Giovedì 26 Maggio 2016
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In Primo Piano
Non mi piace Stampa E-mail

C’è una Tricase che non mi è mai piaciuta e che continua a non piacermi anche ora che alcune battaglie sono diventate più comuni rispetto ad oltre quarant’anni di guerre quasi solitarie. Non mi piaceva a suo tempo la DC arrogante e clientelare che tanti guasti ha causato nella gestione del territorio e della coscienza collettiva; non mi piacevano i craxiani di ferro, la loro sete di potere e denaro; ho rigettato i berlusconiani della prima e seconda ora come una definitiva maledizione sul nostro Paese che di tutto aveva bisogno tranne che del populismo becero misto alla supina accettazione della corruttela. Non mi piacciono ora i nipotini di Bertinotti e Mastella che mascherati di vari colori sono al governo della città da oltre quindici anni, un po’ troppo legati ad una poltrona fatta di piccoli e grandi interessi. E neanche i nuovi guerriglieri dell’onestà che mancando di quel minimo di autonomia intellettuale mi fanno paura come tutte le chiese, le congregazioni e le sette.

Non mi piace il Piano Regolatore che non c’è da oltre cinquant’anni, non mi piace pensare che quando ci sarà, atto forzato da Enti esterni, sarà inutile, tanto sarà stato devastato il tutto che ci circonda. Non mi piace che il depuratore scarichi al canale del Rio e che l’unico progetto immaginato sia la condotta a 1Km dalla costa, con la convinzione che i problemi si risolvano allontanando un po’ la merda. Non mi piace che ancora tantissime case di Tricase Porto e Marina Serra non abbiano l’allaccio alla fognatura pubblica. Non mi piace la gestione del Parco Otranto-S.M. di Leuca né il faraonico Piano Coste che pare scritto negli anni ’70 e non contiene nessuna visione originale, così come è allucinante vedere all’ingresso del paese le barriere antisuono in pietraio e legno (ormai cadenti) delle super-corrotte Ferrovie Sud-est (quando nel 2007 denunciai penalmente tale opera fui quasi deriso); non mi piace che rispetto alla strada 275 il nostro Comune abbia idee ondivaghe che invece di risolvere il problema con soluzioni semplici e rispettose dei luoghi (stop a Montesano) allunghino il brodo alimentando nuove polemiche; se c’è, non mi piace il piano traffico, né i marciapiedi di questa città, neanche la gestione dei parcheggi che da sempre pare un affare più importante di quello che realmente è. Non mi piace che non ci sia una sola isola pedonale né un parco con qualche albero e quattro panchine. Non mi piace che dopo tanti anni non vi sia un mezzo di trasporto pubblico che colleghi le frazioni e le marine di Tricase. Non mi piace la raccolta della spazzatura che non tende all’ottimizzazione e al coinvolgimento di un’utenza che andrebbe educata e non presa in giro con qualche mancia elettorale. Non mi piace chi abbandona oggetti e rifiuti nelle campagne, chi abbatte i muretti a secco e chi lottizza ovunque e comunque.  Non mi piace l’oblio delle periferie con gli scheletri delle case mai completate e la ghettizzazione della zona 167. Non mi piace la statua di don Tonino in piazzetta Dell’Abate, dove fa orrore anche la postazione del bike-sharing, così come è indescrivibile la scelta e la bruttezza della casa in plastica costruita con il contributo del GAL in piazzetta du Puzzu. L’abbandono della casa natia di Giuseppe Pisanelli in via Tempio è sintomatico dell’attenzione verso la nostra Storia, mentre nessuno analizza con le giuste competenze come abbattere definitivamente la casa/finto albergo sul costone del Porto, da decenni in stato di perenne pericolosità. Non mi piace che la quercia Vallonea, simbolo di Tricase, quella dei Cento Cavalieri, resti ingabbiata dentro una bruttissima ringhiera d’alluminio, nel degrado che la circonda, né mi piace che gli unici alberi davvero salvaguardati siano quelli di Piazza Pisanelli che invece andrebbero trapiantati in altro luogo per far tornare la Piazza quella che era. Non mi piace un Sindaco che molto ha promesso e poco ha mantenuto, che convive con un enorme conflitto d’interessi che fa guardare a tutti noi ogni atto con la lente del sospetto. Non mi piace chi ha cenato prima con Berlusconi, poi con Casini e infine con Abaterusso pur di raggiungere primati personali imbevuti di noiosi e ripetitivi comunicati stampa. Non mi piacciono di Tricase alcune persone sempre appollaiate sul tetto del vincitore, né mi diverte non farmele piacere. Non mi piace di Tricase l’assenza del lavoro e di chi non fa niente per crearlo per sé e per gli altri, né mi piace la distanza siderale delle scuole, di quasi tutti i professori e studenti dalle problematiche storiche della città. C’è una Tricase che non mi piace, è vero, ma ce n’è anche una che mi piace, ma questo è un altro capitolo, nell’altra pagina del racconto.

"il Volantino" del  21 maggio 2016                Alfredo De Giuseppe

 
ANTOLOGIA DEI PENSIERI SCIOLTI, CONTEMPORANEI A FB Stampa E-mail

 

In questi anni ho scritto spesso e ovunque. Durante un viaggio, in una sala d’attesa, davanti alla saracinesca di un meccanico o semplicemente seduto alla mia scrivania. Sono appunti, ipotesi di storie e sceneggiature, pensieri sciolti buttati su carta che qualcuno chiama poesia. Lasciati in un cassetto, in un vecchio notes o sperduti nel pc. Non credo che sia più il caso di pubblicare libri di poesia in Italia, considerata la sterminata massa di poeti, l’inesistente pubblico e l’inutile deforestazione: quindi ho deciso di creare un’antologia su Facebook, ad esclusivo uso dei miei amici e dei loro contatti. La chiamerei 
“ANTOLOGIA DI PENSIERI SCIOLTI, CONTEMPORANEI A FB”.

Sul perché siano sciolti (quindi liberi, privati, pubblici e anagrammatici) lo lascerò giudicare ai lettori così come potranno osservare quanto siano contemporanei a questo mondo (anche virtuale) in evidente e spesso logorante evoluzione. La prima poesia è stata postata il 21 marzo.

Sto rimettendo in ordine decine di scritti e quindi pubblicherò una “cosa” alla settimana, magari ogni domenica pomeriggio, come un appuntamento fisso al momento del caffè. Mi sembra un bel modo per raggiungere un certo numero di amici, di interagire con persone lontane, di rendere pubblici (pubblicare) alcuni pensieri, a volte anche poetici, ma spesso sciolti da vincoli, compreso quello di seguire un canone poetico. Alla fine si sarà formata davvero una piccola raccolta e chi vorrà potrà anche stamparla, liberamente senza alcun senso di copyright. Un dono forse insignificante ma pur sempre un modo per stare insieme. Un abbraccio a tutti, dandoci appuntamento per domenica pomeriggio. Grazie. alfredo

Tricase, 25 marzo 2016

 

 

 

PASCOLO ATTENTO

Pascolo attento

in una terra diventata alla moda

le cicorie selvatiche miste a cucine esotiche

le rape sinonimo della ruralità

fra veleni costanti e fumi neri

 

il turista segue il tratturo di massa

il bagnante non vede i fanghi grigi della modernità

la sabbia stanca di mura selvagge

 

io pascolo in silenzio

in attesa di un mondo verde e giallo

con i dépliant in bianco e nero

alfredo   num 1     settembre 2015

 

 

HO PREFERITO FARE

Io ero un elettricista

potevo essere un gran tecnico

faccio piccole manutenzioni

 

io ero un frigorista

potevo essere un inventore

faccio il lavamacchine manuale

 

io ero un pescatore

potevo essere un armatore

faccio il garzone di bottega

 

io ero un carrozziere

potevo essere un designer

faccio il rigattiere di quartiere

 

io ero un gran palleggiatore

potevo essere un asso del pallone

faccio le linee del campo sportivo

 

io ero una bella donna

potevo essere la danzatrice della Scala

faccio la casalinga di paese

 

io ero una scimmia

potevo essere uomo

ho preferito fare lo scimpanzé

 

alfredo      Num. 2      marzo 2014

 

NON PUOI CHIEDERE

Non puoi chiedere

più sole al sole

o meno vento al vento

 

non puoi chiedere

più amore all’amore

né più morte al nulla

 

puoi chiedere

più vino al vino

più sangue al sangue

più rassegnazione all’età

più ragione all’intelletto

 

puoi chiedere

più denaro al lavoro

più gioia alle pietre

più fortuna alla sorte

più responsabilità all’etica

 

non puoi chiedere

più sole al sole

o meno vento al vento.

 

Alfredo num. 3   aprile 2007

 

 

Non viaggio più

 

Non viaggio più

con aerei ultraveloci

sui cieli inquinati di pechino

sulle spiagge profumate

sui mari privi di pesce

nella storia del centro città

nell’abbondono della periferia

nei resort col bagno turco

non viaggio

con treni residuali

e neanche con quelli rossi e argento

prima delle escursioni alpine

delle gondole veneziane

delle saune svedesi

 

viaggio

con una macchina magica

che si connette con un dito

o forse con uno sguardo

mostra il mondo in un minuto

cartoline patinate e morti in diretta

documentari perfetti, paesi in dissesto

falsità e verità

in unico rullo

con l’ultimo gol meraviglioso

o l’ultimo grandioso concerto

che dopo un minuto sono già penultimi

 

come un Salgari

scrivo di luoghi che non ho mai frequentato

di uomini che non ho mai conosciuto

di scienziati che non ho mai capito

di avventure mai vissute

tutte cose sezionate fra milioni

nel minuto che mi è concesso

con l’ausilio di wikipedia

 

alfredo  num 4      gennaio 2016

 

Viaggio

Viaggio
fra Damasco e Lesbo
con tre bambini sulle braccia
distesi sul mio corpo
dentro un’imbarcazione
adusa alla morte

Ecco la costa d’Europa
sembra sentire un profumo di amore
la vista si arrende fugace
alla felicità
di una rinascita collettiva

Come può
l’annoiato turista occidentale
viaggiare tutta una vita
su una comoda nave
con il cibo a buffet
piena di giochi, musica e piscine
e non sentire
le grida dal mare?

 

Alfredo num 5   marzo 2016

 

Come un samurai

Come un samurai
in pensione
peso la compassione
come un’arma
mentre tutto piomba
ho voglia
di una birra
davanti a una tv
di nessuno che parli
di cose fragili da proteggere

 

Alfredo num. 6  febbraio 2010

 

Chiedersi

È tutto un chiedersi
di notte, di pomeriggio
cosa me ne è venuto
per essere attento alla mia etica umana
per essere pronto al sacrificio sociale
per essere dentro le emozioni universali.
Di tutto quel bailamme
che poteva avvenire
mi è rimasta una sola grande cosa
interrogarmi sulla parola amore.

Alfredo num. 7 Agosto 2015

 

Politico

Perché non aspettare
la forza
e cominciare
la battaglia

Perché non concepire
un’idea
e incendiare
le risorse

Perché non immaginare
un mondo
e buttare
tutto te stesso?

Alfredo num 8  gennaio 2008

 

Canzoni d'amore

Canzoni d’amore

mascherate di blues

il tour de France sulle montagne

la follia di un Haber

la fredda birra a mezzogiorno

la malferma falesia dell’Adriatico

le notizie di niente

pronte

a formare una domenica

 

alfredo num 9 – luglio 2014

 

 


 
il PD e la Nazione Stampa E-mail

Scrivere in sintesi la storia del PD degli ultimi cinque anni è come fare un compendio delle assurdità politiche dell’Italia, della difficoltà del nostro Paese di uscire da una serie di vizi atavici che vanno dal familismo alla corruzione per arrivare più modestamente alla trasposizione macchiettistica del potere. Tralasciando gli anni e la genesi del nuovo partito, partiamo dal 2011. In quell’anno Berlusconi e il suo governo si rendono inguardabili agli occhi del mondo intero. I capi di Stato tentano di evitare anche le foto con l’uomo più ridicolo, ingombrante e corrotto che si possa immaginare al governo di una nazione moderna. Tanto è negativa la sua immagine che si sovrappone facilmente alle endemiche difficoltà italiane, debito pubblico e cattiva amministrazione in primis, e quindi con la perdita di credibilità porta l’Italia verso il baratro di una crisi irreversibile. Alcuni dei suoi parlamentari, dopo aver accettato di tutto, compreso la nipote di Mubarak, cominciano ad abbandonarlo, non ha più la maggioranza in Parlamento. Ragione vorrebbe che si vada alle elezioni, immediatamente, anche per cancellare definitivamente l’ultimo devastante ventennio. Invece il PD supinamente accetta l’invito del Presidente Napolitano di formare un governo di unità nazionale con dentro tutti, tranne la Lega. Il PD decide di non vincere le elezioni, di governare insieme al solito “regista” Berlusconi appoggiando il governo tecnico Monti con tutte le riforme economiche a cominciare dalla Fornero e dal Fiscal compact che portano il Paese immediatamente in recessione. La malattia è curata ma il malato è morto. Il PD non può affermare che Monti sia stato un disastro mentre tutti gli altri, a cominciare da Zelig Berlusca, lo rinnegano, lo insultano e lo mettono in un angolino. Il PD intanto come sempre, pensa a regolare le questioni interne: va alle primarie e Bersani stravince su Renzi, visto dai compagni come il superdemocristiano intrufolato per opportunismo dentro le fila del partito più democratico che c’è. Si va alle elezioni del 2013: finalmente Napolitano accetta che questo paese possa anche votare. Il PD di Bersani riesce nell’impresa davvero complicata di farsi rimontare di nuovo da Berlusconi e di farsi raggiungere dal Movimento di Grillo. Un pareggio a tre con un piccolo vantaggio per il PD. Un vantaggio che grazie alla legge porcata voluta dalle destre nel 2006 gli dà un grande vantaggio alla Camera e una minoranza al Senato. Si deve eleggere il nuovo Presidente della Repubblica: dopo vari tentativi il PD propone il nome di Prodi, che viene accettato anche da SEL e altre formazioni, con la forte avversione del proprietario di Mediaset che vede nel bonario bolognese l’unico vero avversario della sua vita. Puntualmente il PD gli corre in soccorso, ben 101 suoi parlamentari non votano Prodi, il quale ritira immediatamente e dignitosamente la sua disponibilità. Tutti sono convinti, le destre miracolate soprattutto, che deve essere rivotato Napolitano, il quale accetta alla sola e solita condizione che si faccia la riforma dell’indegna e antidemocratica legge elettorale con il coinvolgimento di tutti, anche di quelli che la legge l’avevano fortemente e fascistamente voluta. Napolitano si guarda bene dall’affidare la formazione del nuovo governo a Bersani, che in definitiva potrebbe essere appoggiato anche dai 5Stelle e nella logica d’ammucchiata viene chiamato Enrico Letta che governa con i berluscones. Nel frattempo il PD ha affidato la segreteria all’ex sindacalista Epifani chiamato a fungere da tampone fino all’elezione del nuovo segretario. Bersani si sente sconfitto, i suoi vacillano e sono pronti, quasi tutti ad adeguarsi alla modernità, ad appoggiare il giovane rottamatore Renzi. Il quale, divenuto segretario a furor di popolo, non vede l’ora di governare l’Italia, insieme ad un manipolo di giovani amici, spesso belli e arroganti. Senza alcuna grazia, fa fuori Letta che nel frattempo era stato abbandonato da Berlusconi perché non l’aveva salvato da uno dei tanti processi in corso. Renzi, tanto per continuare il guazzabuglio degli anni precedenti, appena insediatosi premier, chiede alo stesso Berlusconi di dargli una mano a fare le riforme costituzionali. Come primo atto da rottamatore non c’è male: riabilita un condannato in perenne conflitto d’interessi (soprattutto mediatico e culturale) e ridà centralità ad una destra ormai in disarmo e divisa. Ancora una volta l’ex-cavaliere (che aborra qualsiasi norma decente) si sfilerà poi dalle riforme e lascerà il PD alle sue contraddizioni. Il suo segretario-primo ministro fa accordi palesi e sottobanco con chiunque, anche con Verdini e Co., ex-dominus del Popolo delle Libertà, mentre la sinistra del PD rilascia solo interviste interessanti, molti abbandonano il partito per fondare nuovi improbabili movimenti. Il Pd non è mai d’accordo con sé stesso: vince Roma con Marino e poi lo fa fuori; le riforme costituzionali sembrano stiracchiate su posizioni poco progressiste, direi quasi massoniche; sulla riforma del lavoro non sanno come prendere le norme volute dalla destra mondiale; sulle Unioni Civili, ritenute indispensabili dall’Europa, litigano fra di loro cattolici di sinistra e omosessuali cattolici; su ogni norma, delega, decreto il PD si spacca, si frantuma, non sa chi è, non sa quale progetto sta portando avanti. Il massimo della confusione schizofrenica lo tocca con il referendum sulle trivellazioni petrolifere volute dal governo targato PD: le Regioni governate dal PD chiedono la consultazione popolare e il PD centrale come via d’uscita chiede di non andare a votare. Siamo alla fine della politica del territorio, tanto sbandierata da tutti, alla fine di ogni sogno, utopia, onestà intellettuale e coerenza. Siamo nella casa del PD, in questo caso il vero partito della Nazione, nel senso più deleterio del termine, quello che vuole solo il potere, sempre contiguo al malaffare, alla corruzione e anche al teatro dell’assurdo. Il Pd in definitiva rappresenta tutti i vizi e le poche virtù dell’Italia di oggi, di ieri e forse di sempre: dobbiamo arrangiarci, vivere alla giornata, tenerci tutto, finché tira, fino allo sfinimento, fino all’abbandono del campo con relativa fuga disperata verso l’ignoto.

 

39° Parallelo – aprile 2016                                                       Alfredo De Giuseppe

 

 
Dal “Quotidiano” del 2 marzo 2016 - di Claudia Presicce Stampa E-mail

La nostra storia vista attraverso i tramonti

Il libro di Alfredo De Giuseppe

Siamo tutti storditi dalla magnificenza dei raggi del sole, dal respiro di un cielo quando, lontano dalle punture delle ciminiere, non squarciato da sibili burrascosi, resta immobile, lì per noi, a regalarci il senso del sublime, a ricordarci la nostra piccolezza, a farci ricordare i contatti con l’istintività che releghiamo ai margini di esistenze poco umane. Che cosa siamo di fronte al cielo? Quanto è più piccolo questo mondo se solo si guarda all’insù e ci si ferma a pensare? E’ una domanda rara per chi vive sotto un cielo di guerra, di distruzione continua e ricostruzione lenta, ma anche per chi cerca la pace, chi punta a costruire strade globalizzate da lastricati solidi che portino davvero gli uomini a camminare insieme, dando un senso ad un mondo che sembra averlo perso.

“Il vero tramonto del Salento è dalla parte dello Jonio. Devi superare Punta Ristola di Leuca per guardare in faccia l’Occidente, per iniziare la risalita d’Italia, vedere il sole rosso immergersi nelle acque che in definitiva corrono consapevolmente verso l’oceano, dopo Gibilterra”: è una storia legata al sole “Tramonti di tramonti” (Manni, 13 Euro) di Alfredo De Giuseppe. Ma anche no.

E’ legata all’idea del tramonto visto più in generale. Ad esempio al tramonto della nostra civiltà, dell’Occidente, guardato dagli spiragli oscuri della crisi, nelle chiacchiere da bar da chi pensa a quel minuscolo fazzoletto di cielo che ricopre solo la sua storia da difendere. Oppure c’è, in queste pagine così libere e fiere, il tramonto dell’ homo novus come direbbe il professor Tamoni che si è rintanato nel Salento dal lontano 1946. Età tra gli 80 e i 100 anni, il professore venuto dal nord sta in un pezzetto di terra vicino a Cerfignano sin dalla fine della seconda guerra mondiale, solo e senza famiglia, in cerca di una pace che altrove gli era stata negata. E’ sempre lì, discorre con chi lo va a trovare e dice che la civiltà occidentale è già tramontata, dopo aver dato il meglio di sé dopo il Seicento, dopo aver spinto l’uomo verso la felicità possibile: “basti pensare alle lezioni di Rousseau o all’incontenibile saggezza di Voltaire, all’Illuminismo come scuola di pensiero universale, fino ad arrivare alle Costituzioni dei paesi sconfitti della seconda guerra mondiale”.

Si capirà da queste poche descrizioni che questo libro è sospeso tra racconti e riflessioni sparse, non è diviso in capitoli, ma in narrazioni che sembrano ricongiungersi prima o poi, anche se lontanissime, in un tratto salentino o in una riflessione simile a longitudini lontanissime. C’è infatti il tramonto in Iran, in Pakistan, a Gaza, in Arizona, c’è Tricase, Lido Marinelli, Torre Vado e così via in un viaggiare che è solo fatto di storie.

Ognuna delle pagine di De Giuseppe apre e chiude piccoli mondi, mentre quello di Luca e Kejal scorre in una striscia continua lunga cinque anni, disegnati da una curda e un italiano. Lui l’aspetta ancora mentre guarda il cielo, lei è a Kobane ad occuparsi della rivoluzione del suo popolo, a difendersi dall’IS. Ma se le guerre finiscono lei tornerà.

Claudia Presicce

 
La tessera del partito maggioranza Stampa E-mail

La tessera del partito maggioranza

Riprendo la riflessione di Alessandro Distante, apparsa sul Volantino del 6 febbraio, dal titolo “Disorientato”, per parlare del tesseramento del PD.  Si potrebbe obiettare in premessa che non essendo il partito in cui milito non è necessario interessarsi del funzionamento di quel movimento politico, che in definitiva può fare e disfare al suo interno come meglio gli si confà. Nella realtà parliamo a livello generale del Partito che sta governando l’Italia e la Regione Puglia e, nel particolare, a Tricase della formazione politica che sta sorreggendo l’attuale maggioranza fin dal 2001: interpretare le dinamiche interne di quel partito significa cercare di capire dove va oggi la democrazia, quali possono essere le nostre aspettative, quali nuove frontiere stanno per aprirsi. E quindi cerchiamo di riassumere brevemente quel che sta succedendo nel PD tricasino (che a ben guardare sta avvenendo in tutta Italia). Segretario cittadino del Partito Democratico è Stefano Valli, un bravo ragazzo che per anni ha tenacemente voluto quel ruolo: si ricordano ancora le sue intemerate pubbliche contro Vanessa Nicolardi tacciata di scarso attivismo. Arrivato nel ruolo tanto agognato, Valli ha smesso qualsiasi ipotesi di operatività ed ha iniziato a ricevere costanti consigli dai vecchi cantori della politica tricasina. E al momento appare la sua unica seria attività, non avendo il partito né una sede dove incontrarsi né mai promosso un incontro pubblico o un manifesto, una presa di posizione, se si esclude quello sul vecchio cimitero, a tempo abbondantemente scaduto.  D’altro canto il PD è nella maggioranza consiliare dove il Sindaco non è iscritto al partito e dove il capogruppo Carmine Zocco cerca incessantemente visibilità che non trova, non avendo in effetti gli aderenti al PD nessun ruolo istituzionale, neanche uno scalcignato assessorato. In questo quadro (immacolato) si inserisce all’improvviso il buon Nunzio Dell’Abate che dopo anni di militanza nelle fila del centro-destra, di decisa e muscolare opposizione consiliare, alle ultime elezioni regionali decide di lasciare l’UDC e appoggiare apertamente il candidato di Patù del PD, Ernesto Abaterusso. Per inciso va ricordato che il noto politico del sud Salento è in aperta competizione (eufemismo) con l’altro consigliere regionale Sergio Blasi che a sua volta è stato sponsorizzato  a Tricase dalla maggioranza del partito. Passate le elezioni regionali e avvicinandosi la scadenza del nuovo tesseramento, Nunzietto, spinto stavolta da Ernesto, decide che è il momento di cambiare definitivamente casacca. Insieme a lui, dopo incontri travagliati, lo decidono anche gli altri consiglieri comunali eletti nelle sue liste e precisamente Gianluigi Forte e Vito Zocco, oltre a Guerino Alfarano che nel frattempo era uscito dalla maggioranza e che ora rinnova la sua tessera con maggiore convinzione. Insieme a loro una cinquantina di simpatizzanti della ormai vecchia UDC. A questo punto si alzano le barricate, i vecchi alfieri si appellano alla purezza della razza, Valli finalmente dà segnali vitali e invia il nuovo pacchetto tessere all’analisi degli organi provinciali i quali in definitiva ratificano il tutto senza grandi problemi. Conseguenze immediate di questo resoconto: nel Consiglio Comunale di Tricase ora sono tutti in maggioranza (Pasquale De Marco comunque c’è e Tony Scarcella sa che Forza Italia è in confusione). La minoranza si è fusa dentro la maggioranza, il PD è la casa comune che appoggia Coppola e che domani sceglierà il candidato Sindaco.  Dell’Abate dovrà tentare di convincere la maggioranza del PD che il candidato ideale è lui, il non politico dei tempi moderni.

Questo bel raccontino, che in fondo sarebbe anche divertente, predispone ad alcune nuove riflessioni. Innanzitutto il berlusconismo prima e il renzismo dopo hanno determinato la visione della politica come pensiero liquido, cangiante e mutevole come lo scorrere delle news su facebook. Appartenere ad un partito non è una scelta di ideali, di principi, di utopie ma la linea pragmatica più comoda per arrivare al potere.  Quando questa traiettoria trova qualche ostacolo si può cambiare casacca senza bisogno di avere troppi sensi di colpa. Basta contare quanti parlamentari l’hanno fatto dal 2013 ad oggi.  Continuando così non solo non ci sarà più destra e sinistra ma solo estremismi quasi armati ai lati e un centro marmellata che si regge sul denaro e sulla burocrazia invasiva. Nel momento di massima espressione di questa pratica che si potrebbe definire “adeguamento alla realtà che cambia”, Tricase segue la scia e poco conta se nell’elettore la confusione diventa totale e talmente inspiegabile che nessuno vuole neanche più capirla. Perché qui a dirla tutta, in questa vicenda tutti perdono e tutti vincono. Perdono i vecchi signori delle tessere (ex PCI ed ex DC) perché vedono invaso il loro stesso campo, perdono i nuovi arrivati perché accolti con diffidenza e malanimo, perdono i giovani che non hanno più punti ideali di riferimento ma solo potentati a cui aggrapparsi, perdono gli elettori che non sentono mai discutere, per lunghi cinque anni, di programmi e di progetti lungimiranti ma solo di tessere, primarie farlocche e lunghi coltelli. Però in definitiva vincono tutti, soprattutto quelli che con questo sistema sono a galla ormai da decenni (e si vede fin dove ci hanno portato). Capisco il disorientamento di chi non vince e non perde, ma continua a sperare.

"il Volantino" del 20 febbraio 2016                          Alfredo De Giuseppe

 


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