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65 milioni di anni fa Stampa E-mail

65 milioni di anni fa un asteroide colpì la Terra, abitata da migliaia di specie animali, tutte di piccola taglia tranne i dinosauri, che dominavano incontrastati le terre emerse. I piccoli mammiferi che resistettero alle conseguenze dell’impatto si nascosero sotto terra o si rifugiarono in acqua, attesero che la fuliggine si depositasse sul terreno e il sole tornasse a riscaldare il pianeta per prendere possesso delle nuove foreste e delle nuove savane. Passarono quasi 60 milioni di anni prima che una specie di scimmia scendesse dagli alberi e procedesse su due piedi per poter osservare meglio ciò che gli succedeva intorno. Ci vollero altri tre milioni di anni prima che quella scimmia riuscisse a sviluppare al meglio le proprie capacità cognitive e manuali. Appena dieci-quindici mila anni fa la scimmia bipede si definì uomo e iniziò il percorso della storia che conosciamo. Quella scimmia divenuta uomo, negli ultimi duecento anni, ha costruito case e grattacieli, motori, aerei e razzi spaziali, radio, televisioni e telefoni, ha sviluppato le arti, le scienze e la medicina, ha capito sé stesso, le origini e le complesse dinamiche della vita sulla terra.
Ora, in quest’era geologica, l’uomo è nella condizione di quei dinosauri. Domina il mondo con la forza della sua intelligenza e lo distrugge in funzione delle proprie esigenze. Senza la sparizione repentina dei dinosauri non sarebbe mai esistito l’uomo, così come oggi è. Ora qualcuno è convinto che senza la repentina estinzione dell’uomo non potrà più esistere la Terra. Ditelo a Trump.

FB - agosto 2017                                                Alfredo

 
L’Europa del Mare Nostrum Stampa E-mail

Tenere insieme diritti acquisiti e nuove esigenze sociali, l’immigrazione e la globalizzazione, le culture autoctone e la visione robotizzata, l’industria pesante e la green economy. Tutte sfide complesse, difficili nella loro interconnessione. Difficili anche da interpretare, prima fra di esse stesse e poi nelle relazioni internazionali, con Stati sovrani sempre meno autonomi e Stati mandati in frantumi da guerre e genocidi. Per un partito o un premier al governo in un qualsiasi Paese, specie occidentale, in questo particolare momento storico non è semplice prendere decisioni, aprire a nuove concezioni di governo, immaginare soluzioni rapide, efficienti e soprattutto condivise da larghi strati della popolazione. Non vi sono certezze, non ci sono più le coriacee divisioni della guerra fredda che avevano tenuto il mondo bloccato per oltre 50 anni. Ora è un gioco di tutti contro tutti, senza esclusioni di colpi, senza ricordare vecchie amicizie e vecchi rancori, ma rincorrendo solo nuovi interessi. Sindaci a capo di piccole comunità che rifiutano l’accoglienza di pochi immigrati, seppur nel recinto di un albergo, e altri che rifiutano il turismo mordi e fuggi dei bus dei pensionati di città (perché il territorio ha come unico scopo lo sfruttamento economico). Immaginiamo alle sue estreme conseguenze la vagheggiata società liquida che difende strenuamente il proprio particolare: sette, dieci miliardi di persone, un formicaio di visioni e pretese, una guerra di tutti contro tutti, prima all’interno della propria tribù, poi all’esterno e infine in completa rotta con la natura e l’armonia del vivere. Non più, non solo la ricerca del piacere personale staccato dalle vicende socio-politiche, ma una società ingovernabile, terribilmente aggressiva, popolata da individui sempre più dipendenti dall’elettronica di consumo, ma sempre meno disponibili ad approfondire idee e nuove soluzioni. Uno scenario alquanto pessimista, ma non lontano dalle previsioni dei prossimi decenni.

Ed ecco perché capire la politica, tentare di guidare alcuni processi può aiutare a modificare le conclusioni catastrofiche verso cui ci stiamo avviando. Ed ecco perché per noi italiani guardare, osservare e studiare uno come Renzi e capire dove sta andando il più forte movimento di centro-sinistra può avere un senso. Lui ha disperatamente tentato di tenere insieme l’italiano di Berlusconi e quello di Veltroni, ha abboccato ad alcuni slogan grillini ed ha cercato di contenere la contestazione dei leghisti, facendo spesso dei fritti misti assolutamente indigeribili. La politica che invece guarda a quel futuro così incerto dovrebbe tentare di dare degli indirizzi più forti e duraturi e non aumentare la confusione con la ricerca del consenso generalizzato, superficiale, lieve. L’unica ricetta possibile è tentare di unire interessi più grandi di quelli del singolo Comune e del singolo Stato attraverso una consapevolezza culturale (e direi anche spirituale) della vita sul pianeta che cambia, si trasforma, si evolve anche in relazione alle azioni di ogni singolo individuo. In questa direzione sarebbe auspicabile una vera idea europeista da affrontare con gli Stati che hanno una forte vocazione unitaria, lasciando fuori gli indecisi e i contrari (la Brexit ha dimostrato che un po’ di chiarezza farebbe bene a tutti).

In alternativa l’Italia potrebbe iniziare a porsi da subito a capo di una serie di Stati del Mediterraneo che a loro volta decidano di unire i loro destini su una piattaforma socio-economica che abbia come obiettivo l’apertura di un mercato unico e del libero trasferimento di merci e persone. Penso a un’unione con Grecia, Albania, Montenegro, Croazia, per poi provare con Tunisia, Algeria, Libia. In ogni caso abbiamo bisogno di lungimiranza e di utopie ancora possibili, sempre per tentare di fermare la deriva nazionalistica e personalistica, che in epoca di social network è decine di volte più deflagrante di ogni guerra precedente. Immaginiamo una Schengen Mediterranea, immaginiamo un’Italia che, finalmente libera da condizionamenti da guerra fredda, diventi punto di riferimento di un’altra Europa, quella dei Romani, del Mare Nostrum. L’Italia probabilmente in questo modo avrebbe più peso verso l’Europa del Nord e metterebbe a frutto tutta la sua posizione strategica. Una posizione non solo geografica ma anche e soprattutto culturale, dove il benessere si può coniugare alle radici storiche, alle bellezze artistiche e naturali e allo scambio con le culture più vicine. Un bel progetto, ambizioso ma realizzabile. Se l’Italia avesse, se mai avrà, un governo stabile e una classe politica autorevole, questo sarebbe un progetto da proporre immediatamente e portare avanti nei prossimi decenni. Uscire fuori dalla logica restrittiva che in questo momento imprigiona le menti intorno al problema immigrazione, vissuto solo come problema militare, potrebbe essere un buon inizio per chi voglia cimentarsi in visioni futuribili. In alternativa c’è solo la rassegnazione alla catastrofe, adombrata continuamente dai professionisti delle paure indotte.

39° Parallelo - agosto 2017

Alfredo De Giuseppe

 

 

 

 

 

 

 
La mia colonna del 29 luglio 2017 Stampa E-mail

Mentre capisco, pur non condividendo, chi non va a votare, non ho ancora ben chiaro quale meccanismo scatti nella testa di quel 60% che normalmente si reca alle urne per scegliere i propri rappresentanti. Ormai si vota per cambiare, usando questo verbo in maniera vuota, asettica e senza alcun ragionamento sulle scelte da fare. Perfino Berlusconi in questa settimana ha detto che Forza Italia ha bisogno di cambiare facce e look (tutti gli altri tranne lui, naturalmente). Ma nessuno è esente da questa nuova epidemia: cambiamo tanto per cambiare, senza valutare candidati, programmi e storie personali. È come se decidessimo di cambiare un giudice perché non è fotogenico o un preside perché ha una stampella, o peggio ancora perché ha la pretesa di essere anche competente.  Va di moda la tesi che quelli di prima non hanno combinato niente, che peggio non si possa fare e tanto vale buttarsi su volti giovani e innocenti. È una tesi che non condivido per niente, per il semplice, banale motivo che cambiare senza sapere dove voglio arrivare è come augurarsi continue disgrazie. Se cambio pilota di un aereo tento di assumerne uno più bravo, non di scegliere a caso fra i passeggeri che per combinazione sono in transito in aeroporto, magari in base al sesso, alla bellezza e alla parentela.

Nel suo piccolo, Tricase non è esente da questa tendenza: abbiamo cambiato, ha vinto la Lista Cambiamenti di Carlo Chiuri, ci ritroviamo una maggioranza con tanti bravi ragazzi, tanti bellissimi volti. Scorrendo l’elenco dei nuovi consiglieri, dei nuovi assessori e dello stesso Sindaco si rimane basiti dalla totale assenza di interventi a qualsiasi livello nella vita sociale e politica di questo paese. Si tratta di giovani figli di ex consiglieri e assessori (la nuova casta di Tricase?) o di simpatici giocherelloni come Pasqualino o di giovani che si presentano nudi e crudi alla gestione della cosa pubblica. Non voglio qui richiamare la solita vecchia scuola di formazione politica dei partiti, PCI in primis ma anche DC e PSI, ma si può scegliere di rappresentare altri cittadini senza avere mai espresso una propria opinione, senza aver approfondito un solo argomento, senza aver mai partecipato ad un incontro di rilevanza culturale/politico/sociale? Ed è consolatorio per i cittadini farsi rappresentare in questo modo? Sto indagando ma ancora non ci sto capendo niente, magari sarò smentito fra qualche anno e ne sarò felice. Nel frattempo i Lavori Pubblici, il Piano Regolatore, il futuro del porto, il disastro delle strade e delle periferie, i progetti per il centro storico e per il riordino del traffico e della mobilità, la programmazione culturale, la relazione con altri Enti e con le scuole, la visione futura di un paese ancora indecifrabile, sono nelle mani oneste e ingenue di ragazzi che stanno andando a imparare come si fa. Sinceramente non vedo un gran futuro per questa amministrazione Chiuri, che fra l’altro dovrà gestire anche parecchie intemperanze fra i suoi consiglieri. Io intanto non prendo quest’aereo: voglio essere certo che il pilota abbia almeno la patente.

il Volantino – alfredo

 
la mia colonna del 22 luglio 2017 Stampa E-mail

Dato il fatto che ho dei figli, mi impongo spesso di essere ottimista. Infatti, facendo l’imprenditore, e varie altre cose da quarant’anni, io come tutti gli artigiani e i commercianti avrò diritto ad una pensione di circa 500 euro. Me l’ha confermato l’INPS quando una volta ho osato chiedere. Non mi lamento perché non so con chi prendermela, forse con quei milioni di dipendenti che formano la burocrazia o forse con i politici che li hanno assunti, ma forse solo con me stesso che credevo in altre cose e in altre forme di libertà. Sono anche ottimista perché la banca mi sostiene in ogni mio sforzo, mi dà respiro, capisce le novità e aiuta gli audaci. Ho tutto per essere sempre un gradino sotto il livello minimo dei grandi imprenditori e dei crediti a loro favore, mi manca un politico amico, un gangster sotto i piedi, un bilancio perfetto prima ancora che una società nasca e cresca, e forse il conto con molti zeri lasciatomi da un mio avo. Però c’è tutto un mondo di opportunità: se vuoi vivere quindici o sedici ore dentro un ristorante o un bar, dentro un qualsiasi locale commerciale, ti puoi accomodare senza preavviso e senza illusioni: puoi stare anche qualche ora in più ma i costi reali saranno sempre superiori ad ogni ipotesi di realizzo. Però è bello perché puoi indebitarti con lo Stato e con l’agenzia che riscuote le tasse, che fra acconti, anticipi e rateizzazioni ti mette comodo per tutta la vita. A volte sorrido al bicchiere mezzo pieno, sol perché riesco ancora a vedere un bel film al cinema o a comprarmi un buon libro nella mia libreria preferita. Poi ho ricadute notturne e mattutine, ma dopo la doccia con bagnoschiuma e lo shampoo dueinuno mi sento meglio, posso affrontare la savana e sperare di cavarmela ancora per un giorno. Per oliare il mio ottimismo giornaliero, mi dico da anni che non bisogna stancarsi di parlare di politica perché è il sale della nostra esistenza. Inoltre è divertente, dà continui spunti per atroci racconti esistenziali e spesso è un ottimo lassativo. Quindi dicevo del mio ottimismo che cerco di infondere in tutte le persone a me vicine: leggere Voltaire e il suo Candido dà la giusta dimensione dell’impegno che ci vuole per essere ottimista (e per essere candido). Un po’ di sofferenza non guasta ma è abbondantemente superata dalle soddisfazioni di una vita vissuta al sud, dove il mare, il sole e l’aria pulita sono delle cose eccezionali, che già anni fa fecero cantare a Otello Profazio che “qua si campa d’aria”. I turisti questo l’hanno capito bene e quando arrivano al sud cercano di spendere il meno possibile, tanto per integrarsi subito alla nostra socialità. I soldi li spendono in genere per vedere i grattacieli di New York mentre i menhir e le grotte meritano al massimo una foto. Comunque confermo che ero e rimango ottimista: ormai in Italia i sindaci e gli assessori son tutti giovani, belli e onesti: nessuno ci potrà più rinfacciare nulla. La competenza, lo studio, l’approfondimento, la creatività verranno dopo, sono fiducioso, del resto non vivo nella patria del Rinascimento più amato di tutta l’umanità? Sono stato e rimango un inguaribile ottimista: chiedo scusa se a volte dò l’impressione di non crederci.

il Volantino – alfredo

 
La mia colonna del 15 luglio 2017 Stampa E-mail

Mentre la temperatura terrestre sale, Renzi sul piano dei diritti umani insegue la Lega che era ben analizzata anche da Grillo, che a sua volta Berlusconi definisce il più grave pericolo degli ultimi 50 anni, pensando a sé stesso come unico salvatore possibile. In questa continuo corto circuito della ragione, si aggiunge che si debba commentare intorno alla nuova giunta del nuovo sindaco di Tricase, seppur su notizie frammentate e ad oggi non ancora confermate. (Perché questo è il giornale di Tricase per i tricasini sparsi in tutto il mondo terraqueo e c’è bisogno di sapere dove stiamo andando).

Carlo Chiuri, che è persona perbene, accorta e anche umile, nella sua prima dichiarazione ufficiale da sindaco ha detto che questa città aveva bisogno di essere pacificata. Nel rispetto del suo ecumenismo politico, nel solco di una campagna elettorale soft e vacua, nomina una giunta di pace e serenità. Innanzitutto ripete uno schema dal quale pare non si riesca ad uscire nelle nostre contrade: si portano in giunta gli eletti di ogni singola lista e questo lascia spazio ad altri consiglieri non eletti. Si allarga l’area della pacificazione. Inoltre scegliere fra gli eletti come metodo di selezione assessorile significa eliminare in un sol colpo alcune velleità esterne che pure sembravano molto ingombranti e pretenziose. La scelta di bravi ragazzi e quasi tutti alla loro prima esperienza lo mette al riparo da immediate incursioni e trappole sulla via della gestione ordinaria e quindi il suo navigare risulterà probabilmente molto tranquillo.

In mezzo a tutto questo ragionamento, quello che non trova riscontro sono due paroline magiche, spesso usate solo durante il mese di campagna elettorale: merito e competenza. Dimostrazione lampante di assenze importanti è che l’assessorato all’urbanistica sia rimasto al Sindaco stesso, che pur non essendo un esperto urbanista, non ha trovato fra i suoi eletti nessuno in grado di seguire al meglio una materia così complessa e urgente. Sembra insomma una giunta da ordinaria amministrazione: ma non era questo il momento di dare una svolta decisa e iniziare un percorso con un’amministrazione straordinaria? Rimango convinto che al di là delle considerazioni elettorali, il Sindaco di Tricase, libero e franco da conflitti di ogni tipo, abbia il dovere di formare la migliore squadra possibile, al di là del giochino eletto consigliere, non eletto, primo degli eletti. Una squadra di persone in grado di dare una vera svolta, di attuare quei cambiamenti percepiti che possano a loro volta essere la base per far decollare imprese e idee nuove. Persone già ferrate, persone convinte e convincenti, che sappiano parlare di spazzatura e di gestione dei porti, di viabilità e nuove costruzioni sostenibili, che sappiano unire in campo culturale tradizione e innovazione. Non mi pare che oggi ci siano tali premesse, perché, pur non volendo qui tranciare un giudizio immediatamente negativo sulle persone che ancora dobbiamo vedere all’opera, si vuole riscontrare che il metodo seguito è antico e poco intrigante. La storia ci dice che questo metodo ha portato le passate Amministrazioni sempre fuori strada.

Il cambiamento parte del metodo e quello meditato e scelto da Chiuri non va incontro alla pacificazione con i problemi della città ma solo con i tanti consiglieri eletti e non eletti. Non è nostro compito accettare la considerazione che tutti quei poveri ragazzi debbano trovare immediata gratificazione al loro gravoso impegno elettorale. Noi dobbiamo puntare al meglio per la città. Sempre.

Il Volantino – alfredo

 
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