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Silvio vince, Italia sconfitta Stampa E-mail

Per capire i danni procurati all’Italia dal berlusconismo, con tutto il suo armamentario televisivo e giornalistico, basterebbe avere un po’ di memoria. Ricorderemmo molte e variegate cose regalateci da quel ventennio, oltre alle sue vicende familiari, divorzi e cene eleganti incluse, ai suoi telegiornali usati come distrazione di massa e ricerca del consenso, al di là delle sue scivolate etiche, delle figuracce internazionali e delle bugie elevate a sistema, della spregiudicatezza quale unica arma contro avversari e delfini.  Qui, a mio esclusivo uso personale, vado a farmi un breve elenco delle cose certificate sulla qualità dell’uomo e dello statista. Se Silvio Berlusconi sarà nuovamente protagonista, comunque sia, di una nuova disgraziata e devastante stagione politica, non vorrei rimproverarmi fra qualche anno di aver vissuto anch’io nell’oblio mediatico, nella bolla televisiva, nell’italianità destrorsa e populista, da sempre guerrafondaia, vagamente razzista e ignorante. Per non sentire rivolgere da amici, stranieri o straniti, oppure convertiti dell’ultim’ora una semplice domanda: perché?

Quest’uomo, ostentatamente ricco, venuto da un nulla controverso e chiacchierato, era iscritto alla P2 quando quella loggia segreta, guidata da Licio Gelli, voleva sovvertire l’ordine dello Stato. È riuscito a far condannare in modo definitivo il suo avvocato Cesare Previti per aver corrotto un giudice al fine di appropriarsi della Mondadori. Però Previti secondo i giudici, e secondo buon senso, non era il corruttore ma il mediatore, perché l’unico a trarne profitto sarebbe stato Silvio Berlusconi. È stato condannato, per associazione mafiosa, con prove inconfutabili sulle continue collusioni con potenti boss di Cosa Nostra, Marcello Dell’Utri, che non era un manager qualsiasi ma il fondatore di Pubblitalia (raccolta pubblicitaria per tutto il gruppo) e di Forza Italia, il partito emerso in pochi mesi per rimpiazzare la vecchia classe politica, distrutta dall’inchiesta “Mani Pulite” e per “sdoganare” i vecchi fascisti del MSI e i nuovi populisti della Lega Nord. Altre decine di suoi collaboratori sono stati condannati (financo il fratello Paolo) per tangenti, mazzette alla Guardia di Finanza, per evasione fiscale e corruzioni varie, senza mai che nessuno di questi lo abbia coinvolto, pur agendo per suo conto. Arrivando al governo del Paese ha potuto disporre di mezzi immensi per salvare le proprie aziende da un imminente disastro finanziario e sé stesso da una probabile lunga detenzione. Infatti oltre ad una benevola quotazione in borsa delle sue aziende, il Presidente del Consiglio o il Capo dell’Opposizione, andava tutti i giorni in TV (quasi tutte sue, direttamente o indirettamente) a dire che era una vittima dei giudici e ogni tre mesi faceva approvare una legge ad personam che era semplicemente legata al suo problema giudiziario del momento. Così, nel consenso generale dei suoi tanti amici, nel sussiego di quasi tutta la stampa e con una opposizione parlamentare annacquata, sono passate leggi come la depenalizzazione del falso in bilancio, oppure la riduzione dei tempi di prescrizione e altre leggine ad hoc meno appariscenti ma comunque utilissime alla causa. Sui tempi di prescrizione ha giocato con rinvii, malattie e impegni istituzionali, al fine di risultare incensurato anche quando c’erano prove inconfutabili o quando c’erano rei confessi condannati in altri procedimenti, vedi i casi dell’avvocato inglese Mills per i fondi illecitamente costituiti all’estero e del senatore De Gregorio comprato con qualche milione di euro per far cadere il governo Prodi. Il sig. Berlusconi è stato poi condannato in modo definitivo solo per un’evasione accertata sui diritti dei film trasmessi dalle sue televisioni, i cui introiti venivano gestiti da una rete ben organizzata di società estere sconosciute al fisco italiano. Da allora è ufficialmente impresentabile, ma lui è stato sempre presente, ovunque condiziona, determina, sceglie, finge di fare compromessi o di crescere successori, di essere un barzellettiere o un buon padre di famiglia. Affabula i presenti, promette cose complesse, la lira insieme all’euro, meno tasse per tutti e le pensioni al massimo per tutti, sapendo benissimo che l’ascoltatore non si pone il problema se sia vero o falso ma solo che è bello sentirselo dire. Infatti lui stesso si può smentire con una facilità disarmante, magari dopo appena una settimana, senza che nessuno lo possa rimproverare.

Nel 2005, quasi certo della sconfitta elettorale cominciò a pensare ad una legge che al Senato non potesse produrre nessun vincitore e così nacque la legge che lo stesso relatore, il leghista Calderoli, definì una porcata (la madre di tutte le distorsioni successive). In questi mesi, oltre all’ennesima indagine per corruzione in atti giudiziari (Ruby e varie), dopo le rivelazioni di alcuni detenuti, Berlusconi è stato indagato, insieme al solito Dell’Utri, quale mandante degli attentati del 1993 a Firenze, Milano e Roma (anche contro Maurizio Costanzo), perché bisognava creare il clima giusto per la nascita del nuovo partito berlusconiano. Questa notizia è venuta fuori qualche giorno prima delle elezioni siciliane: non solo nessuno ha sentito il bisogno di approfondire tale notizia (mai nessuna domanda precisa e circonstanziata dai tanti giornalisti d’assalto, tranne l’eccezione di Roberto Saviano), anzi, quasi tutti i politici e gli intellettuali di questo Paese si sono subito detti certi dell’estraneità del buon Silvio. Infatti è stato giustamente riconosciuto come il vero vincitore delle regionali in Sicilia.

Ed ecco perché bisogna ricordare e scrivere: la sua fortuna è il nostro dramma, la sua vittoria la nostra sconfitta. L’Italia, nelle sue pulsioni migliori, ne esce sempre irrimediabilmente sconfitta. Lui in fondo è un simbolo e come tale non può permettersi il lusso di abdicare, e forse neanche di morire, perché lui, con il suo sorriso di plastica, copre un mondo sommerso di escrementi che se dovesse saltar fuori, potrebbe davvero far succedere una mezza rivoluzione. E non sia mai, perché al di là di alcune pagliacciate, questo è un Paese che nessuno vuole davvero cambiare. Perché per farlo ci vorrebbe onestà intellettuale, studio delle carte processuali, memoria storica e un po’ di coraggio. Tutte cose troppo lunghe per un twitt.

39° Parallelo - Dicembre 2017 alfredo de giuseppe

 

 
La mia colonna del 2 dicembre 2017 Stampa E-mail

Pensavo - rimuginando certamente intorno a me stesso - alla irresolutezza della vita, condita da speranze, ideali, amori, ostinazioni e costruzioni iperboliche. Nonostante le apparenze e le suggestioni di vite brillanti è difficile indicare in qualcuno un percorso netto, un applauso lungo e ininterrotto. Non può definirsi risolta la vita di Dante Alighieri, il genio della letteratura mondiale, così integrato nelle polemiche dei suoi contemporanei da rimanerne schiacciato. E neanche quella di Leonardo da Vinci, curioso e inquieto ricercatore delle leggi della natura, innovatore dell’arte e della scienza, che andò pellegrino da potente in potente, a fare cose frivole, pur di avere i fondi per le sue ricerche. E si può dire risolta e consolatoria la vita di Garibaldi che infine capì di aver combattuto per un ideale che favoriva solo alcune classi sociali? e che dire di Mazzini? Come visse il suo genio Caravaggio e quanto soffrì Galilei per le sue scoperte? Musicisti come Mozart sono morti giovani e nella miseria. Altri, più recenti, soffocati da droghe e rapporti irrisolti con la complessità del successo. Vasco Rossi, il più grande rocker italiano, non riesce a dirsi pacificato, dopo aver visto quanto è ispida l’ultima vetta.  Potrei continuare all’infinito in questo elenco sbilenco e disomogeneo, includendo poeti e scrittori, nobili e straricchi: ogni vita, per quanto grande sia stata l’affermazione della sua personalità, si può dire irrisolta nel suo intimo, nella sua più profonda consapevolezza dell’esistenza. Perché in fondo tutto è un divenire, tutto può cambiare in pochi attimi, tutto è destinato alla fine. Questa consapevolezza degli intelligenti, questa sensibilità pronta a cogliere le cose fondamentali, genera momenti tristi, situazioni difficili, sconfitte e fallimenti.

Tutto questo pensavo tra me e me, nella breve tregua di qualche minuto concessomi da un moderno (e ormai insostituibile) strumento di distrazione globale qual è lo smartphone, quando nelle news irrompe lui, il Silvione nazionale e capisco che tutta la mia filosofia è andata a sbattere su una montagna di cartapesta, sulla farsa perenne, sulla mafiosità strisciante, sulla bellezza della vacuità. In pochi secondi, parlando delle prossime elezioni, il fondatore di Fininvest fa delle affermazioni il cui senso compiuto è il seguente: 1) lui è vittima della giustizia e in quanto tale lotterà sempre; 2) si può vivere fino a 125 anni e lui lo dimostrerà; 3) lui si farà promotore di un vertiginoso aumento delle pensioni per tutti, soprattutto per i più poveri; 4) altresì sarà il promotore di una vertiginosa diminuzione delle tasse per tutti.

Mi son detto, ecco la risolutezza dell’essere, ecco la formula vincente dell’homo sapiens, incarnata nell’arcitaliano dott. ex-Cav. Silvio Berlusconi. Ecco perché piace ancora, perché vincerà probabilmente le prossime elezioni: lui ha saputo dare risposte che nessun genio incompreso o compreso ha saputo dare. Ha capito che per dirsi soddisfatto e dare pienezza alla propria esistenza bisogna, ogni giorno, riuscire a prendere per i fondelli il prossimo, con piacere e perseveranza. Una specie umana, il prossimo, che stranamente vive agognando qualcuno che lo prendi per culo, ma non solo una volta, possibilmente più volte, mattina e sera, ad ogni edizione del TG4.

 

il Volantino – alfredo

 
"l'abbandono del 'Puzzu', e del Sud" - di Francesco Greco - Giornale di Puglia 30.11.2017 Stampa E-mail

Pubblicato su "Il Giornale di Puglia" del 30-11-2017

di FRANCESCO GRECO - TRICASE (LE). E’ attribuita a Tolstoj: “Parla del tuo villaggio e sarai universale”. E’ la poiesis che si è data di Alfredo De Giuseppe (Tricase, 1958), cineasta, poeta, scrittore, intellettuale, con una personale visione del mondo, la natura, il reale, l’orizzonte, l’uomo in fieri, la sua anima ignota a se stesso.
E’ Il filo rosso che attraversa tutta la sua opera sotto l’aspetto artistico ed estetico. Ha elevato la città natale a topos che affolla di una ricca e complessa semantica e che fa da spettro per osservare il mondo. Il richiamo più istintivo è Garcìa-Màrquez, Macondo, villaggio il grumo di passioni e di magia è fascinoso.
In perfetta continuità, è anche la password di quest’ultima opera, “l’abbandono”, un corto di circa un quarto d’ora ideato e girato in pochi giorni (ottobre 2017), con una rabbia escatologica, come colto da un’illuminazione per cui si decide di fermare un sentimento intriso di pietas e furore, e di scandalo per la perduta bellezza, per la deriva nichilista in cui siamo immersi, per la quotidianità lacerata modulata sulla bruttezza che dallo sguardo, per transfert, sconfina nel paesaggio di piastrelle lucide e porte d’alluminio fra le antiche pietre, a svelare ai posteri tanta volgarità.


“L’abbandono” (presentato nel sontuoso Palazzo Gallone dalla libreria Marescritto, Meditinere e il “Volantino”, patrocinio del Comune, col sindaco Carlo Chiuri, l’avv. Alessandro Distante, il sociologo Gino Za, l’arch. Rocco De Matteis, il prof. Giovanni Carità, ) si trasfigura così in una favola amara, un pugno sui denti, una provocazione intellettuale cool, un “urlo” alla Munch per questa lebbra silenziosa e inesorabile che ha invaso i nostri cuori, corrotto la percezione e le difese immunitarie, ci ha resi insensibili alla bellezza, gonfi d’indifferenza, spesso violenti e cattivi.
Ma il degrado del rione “Puzzu” (il cuore settecentesco del centro antico della città) va letta anche come metafora nuda di un universo, il Mezzogiorno, a cui apparteniamo per la disgrazia d’essere nati (come direbbe il sublime Cioran) ma che ormai ci sta diventando estraneo e a tratti ostile, spianando la via alla fuga disperata.
Dal “Puzzu” tutti sono scappati (start 4 ottobre 1964, il “botto” della fabbrichetta di botti) per un sottinteso, infido esproprio culturale: non fa status restare in un rione povero se si cambia censo: se si fanno i soldi, si può vivere anche senza memoria, radici, identità. Meglio la villa pacchiana senza stile e intorno un ettaro di terra. Quelle case se le compreranno i forestieri, le restaureranno, le valorizzeranno. E’ il mercato, bellezza, ogni poesia è formattata.

Ciò che accade nel rione (detto anche “Stradelle”), il “degrado umano e culturale”, per transfert diviene dunque lo specchio fedele di un Sud desertificato, umanamente e materialmente (“Vendesi” ovunque), un mondo sfatto, confuso, schizofrenico, in putrefazione, che non offre un futuro, senza una classe dirigente degna, non ripiegata sui propri benefit castali, una borghesia un po’ illuminata, un ceto politico che non sia di rozzi mestieranti e cinici avventurieri sempre sul confine della galera, attaccati al posto sicuro nel listino (finché l’antipolitica non li spazzerà via mandandoli a lavorare), intellettuali spenti (al di là dell’ideologia di derivazione) che non masturbino il reale. Tuttavia il Sud funziona, ha delle (esigue) eccellenze, in un contesto di degrado, di barbarie, un mondo che si regge sul fai da te, genio e sregolatezza, start-up vincenti, ricercatori ostinati, e di pensionati e badanti, pusher e politici senza peso specifico.
Ma se la speranza ci sfiora come uno “scandalo”, fra le righe dell’opera si intravede un’esile luce. Attorno al pozzo senza acqua, là dove ieri brulicava un’umanità dolente e virile, tenuta insieme da un magico plancton universale che solo i poveri conoscono, oggi non ci sono bambini ma la sera i ragazzini indugiano colmi di un’energia che cogli nell’aria, attirati dall’odore di olio fritto di una pizzeria, in una movida povera e ingenua, da borgata pasoliniana; il barbiere aspetta clienti sulla porta; il calzolaio risuola le scarpe della festa. Gli irriducibili abitanti hanno messo in scena il “botto”, e c’è persino un folle che ha aperto il varco a una modernità feticista che sublima il tutto nel segno con una botteguccia di tatuaggi. Forse i bambini e le mamme presto torneranno?

L’opera di De Giuseppe sfrutta i codici del cinema neorealista, sospesa fra l’asprezza poetica di Rossellini e De Sica e l’afflato socio-antropologico alla Nanni Loy (ricordate l’avventore che inzuppa il cornetto nel cappuccino altrui?), e conferma – in questo scorcio di III Millennio - di aver afferrato il mood profondo della nostra anima mediterranea, il dna polisemico delle culture che compongono il nostro sangue e la memoria, più di altri registi con più visibilità mediatica, che affastellano banalità e luoghi comuni.
Questo è il cinema che ci emoziona, che ci riduce al silenzio: come accade dinanzi alla poesia.

 
La mia colonna del 25 novembre 2017 Stampa E-mail

Certo il calcio non dà buon esempio, prima di tutto a sé stesso e poi alla massa di giovani che in linea teorica vorrebbe educare. Non tanto per una sconfitta sul campo di gioco quanto per tutto quello che succede fuori, prima di ogni partita, durante le scelte strategiche, dopo ogni scandalo, dopo ogni singolo contratto. Il calcio ha assunto negli ultimi anni dimensioni spaventose in termini di interessi economici, televisivi, pubblicitari. Tanto importanti, tanto nevralgici da essersi infiltrata la mafia, come in quasi tutte le cose importanti di questo momento, dall’immigrazione, alla politica, alla finanza. C’è una regola non scritta che oggi mi pare incontrovertibile: dove c’è tanto denaro, c’è puzza di malaffare. Procuratori miliardari che decidono le sorti di un campionato, presidenti sconosciuti come quello che avrebbe comprato il Milan, calciatori modesti scambiati per decine di milioni al solo fine di oliare tutti gli ingranaggi, le televisioni onnipresenti, i commentatori finti ingenui, la Lega calcio governata secondo i riti di una cosca, la finzione del duello gladiatorio riportatoci come metafora della vita.  In effetti il calcio dimostra cosa conta di più in questa società: la ricchezza acquisita quasi per caso, quasi senza sforzo, solo perché inserito nel meccanismo giusto al momento giusto. Ventura, il commissario tecnico, non si dimette: se ne va solo dopo lauta buonuscita. Il presidente Tavecchio può lasciare la Federcalcio solo se si trova un nuovo personaggio che garantisca la spartizione della torta, secondo indicibili accordi fra i suoi impresentabili padroni. Poi perdiamo una partita e ci fanno pesare l’eliminazione dai prossimi mondiali come una colpa collettiva, come un irreparabile danno alla nostra immagine, alla nostra economia.

Ci sarebbe da prospettare la fuga nel calcio dilettantistico, ma non sempre è così. Pochi anni fa il Procuratore Cataldo Motta disse: attenzione, nel calcio dei nostri paesi si nascondono spesso elementi malavitosi in cerca di un riconoscimento sociale e pubblico, difficile da ottenere in altro modo. Un riconoscimento che avalli le posizioni e gli atteggiamenti negativi dei piccoli boss, pronti a copiare le mosse dei grandi. E se non c’è malaffare, c’è un malcelato interesse politico che conta di far breccia su giovani ingenui, inesperti e manovrabili. Niente di nuovo: dopo lo spontaneismo dei primi decenni del novecento, il calcio, dagli anni ‘60 in poi, è stato sempre gestito come veicolo di visibilità e quindi di consenso politico. Del resto non va dimenticato che anche nelle ultime amministrative di Tricase c’è stata una lista di soli calciatori e dirigenti o loro parenti. In questi ultimi anni abbiamo visto presidenti pronti al sacrificio con un dichiarato scopo elettorale, una comunità sempre più distante dalle dinamiche contorte dello sport e soprattutto una totale assenza di programmazione. Anche in quel campo c’è poca voglia della lenta costruzione, non c’è pazienza intorno ai giovani, non c’è il piacere di una visione collettiva.

Se il calcio, con i suoi riti, i suoi duelli e i suoi entusiasmi, è metafora della vita, bisogna allora conoscere, attrezzarsi e difendersi. Alcuni ragazzi di Tricase, alcuni over 50, stanno portando avanti da anni un sentimento chiamato calcio popolare. Uno schema fatto di rifiuto della violenza sugli spalti, di una pulizia comportamentale di società e calciatori, di un tifo organizzato per i propri colori, per una competizione sana e divertente, ma che significa anche aggregazione, ritrovo, amicizia. C’è da aggrapparsi ai tanti gruppi presenti nei paesini d’Italia, quelli dei campi brutti e sporchi, quelli che lavorano tutta la settimana oppure non lavorano tutta la settimana, quelli che vedono il calcio televisivo come arrogante e pretenzioso. Perché nella vita non sempre è importante vincere, ma fare la cosa giusta.

 

il Volantino – alfredo

 
La mia colonna del 18 novembre 2017 Stampa E-mail

Nel 1978 succedevano molte cose: Aldo Moro veniva rapito e ucciso; Peppino Impastato veniva fatto saltare su un binario ferroviario; veniva approvata la legge Basaglia sulla chiusura dei manicomi; al cinema davano “il cacciatore” uno dei capolavori assoluti di Michael Cimino; Mina appariva per l’ultima volta in TV; Papa Luciani prima eletto e poi morto; Andreotti governava a Roma, a Tricase era sindaco prima Cassati e poi Serrano; e io avevo vent’anni. Succedeva un’altra cosa importante: veniva finalmente appaltato il risanamento della zona “Puzzu” di Tricase. La povertà in quelle case, in quelle corti, in quelle strade c’era da secoli ma il degrado arrivò il 4 ottobre del 1964 quando “mesciu Lia” nel preparare i suoi fuochi d’artificio fece esplodere la sua casa e purtroppo anche sua moglie e sua nipote. Tredici famiglie furono costrette a lasciare le loro case, crollate o pericolanti, senza alcuna assistenza, andarono ramengo per parenti e amici. Il Comune diede loro 15.000 lire (uno stipendio era all’epoca di circa 50.000 lire) e poi niente più, neanche la speranza. Gente povera, anziani e malati, dimenticati da tutti, alla faccia della democristianità. Le macerie avevano prima occupato anche la sede stradale, poi erano rimaste intoccate per quasi quindici anni, durante i quali topi e vipere presero il posto dei residenti che preferirono emigrare o scappare in periferia piuttosto che vivere senza acqua e fogna, senza alcuna prospettiva di un rapido risanamento.  Quando misero su quel grande cartello, proprio dove c’era la casa che era saltata in aria, sembrava l’inizio di una nuova vita per il dissestato centro storico di Tricase. Furono in effetti rimosse le macerie e poi senza una spiegazione plausibile i lavori si fermarono di nuovo. E sono rimasti fermi per altri quarant’anni, nonostante una decina di nuove Amministrazioni, di tanti comizi e programmi elettorali tutti centrati sul rilancio di una zona che sempre più veniva definita degradata.

Nel 1964 un misero contributo, la perdita della casa, la fine della vita rionale, nel 1978 l’appalto dei lavori e poi infine segnali di fumo nel 2016. Perché in quell’anno il GAL, un ente che lavora con i finanziamenti europei, immagina una struttura per la promozione e la vendita di prodotti delle aziende locali dell’agroalimentare. Il Comune dà il suo benestare e il suo supporto, sistemando la piazzetta dove insistevano le case crollate, ma il risultato è in linea con la storia degli ultimi 50 anni: un disastro. Invece di prendere magari anche un affitto una delle tante case dismesse, viene impiantata una struttura in plastica (o simil tale, forse cartone pressato o polistirolo espanso) che dà un ulteriore immagine di degrado. La struttura che deve promozionare la bontà dei prodotti locali è un container senza anima e senza amore, una delle tante cose fatte perché c’è un finanziamento, perché bisogna pur dire di aver fatto qualcosa negli ultimi 40 anni. E dove si può piazzare se non in una zona di per sé senza alcuna pretesa, nascosta e dimenticata? Ora è davvero arrivato il momento che qualcuno si preoccupi di fare un progetto complessivo, di coinvolgere i proprietari delle case, i pochi residenti, gli enti che forniscono servizi come Enel, AQP e altri, qualche bravo architetto, anche qualche bravo sociologo. Ora bisogna tentare di riannodare i fili della storia, anche se dolorosa, come quella delle tredici famiglie abbandonate già nel 1964 (e alcuni di loro finirono la loro vita in manicomio), anche quella dei tanti emigranti, dei tanti dispersi nelle zone 167 di tutto il mondo. Perché nel 2018 succederanno tante cose e io avrò sessant’ anni.

 

il Volantino - alfredo

 
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