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In Primo Piano
ASSOLTO PER ADUNANZA SEDIZIOSA Stampa E-mail

Probabilmente alcuni lettori de “il Volantino” ricorderanno un mio intervento nel febbraio 2015 in cui denunciavo di essere stato condannato con Decreto Penale per aver organizzato e promosso un incontro fra i cittadini della zona 167 di Tricase, senza la preventiva autorizzazione dell’Autorità di Polizia. Rimetto in fila i fatti per come si sono effettivamente svolti e chiariti in sede processuale nella seduta del 21 dicembre 2015:

• Il Comune di Tricase tenta con un progetto datato 2007 di dare una sistemata alla degradata zona delle case popolari, ma fa un clamoroso autogol: pur di rispettare un progetto sbagliato, ghettizza in via permanente i residenti con la chiusura di una strada e la costruzione di un’inutile marciapiede/passeggiata/pista ciclabile di circa 400 metri e che non si collega con nient’altro;
• Nel marzo 2013, mentre ancora ci sono le ruspe e le maestranze, raccolgo documenti, progetti oltre ad alcune lamentale dei residenti e scrivo un articolo dal titolo “Lavori in corso…pessimi”
• Nell’aprile 2013 un gruppo di residenti fa copia e incolla del mio articolo, lo trasforma in petizione sottoscritta da circa 60 persone e lo presenta all’attenzione dell’Amministrazione Comunale; il Sindaco prontamente risponde sul Volantino: “facciamo finire questi lavori come previsti dal progetto, poi troveremo una soluzione”;
• Trascorrono alcuni mesi, i residenti sentono aumentare il disagio provocato dalla conclusione dei lavori senza che nessuno raccolga le loro proteste e decidono di organizzare una piccola manifestazione proprio sul marciapiede della discordia;
• Uno dei residenti si reca presso il Comando dei Vigili Urbani e protocolla una comunicazione in tal senso per il 10 novembre 2013, piove a dirotto, la manifestazione viene rinviata alla domenica successiva;
• Non viene nessun vigile a controllare, nessuno pensa di fare nuova comunicazione anche perché si intuisce subito che sarà una riunione con pochissime persone e comunque sembra quasi un incontro condominiale, una cosetta senza alcun clamore mediatico, dove gli unici invitati oltre al sottoscritto sono i consiglieri comunali di maggioranza e minoranza (ce n’erano solo due);
• La riunione sortisce un incontro formale con il Sindaco presso la Casa Comunale che di fatto non modifica alcunché, che però certifica ulteriormente che c’è un movimento di protesta fra i cittadini del cosiddetto Bronks;
• Il Sindaco in sovrappiù chiama il Comandante dei Vigili e chiede formalmente se quella riunione fosse stata autorizzata (anche se poi scriverà che non era certo sua intenzione arrivare a incriminazioni penali);
• Il Comandante fa una breve istruttoria, vede che l’articolo pubblicato coincide con la petizione e invia documentazione alla Procura della Repubblica, che d’ufficio, senza mai che fossi sentito da nessuno, mi condanna a una sanzione di 3.900 euro e la menzione sul Casellario Giudiziario; sembrava uno scherzo e invece era kafkianamente vero;
• Il processo tenutosi, su mia opposizione, presso il Tribunale Penale di Lecce ha definitivamente chiarito che era stato il movimento spontaneo dei residenti ad organizzare tale incontro (dimostrato dalle testimonianze e da una serie di documenti fra cui la comunicazione ai vigili, la petizione sottoscritta dai residenti e gli stessi articoli de “il Volantino”) e che io non potevo essere condannato per il solo fatto di aver scritto un commento su tutta la vicenda; in effetti si era trattato di una piccola e pacifica assemblea, con poche persone e senza alcun risvolto legato all’ordine pubblico;
• Sono stato assolto “per non aver commesso il fatto”, dovendo però affrontare un inutile processo, costi e dispendio di tempo mio e di altre sei-sette persone;
• Tale processo però ha raggiunto un altro importante scopo: i residenti della 167 in questi mesi hanno pensato che è ormai inutile lottare per il proprio diritto di essere uguali agli altri cittadini di Tricase; non vogliono essere coinvolti in questioni di Legge e hanno accettato la conclusione che il Potere (anche al di là delle singole persone) ragiona sempre e soltanto a protezione di se stesso e che tutto il resto non conta;
• Il marciapiede, l’assurda cesura che li ha ghettizzati oltre a quanto già lo fossero per altri e più importanti motivi è ancora lì, forse nessuno se ne occuperà più. Lo scopo principale dell’intimidazione nei miei confronti è stato raggiunto: i cittadini, specie i più deboli, devono subire in silenzio, anche un semplice flash-mob potrebbe essere pericoloso, la città non corre più il rischio di vedere la zona 167 integrata con negozi e attività varie, che i residenti stiano tutti buoni e tranquilli, si eviteranno almeno un processo.
• Io personalmente non mi sono mai intimidito e per quanto mi sarà possibile continuerò a seguire una faccenda che mescola degrado e arroganza, una progettualità concettuale e non pragmatica, una filosofia di arretratezza.

su "il Volantino" del 23 gennaio 2016
Aprile 2013: lavori in corso zona 167 Tricase
 
Biciclette senza ritorno Stampa E-mail

su "il Gallo" del 22 gennaio 2016

Che Tricase abbia un problema endemico e storico con l’arredo urbano è un fatto noto, condiviso e in definitiva accettato da abitanti, operatori commerciali e turisti. Basterebbe come esempio esaustivo osservare con attenzione due strade centrali come Via Roma e Via Cadorna per capire quali difficoltà progettuali si incontrino a Tricase su ogni opera pubblica, su ogni cosa che dovrebbe migliorarne l’immagine e forse anche la fruizione collettiva. Le cose poi peggiorano quando oltre al Comune di Tricase interviene qualche altro fantomatico Ente come l’Unione dei Comuni, l’Area Vasta, il GAL o quant’altro ha potuto inventare la politica negli ultimi trent’anni. Così passeggiando per il dissestato centro storico denominato “Puzzu” vedo un’orribile costruzione in lamierato marrone - color cacca di cane per la precisione - depositata in quella piazzetta che dal 1968 aspetta di essere risistemata e oggi utilizzata come improvvisato e disordinato parcheggio (ricordo che fu devastata dall’esplosione di fuochi d’artificio preparati all’interno di una casa). Dopo quasi cinquant’anni d’attesa ci si aspetterebbe un qualcosa di pregevole, una progettazione che prenda in esame l’intera zona, un’idea di utilizzo che sia compatibile con le nuove esigenze dei residenti e delle piccole attività artigianali presenti. E invece ti arriva il GAL Gruppo Azione Locale del capo di Leuca)e propone un progetto di riqualificazione (ormai le parole son tutte altisonanti) il cui perno principale è questa struttura che dovrebbe ospitare non si sa bene che, ma forse depliants e prodotti tipici locali. In sostanza, una struttura precaria in alluminio e dalla discutibile utilità, piazzata nel centro di un rione pieno di case vuote, di case da ristrutturare, di pavimentazioni da rifare, persone da entusiasmare. Una struttura così slegata dal contesto, uno di quei caseggiati provvisori utilizzati durante i lavori dell’Anas, da apparire un’offesa, stavolta, ancora una volta, da parte delle Istituzioni alla Città stessa. Una cosa è certa: se un privato cittadino avesse chiesto di costruire, insediare e utilizzare una struttura di tal fatta lo avrebbero tacciato delle peggiori cose, di abusivismo, di degrado, di sfruttamento della pubblica decenza. Qui invece c’è sempre qualche Amministratore che grida: evviva evviva, finalmente, era ora dopo decenni di abbandono. E il bello è che nessuno prova mai attimi di vera vergogna, ma solo enfasi ottimistica senza ragione. Mio modesto suggerimento: fermate tutto, se potete.

Nello stesso periodo l’Unione dei Comuni fra Tricase e Castrignano del Capo (si dovrebbe dare una medaglia a chi l’ha pensata) ha partorito il Bike Sharing. In italiano si direbbe scambio di bici ma vuoi mettere la bellezza di una frase inglese che sa di moderno, civile, innovativo? In ogni caso, in attesa delle strade idonee alle biciclette, una bella iniziativa, ma non dovrebbe essere un’operazione ecologica, pulita, attenta e rispettosa dei luoghi? E invece viene piazzato un’enorme postazione di scambio su Piazza Dell’Abate (ex piazza della verdura) accanto alla statua di Don Tonino Bello, un oggetto deturpante e ingombrante, l’antitesi del messaggio che si vorrebbe lanciare. Allora le domande si susseguono: è una scelta deliberata a fare di Tricase attrazione del brutto? Ci sono tecnici così all’avanguardia di cui a noi comuni mortali ci sfuggono le linee guida? Ci sono ragioni ancora più antropiche e genetiche che vanno esplorate nella mente del tricasino medio? In attesa di risposte sensate, una sera mentre stavo per comprare un libro, mi sono seduto di fronte a don Tonino, mi ha sorriso come si fa a un miscredente, e giuro di averlo visto scendere dalla pietra del suo monumento, inforcare una bicicletta, attraversare “U Puzzu” e andare via lontano, lontano, senza più scambiare la bicicletta con nessuno.

alfredo de giuseppe

Foto di Cosimo Cortese

 
ULALA', un inno alla gioa e alla libertà Stampa E-mail

Dal GIORNALE DI PUGLIA

di Francesco Greco - Il Sud magico e delirante, microcosmo dove il tempo ha una modulazione sensuale e pigra, abitato da artisti e filosofi, poeti e sognatori, utopisti inguaribili che si sono aperti un varco attraverso il tempo. Un universo dove il passato non passa, le ferite sono sempre aperte, i lutti non si elaborano mai e il vissuto riemerge con i suoi ispidi iceberg a farci soffrire. Un universo insonne, dove in apparenza nulla accade ma che pulsa di passioni sottintese, dove si cerca sempre qualcosa per dare un senso alla vita e un equilibrio alla quotidianità, ma ci si scontra con lo status quo: la burocrazia, la corruzione politica, la stupidità delle mode spersonalizzanti, la violenza brutale dei media. "Ulalà" (Le magie di Cosimino) riflette su tutto questo con una leggerezza e un'intensità lirica che lascia senza parole tanto è sussurrata con dolcezza, senza supponenza alcuna. Alcuni topoi sono costanti in tutta la ricca filmografia di Alfredo De Giuseppe, cineasta pugliese (ma noto nel mondo per aver partecipato ai festival) con una personale visione del mondo, l'uomo, le cose, la storia. Tanto da trasfigurarlo nell'intellettuale capace di catturare l'anima inquieta di una terra e lo spleen di un popolo sulle rive del Mediterraneo, perciò dal dna complesso, barocco, stratificato. Anche in questo nuovo lavoro le sue "visioni" corrono in parallelo, sospese fra cinema cinema, pregno di input estetici e didascalici alla Pasolini e la scansione documentaristica che rimanda al miglior Nanni Loy nella sua tensione politica, ansiosa di catturare la dimensione sociologica e antropologica di una città, Tricase, e della sua gente, che altro non sono se non l'affollamento semantico dell'uomo mediterraneo, un pò greco e arabo, sicuramente bizantino, un pò svevo. Lo sguardo tenero e struggente, denso di pathos, "Ulalà" (di 46 minuti, prodotto da associazione Salento Cinema e Perlesalento, scritto e montato dallo stesso regista) dove racconta il Sud senza manierismi consolatori nè folklore, ma con una crudezza che si sublima in poesia e che è il nucleo puro del cinema d'autore. La parabola esistenziale di Cosimo Ciardo, nato in una famiglia povera e numerosa, rinchiuso nel riformatorio di Leuca, poi una vita da emigrante (con un aneurisma da cui si salva ma che lo segna), poi una famiglia, due figlie "laureate", di cui è orgoglioso e i suoi giochini di un etrernoi Peter Pan che lungi dall'inacidirsi per la sorte che gli è toccata, al contrario, è grato agli dèi perchè trova un suo pubblico benchè esiguo, che lo ascolta, gli dà importanza, assiste ai suoi spettacoli, gli sorride. Parla direttamente con Dio (e ciò già sarebbe blasfemo se Cosimino non fosse un poeta, un eterno fanciullo), inventa neologismi ("Dio beduino!"), tifa Juve, la politica lo lascia indifferente, lontana com'è dal cuore e la mente del popolo. Cosimino cerca Fausto di Ugento, compagno di riformatorio che, pensa, ha fatto fortuna e se ne va in giro su uno yacht da nabbbo. Ovviamente non lo troverà, ma continuerà la sua ricerca A Sud il tempo ha una modulazione dolce e lieve, come nel deserto, per cui inseguire le proprie utopie è un modo di tenersi vivi. Intanto intrattiene quelli che incontra (anche l'attrice Stefania Casini) con giochini con le carte, una cordicella, suonando il suo blues con l'armonica, recitando filastrocche ereditate dal passato. Il ricordo dei giorni nel riformatorio lo tortura, ma la madre (il mare) con cui intrattiene un rapporto quasi filiale, riesce ad addolcirlo. E' un universo innocente, lieve, dove la memoria fluisce pigra, senza lasciare ferite: il fatalismo è una password dei poveri come Cosimino, un espediente per soffrire di meno. Ma anche la sapienza antica ereditata dai filosofi greci aiuta: "Se c'è stato un passato, c'è un presente e ci sarà anche un futuro". Le sottolineature antropologiche e idintitarie innervano l'opera di struggente poesia. "Ulalà" è un inno alla gioia, alla vita, alla libertà, alla felicità degli uomini dal cuore puro, vivi, con una loro idea ingenua del mondo che consente di lenire il dolore, di godere delle piccole cose in questa avventura che si chiama vita e che è comunque a termine. Il rischio di chi fa cinema in provincia è di essere un provinciale, per cui fermarsi alla dinamica di quel che racconta: il confine fra folklore e poesia è esilissimo. Da intellettuale con una sua weltanschauung, il cineasta invece possiede uno sguardo universale, irrora le sue allegorie di sofferta vitalità e di scandagli di luce improvvisa capaci di contenere dei messaggi intimi di grande forza dialettica. De Giuseppe inoltre conferma la sua maturità stilistica, una padronanza tecnica del mezzo, tanto da lavorare con la luce naturale. Bella la fotografia, il ritmo è da film on the road, il montaggio essenziale. Stralunato, felliniano, Cosimo Ciardo recita se stesso con un'intensità da cinema neorealista ormai quasi perduta tra il voyerismo e il feticismo del cinema italiano "carino" ma vuoto. Altri credit: camera car e aiuto montaggio Giancarlo De Giuseppe, progetto grafico Cosimo Cortese e la partecipazione (a volte inconsapevole) di Stefania Casini, Salvatore Baglivo, Carlo Martella, Antonio Errico, Totò Ruberto, Agnese Dell'Abate, Paola Friusllo, Massimo Palumbo, Soni Pradeep, Gigi De Francesco, Luigi Russo, Giuseppe Minerva, Ernesto Esposito, la cagnolina Rosetta, Simone Minerva, Rocco Alfarano, Costantino De Giuseppe, Tommaso Russo, Gigio Campanile, Giovanni Martella, Ezio Sanapo, Gino Adore, Carmelo Crisostomo, Davide Micocci, Roberto Morciano, Le ragazze degli Econauti, Renata Doci, Tommaso Guerrella, Marina Ziggiotti, Rocco Margiotta, Tommaso Turco, Patrizio Ziggiotti, Giuseppe Elia, Roberto Melcarne, Mali Ashok, Luigi Peluso, Luciano Grimaldi, Antonio Probo.
 
Al tramonto dei nostri sogni l'utopia da ricostruire Stampa E-mail

di Francesco Greco

Un romanzo insospettato, curioso, spiazzante: come, del resto, lo scrittore che ce lo consegna, sospeso fra più livelli e visioni esistenziali e intellettuali: impresa, marketing, poesia, cinema d'autore, narrativa.
Se ogni libro ha un suo destino, anche inconscio, “Tramonti di tramonti”, di Alfredo De Giuseppe, Manni Editore, Lecce 2015, pp. 126, euro 13 (collana “Pretesti” diretta da Anna Grazia D'Oria, copertina di Giancarlo Greco, ), il caso ha voluto che uscisse nei giorni in cui, sotto il maglio di Daesch, l'Occidente ha paura, si rinchiude in casa e in se stesso, accetta la militarizzazione della società, del territorio, e i relativi costi sociali (saltano i patti di stabilità), in cambio di una parvenza di sicurezza.
Ma se per Goethe il caso non esiste, allora la metafora della storia d'amore fra un ragazzo pugliese, Luca, e Kejal (“veniva dopo quattro maschi e la festa fu grande”), una ragazza curda, sullo sfondo di un Occidente in profonda crisi di valori, smarrito, senza più sicurezze, disarticolato negli archetipi fondanti della sua civiltà, inaridito nelle sovrastrutture culturali, spirituali, mentali, diviene una provocazione dialettica ricca di mille innervature semantiche che scorrono qua e là fra le pagine.
E pare indicare nella tolleranza, il rispetto per l'altro, la comprensione, il confronto dialettico senza pregiudizi con la sua storia, identità, vissuto, quotidianità l'ipotetica via per una coesistenza il meno ispida possibile.
E dunque, un romanzo sul tramonto (“così fugace da perderlo in continuazione”), sui tramonti, sull'apocalisse, la fine, il prosciugamento ideale che ha retto la storia dell'Occidente e dell'Europa dalla trasfusione dei topoi della cultura ellenistica al Novecento dei pixel (non a caso De Giuseppe cita Oswald Spengler, “Il tramonto dell'Occidente”) col suo refrain: “L'ottimismo è viltà”.
Tramonti che ognuno spiega a modo suo: con fatalismo e rassegnazione, attribuendo agli altri i propri fantasmi, mostri, vigliaccherie, supposte anarchie (“le società che funzionano si reggono su ordini gerarchici ben precisi”).
La struttura del romanzo – capitoletti rapidi e sapidi – ha la forza essenziale, estetica dell'espressionismo, l'efficacia cromatica del cinema neorealista. I crepuscoli scorrono sotto i nostri occhi come diapositive incalzanti: tramontano illusioni, sogni, utopie, speranze, visioni del mondo e della realtà, format economici e culturali.
E tuttavia, Luca e Kejal continuano a raccontarsi e a costruire ipotesi di futuro. E' quasi una provocazione, ma anche un ingenuo espediente per non soccombere al perfido nichilismo che pure sarebbe un atteggiamento estetico e razionale.
Luca ha studiato comunicazione ma ha finito col fare i formaggi, come il nonno: un ritorno alle radici a fronte della cristallizzazione della piramide sociale che esclude i migliori per dare tutto ai garantiti, ai servi della politica politicata, con i partiti ridotti a comitati d'affari, a lobby asservite da chi ha davvero il potere: il capitalismo delle famiglie, le banche, la Chiesa, i poteri forti e occulti. Anche questa rigidità escludente, che finito con l'asfissiare la società, provoca la necrosi culturale in cui siamo avvolti, la febbre che ci consuma dopo aver dissipato tutti i valori dei padri (dalla Resistenza al solidarismo socializzante del mondo contadino).
Luca e Kejal forse non lo sanno, ma lavorano a un rinnovamento interiore dell'uomo, a una rinascita dell'umanità: come la fenice che magicamente ricompone le sue ceneri: la tenerezza di un sentimento, la disponibilità a capire l'altro, a condividerne gioie e tristezze, può smussare le diversità e ipotizzare un mondo se non pacificato, almeno meno crudele e violento dove ognuno darà a seconda delle sue possibilità e avrà per i suoi bisogni.
E' il messaggio carsico, subliminale di questo romanzo messo giù con la sapienza del cuore da un vero scrittore fra i tanti che usurpano tale titolo, che si legge con commozione e partecipazione dei sensi, e che riesce a convincerci, pur nel nostro cinismo indotto, che prima o poi le parole saranno restituite al loro senso primitivo, pacificando finalmente l'uomo con se stesso, l'altro, l'Universo.

Giornale di Puglia 13 dicembre 2015

 
Tramonti a palazzo Gallone Stampa E-mail

 

Presentazione di “Tramonti di tramonti”
(Manni Editore) di Alfredo De Giuseppe
Domenica 13 dicembre 2015 alle 19.00
Sala del Trono di Palazzo Gallone, Piazza Pisanelli, Tricase
Domenica 13 dicembre 2015 nella Sala del Trono di Palazzo Gallone a Tricase, presentazione di Tramonti di tramonti, l’ultimo libro diAlfredo De Giuseppe per Manni Editori. Alfredo De Giuseppe, figura poliedrica sia nel campo del sociale che della cultura, è autore che in modo assolutamente non consueto coniuga la sua vocazione imprenditoriale con una spiccata sensibilità artistica e un’arguta capacità di lettura del sociale. Molto noto soprattutto nel Basso Salento (vive a Tricase) impegnato per la prima volta in un libro di ampio respiro globale, un romanzo atipico, uno scritto partecipe che raccoglie suggestioni da storie vere e luoghi reali.

De Giuseppe disegna delle traiettorie lungo le quali le storie che compongono il libro si intersecano, si scontrano o semplicemente si evocano. Così eventi accaduti in luoghi diversi del pianeta convivono con scorci di paesaggi, personaggi, colori del Sud Salento e storie di ordinario abusivismo che hanno ipotecato (una volta per tutte?) l’incanto di questo lembo di terra, percorso da mare a mare. Insieme finiscono per comporre un immaginario complesso, decadente e nello stesso tempo in grado di lasciare ancora spazio all’amore.

Dialogheranno con l’autore Mary CorteseAlessandro DistantePati Luceri.

L’incontro è organizzato da Libreria Marescritto di Isabella Litti in collaborazione con il volantino, settimanale di informazione cittadino.

Responsabile comunicazione: Mary Cortese

 


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Tramonti a palazzo Gallone

  Presentazione di “Tramonti di tramonti” (Manni Editore) di Alfredo De Giuseppe Domenica 13 dicembre 2015 alle 19.00 Sala del Trono di Palazzo Gallone, Piazza Pisanelli, Tricase Domenica 13 dice...

I Miei Libri

Spesso un paese

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'Spesso un paese' di Alfredo De Giuseppe Edizioni Libellula - 2009 Come una parte di un tutto E’ bello questo libro, a cominciare dalla copertina, in cui aleggiano tante sublimi creature, gli alberi...

I Miei Libri

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ULALA' - Le magie di Cosimino

Domenica 22 novembre alle ore 19,00 a Tricase, Sala del trono di Palazzo Gallone, sarà proiettato  l’ultimo lavoro video di Alfredo De Giuseppe:  ULALA’ – Le magie di Cosimino .   Cosimino C...

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