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In Primo Piano
ANTOLOGIA DEI PENSIERI SCIOLTI, CONTEMPORANEI A FB Stampa E-mail

 

In questi anni ho scritto spesso e ovunque. Durante un viaggio, in una sala d’attesa, davanti alla saracinesca di un meccanico o semplicemente seduto alla mia scrivania. Sono appunti, ipotesi di storie e sceneggiature, pensieri sciolti buttati su carta che qualcuno chiama poesia. Lasciati in un cassetto, in un vecchio notes o sperduti nel pc. Non credo che sia più il caso di pubblicare libri di poesia in Italia, considerata la sterminata massa di poeti, l’inesistente pubblico e l’inutile deforestazione: quindi ho deciso di creare un’antologia su Facebook, ad esclusivo uso dei miei amici e dei loro contatti. La chiamerei 
“ANTOLOGIA DI PENSIERI SCIOLTI, CONTEMPORANEI A FB”.

Sul perché siano sciolti (quindi liberi, privati, pubblici e anagrammatici) lo lascerò giudicare ai lettori così come potranno osservare quanto siano contemporanei a questo mondo (anche virtuale) in evidente e spesso logorante evoluzione. La prima poesia è stata postata il 21 marzo.

Sto rimettendo in ordine decine di scritti e quindi pubblicherò una “cosa” alla settimana, magari ogni domenica pomeriggio, come un appuntamento fisso al momento del caffè. Mi sembra un bel modo per raggiungere un certo numero di amici, di interagire con persone lontane, di rendere pubblici (pubblicare) alcuni pensieri, a volte anche poetici, ma spesso sciolti da vincoli, compreso quello di seguire un canone poetico. Alla fine si sarà formata davvero una piccola raccolta e chi vorrà potrà anche stamparla, liberamente senza alcun senso di copyright. Un dono forse insignificante ma pur sempre un modo per stare insieme. Un abbraccio a tutti, dandoci appuntamento per domenica pomeriggio. Grazie. alfredo

Tricase, 25 marzo 2016

 

 

 

PASCOLO ATTENTO

Pascolo attento

in una terra diventata alla moda

le cicorie selvatiche miste a cucine esotiche

le rape sinonimo della ruralità

fra veleni costanti e fumi neri

 

il turista segue il tratturo di massa

il bagnante non vede i fanghi grigi della modernità

la sabbia stanca di mura selvagge

 

io pascolo in silenzio

in attesa di un mondo verde e giallo

con i dépliant in bianco e nero

alfredo   num 1     settembre 2015

 

 

HO PREFERITO FARE

Io ero un elettricista

potevo essere un gran tecnico

faccio piccole manutenzioni

 

io ero un frigorista

potevo essere un inventore

faccio il lavamacchine manuale

 

io ero un pescatore

potevo essere un armatore

faccio il garzone di bottega

 

io ero un carrozziere

potevo essere un designer

faccio il rigattiere di quartiere

 

io ero un gran palleggiatore

potevo essere un asso del pallone

faccio le linee del campo sportivo

 

io ero una bella donna

potevo essere la danzatrice della Scala

faccio la casalinga di paese

 

io ero una scimmia

potevo essere uomo

ho preferito fare lo scimpanzé

 

alfredo      Num. 2      marzo 2014

 

NON PUOI CHIEDERE

Non puoi chiedere

più sole al sole

o meno vento al vento

 

non puoi chiedere

più amore all’amore

né più morte al nulla

 

puoi chiedere

più vino al vino

più sangue al sangue

più rassegnazione all’età

più ragione all’intelletto

 

puoi chiedere

più denaro al lavoro

più gioia alle pietre

più fortuna alla sorte

più responsabilità all’etica

 

non puoi chiedere

più sole al sole

o meno vento al vento.

 

Alfredo num. 3   aprile 2007

 

 

Non viaggio più

 

Non viaggio più

con aerei ultraveloci

sui cieli inquinati di pechino

sulle spiagge profumate

sui mari privi di pesce

nella storia del centro città

nell’abbondono della periferia

nei resort col bagno turco

non viaggio

con treni residuali

e neanche con quelli rossi e argento

prima delle escursioni alpine

delle gondole veneziane

delle saune svedesi

 

viaggio

con una macchina magica

che si connette con un dito

o forse con uno sguardo

mostra il mondo in un minuto

cartoline patinate e morti in diretta

documentari perfetti, paesi in dissesto

falsità e verità

in unico rullo

con l’ultimo gol meraviglioso

o l’ultimo grandioso concerto

che dopo un minuto sono già penultimi

 

come un Salgari

scrivo di luoghi che non ho mai frequentato

di uomini che non ho mai conosciuto

di scienziati che non ho mai capito

di avventure mai vissute

tutte cose sezionate fra milioni

nel minuto che mi è concesso

con l’ausilio di wikipedia

 

alfredo  num 4      gennaio 2016

 

Viaggio

Viaggio
fra Damasco e Lesbo
con tre bambini sulle braccia
distesi sul mio corpo
dentro un’imbarcazione
adusa alla morte

Ecco la costa d’Europa
sembra sentire un profumo di amore
la vista si arrende fugace
alla felicità
di una rinascita collettiva

Come può
l’annoiato turista occidentale
viaggiare tutta una vita
su una comoda nave
con il cibo a buffet
piena di giochi, musica e piscine
e non sentire
le grida dal mare?

 

Alfredo num 5   marzo 2016

 

Come un samurai

Come un samurai
in pensione
peso la compassione
come un’arma
mentre tutto piomba
ho voglia
di una birra
davanti a una tv
di nessuno che parli
di cose fragili da proteggere

 

Alfredo num. 6  febbraio 2010

 

 


 
il PD e la Nazione Stampa E-mail

Scrivere in sintesi la storia del PD degli ultimi cinque anni è come fare un compendio delle assurdità politiche dell’Italia, della difficoltà del nostro Paese di uscire da una serie di vizi atavici che vanno dal familismo alla corruzione per arrivare più modestamente alla trasposizione macchiettistica del potere. Tralasciando gli anni e la genesi del nuovo partito, partiamo dal 2011. In quell’anno Berlusconi e il suo governo si rendono inguardabili agli occhi del mondo intero. I capi di Stato tentano di evitare anche le foto con l’uomo più ridicolo, ingombrante e corrotto che si possa immaginare al governo di una nazione moderna. Tanto è negativa la sua immagine che si sovrappone facilmente alle endemiche difficoltà italiane, debito pubblico e cattiva amministrazione in primis, e quindi con la perdita di credibilità porta l’Italia verso il baratro di una crisi irreversibile. Alcuni dei suoi parlamentari, dopo aver accettato di tutto, compreso la nipote di Mubarak, cominciano ad abbandonarlo, non ha più la maggioranza in Parlamento. Ragione vorrebbe che si vada alle elezioni, immediatamente, anche per cancellare definitivamente l’ultimo devastante ventennio. Invece il PD supinamente accetta l’invito del Presidente Napolitano di formare un governo di unità nazionale con dentro tutti, tranne la Lega. Il PD decide di non vincere le elezioni, di governare insieme al solito “regista” Berlusconi appoggiando il governo tecnico Monti con tutte le riforme economiche a cominciare dalla Fornero e dal Fiscal compact che portano il Paese immediatamente in recessione. La malattia è curata ma il malato è morto. Il PD non può affermare che Monti sia stato un disastro mentre tutti gli altri, a cominciare da Zelig Berlusca, lo rinnegano, lo insultano e lo mettono in un angolino. Il PD intanto come sempre, pensa a regolare le questioni interne: va alle primarie e Bersani stravince su Renzi, visto dai compagni come il superdemocristiano intrufolato per opportunismo dentro le fila del partito più democratico che c’è. Si va alle elezioni del 2013: finalmente Napolitano accetta che questo paese possa anche votare. Il PD di Bersani riesce nell’impresa davvero complicata di farsi rimontare di nuovo da Berlusconi e di farsi raggiungere dal Movimento di Grillo. Un pareggio a tre con un piccolo vantaggio per il PD. Un vantaggio che grazie alla legge porcata voluta dalle destre nel 2006 gli dà un grande vantaggio alla Camera e una minoranza al Senato. Si deve eleggere il nuovo Presidente della Repubblica: dopo vari tentativi il PD propone il nome di Prodi, che viene accettato anche da SEL e altre formazioni, con la forte avversione del proprietario di Mediaset che vede nel bonario bolognese l’unico vero avversario della sua vita. Puntualmente il PD gli corre in soccorso, ben 101 suoi parlamentari non votano Prodi, il quale ritira immediatamente e dignitosamente la sua disponibilità. Tutti sono convinti, le destre miracolate soprattutto, che deve essere rivotato Napolitano, il quale accetta alla sola e solita condizione che si faccia la riforma dell’indegna e antidemocratica legge elettorale con il coinvolgimento di tutti, anche di quelli che la legge l’avevano fortemente e fascistamente voluta. Napolitano si guarda bene dall’affidare la formazione del nuovo governo a Bersani, che in definitiva potrebbe essere appoggiato anche dai 5Stelle e nella logica d’ammucchiata viene chiamato Enrico Letta che governa con i berluscones. Nel frattempo il PD ha affidato la segreteria all’ex sindacalista Epifani chiamato a fungere da tampone fino all’elezione del nuovo segretario. Bersani si sente sconfitto, i suoi vacillano e sono pronti, quasi tutti ad adeguarsi alla modernità, ad appoggiare il giovane rottamatore Renzi. Il quale, divenuto segretario a furor di popolo, non vede l’ora di governare l’Italia, insieme ad un manipolo di giovani amici, spesso belli e arroganti. Senza alcuna grazia, fa fuori Letta che nel frattempo era stato abbandonato da Berlusconi perché non l’aveva salvato da uno dei tanti processi in corso. Renzi, tanto per continuare il guazzabuglio degli anni precedenti, appena insediatosi premier, chiede alo stesso Berlusconi di dargli una mano a fare le riforme costituzionali. Come primo atto da rottamatore non c’è male: riabilita un condannato in perenne conflitto d’interessi (soprattutto mediatico e culturale) e ridà centralità ad una destra ormai in disarmo e divisa. Ancora una volta l’ex-cavaliere (che aborra qualsiasi norma decente) si sfilerà poi dalle riforme e lascerà il PD alle sue contraddizioni. Il suo segretario-primo ministro fa accordi palesi e sottobanco con chiunque, anche con Verdini e Co., ex-dominus del Popolo delle Libertà, mentre la sinistra del PD rilascia solo interviste interessanti, molti abbandonano il partito per fondare nuovi improbabili movimenti. Il Pd non è mai d’accordo con sé stesso: vince Roma con Marino e poi lo fa fuori; le riforme costituzionali sembrano stiracchiate su posizioni poco progressiste, direi quasi massoniche; sulla riforma del lavoro non sanno come prendere le norme volute dalla destra mondiale; sulle Unioni Civili, ritenute indispensabili dall’Europa, litigano fra di loro cattolici di sinistra e omosessuali cattolici; su ogni norma, delega, decreto il PD si spacca, si frantuma, non sa chi è, non sa quale progetto sta portando avanti. Il massimo della confusione schizofrenica lo tocca con il referendum sulle trivellazioni petrolifere volute dal governo targato PD: le Regioni governate dal PD chiedono la consultazione popolare e il PD centrale come via d’uscita chiede di non andare a votare. Siamo alla fine della politica del territorio, tanto sbandierata da tutti, alla fine di ogni sogno, utopia, onestà intellettuale e coerenza. Siamo nella casa del PD, in questo caso il vero partito della Nazione, nel senso più deleterio del termine, quello che vuole solo il potere, sempre contiguo al malaffare, alla corruzione e anche al teatro dell’assurdo. Il Pd in definitiva rappresenta tutti i vizi e le poche virtù dell’Italia di oggi, di ieri e forse di sempre: dobbiamo arrangiarci, vivere alla giornata, tenerci tutto, finché tira, fino allo sfinimento, fino all’abbandono del campo con relativa fuga disperata verso l’ignoto.

 

39° Parallelo – aprile 2016                                                       Alfredo De Giuseppe

 

 
Dal “Quotidiano” del 2 marzo 2016 - di Claudia Presicce Stampa E-mail

La nostra storia vista attraverso i tramonti

Il libro di Alfredo De Giuseppe

Siamo tutti storditi dalla magnificenza dei raggi del sole, dal respiro di un cielo quando, lontano dalle punture delle ciminiere, non squarciato da sibili burrascosi, resta immobile, lì per noi, a regalarci il senso del sublime, a ricordarci la nostra piccolezza, a farci ricordare i contatti con l’istintività che releghiamo ai margini di esistenze poco umane. Che cosa siamo di fronte al cielo? Quanto è più piccolo questo mondo se solo si guarda all’insù e ci si ferma a pensare? E’ una domanda rara per chi vive sotto un cielo di guerra, di distruzione continua e ricostruzione lenta, ma anche per chi cerca la pace, chi punta a costruire strade globalizzate da lastricati solidi che portino davvero gli uomini a camminare insieme, dando un senso ad un mondo che sembra averlo perso.

“Il vero tramonto del Salento è dalla parte dello Jonio. Devi superare Punta Ristola di Leuca per guardare in faccia l’Occidente, per iniziare la risalita d’Italia, vedere il sole rosso immergersi nelle acque che in definitiva corrono consapevolmente verso l’oceano, dopo Gibilterra”: è una storia legata al sole “Tramonti di tramonti” (Manni, 13 Euro) di Alfredo De Giuseppe. Ma anche no.

E’ legata all’idea del tramonto visto più in generale. Ad esempio al tramonto della nostra civiltà, dell’Occidente, guardato dagli spiragli oscuri della crisi, nelle chiacchiere da bar da chi pensa a quel minuscolo fazzoletto di cielo che ricopre solo la sua storia da difendere. Oppure c’è, in queste pagine così libere e fiere, il tramonto dell’ homo novus come direbbe il professor Tamoni che si è rintanato nel Salento dal lontano 1946. Età tra gli 80 e i 100 anni, il professore venuto dal nord sta in un pezzetto di terra vicino a Cerfignano sin dalla fine della seconda guerra mondiale, solo e senza famiglia, in cerca di una pace che altrove gli era stata negata. E’ sempre lì, discorre con chi lo va a trovare e dice che la civiltà occidentale è già tramontata, dopo aver dato il meglio di sé dopo il Seicento, dopo aver spinto l’uomo verso la felicità possibile: “basti pensare alle lezioni di Rousseau o all’incontenibile saggezza di Voltaire, all’Illuminismo come scuola di pensiero universale, fino ad arrivare alle Costituzioni dei paesi sconfitti della seconda guerra mondiale”.

Si capirà da queste poche descrizioni che questo libro è sospeso tra racconti e riflessioni sparse, non è diviso in capitoli, ma in narrazioni che sembrano ricongiungersi prima o poi, anche se lontanissime, in un tratto salentino o in una riflessione simile a longitudini lontanissime. C’è infatti il tramonto in Iran, in Pakistan, a Gaza, in Arizona, c’è Tricase, Lido Marinelli, Torre Vado e così via in un viaggiare che è solo fatto di storie.

Ognuna delle pagine di De Giuseppe apre e chiude piccoli mondi, mentre quello di Luca e Kejal scorre in una striscia continua lunga cinque anni, disegnati da una curda e un italiano. Lui l’aspetta ancora mentre guarda il cielo, lei è a Kobane ad occuparsi della rivoluzione del suo popolo, a difendersi dall’IS. Ma se le guerre finiscono lei tornerà.

Claudia Presicce

 
La tessera del partito maggioranza Stampa E-mail

La tessera del partito maggioranza

Riprendo la riflessione di Alessandro Distante, apparsa sul Volantino del 6 febbraio, dal titolo “Disorientato”, per parlare del tesseramento del PD.  Si potrebbe obiettare in premessa che non essendo il partito in cui milito non è necessario interessarsi del funzionamento di quel movimento politico, che in definitiva può fare e disfare al suo interno come meglio gli si confà. Nella realtà parliamo a livello generale del Partito che sta governando l’Italia e la Regione Puglia e, nel particolare, a Tricase della formazione politica che sta sorreggendo l’attuale maggioranza fin dal 2001: interpretare le dinamiche interne di quel partito significa cercare di capire dove va oggi la democrazia, quali possono essere le nostre aspettative, quali nuove frontiere stanno per aprirsi. E quindi cerchiamo di riassumere brevemente quel che sta succedendo nel PD tricasino (che a ben guardare sta avvenendo in tutta Italia). Segretario cittadino del Partito Democratico è Stefano Valli, un bravo ragazzo che per anni ha tenacemente voluto quel ruolo: si ricordano ancora le sue intemerate pubbliche contro Vanessa Nicolardi tacciata di scarso attivismo. Arrivato nel ruolo tanto agognato, Valli ha smesso qualsiasi ipotesi di operatività ed ha iniziato a ricevere costanti consigli dai vecchi cantori della politica tricasina. E al momento appare la sua unica seria attività, non avendo il partito né una sede dove incontrarsi né mai promosso un incontro pubblico o un manifesto, una presa di posizione, se si esclude quello sul vecchio cimitero, a tempo abbondantemente scaduto.  D’altro canto il PD è nella maggioranza consiliare dove il Sindaco non è iscritto al partito e dove il capogruppo Carmine Zocco cerca incessantemente visibilità che non trova, non avendo in effetti gli aderenti al PD nessun ruolo istituzionale, neanche uno scalcignato assessorato. In questo quadro (immacolato) si inserisce all’improvviso il buon Nunzio Dell’Abate che dopo anni di militanza nelle fila del centro-destra, di decisa e muscolare opposizione consiliare, alle ultime elezioni regionali decide di lasciare l’UDC e appoggiare apertamente il candidato di Patù del PD, Ernesto Abaterusso. Per inciso va ricordato che il noto politico del sud Salento è in aperta competizione (eufemismo) con l’altro consigliere regionale Sergio Blasi che a sua volta è stato sponsorizzato  a Tricase dalla maggioranza del partito. Passate le elezioni regionali e avvicinandosi la scadenza del nuovo tesseramento, Nunzietto, spinto stavolta da Ernesto, decide che è il momento di cambiare definitivamente casacca. Insieme a lui, dopo incontri travagliati, lo decidono anche gli altri consiglieri comunali eletti nelle sue liste e precisamente Gianluigi Forte e Vito Zocco, oltre a Guerino Alfarano che nel frattempo era uscito dalla maggioranza e che ora rinnova la sua tessera con maggiore convinzione. Insieme a loro una cinquantina di simpatizzanti della ormai vecchia UDC. A questo punto si alzano le barricate, i vecchi alfieri si appellano alla purezza della razza, Valli finalmente dà segnali vitali e invia il nuovo pacchetto tessere all’analisi degli organi provinciali i quali in definitiva ratificano il tutto senza grandi problemi. Conseguenze immediate di questo resoconto: nel Consiglio Comunale di Tricase ora sono tutti in maggioranza (Pasquale De Marco comunque c’è e Tony Scarcella sa che Forza Italia è in confusione). La minoranza si è fusa dentro la maggioranza, il PD è la casa comune che appoggia Coppola e che domani sceglierà il candidato Sindaco.  Dell’Abate dovrà tentare di convincere la maggioranza del PD che il candidato ideale è lui, il non politico dei tempi moderni.

Questo bel raccontino, che in fondo sarebbe anche divertente, predispone ad alcune nuove riflessioni. Innanzitutto il berlusconismo prima e il renzismo dopo hanno determinato la visione della politica come pensiero liquido, cangiante e mutevole come lo scorrere delle news su facebook. Appartenere ad un partito non è una scelta di ideali, di principi, di utopie ma la linea pragmatica più comoda per arrivare al potere.  Quando questa traiettoria trova qualche ostacolo si può cambiare casacca senza bisogno di avere troppi sensi di colpa. Basta contare quanti parlamentari l’hanno fatto dal 2013 ad oggi.  Continuando così non solo non ci sarà più destra e sinistra ma solo estremismi quasi armati ai lati e un centro marmellata che si regge sul denaro e sulla burocrazia invasiva. Nel momento di massima espressione di questa pratica che si potrebbe definire “adeguamento alla realtà che cambia”, Tricase segue la scia e poco conta se nell’elettore la confusione diventa totale e talmente inspiegabile che nessuno vuole neanche più capirla. Perché qui a dirla tutta, in questa vicenda tutti perdono e tutti vincono. Perdono i vecchi signori delle tessere (ex PCI ed ex DC) perché vedono invaso il loro stesso campo, perdono i nuovi arrivati perché accolti con diffidenza e malanimo, perdono i giovani che non hanno più punti ideali di riferimento ma solo potentati a cui aggrapparsi, perdono gli elettori che non sentono mai discutere, per lunghi cinque anni, di programmi e di progetti lungimiranti ma solo di tessere, primarie farlocche e lunghi coltelli. Però in definitiva vincono tutti, soprattutto quelli che con questo sistema sono a galla ormai da decenni (e si vede fin dove ci hanno portato). Capisco il disorientamento di chi non vince e non perde, ma continua a sperare.

"il Volantino" del 20 febbraio 2016                          Alfredo De Giuseppe

 
La Bellezza della Qualità della vita Stampa E-mail

Nell’annuale classifica stilata dal Sole 24 Ore per misurare la vivibilità delle province italiana, nel 2015, prima si è classificata Bolzano e centodecima Reggio Calabria. Al posto 105 c’è Lecce. La nostra provincia in fondo alla classifica della qualità della vita. E’ vero? Noi che viviamo questa penisola salentina la percepiamo così? Va chiarito che la classifica è a punti e si forma su 6 parametri ben distinti: Tenore di vita basato sui dati del PIL; Servizi & ambiente sui livelli di inquinamento e di servizi reali offerti ai residenti (trasporti, asili, scuole e vari); Affari & Lavoro che tiene conto soprattutto del livello occupazionale oltre della possibilità reale di iniziare una proficua attività produttiva, ma anche delle sofferenze creditizie; Ordine pubblico che si basa sui dati statistici dei reati commessi in ogni singola provincia; Popolazione che si basa principalmente su livello medio di salute, indice di vecchiaia e speranza di vita; tempo libero che analizza con attenzione i fenomeni legati allo sport, agli spettacoli e alle spese dei turisti stranieri. I vari capitoli hanno un totale di 36 indicatori statistici che formano classifiche di tappa, parziali per tema e finali. Insomma sembrerebbe la perfetta sintesi statistica dell’Italia di oggi. La fotografia delle disuguaglianze, l’analisi della decadenza di alcune regioni, il fallimento di alcune politiche. Del resto su alcune tematiche non c’è da discutere: ad esempio quando si parla di trasporti non c’è partita, le province del nord sono dotate di sistemi integrati mentre al sud le opere intorno alle infrastrutture sono state semplici mangiatoie elettorali (e anche mafiose). Qui non ci sono treni veloci, non ci sono porti attrezzati, non ci sono grandi aeroporti, non ci sono strade sicure. Se un viaggiatore dovesse andare in treno da Tiggiano a Roma impiegherebbe nella modalità più veloce circa 7 ore (1.30 per Lecce e 5.30 da Lecce a Roma). Con gli stessi chilometri un abitante di Como va a Milano in 30 minuti e poi arriva a Roma in circa tre ore. Siamo alla metà esatta del tempo. Se i due viaggiatori fanno lo stesso lavoro, quello del sud deve lavorare il doppio per avere lo stesso risultato. Se questo si somma nell’arco di una vita si può cominciare a capire qualcosa intorno all’endemico problema del Sud Italia. Lo stesso vale per tutti gli altri parametri, dalla sanità alla produttività: la partenza è falsata da condizioni completamente diverse, da logiche parcellizzate e malavitose. La soluzione doveva passare attraverso investimenti di Stato mirati ad una vera e originale crescita del Sud e invece il primo treno veloce si fa sulla tratta Roma-Milano, così come la prima autostrada, come pure la migliore Università o l’Ospedale più efficiente. Noi al sud stiamo correndo i 200 metri (insieme a Mennea) mentre al Nord si gareggia sui 100: è normale arrivare ultimi.

Fin qui tutto come previsto, ma una tale classifica tiene davvero conto di tutti i parametri che vanno a formare quella cosa per cui lottiamo che si chiama Qualità della vita? Personalmente ho molti dubbi perché mancano alcuni parametri che dovrebbero essere fondamentali. Innanzitutto manca il dato relativo alla produzione di Reddito non dichiarato: è un dato comunque disponibile e ritengo che i risultati cambierebbero un po’. L’evasione di massa di alcune nostre regioni è al contempo una tragedia per l’economia e per la corretta gestione di uno Stato moderno, ma anche l’unica difesa di migliaia di aziende, una modalità di autogestione che trova mille giustificazioni nella contemporanea inefficienza delle strutture statali. L’altro parametro completamente assente è la Bellezza. Noi abbiamo città come Lecce, ad esempio, che sono considerate delle perle per quantità e qualità architettonica di case e castelli, chiese e monasteri, reperti archeologici, manufatti primitivi, disegni ancestrali. Ogni contrada qui ha il suo castello, la sua chiesa, i suoi reperti storici, le sue feste, il suo dialetto e le sue feste. Abbiamo campagne bellissime, mai banali, piene di casolari e masserie antichissime. Abbiamo sullo Ionio delle spiagge meravigliose, dal versante di Otranto delle coste degradanti piene di terra rossa, fra Castro e Leuca un fantastico paesaggio di pietre e scogliere. Il tutto in mezzo ad una varietà fra le più importanti di flora e fauna. Abbiamo il cielo che brilla più che altrove perché riflette in contemporanea i due mari che ci bagnano. Calette e spiaggette in ogni dove, rientranze che formano piccoli porti, specchi di mare da mozzafiato. Mi chiedo, possibile che nella valutazione di una sostenibile qualità della vita non si tenga conto della Bellezza? Star bene vuol dire anche godere di cose belle, avere intorno un ambiente a misura d’uomo. No, penso ancora che questo non sia l’ultimo posto dove vivere con piacere. Forse c’è da lottare per diventare più efficienti, più consapevoli e partecipi, ma la nostra terra non teme confronti e classifiche: qui si può vivere bene.

su 39° Parallelo - Febbraio 2016                                                          Alfredo De Giuseppe

 


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