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L'eterna anomalia Stampa E-mail

Non meraviglia che il centro destra possa vincere in Italia (specie con questo centrosinistra). Ma va segnalato ancora che fra le tante anomalie italiane, ce n’è una che dal 1993 condiziona l’Italia, la destra e la sinistra, le comunicazioni, la Tv, il cinema, la cultura: quest’anomalia ha un nome e cognome, Silvio Berlusconi, agevolato da concessioni pubbliche fin dai tempi di Craxi. 
Deve essere davvero disperata la situazione del nostro Paese se non riesce a liberarsi di un uomo che è stato condannato per evasione fiscale (continuata anche da Presidente del Consiglio), espulso dal Parlamento e sputtanato in tutto il mondo per le sue continue gaffe, irriverente verso le istituzioni repubblicane, con una vita privata da satrapo incorreggibile, che ha comprato a suon di milioni senatori, deputati e giudici, coinvolto in decine di inchieste dalle quali è uscito quasi sempre per prescrizione o per leggi create ad hoc di volta in volta, facendo comunque condannare uomini di primo piano che agivano in sua vece (Previti e Dell’Utri, ad esempio), salvaguardato da tutta la politica per un interesse a volte inspiegabile, ben tollerato da tutta l’informazione a volte perché direttamente posseduta e a volte per sudditanza monetaria, la cui ricchezza è avvolta da varie opacità fin dai suoi inizi.
Berlusconi non ha una sola opinione ferma e convinta: lui vezzeggia chi gli sta di fronte, una sparuta pattuglia di dipendenti o milioni di telespettatori, non ha importanza. Cambia opinione su tutto perché segue l’onda del momento, soprattutto accavallandola con il suo interesse personale/aziendale che viene prima di tutto e sopra ogni cosa. Solo qualche politico in mala fede o troppo stupido ha potuto pensare di fare accordi con lui o di prenderne il posto. Lui ha vinto le sue sfide corrompendo, facendo traffici illeciti, evasioni internazionali, comprando case e campioni di calcio, soubrette e qualche migliaio di prostitute. Qualche settimana fa è stata divulgata un’intercettazione in cui il super mafioso Graviano parlando in carcere con un altro detenuto diceva, riassumendo: ho fatto le stragi del ‘93 per fare un favore a Berlusconi. Invece di scatenarsi il finimondo, nessuno ha chiesto niente all’ex Cavaliere, nessun servizio dei Tg, nessun approfondimento di Striscia la notizia e di Report: qui si mangia tutti e il Capo si commenta senza mai attaccarlo davvero.
In qualsiasi altro Paese del mondo il re dei Media italiano sarebbe stato messo in un angolo e ci sarebbe stato un vero ricambio politico, almeno politico. Il tappo di Berlusconi non viene criticato neanche dai 5S che pare abbiano un solo nemico, la Sinistra, dimenticando praticamente venti anni di disastri finanziari, etici, istituzionali e culturali commessi sotto la sua regia. Lui riuscirà di nuovo a tornare in sella, a candidarsi, a fare il “federatore” delle destre, a giocarsela fino all’ultimo voto. Perché l’Italia questo merita e questo è il meglio che decide di avere.

 

Fb 26.06.2017                         alfredo

 
La mia colonna del 24 giugno 2017 Stampa E-mail

Domenica 25 giugno si vota per il ballottaggio fra Chiuri e Dell’Abate. Lunedì avremo il nuovo sindaco di Tricase. Amen. Mi sono astenuto, finora, su questa colonna, dal proporre idee, programmi e soluzioni. Oggi invece al nuovo Sindaco che sarà e ai nuovi eroici Consiglieri voglio fare una proposta molto semplice, un metodo per gestire la Cosa Pubblica, risparmiando tempo prezioso e risorse infinite. Per risolvere i problemi della nostra città, raccoglietevi tutti, Sindaco, Assessori e Consiglieri (insieme a qualche Funzionario) e fatevi un tour con una bella corriera, o con il treno, o anche attraverso il web. Ma tutti insieme, mi raccomando, in modo da condividere da subito le idee portanti di un’Amministrazione che voglia davvero incidere nella vita dei prossimi decenni.

Se vi mettete in viaggio, ripeto tutti insieme, troverete senz’altro delle soluzioni già progettate e applicate che potrebbero tornarci utili senza indire grandi concorsi internazionali. In giro per il mondo c’è già tutto quello che serve per Tricase. Ad esempio si potrebbe andare a studiare il sistema dello smaltimento dei rifiuti del consorzio più virtuoso d’Italia, il Consiglio di bacino Priula, 50 Comuni in Provincia di Treviso, che vanta un tasso di raccolta differenziata di ben l’83% e una produzione di indifferenziato secco inferiore ai 50 kg all’anno pro capite. Magari verrebbe anche l’idea di introdurre la tariffazione puntuale. Si potrebbe andare a vedere come si realizza un vero progetto di mobilità sostenibile facendo un salto a Lubiana che ha più piste ciclabili di Roma, Milano e Napoli messe assieme. Magari al prossimo sindaco viene voglia di attivare un progetto per collegarci in questo modo a Depressa, Lucugnano, Porto e Serra (perché le anomalie del traffico sono tutte nella disorganizzazione che crea anarchia). Si potrebbe andare a Ustica per capire come fare un vero Parco Marino, proteggendo la poca fauna che ancora abbiamo, come renderlo interessante, come eliminare le condotte a mare delle fogne e come valorizzare un territorio senza fare mega autostrade.  Perché il futuro è per chi crede che si possano conservare bellezza e cultura.  E girando per città, isole e pianure si possono vedere tante belle esperienze sull’energia, sulle aziende, sul commercio, sull’accoglienza e sulla natura. Bisogna però crederci, investire, rischiare qualche grado iniziale di impopolarità. Sarebbe bello avere un Consiglio che abbia una visione comune, che decide di viaggiare e capire. O almeno di collegarsi a Internet e intuire. Oppure convocare esperti e studiare. Perché diventare Sindaco o Consigliere comunale non è un punto d’arrivo ma l’inizio di un nuovo corso di studi. Per chi ha voglia di studiare e crescere.

il Volantino - alfredo

 
La mia colonna del 17 giugno 2017 Stampa E-mail

Nel commentare questa prima tornata elettorale di Tricase, non possiamo non riavvolgere il nastro di qualche mese. Nel Consiglio Comunale dominava il centro-sinistra essendo entrati nel PD anche alcuni componenti dell’opposizione. Per il centro-destra sembrava non esserci nessuno spiraglio. La coalizione di centro sinistra doveva solo scegliere bene il successore di Coppola e viaggiare trionfale verso la vittoria. Invece, l’ingresso in maggioranza dei consiglieri guidati dal prode Nunzio Dell’Abate aveva provocato un tale terremoto da rendere tutto complicato ed estremamente difficile da spiegare agli elettori. Infatti si son divisi in tre, uno in continuazione (Panico), uno in discontinuità (Dell’Abate) e uno coerente nella discontinuità (Fracasso). Risultato pessimo, nel dominio incontrastato del super ego di tutti gli attori. Questo fatto ha aperto la strada ad una coalizione alquanto sgangherata (forse di centro destra, ma forse no e forse con voti di centro sinistra) ma da subito considerata vincente. Chiuri ha frequentato poco i social, ha un programma molto vago, ha una scarsa conoscenza della macchina amministrativa ma aveva dalla sua 5 liste e 80 candidati e la matematica non è quasi mai un’opinione. È favorito al ballottaggio del 25 giugno con Dell’Abate, ma ho visto fra le sue fila una tale disorganizzazione e dispersione (programmi, comunicazione, coordinamento, stanchezza) da poter ipotizzare anche delle clamorose débâcle. Del resto, con una certa sorpresa, è risultato sconfitto definitivamente anche Sergio Fracasso che si è lanciato in una campagna elettorale abbastanza originale e molto presente su tutti i media, seppur condita da eccessivi riferimenti alla propria persona. Allo stesso modo il risultato del M5S di Francesca Sodero è stato al di sotto delle attese, considerato che i suoi voti in definitiva sono in linea con quelli che normalmente prende ad ogni consultazione una civica di rottura. Non sono bastati i saluti di Barbara Lezzi e Di Battista, forse gli anni di incontri e lavoro intorno ai temi della città dovevano portare ad una lista più attiva e presente. Inoltre l’arroccarsi nella dolce solitudine non ha portato a livello nazionale a quel cambio di passo che i sostenitori si attendevano. Brevi annotazioni dal mio taccuino: Pasqualino De Marco non ha più il trono del più suffragato del villaggio, surclassato dal dentista di Depressa, Dario Martina, di cui non conosco il pensiero politico. Inoltre il nostro Pasquale ha gli stessi voti della quota rosa Antonella Piccinni: gli anni passano per tutti e spesso non ce ne accorgiamo. Nel PD renziano trovano più facilmente posto gli ex terzini destri (Rocco Piceci, Vito Zocco e Avv. Nunzio) mentre gli ex assessori e consiglieri presenti nelle liste di Panico sono stati sonoramente bocciati: forse un turno in panchina sarebbe stato più gratificante. Nella lista “Tricase Bene Comune” di Dell’Abate si contano ben 5 candidati con zero preferenze e altri 4 con un solo voto: potrebbe essere il paradigma di queste elezioni: esisto, vivo qui fra di voi, mi candido, ma non ho neanche il coraggio di scrivere il mio nome sulla scheda.

il Volantino - alfredo

 
Regioni da eliminare per salvare l’Italia Stampa E-mail

C’è un principio universale che regola la vita dei popoli: ogni volta che in politica si agisce d’impulso, si dà pieno slancio alle pulsioni di “pancia”, senza analizzare pesi e contrappesi, puntualmente si sbaglia. Basta vedere Trump: non ne azzecca una,  perché c’è un abisso fra la sua vittoria ottenuta con promesse impossibili e la realtà del mondo che cambia e ha bisogno di analisi e studi lungimiranti. E lo stesso vale per l’Europa e la nostra amata Italia, che dal punto di vista  della struttura istituzionale  cambia, scambia, converte e riconverte da almeno trent’anni e non se ne vede la fine. L’esempio clamoroso più recente è la vicenda delle Province. Prima estinte a furor di popolo e commenti tv, dimezzate in attesa del referendum del dicembre 2016, resuscitate dall’esito della consultazione popolare, ora delle entità Zombie, sospese far la vita e la morte, ma senza soldi e risorse. Perché qualcuno aveva dimenticato che le Province avevano in grembo scuole e strade e nessuno aveva indicato a chi toccassero manutenzioni, progettazioni e controlli. Tutto era andato bene fino al 1970, poi furono istituite le Regioni, che si badi bene, non sono enti locali (tipo Comune o Provincia) ma enti autonomi che operano in regime di autonomia amministrativa. Quella scelta si è rivelata per l’Italia disastrosa da molti punti di vista. Innanzitutto ha dato la stura a tutte quelle pulsioni autonomiste che per circa un secolo erano rimaste sopite sotto la necessità di costituire finalmente uno Stato unitario che sapesse dare a tutti i cittadini uguali opportunità, dentro regole certe di civiltà e legalità. C’è stata subito la lunga rivolta in Calabria per definire il capoluogo di Regione, negli anni si è dato corpo al Nord a quella spinta xenofoba e divisiva che ha sempre visto il Sud come una palla al piede. Un disastro sociologico e culturale. È arrivato il 2001 e, per arginare una Lega secessionista, si son concesse alle Regioni ulteriori competenze. Da quel momento la situazione è davvero peggiorata in modo eclatante: sanità diverse e onnivore, scuole senza coordinamento, trasporti allo sbando, competenze confuse, la spesa pubblica alle stelle. Unico risultato: tante Italie diverse, impoverite da debiti pazzeschi con in sovrappiù una crescita esponenziale della casta declinata in tutti i suoi peggiori vizi. La dimostrazione più chiara della certezza del disastro la danno di tanto in tanto i governi nazionali che per uscire dal marasma si ingegnano su evidenti retromarce, tipo la Legge Obiettivo, la Riforma Costituzionale che riportava a Roma molte funzioni e tanti altri piccoli tentativi di riordinare competenze slabrate, soprattutto su questioni legate alla sanità.

Ora si impone una riflessione: se le Regioni sono state create come ulteriore intermediario fra i cittadini e le istituzioni nazionali ed europee, possiamo tranquillamente affermare che quel progetto, oltre che fallimentare, oggi è inutile. Infatti con le nuove tecnologie non c’è alcun bisogno di un ulteriore tappo come la Regione, che si interpone per ogni esigenza di sviluppo e di coordinamento. Che senso ha dire che i trasporti sono gestiti a livello regionale nel momento in cui c’è necessità di una complessa e disciplinata interdipendenza fra tutti i mezzi di trasporto a livello nazionale e globale? Nessuno, a meno che non si sia demenzialmente coinvolti.  Le Regioni hanno amplificato le differenze già sublimate dagli ottomila Municipi, sono un cancro da estirpare al più presto dalla nostra vita istituzionale se vogliamo cominciare a progredire e a migliorare i conti. In definitiva ci basterebbero i Comuni che devono occuparsi davvero della vita dei cittadini, le Province che dovrebbero occuparsi delle infrastrutture di un territorio omogeneo (comprese le mille inutili zone industriali e la raccolta dei rifiuti) e i Ministeri che on-line svolgerebbero gran parte delle funzioni richieste oggi alle Regioni. Magari ci sarà bisogno di un ufficio in ogni Comune che possa dare qualche supporto di collegamento diretto, ma solo così avremmo una scuola unica, una sanità uguale per tutti e un risparmio che vale quanto dieci manovre finanziarie d’autunno. E forse una vera semplificazione. Basta non fare la solita riforma all’italiana, dove si cambia nome, si toglie qualche soldo e tutto il resto rimane come prima. Con un’Europa che prima o poi funzionerà, la vera unica Regione dovrà essere l’Italia con le sue meravigliose bellezze e peculiarità, non venti staterelli buoni solo per aumentare confusione e discriminazione.

39° Paralllelo e Giornale di Puglia - giugno 2017 Alfredo De Giuseppe

 
La mia colonna del 8 giugno 2017 Stampa E-mail

In questi primi giorni del Giugno 2017, molte cose si sono succedute, accavallate e molte sono ancora in divenire. Donald Trump, una barzelletta divenuto Presidente, ha deciso di far uscire gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima. Una decisione enorme, quanto stupida: la parte liberal dell’America si è prontamente mobilitata, compreso molte grandi aziende. Ora Donald Trump e i suoi elettori condividono questa decisione con altri due soli Paesi, il Nicaragua di Daniel Ortega e la Siria di Assad. Altri attentati di giovani islamici a Kabul, a Manila, Melbourne e Londra: persone che si trincerano dietro una religione per uccidere, uccidersi, per convincerci definitivamente che il nostro mondo non sarà mai più come lo abbiamo vissuto fino al 2001. A Torino durante la partita finale di Champions League, Juve-Real Madrid, è bastato un grido “Bomba” per scatenare il panico fra i trentamila che erano in Piazza San Carlo e generare oltre millecinquecento feriti. Tra l’altro la Juve ha perso la finale (ma questa non è una notizia). A Londra, mentre si materializzava il terzo attentato in due mesi con sette vittime e decine di feriti, il candidato premier dei laburisti, Jeremy Corbyn, continuava a pensare ad un mondo denuclearizzato, a cominciare dallo smantellamento dell’arsenale inglese che disporrebbe di 225 testate termonucleari, 160 delle quali pronte all'uso: un uomo politico che ancora usa parole di vera pace. Alle porte di Raqqa è morta Ayse Karacagil, una bella ragazza di ventiquattro anni, divenuta simbolo della battaglia dei curdi sia contro i fanatici dell’Isis sia contro la dittatura di Erdogan, attraverso il fumetto di Zerocalcare, dove lei veniva chiamata Cappuccio Rosso. La sua morte ci ricorda ancora una volta da che parte dovrebbe stare l’Europa dei diritti dei popoli: i curdi sono discriminati, torturati e uccisi da anni nel silenzio delle nostre diplomazie. Continuano sbarchi, naufragi e morti di migranti in cerca di pane e libertà. Sarebbe bello, ad esempio, conoscere in profondità le condizioni dei giovani eritrei che scappano da una dittatura disumana e allucinante (rappresentano la maggior parte degli esuli salvati). Per noi italiani sarebbe un modo corretto di porre verso l’Eritrea un minimo di rimedio alle aggressioni e occupazioni di fine ‘800 e del ventennio fascista. E poi ci sono le elezioni amministrative in circa mille Comuni italiani, fra cui Tricase. Si sono succeduti confronti, comizi, appelli, incontri privati, telefonate e un uso sfrenato dei social network. Domenica 11 giugno si vota. Chiunque andrà a guidare il nostro Comune, chiunque siederà in Consiglio Comunale, dovrà tenere conto che Tricase non è un’isola fuori da questo mondo. Chi governa ha il dovere di capire, sentire, orientarsi nella complessità di un problema globale chiamato umanità.

il Volantino – alfredo

 
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