Giovedì 23 Maggio 2013
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Signor Sindaco, la zona 167... Stampa E-mail

La risposta del Sindaco sui lavori della 167 merita un ulteriore approfondimento, perché nelle sue parole si annidano le difficoltà, le approssimazioni, le superficialità per le quali Tricase, così come tanta parte del Sud Italia, è nelle condizioni in cui è, in quelle che appaiono e quelle ancora più drammatiche che attecchiscono nelle teste dei politici, dei tecnici e dei tecnici-politici e infine dei cittadini-elettori.

Dice il Sindaco-ingegnere: ci saranno pure delle cose che non vanno, magari sono d’accordo anch’io, ma adesso per favore lasciamo finire i lavori, poi vedremo come intervenire. Dimentica di dire che il progetto di cui si parla è nato anni fa sotto la sua regia, poi c’è stato l’intermezzo della giunta Musarò che ha assegnato la progettazione finale a Chirilli, e ora l’esecuzione dei lavori durante una nuova Amministrazione Coppola. Può un sindaco-tecnico di lungo corso non sapere cosa e come si progetta in città?

In ogni caso dal suo ragionamento si possono dedurre alcune brevi considerazioni:

1. Il lavoro così come progettato non piace a nessuno, però adesso paghiamo maestranze e tecnici, poi pagheremo di nuovo per una nuova sistemazione (avviene in decine di casi, è normale?);

2. Forse tutti dimenticheranno questa breve polemica e tutto rimarrà così com’è per i prossimi 50 anni (non è successo sempre così?);

3. La cosiddetta partecipazione dei residenti, come dimostrato dalla petizione e da altre lettere pubblicate su questo giornale, è stata solo di facciata (serviva per accedere ai finanziamenti) ma ottima da tirar fuori nei momenti di difficoltà dialettica;

4. Nella realtà, l’emarginazione di quella zona è stata accentuata, con i residenti vittime di altrui idilliache e ideologiche pensate. Avanzo delle piccole proposte e non faraoniche idee simil-speculative: a) spostare nell’area pubblica l’ufficio postale centrale, da costruire ad un piano, senza bisogno di scalini e vari (quest’intervento sarebbe sinergico con Piazza Capuccini); b) continuare Via A. Moro fino allo sbocco naturale su via Lecce; c) affianco all’ufficio postale costruire un piccolo locale per spettacoli e cerimonie insieme ad un ritrovo per anziani, magari uso solo per giocare a carte (climatizzato con i nuovi sistemi); d) eliminare tutte le barriere architettoniche che non c’erano e sono state create con decine di aiuole, e cordoli in cemento, incredibili monumenti all’inutilità costosa.
Piccole ricette per dare vera centralità alle aree periferiche.

5. I lavori pubblici sono un mistero gaudente ancora da risolvere, ma nel frattempo è possibile cominciare a progettare una città sostenibile, dove si miscela fantasia e funzionalità?

Il Volantino 17 maggio 2013                                                             Alfredo De Giuseppe

 

 
2011, l'Italia (dis)unita galleggia nel default Stampa E-mail

recensione di Francesco Greco
apparsa su www.giornaledipuglia.com e su www.italianotizie.it

Nel Belpaese del bunga-bunga, le Olgettine, Ruby e papi, che nei 150 anni della nascita scaccia l’infedele Berlusconi e si affida ai “tecnici” bocconiani di Monti,
non immaginando lo tsunami-Grillo, non si riesce a mettere su un gruppo che unisca l’Italia attraverso il ballo erotico, impudico, dionisiaco. Idea devastante,
sulfurea, destrutturante sotto l’aspetto filologico: vuol dire che l’Italia ha sprecato un secolo e mezzo passato a far finta di essere retoricamente uniti, in realtà
combattendo guerre sorde, e sordide, sottolineate dal razzismo. Sottinteso: Cavour e Garibaldi hanno perso il loro tempo.

Il povero Uccio da Montesano Salentino ce la mette tutta, come dice lui stesso: bevendo caffè, telefonando e sudando in palestra, cerca i vecchi compagni
del militare sparsi qua e là, ma il momento è topico, la crisi morde, lo spread fa i capricci, il default si profila all’orizzonte di un Paese cristallizzato nella
precarietà, pieno di choosy e zomby politici evocati da frammenti di tg che fanno da infida, iconoclasta e grottesca colonna sonora. Così uno, imprenditore,

ora fa l’autista ai cinesi che gli hanno comprato l’azienda, un altro la moglie lo vuole lasciare. Nada se la tira: prima fa soffrire Uccio (nella foto mentre piange)
e poi accetta di cantare ai suoi spettacoli: “Lei canta e io mi spoglio…”. Ma nessuno la vede.

“2011: Italia unita sex symbol”, di Alfredo De Giuseppe (in foto con la videocamera), imprenditore, scrittore, poeta, regista pugliese, è un film aspro, politico, che fissa un momento storico di passaggio, una transizione verso l’ignoto di cui oggi sappiamo sono stati traditi i presupposti essendo tornati, come nel gioco dell’oca, al punto di partenza più poveri e disillusi del novembre 2011. Una delle tante rivoluzioni fallite di cui è impregnata la storia patria.

Lo stile asciutto, sicuro, privo di barocchismi, rende l’opera (durata 60 minuti, prodotta da Perlesalento e distribuita da Salento Cinema: è stata appena presentata a Londra presso l’Istituto Italiano di Cultura) ancora più potente nel suo messaggio amaro, un affresco di grande forza dialettica. L’autore regge con mano ferma la storia che racconta e che procede su più livelli: politico, sociale, storico, esistenziale, etico, sociologico. Che si dividono e si intrecciano in un gioco di echi e risonanze scandito da estrapolazioni dai tg in cui i 150 anni sono festeggiati da Bossi con i gestacci “Mai più schiavi di Roma!” e Berlusconi che aggredisce i magistrati facendo la vittima. Quando la politica trascolora nell’horror, come un film Jodorowsky.

Lo sguardo dell’autore è disincantato e graffiante: come del navigato documentarista, coglie l’essenziale, l’humus profondo, l’anima delle cose e la fissa sullo schermo. Col senso della tragedia imminente dice che questa ormai è l’Italia, meglio rassegnarsi e non aspettare messia, guru, traghettatori. Curioso l’acronimo involontario (?) del titolo: Iuss (quelli che schiavizzano il Sud immerso dai suoi politici cancrenosi in un neo-feudalesimo senza speranza).

De Giuseppe ci consegna un documento di rara potenza e stile. Gli è riuscita una difficile sinergia: location, facce, parole ben scritte e recitate senza malizia né accademia, con lampi di fatalismo e disperazione che ne moltiplicano la potenza affabulatoria. In certi passaggi ha la forza dirompente del primo Pasolini (“La ricotta”, “Mamma Roma”) con i marginali delle borgate, ma anche la teoria del pedinamento sostenuta da De Sica e Zavattini che diceva agli autori di seguire le loro “prede” e di salire sull’autobus per vedere le facce. Un po’ “nouvelle vague” un po’ neorealismo alla Truffaut e “Ladri di biciclette”, un po’ il cinema sociale che viene da Oltremanica: da “Full Monty” (Peter Cattaneo) alle opere di Frears.

La faccia di Antonio Bitonti (Uccio) è intensa e drammatica. Rimasto senza padre da piccolo, la madre ogni tanto gli passava qualche soldo (“per pagare le tasse”), ma un giorno si ribella, si sposa e decide di metter su uno spettacolo. Addii a celibati, compleanni, spogliarelli scarseggiano: è la crisi, bellezza! Chiede aiuto al nipote Simone, laureato in Ingegneria, che vive da precario a Torino lavorando al bar dell’Arci e a Border Radio (poi lo assumerà un’azienda olandese a 4mila € al mese). “Qua è una depressione: non si sposa nessuno e le 5-6 fabbriche hanno chiuso…”. Per il suo sogno (“Qualche tv ci chiama e facciamo i soldi”) interpella un avvocato che lo mette in guardia dal non essere troppo esplicito nello spogliarello (“atti osceni, da 3 mesi a 3 anni”), un commercialista, che lo ammoscia con tutti i balzelli che dovrà versare, un comunista sospira: “Oh, Signore!”, il berlusconiano plaude: “Bella inziativa!”, il leghista propone “spogliarelli federali: la gnocca è la gnocca!”.

Confuso si arrende: “Tutto negativo!”. Andrà a Italia’s Got Talent, con la De Filippi (dea della tv monnezzara, berlusconiana) che ridacchia “Sei fisicato!” e la Geppy Cucciari che minaccia: “Se ci provi ti denuncio”. Oltre a Bitonti recitano Simone Baglivo, Beatrice Rosaria Baldari, Greta Ferruzzi e alcun personaggi in veste di se stessi. Bella la fotografia di Diego Silvestri e il montaggio di Juan Gambino.

Francesco Greco

 
Immagini e volti di Tutino...30 anni dopo Stampa E-mail

Articolo di Maria Antonietta Martella sul Volantino del 13/04/13

In occasione della festa della Madonna delle Grazie, Alfredo De Giuseppe ha fatto un regalo bellissimo alla gente di Tutino, che è il suo natio borgo selvaggio, selvaggio solo nel senso letterario del termine. Ha sommerso in un'ondata di ricordi ed emozioni ciascuno di noi, dico noi perché anch'io faccio parte del borgo “selvaggio”.

Già nel 1983, a 25 anni, Alfredo si lasciava trasportare dal suo interesse per la gente, per i volti, gli atteggiamenti, per ciò che caratterizza in modo speciale ogni persona e che lo ha portato a realizzare straordinari documenti di umanità, nell'infinita varietà delle sue espressioni.

 

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In morte di una prof Stampa E-mail

Erminia Santacroce in Crisostomo si è spenta nel pomeriggio del 27 marzo. Potrei qui decantare le sue doti esemplari di moglie e madre, potrei qui esaltare le sue straordinarie doti umane, e invece intendo soffermarmi sul suo aspetto più pubblico. Lei fa parte di quell’esemplare gruppo di ragazzi che per primi, all’inizio degli anni ’60, scelsero di frequentare il neonato Scientifico di Tricase, che iniziava ad essere di massa, eppure ancora riservato agli studenti modello (per capacità e non per censo). Lei si diplomò brillantemente e si laureò in tempi record. A 22 anni già insegnava presso l’Istituto Professionale e dopo poco tempo nello stesso Liceo Scientifico dove aveva studiato. E lì è rimasta per oltre ben 40 anni, fino alla pensione. Io l’avevo conosciuta quando avevo dieci anni, mio padre segretario e io a giocare a calcio nei dintorni, poi me la sono ritrovata professoressa e infine amica attenta e riservata fino all’altro giorno.  In questi lunghi e difficili decenni, lei, la professoressa Santacroce, non era solo l’insegnante di Scienze e biologia, era anche la confidente delle ragazze, era lì pronta a darti il consiglio più pratico, più materno, più disinteressato.  Con i colleghi tentava di avere un profilo coerente al fine di evitare il litigio inutile, sapendo che l’anno successivo lei sarebbe stata ancora lì, che quel professore non poteva essere un nemico, ma un compagno di viaggio, indispensabile alla formazione dei ragazzi. Passeggiare per decenni sul filo dei rapporti interpersonali senza mai cadere non è facile, lo può fare solo una persona che unisce umiltà, intelligenza, rispetto e altruismo. Erminia aveva tutte queste doti: non sapeva dire di no ad un ragazzo che gli chiedeva una ripetizione, un’interrogazione fuori orario o un corso intensivo per superare test d’ammissione all’università. Ma era anche donna di grande cultura. Il suo essere umile si esaltava proprio perché non faceva pesare mai le sue conoscenze, leggeva libri di tutti i generi, sapeva emozionarsi di fronte ad una bella lettura ed era aggiornatissima sulle ultime uscite editoriali. Le più belle recensioni per le mie cose le ricevevo da lei al telefono, in lunghe chiacchierate che lasciavano intuire soprattutto l’analisi matura, la capacità di una sintesi ottimistica della vita, anche quando questa presentava sfaccettature difficili.  Se parlavi di politica, lei aveva idee sempre lucide, benché rifiutasse di occuparsene nella pratica, e quando era in disaccordo con qualcuno non avanzava verità precostituite e assolute, ti sorrideva e andava oltre. Poteva in alcuni casi non essere così dolce e accomodante e invece lo è stata fino in fondo. A scuola non amava mettersi in mostra, ma svolgeva il suo grande compito quasi sotto traccia, nella straordinaria capacità di saper distinguere la personalità di ogni alunno, di condividerne spesso difficoltà e ambizioni. La plastica visione di questo affetto reciproco è emerso durante i funerali, nella Chiesa Matrice di Tricase, con decine e decine di ragazzi commossi e costernati. Oltre alla bellezza dei suoi tre figli, l’immagine dei suoi studenti venuti da tutti i paesi del capo di Leuca per dare l’ultimo saluto alla professoressa, è stata una cosa davvero toccante. La dimostrazione finale, quasi scientifica, su quanto lei intimamente credeva: essere una prof equivale ad essere un altro genitore. Non aveva mai creduto al professore che timbra il cartellino e diventa un divulgatore professionista, sapeva di giocare con il futuro, con la vita di decine di ragazzi, accolti prima della pubertà e condotti fino alla maturità. Essere una professoressa come è stata Erminia Santacroce è un sistema di valori giganti, fatti di sacrificio e beltà, di gioia di vivere.

Il volantino Aprile 2013 Alfredo De Giuseppe

 
Lavori in corso...pessimi Stampa E-mail

 

Parliamo della nuova sistemazione viaria della zona 167. La parte che da sempre viene definita Bronx è in una situazione di solitudine, ghettizzata, non si sa quanto volutamente, sin dal progetto originario. Sarà un caso ma il primo insediamento era stato progettato ben lontano dalle altre case, dalla vita normale e così continua ad essere. C’era un solo progetto (di buon senso) per far decantare una situazione così degradata: fare una rotatoria all’incrocio fra via A. Moro e via G. Cesare e continuare la strada fino alla circonvallazione di via Lecce. Questo avrebbe fatto diventare la 167 il quartiere d’ingresso alla città di Tricase dalla parte sud, avrebbe valorizzato palazzi e strade, dato forse qualche possibilità di aprire negozi, distributori di benzina e posti di ritrovo. Invece che ti vanno a pensare i nostri tecnici?

 

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