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In Primo Piano
Roberto Brigante il cantante salentino che piace agli svizzeri Stampa E-mail

Diciamolo subito, Roberto Brigante è un emigrante vero.  Non è andato in giro per il mondo alla ricerca della piena soddisfazione lavorativa, come molti giovani di oggi, che dopo aver studiato a Oxford con i soldi di papà hanno poi soggiornato a Londra con i soldi dei nonni e ora vivono a New York facendo le fotocopie nello studio dei legali più famosi del mondo ( e serve ancora il contributo di papà per arrivare a fine mese). Non aveva neanche la possibilità di stare sei mesi in India a respirare filosofia orientale,  poi tornare e fare l’impiegato dell’ASL o l’artista alternativo. Niente di niente, terre rosse da innaffiare, qualche partita in tv e qualche ceffone.

Roberto è andato via a 16 anni da Tutino di Tricase, con la semplice motivazione di scappare dalla miseria e dalla immane fatica che iniziava la mattina, prima della scuola e finiva la sera in sella alla bicicletta, tentando di vendere cicorie e finocchi. Ma proprio due chili di verdura, quelli che ci andavano dentro una malandata cassetta di legno poggiata sul parafango di una bici da donna. Ha preso il treno per la Svizzera, dove ormai agli albori degli anni ’80 non ci andava più nessuno e lì è rimasto, ha messo su famiglia e un’aziendina di pavimenti e intonaci. La città dove vive è Thun, cantone di lingua tedesca di Berna, circa quaranta mila abitanti, sull’omonimo lago fra colline, fiumi e montagne. Una cartolina, insomma una Svizzera esattamente come te la immagini.  In questi trent’anni Roberto Brigante ha iniziato a tessere rapporti e amicizie, a vivere la vera socialità della sua città, a intraprendere nuove attività e soprattutto a coltivare la sua passione più grande, la musica. Una passione che viene da lontano, dagli zii, dal padre, dalle loro fisarmoniche, dal fratello Salvatore, dai geni che gli hanno dato una voce forte e chiara, dalle cantate collettive a squarciagola mentre si raccoglieva tabacco e pomodori.
Ora Roberto è un ragazzone (bello e simpatico, direi) che compone in svizzero e in italiano, uno che è conosciuto, intervistato da tutte le tv, che è invitato alle feste nazionali, che canta davanti al pubblico selezionato per le feste ufficiali, ma anche nelle grandi piazze, davanti ai suoi fans che crescono ogni giorno di più, con le radio che trasmettono le sue canzoni e con un CD che ha venduto un numero davvero interessante di copie.  
Qualche settimana fa Roberto Brigante ha compiuto 50 anni e io ho avuto l’onore di partecipare alla sua festa, che si è tenuta a Thun, organizzata a sua insaputa dalla moglie e dai fratelli. C ‘erano i parenti, gli amici e le personalità della città: il sindaco, il giudice, il famoso chirurgo, il generale e tanti altri. La cosa più sorprendente e più divertente è stata la canzone intonata da questi concittadini svizzeri sulle note di una sua composizione, con sano e puro senso di amicizia, lì a cenare e a ridere senza alcun imbarazzo, senza barriere e distanze. Una grande festa, importante nella sua semplicità.
Roberto insegue da sempre un sogno ingenuo e al contempo ambizioso: diventare un cantautore famoso riuscendo a vivere la totalità delle passioni della sua nuova città senza rinnegare le proprie origini, operazione complessa tenendo conto di tutti i presupposti. Le sue canzoni  melodiche (non segue la moda della pizzica e del dialetto) sono un mix di semplicità, nostalgia per il Salento, amore per la donna amata, osservazione della realtà circostante. Non comporrà musiche come i Pink Floyd, né testi come De André ma certamente è più sincero, più reale dei giovani che escono dai patinati talent-show di tutto il mondo. E poi ha avuto l’umiltà di sapersi circondare da un gruppo di giovani che producono, suonano e arrangiano i suoi pezzi in modo impeccabile.
Ora a Roberto manca la consacrazione in patria e sono convinto che prima o poi arriverà, basta solo crederci. E allora anche noi tutti in coro canteremo “Muchacha, muchacha”.

Pubblicato su "il Gallo" Settembre 2013

P.S. Marzo 2015: ora Roberto verrà a cantare nella sua Tutino, per la festa della Madonna. L’ho sentito in questi giorni, orgoglioso, felice, preoccupato di sbagliare qualcosa. Io gli ho detto: non ti preoccupare basta essere un po’ brigante, come sempre.

"il Volantino" 28.03.2015 e pubblicazione "Comitato Festa Tutino"Aprile 2015 Alfredo De Giuseppe

 
Xylella e Mujica Stampa E-mail

Oggi sono stato a Lecce alla manifestazione contro l’abbattimento indiscriminato degli ulivi, causa un batterio non sufficientemente studiato, e senza aver provato altre vere soluzioni di lunga durata. Ho fatto delle riprese, ho parlato con molte persone….Alcune considerazioni le farò fra qualche giorno. Nel frattempo un amico mi ha inviato un messaggio per ricordarmi che  questo mese si è concluso il mandato di José Alberto Mujica Cordano, quello che noi conosciamo come Pepe Mujica, Presidente dell’Uruguay e nessun giornale italiano ne ha dato risalto. Da tempo lo seguo, lo ammiro, mi sarebbe piaciuto essere come lui, o almeno avere un politico italiano come lui, tanto per avere un riferimento a cui credere.
Per non esagerare copio e incollo da Wikipidia:  Con un passato da guerrigliero ai tempi della
dittatura, fu eletto deputato, senatore e, tra il 2005 e il 2008, fu ministro all'allevamento, agricoltura e pesca. Fu leader del Movimento di Partecipazione Popolare, raggruppamento maggioritario del Fronte Ampio, fino alle sue dimissioni avvenute il 24 maggio 2009. Il 30 novembre 2009 vinse le elezioni presidenziali, battendo al ballottaggio Luis Alberto Lacalle.

Mujica riceve dallo Stato uruguaiano un appannaggio di 260 259 pesos (~8 300 euro) al mese per il suo lavoro alla guida del Paese, ma ne dona circa il 90% a favore di organizzazioni non governative e a persone bisognose. La sua automobile è un Volkswagen Maggiolino del 1987, donatagli da alcuni amici e che si è rifiutato di vendere nonostante offerte cospicue.

Vive in una piccola fattoria a Rincón del Cerro, alla periferia di Montevideo: ha infatti rinunciato a vivere nel palazzo presidenziale. In riferimento alla piccola quota di stipendio che trattiene per sé (circa 800 euro) che lo ha fatto soprannominare anche il "Presidente più povero del mondo", Mujica dichiarò in un'intervista al quotidiano colombiano El Tiempo che tale quantità di denaro gli era sufficiente, alla luce del fatto che molti suoi connazionali devono vivere con meno.

Alla conferenza sull’ambiente del 2012 fece un discorso rimasto memorabile, lo si trova su you tube come “Il migliore discorso del mondo”. Io vorrei che quest’uomo fosse ricordato davvero come un grande politico, un grande presidente, un grande uomo.

I problemi legati alla Xylella e quelli denunciati da Mujica sono interconnessi, sono vicini, sono da analizzare con più attenzione: serviranno per cambiare il modello attuale, per porci verso il nostro pianeta e verso l’Uomo in un altro modo. Io intanto ringrazio Mujica, in un’altra vita forse riuscirò a fare quello che mi sarebbe piaciuto fare.

Alfredo 29.03.2015

 
Il mondo che ti sorprende Stampa E-mail

Certo è un mondo, il nostro, che ti sorprende sempre. Mai mi sarei aspettato che il poeta degli ulivi, il salvatore del paesaggio, il nostro migliore ambasciatore potesse diventare Albano Carrisi che cantò una canzone quasi cinquant’anni fa ed ebbe la fortuna di sposarsi con la figlia di Tyrone Power. Però questo figlio dei rotocalchi oggi dice qualcosa di più sensato, un pensiero più organico per esempio di Ricki Vendola, dalla cui poetica mi sarei aspettato molto di più. Il nostro presidente della Regione sta assistendo in silenzio alla logica della desertificazione del Salento, una logica gestita da scienziati, epidemiologi, manager di grandi case farmaceutiche, santoni e santini. Come si può accettare che fra poco più di un mese, secondo un piano suggerito da Bruxelles e approvato a Bari, si debbano abbattere tutti gli alberi di ulivo e da frutto dallo Ionio all’Adriatico per una fascia larga ben 15 chilometri e lunga 50? Peggio di un deserto, peggio del Napalm, peggio di una bomba atomica. Tace Vendola, non parla Emiliano, non si sente l’esperto Stefano, Gabellone sta pensando, Palese mastica un cioè con Fitto, mentre tutti gli altri non sanno di cosa stiamo parlando. Ci sarebbe una strada maestra ma è molto complicata da intraprendere da tutti questi signori: la buona pratica contadina. Arare leggermente il terreno, tagliare e bruciare i rami secchi, usare un po’ di solfato di rame sui tronchi, curare l’albero amandolo ogni giorno e quindi preoccuparsi delle discariche abusive, denunciare chi usa erbicidi a go-go e chi lascia la spazzatura nelle campagne, far diventare la differenziata super premiante per i cittadini, andare nelle scuole e insegnare come si vive non solo come si legge. Ma tutto questo significa mettere in discussione un modello vincente, ricominciare a discutere delle verità imposte dall’alto, moderare il modernismo, avere a cuore il futuro e non essere dei predatori affetti da bulimia monetaria. Da pochi anni era nata anche nel Salento la consapevolezza che l’olio di ulivo fosse una ricchezza e non un altro motivo di assistenzialismo: erano nate cooperative di giovani, aziende familiari, qualche società di capitali che avevano messo al centro della loro missione la qualità estrema del prodotto finale. Ora la massa informe e degenerata, qualificata come Casta, dove dentro si affannano anche professori universitari e funzionari dello Stato, gioca alla desertificazione totale, non solo delle terre, ma anche delle teste pensanti.

Del resto il mondo sorprende ogni giorno. Le ferrovie Sud-Est comprano in Germania delle carrozze ferroviarie per novecentomila euro, le mandano in riparazione in Polonia (e non a Lecce dove chiudono l’officina) e le ricomprano da una società aperta e chiusa da un pregiudicato italiano per la sbalorditiva cifra di ventidue milioni di euro. Allo stesso modo in quasi tutte le stazioni sono state costruite delle barriere anti rumore, costosissime, inutili e orribili. Nessun sindaco, nessun politico si è opposto né ha cercato di capire cosa ci fosse dietro. La casta non mette in discussione l’ordine delle cose, al massimo si divide i compensi, oppure litiga al TAR per la fetta più alta. Nel frattempo la società delle Ferrovie salentine è sempre indebitata, non ha decenti piani di sviluppo, non riesce ad attrarre nuova utenza, non ha nessun organo di controllo sui lavori. E’ notizia di questi giorni che nell’ambito  dell’indagine di Firenze che ha portato all’arresto del super funzionario Ercole Incalza ed altri, ci sono anche alcuni appalti concessi dalle Sud-Est a società riconducibili a Stefano Perotti, uno degli imprenditori legati alla cricca. Non a caso sono indagati per turbativa d'asta sia il numero uno di Sud-Est, Luigi Fiorillo, sia il direttore tecnico Luciano Rizzo. I quali dirigenti continuano a rimanere al loro posto, a percepire stipendi bellissimi e a fare il loro mestiere principale: evitare che la Ferrovia funzioni davvero.

Le due sorprese di oggi, Albano che è più poeta di Vendola e le Ferrovie Sud Est che non funzionano, sono esemplificative del perché molti di noi abbiano perso ogni speranza e vedono con fiducia un futuro in Australia, in Danimarca ma forse anche in Montenegro. L’Italia del Sud, in mano alle mafie da sempre, corrotta prima dai Borboni, poi dai Democristiani e ora da tutti quanti è in fin di vita. Chi la vuole salvare spesso è solo e martoriato, chi la vuole uccidere è osannato, eletto, pagato e a volte anche amato.

Il Volantino 21 marzo 2015                                       Alfredo De Giuseppe

 
Caro Antonio ti scrivo... Stampa E-mail

Caro Antonio ti scrivo, per divagare un po’ su questa Tricase dilaniata (aggettivo di A. Distante che dal suo osservatorio privilegiato, alleggerisce, media, lima, ma sente l’aria che tira con un certo anticipo). Ti ringrazio per le belle parole del tuo intervento sul Volantino e della tua disponibilità riguardo alle “Adunanze sediziose”. Del resto noi due sui temi di fondo ci siamo trovati spesso d’accordo, proveniamo senz’altro dalle stesse sensibilità culturali e siamo animati dalla stessa voglia di fare. Tu sai che quando, nel luglio 2011, hai impresso un’accelerata all’ eutanasia del governo Musarò (dove eravamo entrambi consiglieri di minoranza) andando in undici dal notaio per decretarne la fine, io, senza secondi fini, ti seguii nei tempi e nei modi, anche contro il parere di alcuni nostri amici e colleghi, vedi Carmine Zocco e Gianluigi Forte (che esprimevano perplessità sulla caduta di un’Amministrazione senza discussione pubblica). Convincemmo insieme Zocco e io convinsi Forte che quell’esperienza era dannosa per Tricase e andava chiusa al più presto. Pensavo sinceramente che poco tempo dopo quella chiusura anticipata ci si potesse confrontare su cosa Tricase avesse bisogno, dove andare, quale coalizione creare, quale situazione fosse più congeniale al potenziale della nostra città. Con mio sincero stupore seppi che già dopo due giorni, dico forse una settimana, eri già formalmente candidato a Sindaco. Ancora una volta, un uomo solo al comando, ancor prima di riflettere, di discutere, di mettere in campo nuove forze e nuove idee. Non condivisi ma non feci alcuna polemica, era una tua scelta. Alcune frange del PD vollero capire se ci fosse la disponibilità a candidarmi, io vidi che non c’era il PD e in ogni caso senza ripensamenti mi tirai fuori e assistetti da semplice spettatore ad una strana campagna elettorale. Ho sempre pensato a te come ottimo professionista, uomo di generosa cordialità oltre che di grande capacità oratoria. Ma ti ho sempre fatto capire che nella stessa, dilaniata (?) cittadina essere Sindaco, funzionario dell’ufficio tecnico - per quanto in aspettativa - e progettista delle più importanti aziende del territorio non fosse una semplice moltiplicazione ma un conflitto complesso da gestire, soprattutto per te (a questa genesi vanno ricondotte alcune polemiche recenti con impiegati e funzionari comunali?). Questa premessa serve soprattutto a chiarire ai più che non c’è senso di rivalsa, invidia, acrimonia e quant’altro nei tuo confronti, se non il semplice, a volte banale (ma anche divertente) diverbio su alcune faccende che riguardano la nostra Tricase. Sempre un acceso confronto civile, mai personalizzato, mai vissuto per vie legali/giudiziarie. Per tutto questo sono trasecolato quando mi sono visto recapitare un decreto penale di condanna e per di più con allegata la relazione del comandante dei vigili urbani che inizia così: in data 19.11.2013 perveniva richiesta telefonica, da parte del Sindaco di Tricase di verificare la legittimità di una manifestazione pubblica tenutasi in data 17.11.2013 nella zona 167 di questo Comune… Ho subito pensato: Tricase e l’Italia stanno davvero attraversando un momento buio se viene condannato un cittadino per il semplice fatto di aver partecipato ad una pubblica assemblea, che per come si è svolta è stata quasi una tranquilla riunione condominiale.

A questo punto, alla luce delle tue affermazioni contenute nella lettera al Volantino, e della successiva nota con allegato documento pubblicato da Nunzio Dell’Abate, mi sono venute spontanee varie domande di tipo investigativo, ma saranno i tempi della giustizia a dirci con chiarezza come sono andate le cose.
Ma soprattutto mi sorge un dubbio, questo rivolto direttamente a te: si può governare una città nel bel mezzo di una guerriglia giornaliera fra te, la tua giunta e i vari funzionari della stessa Amministrazione? Non è compito di un sindaco raccordare, pacificare, coordinare? Non è il caso di isolare talebani, ultras, superfedeli e facinorosi da qualsiasi parte provengano? Io opterei per una conduzione genericamente più laica.

Se quest’episodio può servire a chiarire un po’ di cose, io sono a disposizione. Se le conseguenze assurde per i cittadini di una guerra che coinvolge politici e funzionari dell’Amministrazione Comunale possono mitigarsi attraverso una sistematica ricomposizione delle varie diatribe, io sono costruttivamente a disposizione. Per la semplice constatazione che Tricase non merita tutto questo.

Il Volantino 7.3.2015                                                                     Alfredo De Giuseppe

 
Una religione atea? Stampa E-mail

In queste settimane di guerra e pace, di terrorismi e fanatismi religiosi, c’è una voce che non è riuscita ad emergere, quella dell’ateismo come valore universale. L’ateo non ha radio né televisioni, chiese, moschee, luoghi di culto: è obiettivamente difficile far sentire la sua voce, anche se nel mondo non crede a nessuna religione un essere umano su cinque. L’ateo dovrebbe, secondo alcuni atei molto noti, difendere con forza il proprio ateismo, diffondere quanto più possibile i suoi ideali, come una delle migliori difese della pace e dell’umanità. Le religioni sono per antonomasia una fede e come tale non discutibile, non modificabile, irrispettosa delle ragioni degli altri. Tranne poi modificarsi nel tempo come tutte le cose umane, tutte le filosofie e le scienze. Fra l’altro il dio di una non collima col dio di un altro e spesso nella stessa religione lo stesso dio dice cose diverse a due persone o a due gruppi di persone. C’è chi interpreta la Bibbia alla lettera e ti ritrovi fondamentalisti che predicano la superiorità degli ebrei, in quanto popolo eletto e quindi autorizzati a bombardare chiunque sia confinante. Ci sono sette di tutti i tipi che con la scusa della Bibbia hanno creato enormi ricchezze oppure enormi disastri. Allo stesso modo i musulmani credono in cose completamente diverse tra loro, ma tutti credono di credere nel vero, unico profeta che è sceso in terra per dirci come vivere, fazzoletti in testa compresi. C’è un affannarsi in questi giorni di politici, religiosi e pensatori televisivi, pronti a giurare che non è la religione che procura le guerre, ma una serie di condizioni socio-economiche ormai stratificate nella storia dell’uomo. Però bisogna riconoscere che sono sempre le credenze religiose le prime avvisaglie, le prime fratture, il miglior viatico per imporre dittature di pensiero e di condanne: dio ha detto che non puoi tradire il tuo uomo quindi sarai lapidata con la folla che partecipa e applaude. Dio ha detto che questo territorio è nostro, quindi useremo anche la bomba atomica, oppure ammazzeremo tutte le persone inermi perché viaggeremo in simbiosi con il nostro Supremo. I cristiani, i cattolici sono stati moderati e ridimensionati dalla cultura illuminista, ma la loro religione avrebbe distrutto chiunque non si fosse convertito ai dettami del figlio di dio, sulle cui parole si è fondato il Vaticano, uno degli imperi più lunghi della storia umana. Al momento della scoperta e dell’occupazione del Sudamerica, la cattolicissima regina di Spagna, appoggiata dai vertici della curia romana, decretò che i nativi non avevano anima e quindi la loro uccisione non corrispondeva ad un assassinio. Le sacre scritture dicono che il sole gira intorno alla terra, se poi qualcuno come Galileo afferma il contrario andrà a marcire in prigione, tanto per controllare ed eventualmente riabilitarlo ci saranno quattro secoli di tempo. Se credi in Maometto (in cosa esattamente non si sa) avrai il Paradiso, intanto inginocchiati e prega almeno una volta al giorno e tu donna non far vedere la tua faccia e i tuoi capelli a nessuno che non sia il tuo uomo. E infine c’è sempre un capo, un prete, un imam, un rabbino che si inventa di essere ancora più ortodosso, e quindi incita i suoi fedeli ad immolarsi, a far saltare in aria qualcuno o al minimo a farsi venire le stimmate. La fede, per sua definizione, non conosce dubbi, non riconosce la ragione: obbedisci e ti sarà promesso un posto migliore di questo mondo. Milioni di persone, nei secoli, sono morte, a volte atrocemente, per aver messo in discussione dogmi che poi si sono rivelati inesatti, e forse anche ridicoli. Per sua natura la religione non è democratica, devi imparare a memoria una serie di concetti, devi ubbidire al capo, devi dar conto delle tue azioni solo ad un ente superiore che travalica organizzazioni sociali e statali. Insomma le religioni non saranno il motivo recondito delle guerre, ma sicuramente sono l’innesco di ogni diatriba, di ogni supposta differenza, di ogni decantata superiorità. Ci sono atei molto noti che paventano l’idea di definire l’ateismo come una religione, che è un po’ un ossimoro, ma lo fanno evidentemente perché convinti che questa forma potrebbe portare dei grandi benefici all’umanità. Ci sarebbe bisogno di propagandare i principi atei: rispetto di tutte le differenze in un mondo comunque governato da leggi tendenti all’etica della responsabilità e dell’amore verso l’altro, senza ricorrere ad entità esterne e a miracoli inesistenti. Oggi molti, quasi tutti, sanno che il pianeta terra ha una sua vita naturale ed avrà fra qualche miliardo di anni una sua morte, sanno le composizioni chimiche della vita e delle sue continue trasformazioni, sanno della difficoltà di dimostrare inferni, paradisi, miracoli e promesse di felicità eterne. Quasi tutti lo sanno ma recitano ancora la parte del credente perché comporta meno domande e meno fatica. Però tutti hanno almeno il dubbio che non c’è un unico manovratore universale, uno molto vecchio con la barba bianca, che col telecomando in mano, decide chi vive e chi muore e pure chi deve vincere un campionato di calcio. La religione è una scorciatoia della ragione, forse utile, a volte indispensabile, per sorreggere l’insostenibile peso della vita.

Pensavo: l’ONU avrebbe più senso se fra le sue regole fondanti ci fosse, pur nel rispetto di tutte le scelte personali, la promulgazione fra i popoli dell’ateismo, come forma principale di integrazione della razza umana. Derubricare le religioni a filosofie da studiare per capire la storia e lo sviluppo dell’umanità. Le guerre, gli assurdi genocidi di massa si abbattono combattendo le religioni con la ragione, le regole scritte sulla pietra (immutabili) con le regole scritte dagli uomini (storicizzate), leggende e superstizioni sostituite fin dall’età scolastica con lo studio dell’evolversi della natura  e delle scienze.  Diffondere l’ateismo non è religione, dovrebbe essere il nuovo modo di intendere i sani rapporti fra gli uomini e la bellezza della natura circostante.
E canticchiando Imagine di un visionario John Lennon per il mondo me ne vo’: Immagina non ci sia il paradiso/è facile, se provi/Nessun inferno sotto di noi/Sopra di noi solo il cielo/Immagina tutta  la gente che vive per il presente.../Immagina non ci siano frontiere/non è difficile da fare/ Nessuno per cui uccidere e morire/e nessuna religione/Immagina tutti i popoli/vivere una vita in pace…

39° Parallelo  Febbraio 2015                                    Alfredo De Giuseppe

 
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