una certa consistenza, questo si, altrimenti è solo il solito baraccone inutile, aperto per qualche turista di passaggio e per qualche presentazione che fa curriculum. In tutto questo capisco le ragioni intime, la difesa accorata delle persone che lavorano presso casa Comi, però se si inquadra il tutto dentro la crisi delle Province, e più in generale sul riordino di uno Stato a pezzi, il senso del mio precedente intervento è chiaro a tutti, anche a chi presumibilmente teme per il proprio posto di lavoro (fin qui molto tranquillo).

il Volantino del 9 maggio 2015                                                                               alfredo de giuseppe

 
Probabili riforme, chiusure certe Stampa E-mail

Prendo spunto dalla probabile chiusura di Casa Comi a Lucugnano per ricordare alcune cose. Alcuni anni fa, nel momento dell’altisonante grancassa politico-mediatica sulla chiusura delle Province, scrissi con chiarezza che l’eliminazione di quest’ente avrebbe generato un vero e proprio pandemonio. Scrivevo, quando nessun politico locale osava ancora esprimersi, che l’Italia aveva bisogno di un nuovo riordino istituzionale e burocratico, questo si, ma doveva partire dalla propria storia per trovare le soluzioni migliori. E quindi proponevo (naturalmente a quei quattro o forse cinque lettori che mi seguono) che sarebbe stato più opportuno concepire un nuovo assetto con Province rafforzate, Comuni con maggiore autonomia e i Ministeri centrali più digitalizzati, eliminando quel disastro che si chiama “Ente Regionale”. Oltre alla naturale identificazione geografica, il ragionamento è semplice: se le Province fossero state potenziate si poteva eliminare tutta quella serie di mostri amministrativi, inutili, costosi e dannosi, che si chiamano “Area Vasta”, “Unione dei Comuni”, “ATO” e altro ancora che sanno tanto di sottobosco e corruttela. In ogni Provincia una sola ASL che rispondeva al Ministero della Salute, una sola logica della raccolta della spazzatura, una sola visione dell’ambiente (con Piani regolatori Provinciali). Poi ci sarebbero i Ministeri che con le nuove tecnologie possono essere facilmente raggiungibili da tutti i cittadini, per cui l’intermediazione delle Regioni è solo un ulteriore degrado del livello di servizio, non certo un vantaggio. Buona parte degli sprechi, delle corruzioni, dei rimbalzi di competenze e responsabilità sono nate con le Regioni, agli inizi degli anni 70. (Inoltre in linea di principio non è accettabile che il cittadino pugliese debba essere curato in modo diverso da quello veneto). Oggi un ministero ben condotto sarebbe in grado di gestire facilmente la rete dei trasporti, le problematiche stradali e ferroviarie, che ora sempre più si perdono fra “tavoli di concertazione” e logiche spartitorie davvero allucinanti. Le scuole devono essere statali perché devono essere uguali da Trieste a Leuca, così come la sicurezza e la sanità. Oggi ci accapigliamo per la Biblioteca Comi ma quasi tutte le scuole della Provincia di Lecce hanno interi padiglioni chiusi per crolli, palestre mai collaudate, tetti e finestre che fanno acqua, bidelli che fanno calza maglia, servizi disconnessi e assistenzialisti. Mi dispiace dirlo ma anche la Biblioteca Comi rientra in questi casi: in qualsiasi altro paese del mondo, un posto come questo sarebbe aperto con al massimo due persone, noi qui ne abbiamo cinque, per ricevere uno o due visitatori alla settimana e per creare un evento (spesso riciclato) ogni due o tre mesi. Ora fanno un po’ sorridere alcune lacrime di coccodrillo di politici nazionali e locali. C’era forse qualcuno che davvero pensava che la riforma delle Province avrebbe lasciato le cose così com’erano? Qualcuno in buona fede pensa ancora che la parola Riforma nasconda risvolti positivi? Per capire il livello di inconsapevolezza della nostra classe politica, senza volare troppo alto, basta riportare qui le dichiarazioni dei due consiglieri provinciali di Tricase all’indomani della loro “elezione”. Sul Volantino del 18 ottobre 2014, Coppola scrive: “Per una fortuita combinazione Tricase ha due consiglieri, gli unici di tutto il Sud Salento. Abbiamo la possibilità di riaffermare la centralità di Tricase, ora che i consiglieri sono soltanto 16. Inoltre io farò parte anche dell’Assemblea dei sindaci che voteranno il bilancio. Abbiamo un ruolo importantissimo”. Risponde Dell’Abate sullo stesso numero: “Mi auguro che battaglie comuni possano essere condotte per via Duca degli Abruzzi a Tricase Porto, per il passaggio della Biblioteca Comi al patrimonio comunale, per una migliore fruizione degli edifici scolastici, palestre e spazi aperti di pertinenza”. Ora ad appena sei mesi dalla loro elezione dovrebbero solo scrivere un comunicato congiunto dal seguente tenore: cari cittadini non elettori, ci eravamo sbagliati, avevamo un certo entusiasmo immotivato ma qui non c’è più niente da fare, solo fare i becchini di tutto ciò che è stato, dalle ASL ai tribunali, alle biblioteche fino alle strade e alle scuole.

La biblioteca Comi chiuderà così come chiuderanno molte altre cose nei prossimi anni, contrappasso inevitabile di una mancata gestione del tutto, di un dissipamento di risorse economiche ed umane, di un’ignoranza di fondo indotta da una classe politica eletta a suon di belle e inutili parole.

"il Volantino" 25 aprile 2015                                                                                                                                                            Alfredo De Giuseppe

 

Risposta di gloria fuortes sul  volantino del 2 maggio 2015

A MARGINE DEL CONTROEDITORIALE

di Gloria Fuortes


“...Mi dispiace dirlo ma anche la Biblioteca Comi rientra in questi casi: in qualsiasi altro paese del mondo, un posto come questo sarebbe aperto con al massimo due persone, noi qui ne abbiamo cinque, per ricevere uno o due visitatori alla settimana e per creare un evento (spesso riciclato) ogni due o tre mesi...”

Il Signor Alfredo De Giuseppe è evidentemente mal informato riguardo sia al numero dei visitatori, soprattutto nel periodo estivo, sia al numero degli eventi. Né tantomeno sembra essere al corrente del lavoro che si effettua in una biblioteca, che non si limita solo a ricevere visitatori o a creare eventi. Non ho mai visto il Signor Alfredo De Giuseppe a Palazzo Comi in occasione dei nostri incontri, né il suo indirizzo mail è presente nella lista dei contatti della Biblioteca. Quindi non so da quali dati egli tragga queste cifre, oltre alle informazioni necessarie per formulare il giudizio “...per creare un evento (spesso riciclato) ogni due o tre mesi...” Dal 2008 ad oggi sono stati realizzati non eventi sporadici né tanto meno “riciclati”, ma decine e decine di incontri tra i più vari (presentazione di libri, mostre, concerti, spettacoli teatrali, ecc.) L’anno scorso, nel 2014, abbiamo organizzato 29 eventi, 1 ogni 15 gironi, e nei periodi di più intensa attività, anche 1 a settimana. Quali sono gli eventi riciclati? I concerti di Antonio Amato, Donatello Pisanello, Carolina Bubbico, o quelli di Ensemble Terra d’Otranto - ( Doriano Longo, Luca Tarantino , Pierluigi Ostuni e Renato Colaci) o quali? Oppure le presentazioni dei libri di autori come Mario Desiati, Vincenzo Prete, Viviana Mazza, Luisa Ruggio o chi altri? O ancora i numerosi incontri organizzati dai giovani laureati (UDU) sugli autori più famosi del nostro sud (Bene, Pierri, Bodini, Ciardo, Casciaro...), nel 2012? Peccato non abbia voluto togliersi la curiosità di venire a conoscere un po’ del nostro sud “riciclato”... Non è tra i nostri obiettivi invitare personaggi illustri, a cui peraltro non saremmo in grado di rimborsare neanche le spese di viaggio. Piuttosto riteniamo di dover custodire, mantenendolo vivo, l’impegno formalizzato tra Comi e la Provincia, all’atto della cessione del Palazzo, di riservare particolare attenzione ai giovani del territorio. È vero, la perifericità del luogo e il cambiamento dei tempi, che non vedono una particolare propensione per la lettura individuale, non consentono in questi ultimi anni una presenza significativa nelle biblioteche in generale, non solo nella nostra, che è sprovvista anche delle più elementari e indispensabili attrezzature informatiche. Ma proprio interrogandoci sul ruolo sociale che deve avere oggi una biblioteca, a partire, in particolare, dal 2008 (non l’altro ieri), abbiamo avuto la possibilità, anche grazie all’assenso della Provincia, di realizzare una felice collaborazione, con alcune associazioni locali in modo più continuativo, la Libera Università popolare sud Salento unito e Archés, e periodicamente con molte altre che si giovano del prestigio di Palazzo Comi per dare voce e dimensione di socialità ai frutti del lavoro di tanti artisti e scrittori, sconosciuti o meno. E questo ha anche permesso, a noi che lavoriamo nella Biblioteca e a tutti gli amici e conoscenti che la frequentano in occasione dei numerosi eventi che organizziamo, di conoscere meglio le intelligenze, e in alcuni casi anche le genialità, di tanti nostri giovani e meno giovani che in questi anni hanno riportato in questa cornice l’atmosfera della casa del Poeta.


 
Una povertà che viene da lontano (e da vicino) Stampa E-mail

Quando ascolto qualche candidato alle Regionali, uno che parla del Sud e ne invoca un ritorno agli splendori del passato, penso che stia facendo in buona o in mala fede un’operazione errata, che porta fuori strada rispetto all’analisi e alle soluzioni. Il Sud alla fine della seconda guerra mondiale era in condizioni pessime, forse peggiori rispetto ai primi anni dell’unità d’Italia. Non c’era industria né turismo, non c’era commercio se non quello poverissimo di prima necessità, non c’erano infrastrutture, non c’era la sanità. Le persone emigravano in massa verso il Nord Italia ma soprattutto verso i paesi europei più ricchi. Il lavoro era senza alcuna gratificazione: si faticava in proprio o sotto padrone per un tozzo di pane. C’era, questo si, un senso di prospettiva sul futuro, ma spesso proveniente da fattori esterni, non certo collegabili direttamente a scelte del territorio.  Le persone dei nostri paesi inseguivano il politico per anni, inginocchiandosi più volte, per avere un posto di lavoro presso un qualunque ente pubblico. La dignità era un problema di pochi, per la maggioranza la raccomandazione era la regola da adottare per qualsiasi cosa, per la scuola e per l’ospedale, ma anche per un certificato di residenza o per l’allaccio dell’acquedotto. Non staremo qui ad analizzare tutti i motivi di questa situazione, ma se non partiamo da questi dati oggettivi, rischiamo di andare fuori strada. Il Sud è stato tenuto volutamente in questa condizione o le caratteristiche umane, ataviche e genetiche hanno procurato un tale disastro? Io sono portato sempre a pensare che geneticamente nessuno è perfetto e nessuno è endemicamente ammalato. Gli errori di impostazione si pagano, le furbizie e le scorciatoie si pagano, così come la corruzione e il clientelismo. Per decenni il partito unico del Sud, la Democrazia Cristiana, con l’appoggio significativo delle sacrestie, ha tenuto uomini e donne (specie donne) sotto una cappa di servilismo vergognoso. Ce ne dimentichiamo? Io ricordo quando per molte legislature la DC romana inviava in Collegi sicuri, come quello di Tricase, dei personaggi non presentabili altrove, perché qui i contadini non votavano le persone ma la croce sullo stemma del partito. Nel frattempo i territori venivano distrutti, i Comuni senza alcun piano regolatore, la burocrazia asservita al politico di turno, l’economia gestita per lo più da criminali camuffati da imprenditori. Sono gli anni del vero disastro economico ed ambientale, il conto stiamo cominciando a pagarlo adesso. Poi sono arrivati gli anni novanta, la gente, anche grazie alla scolarizzazione di massa, sembrava nella sua maggioranza si fosse affrancata un po’ dal vecchio regime, voleva cambiare, voleva diventare popolo, comunità, vivere in un paese normale (ecco il grande amore iniziale per l’Europa). Il nuovo che avanza ha però la faccia (o la maschera) di Berlusca o al massimo di un Bassolino o di un Vendola. Berlusconi, il grande corruttore, il grande magnate della TV popolare è stata la vera iattura di questo popolo, ma noi pugliesi ragioniamo un attimo intorno al nostro presidente di regione: è riuscito a modificare un po’ il linguaggio e i simboli, ma non è riuscito a dare il vero segno del cambiamento. I Frisullo e i Tedesco erano i nuovi manovratori, al potere c’era il pragmatismo del nuovo Partito della Sinistra, Vendola era solo il vessillo, la faccia diversa, buona per l’immagine. L’ambientalismo sfregiato dalla speculazione costante, le leggi paesaggistiche non osservate da nessuno, la sanità che non riesce a decollare nonostante costi pazzeschi, la scuola un colabrodo da tutti i punti di vista. L’Europa che si allontana, il sud-est asiatico che ci scavalca su tutti i fronti, la nostra chiusura mentale e organizzativa che ci mette in condizioni difficili verso tutti i paesi dell’area mediterranea. Dovremmo pagare il conto di decenni di speculazioni, di disastri ambientali, di furberie costanti, di corruzione endemica e di una malavita che è diventata potere, ma non ce la facciamo più, perché nel frattempo non produciamo più ricchezza, non inventiamo più niente, siamo un popolo ignorante, una massa asservita a strumenti tecnologici impostati da altri. In altre parole, qui c’è sempre stata la povertà e ora ne è iniziata una nuova. C’è stata una piccola finestra di venti-trenta anni, gli anni dei soldi facili e dello sviluppo industriale, durante i quali avremmo potuto impostare delle scelte corrette per rifare le nostre città, le cui periferie sono tutte inguardabili, per salvaguardare mare e coste dall’abbruttimento costante, per immaginare uno sviluppo armonioso – agricoltura-mare-turismo - che potesse dare consistenza alla ricerca di lavoro e soprattutto dare la giusta direzione ad un popolo che perdendo il senso di bellezza ha perso ogni punto di riferimento. Ora la situazione è chiara: quel poco di welfare conquistato nei decenni d’oro sta per essere smantellato completamente, chi è ricco vive, chi è povero piange. I disoccupati sono in provincia di Lecce un numero impressionante, quasi il 50% dei giovani, e le statistiche non dicono tutto. L’emigrazione, magari col trolley alla moda, è la soluzione, ma stavolta non ci basta l’Europa, ci tocca qualche isola della Polinesia dove ricominciare con nuovi occhi e nuovi orizzonti. Povera mia terra, bellissima terra.

il Volantino del 18 aprile 2015                                                      Alfredo De Giuseppe

 
...di Nord e Sud Stampa E-mail

Mi chiedo, se lo saranno chiesto in tanti: perché i Sud sono più poveri dei Nord? Il Sud America è ricco di minerali, di flora e fauna, ha un clima stupendo eppure è cento volte più povero del Nord America, dove USA e Canada hanno raggiunto livelli mai visti di opulenza; tutta l’Europa del Sud ha meno opportunità del Nord, dove Paesi come Svezia, Norvegia e Danimarca che pure hanno problemi di clima, di trasporti e risorse naturali, hanno sviluppato un welfare davvero invidiabile. Tutta l’Africa è Sud, ma per assurdo anche l’Italia, la Spagna e altre nazioni del nord hanno i loro sud. Perché intere parti di territorio sono meno sviluppate di altre, perché questo dato viene dato per scontato?  Le risposte più comuni sono sempre le stesse: è un intreccio storico/culturale che ha generato diverse velocità di sviluppo; il freddo del Nord ha favorito un’organizzazione più consociativa e quindi più forte; gli inglesi invasero il Nord dell’America, mentre il Sud fu lasciato a spagnoli e portoghesi, protestanti contro cattolici, rigore contro ipocrisia, regole certe contro anarchia burocratizzata; l’Africa è stata sempre terreno di sperimentazioni colonialistiche dei paesi europei; le multinazionali hanno interesse che il mondo sia diviso fra ricchi e poveri; le guerre, non la geografia, hanno sancito le ricchezze e le povertà; i politici, pur di vincere, hanno sposato le mafie locali decretando per sempre il sottosviluppo.

Tutte ragioni che hanno un loro fondamento, eppure nessuna che mi soddisfi in pieno, nessuna che mi permetta di capire tante cose nel loro profondo, perché alcune nazioni si arricchiscono con il petrolio e altre no, perché il clima caldo aiuta la California e danneggia il Congo o il Darfur, perché Padre Pio esiste a San Giovanni Rotondo e non a Glasgow, perché Napoli è sporca e Verona pulita.

Ora che questa vicenda non pare più di moda, ora che la Questione Meridionale è fuori dalle agende dei governi, mi azzardo a speculare intorno al tema.  Mi sono convinto negli anni che il Sud, i sud di tutto il mondo, le popolazioni che li abitano abbiano avuto nei confronti del vincente modello di sviluppo attuale una duplice visione. Da una parte l’aspirazione di raggiungere i paesi più ricchi, dall’altra la segreta, inconfessabile paura di diventare tutti uguali, delle persone perfette dentro una noiosa società moderata, dove tutto funziona al meglio. E’ come se gli abitanti dei vari Sud del mondo nel loro DNA abbiano sviluppato nei secoli un anticorpo al comandamento unico, al rigorismo centrale, allo Stato forte, al pensiero totalizzante. Nei Sud c’è una diffidenza atavica verso parole molto comuni quali leggi anticorruzione, esportazione di democrazia, bene comune, missioni di pace, equità sociale e fiscale, dignità del lavoro, che pur essendo percepite attraverso i media come necessarie e giuste non riescono a colpire nel profondo del cuore. Gli anticorpi frenano l’Organizzazione, percepita per lo più come restrizione della propria libertà e quindi meglio rivolgersi ai santi per risolvere qualsiasi cosa, meglio un padrino che lo Stato avvolgente, meglio un disastro edilizio che un piccolo alveare per tutti. L’uomo dei sud a questo punto mette in discussione il modello statale e sovranazionale di sviluppo armonico, si difende con una semplice dose di rassegnazione e di fatalismo. Senza saperlo e senza approvarsi in pieno. Però giunti allo stadio attuale, dall’incombente disastro ambientale alla sopraffazione di mafie politiche, una breve riflessione va fatta. Il modello occidentale/americano esportato in tutto il mondo sta mostrando tutte le proprie debolezze: non si può continuare in nome di uno sviluppo senza limiti portare alla morte il pianeta e le sue bellezze, portare le persone ad inseguire un perenne successo economico per soddisfare bisogni sempre più inutili alla vera essenza dell’uomo (la ricerca della felicità). Ora è giunto il momento che i Sud facciano sentire una loro visione del mondo, non solo avere come riferimento la ricchezza del Nord. Qui e ora ci sono le potenzialità per determinare un diverso modello dove le piccole comunità si creino un minimo di autonomia economica e da questo ripartire. Ad esempio il Sud Italia decida che cosa vuole, cosa intende fare del proprio territorio, come vuole difendersi dalla sopraffazione delle mafie e delle multinazionali, come vuole organizzare i propri consumi, parta da qui una vera proposta rivoluzionaria che possa avere qualche chance di successo rispetto al modello Coca-Cola (di cui siamo tutti vittime, io ancor di più). Non possiamo attivare lamentazioni di vario tipo se stiamo ancora alla rincorsa di quel modello. Saremmo sempre perdenti, perché gli altri son partiti molto prima. Non possiamo fare la stessa gara, qualcuno sta facendo i cento metri, noi dovremmo prepararci a fare i quattrocento, l’intero giro di pista.

39° Parallelo -aprile 2015                                                      Alfredo De Giuseppe

 
Roberto Brigante il cantante salentino che piace agli svizzeri Stampa E-mail

Diciamolo subito, Roberto Brigante è un emigrante vero.  Non è andato in giro per il mondo alla ricerca della piena soddisfazione lavorativa, come molti giovani di oggi, che dopo aver studiato a Oxford con i soldi di papà hanno poi soggiornato a Londra con i soldi dei nonni e ora vivono a New York facendo le fotocopie nello studio dei legali più famosi del mondo ( e serve ancora il contributo di papà per arrivare a fine mese). Non aveva neanche la possibilità di stare sei mesi in India a respirare filosofia orientale,  poi tornare e fare l’impiegato dell’ASL o l’artista alternativo. Niente di niente, terre rosse da innaffiare, qualche partita in tv e qualche ceffone.

Roberto è andato via a 16 anni da Tutino di Tricase, con la semplice motivazione di scappare dalla miseria e dalla immane fatica che iniziava la mattina, prima della scuola e finiva la sera in sella alla bicicletta, tentando di vendere cicorie e finocchi. Ma proprio due chili di verdura, quelli che ci andavano dentro una malandata cassetta di legno poggiata sul parafango di una bici da donna. Ha preso il treno per la Svizzera, dove ormai agli albori degli anni ’80 non ci andava più nessuno e lì è rimasto, ha messo su famiglia e un’aziendina di pavimenti e intonaci. La città dove vive è Thun, cantone di lingua tedesca di Berna, circa quaranta mila abitanti, sull’omonimo lago fra colline, fiumi e montagne. Una cartolina, insomma una Svizzera esattamente come te la immagini.  In questi trent’anni Roberto Brigante ha iniziato a tessere rapporti e amicizie, a vivere la vera socialità della sua città, a intraprendere nuove attività e soprattutto a coltivare la sua passione più grande, la musica. Una passione che viene da lontano, dagli zii, dal padre, dalle loro fisarmoniche, dal fratello Salvatore, dai geni che gli hanno dato una voce forte e chiara, dalle cantate collettive a squarciagola mentre si raccoglieva tabacco e pomodori.
Ora Roberto è un ragazzone (bello e simpatico, direi) che compone in svizzero e in italiano, uno che è conosciuto, intervistato da tutte le tv, che è invitato alle feste nazionali, che canta davanti al pubblico selezionato per le feste ufficiali, ma anche nelle grandi piazze, davanti ai suoi fans che crescono ogni giorno di più, con le radio che trasmettono le sue canzoni e con un CD che ha venduto un numero davvero interessante di copie.  
Qualche settimana fa Roberto Brigante ha compiuto 50 anni e io ho avuto l’onore di partecipare alla sua festa, che si è tenuta a Thun, organizzata a sua insaputa dalla moglie e dai fratelli. C ‘erano i parenti, gli amici e le personalità della città: il sindaco, il giudice, il famoso chirurgo, il generale e tanti altri. La cosa più sorprendente e più divertente è stata la canzone intonata da questi concittadini svizzeri sulle note di una sua composizione, con sano e puro senso di amicizia, lì a cenare e a ridere senza alcun imbarazzo, senza barriere e distanze. Una grande festa, importante nella sua semplicità.
Roberto insegue da sempre un sogno ingenuo e al contempo ambizioso: diventare un cantautore famoso riuscendo a vivere la totalità delle passioni della sua nuova città senza rinnegare le proprie origini, operazione complessa tenendo conto di tutti i presupposti. Le sue canzoni  melodiche (non segue la moda della pizzica e del dialetto) sono un mix di semplicità, nostalgia per il Salento, amore per la donna amata, osservazione della realtà circostante. Non comporrà musiche come i Pink Floyd, né testi come De André ma certamente è più sincero, più reale dei giovani che escono dai patinati talent-show di tutto il mondo. E poi ha avuto l’umiltà di sapersi circondare da un gruppo di giovani che producono, suonano e arrangiano i suoi pezzi in modo impeccabile.
Ora a Roberto manca la consacrazione in patria e sono convinto che prima o poi arriverà, basta solo crederci. E allora anche noi tutti in coro canteremo “Muchacha, muchacha”.

Pubblicato su "il Gallo" Settembre 2013

P.S. Marzo 2015: ora Roberto verrà a cantare nella sua Tutino, per la festa della Madonna. L’ho sentito in questi giorni, orgoglioso, felice, preoccupato di sbagliare qualcosa. Io gli ho detto: non ti preoccupare basta essere un po’ brigante, come sempre.

"il Volantino" 28.03.2015 e pubblicazione "Comitato Festa Tutino"Aprile 2015 Alfredo De Giuseppe

 
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