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La mia colonna del 20 maggio 2017 Stampa E-mail

Ormai tutti ci credono: in politica la comunicazione e l’immagine sono tutto. Sul contenuto poi si vedrà, ma intanto vediamo cosa comunicano e che immagine trasmettono i nostri cinque candidati sindaco. Per la verità osservandoli in una trasmissione televisiva di una nota emittente locale ho avuto l’impressione di una generale impreparazione (televisivamente parlando), a cominciare dall’improbabile conduttore. Meglio non andare in TV che fare la figura del sempliciotto di paese: è il solito gioco al ribasso delle televisioni commerciali. Oppure devi aver frequentato l’actors studio come aveva fatto Antonio Coppola. Ma lasciamo perdere la Tv e passiamo alle cose serie, ai santini. Tutti ce l’hanno e ognuno recita un rosario diverso. La candidata del M5S, Francesca Sodero ha scelto: “io sto con voi” … che appare leggermente egocentrico rispetto ai dettami del Movimento. Sergio Fracasso ha optato per “L’Alternativa c’è” che francamente è un po’ troppo rivoluzionario, vista la declamata continuità con la vecchia amministrazione di cui è stato Assessore in perenne luna di miele; la candidata Maria Assunta Panico è stata invece più categorica con il suo “non ci fermiamo” che vuol dire noi siamo quelli di sempre. Per fortuna il suo slogan non si è trasformato in “noi tireremo dritto”. Fernando Dell’Abate ha collegato la sua immagine con “il futuro è la nostra direzione” che nel solco del PD attuale (generalista e criptico) si mostra per quel che è: generico e ambiguo, perché il futuro senza aggettivi è tutto e il suo contrario. Il futuro potrebbe essere anche la guerra atomica del duo Trump-Kim Jong-un. Carlo Chiuri, il candidato unico del Centro destra si è presentato con un “CambiaMenti” che appare fragile come un gioco semantico da secondo liceo, anche perché i veri cambiamenti vanno sostenuti da robusti pensieri condivisi. Però nelle sue fila corre il recordman delle preferenze della precedente consultazione, vale a dire Pasquale De Marco che con il suo personale marketing fa il pieno di voti ad ogni tornata elettorale e quindi ci può illuminare. In attesa che i candidati sindaco trovino la giusta misura per comunicare davvero ciò che immaginano per questa ridente città, dobbiamo attenerci a ciò che mi ha detto sbrigativamente il consigliere De Marco: per vincere non servono le parole giuste, bastano i voti veri.

il volantino                             Alfredo De Giuseppe

 
Fatima e dintorni Stampa E-mail

Papa Bergoglio sull’aereo che lo riportava a Roma dal Portogallo, parlando con i giornalisti, ha messo una pietra tombale sulle apparizioni a chiamata di Medjugore. Per il Papa le apparizioni di Fatima sono salve (ma con molti suoi dubbi non espressi ma impliciti nei concetti) perché son trascorsi 100 anni, non si sono ripetute ogni giorno e infine sarebbe troppo faticoso smontare l’intera architrave creata intorno ai tre pastorelli. Però fuori dalle credenze vediamo di analizzare la vicenda nella sua cruda realtà, tenendo sempre presente il contesto: estrema povertà, una chiesa cattolica integralista, l’immaginazione di bambini abituati a stare soli per lunghe ore del giorno e l’estrema necessità di masse sempre più smarrite fra guerre e modernità di ritrovare un contatto tangibile con qualcosa di soprannaturale.

Fra i tre pastorelli, la più grande era Lucia dos Santos ed aveva 10 anni, il maschietto Francisco Marto, secondo la ricostruzione della stessa Lucia, non sentiva le parole della Madonna, ma ripeteva quello che le due cugine “vedevano”… I due fratelli Francisco e Giacinta morirono rispettivamente nel 1918 e nel 1920: non fecero in tempo a confermare da adulti ciò che realmente era successo in quel maggio 1917. Lucia invece che è vissuta fino al 2005, fino alla veneranda età di 98 anni, ha scritto numerose biografie, cambiando spesso versione sui fatti e sulle cronologie delle apparizioni. I suoi scritti, in un portoghese spesso incomprensibile, furono sempre depurati da solerti inviati del Vaticano. Lucia ebbe sempre difficoltà a parlare direttamente con qualcuno di estraneo all’ambiente ecclesiastico: in più di un’occasione le fu impedito letteralmente di parlare e tenuta quasi segregata in un convento. I così detti Misteri di Fatima altro non sono che implorazioni tipiche di una certa parte delle preghiere e delle immagini cattoliche (l’inferno di fuoco, la Russia che diventi cattolica e così via). La loro storiella, una bella favola comprensiva di buoni, poveri, cattivi e agnostici, è stata utile alla Chiesa del primo novecento che tentava di uscire dall’isolamento dopo la sbornia temporale che era durata la bellezza di oltre quindici secoli.

In tutto questo fanatismo religioso basato su apparizioni ovviamente inesistenti o comunque viste solo da menti “problematiche”, Bergoglio sta disperatamente tentando di contrapporre una religiosità dei gesti. Vorrebbe dire e non può: lasciate stare per un po’ le immaginette e correte in soccorso dei bambini che perdono la vita nel Mediterraneo; smettetela di credere al miracolo che salva la vostra vita e lottate per un concetto più alto, la pace nel mondo; non credete ad apparizioni a comando che non dicono nulla ma impegnatevi a conservare l’ambiente; cercate di isolare corrotti e corruttori, mafiosi e malfattori; abbiate pietà dei derelitti, dei carcerati, dei poveri, delle vittime e dei carnefici. Vorrebbe dire, forse lo dirà con chiarezza, se vivrà.

FB 17 maggio 2017                                              alfredo

 
la mia colonna del 13 maggio 2017 Stampa E-mail

È di moda la vulgata secondo cui le elezioni amministrative dei Comuni sono cosa ben diversa da quelle politiche nazionali. Questa semplice affermazione, non condita da nessun concetto logico, giustifica una serie di atteggiamenti e opportunismi davvero orridi. In effetti se i candidati sindaco devono rispondere su come risolvere il problema dei parcheggi o del traffico rispondono tutti allo stesso modo, così come se devono apparire sui manifesti sono tutti sorridenti. Ma c’è spazio per capire il loro pensiero e quello di molti loro consiglieri sull’immigrazione, sulla legittima difesa, sull’eutanasia, sulle ONG oppure intorno a Le Pen, Assad, Trump e ancora su Putin? Probabilmente se dovessimo porgere delle domande di carattere etico e sociale, di rilevanza mondiale, ci sentiremmo rispondere che per gestire un paese come Tricase non è necessario esprimersi su queste questioni. Invece non è affatto così. O meglio fa molto comodo far finta che questo sia vero. Fa comodo perché in questo modo, ad esempio, il PD di Dell’Abate, ex socialista, può imbarcare sulla sua stretta navicella elementi della destra, anche quella più qualunquista, e tentare così di vincere le elezioni (nel segno dei vari Brunetta, passati da Turati a Schifani). Ma vincere le elezioni diventando un PDL berlusconiano è lo stesso che vincere con un PD veltroniano? L’assenza di ideologie nella realtà si sta rivelando solo come l’assenza di un’ideologia illuminata e progressista, mentre le idee delle destre mondiali (frontiere chiuse, armi in ogni casa, espulsioni di massa, ricchezza concentrata in poche mani) sono ormai il pragmatismo quotidiano di tutti. Il superamento delle categorie destra-sinistra è invece un semplice gioco semantico perché ciò che non si vuole più chiamare destra è nazionalismo, razzismo e populismo, sinistra è ancora solidarietà, eliminazione delle barriere fra i popoli, la ragionevolezza della scienza e del progresso con attenzione massima all’ecologia. Come può un giovane che voglia formarsi una sua idea districarsi fra i vari e confusi linguaggi della politica, specie se all’interno di una stessa lista convivono idee quasi contrapposte? Rendere note, con estrema consapevolezza, le proprie idee è propedeutico ad una politica corretta e coerente. A me piacerebbe conoscere in profondità il pensiero che muove l’ipotetico primo cittadino che per i prossimi cinque anni mi rappresenterà. C’è gente eletta a vari livelli, Parlamento incluso, che non sa dove sia la Corea del Nord, chi ha scritto Guerra e Pace o chi sono i “nativi americani”. Oppure, più prosaicamente, non sa cos’è la destra e la sinistra e al primo intoppo non sa davvero come muoversi. Per conoscerci meglio dovremmo parlare un po’ di tutto, non solo di come utilizzare l’Acait o il muretto di Tricase Porto. Essere globali per tentare di dare qualcosa a livello locale.

il Volantino

Alfredo De Giuseppe

 
La mia colonna* Stampa E-mail

di Alfredo De Giuseppe

Una delle cose più interessanti delle pre-campagne elettorali è la seguente: ci sono delle persone che all’improvviso, all’inizio dei casting, salgono all’onore delle cronache come probabili (quasi sicuri) sindaci. Poi nel corso della selezione vengono abbandonati, spesso in malo modo, senza neanche averli interpellati e senza nessuna spiegazione pubblica. Alcuni di loro sono persone per bene che hanno una storia personale e professionale di un certo rilievo. In altri casi sono politici di breve corso che tentano la ruota della fortuna. In ogni caso sono dei nomi utili alla causa, quella da servire al pubblico amico, desideroso di sapere che c’è una certa discussione, che si sta parlando di qualcosa. Tanto per evitare di parlare delle cose serie da fare, magari analizzando con coerenza e serietà quelle già fatte. Però la domanda che più mi intriga è: come mai queste persone, dopo essere state protagoniste per un week-end, diventano silenziose, non rilasciano dichiarazioni, non scrivono articoli, si chiudono in un eremo politico fatto di precetti e preghiere? Eppure sarebbe interessante (e utile in prospettiva) conoscere le dinamiche della scelta del personale politico, in definitiva anche i loro stati d’animo, i loro pensieri più sinceri. Invece un silenzio, forse terapeutico, ma certo funzionale alle prossime elezioni: non aver parlato può diventare produttivo, il loro nome può essere riproposto in una delle prossime kermesse, sia pure fra la sorpresa generale. Hanno ragione: non prendere posizione su nulla è un buon viatico per essere il sindaco di tutti. Del resto negli ultimi anni quasi tutti i candidati hanno attentamente evitato di parlare di Politica, di schierarsi apertamente, di difendere un diritto civile, un albero o anche l’asfalto di una strada: il silenzio è utilissimo al futuro candidato sindaco. Specie se non sa che pesci prendere.

il volantino  06 maggio 2017

*inizia da questo numero una collaborazione più costante e codificata con "il Volantino" attraverso la rubrica "La mia colonna". Ringrazio il Direttore A. Distante e la Redazione.


 
io e Alitalia Stampa E-mail

Nella mia vita ho creato parecchie aziende. Alcune di esse per i più svariati motivi sono andate in crisi di liquidità, oppure hanno prodotto ingenti perdite per un errore sostanziale di progetto o per aver sbagliato i tempi d’investimento. MAI nei momenti di crisi ho avuto un PRESTITO PONTE o ho avuto al mio fianco le banche alle quali avevo abbondantemente concesso le mie garanzie personali e immobiliari. Anzi, nelle difficoltà la tua banca ti dice esplicitamente che non ti può aiutare (non è un ente benefico). In quei casi, per salvare il salvabile, compreso il posto di lavoro di decine di persone, ho venduto (o svenduto) a terzi l’attività, che nella maggior parte dei casi, per fortuna, ha continuato anche senza di me. 
Spesso in queste società rivestivo la carica di Amministratore. Mai, nelle situazioni di difficoltà economiche, quando ho deciso di vendere o di chiudere, dicevo MAI, sono riuscito a percepire milionarie liquidazioni. Spesso mi sono rimasti invece incollati i debiti, le tasse, equitalia, la burocrozia e i controlli di tutti gli enti possibili immaginabili. Riflettevo: se oggi dessero alla mia nuova azienda quei 600 milioni di prestito, probabilmente creerei più posti di lavoro di ALITALIA, farei una grande e seria filiera su centinaia di prodotti dell’agro alimentare, compresa la vendita al dettaglio in tutta Italia e forse mi guadagnerei un mio lauto stipendio (fuori dalle mafie, dalla politica e dai piagnistei, come ho sempre tentato di fare). Potrei oggi farmi tante domande, tipo che privatizzazioni facciamo, oppure chi è che ruba a chi, ma preferisco non pensarci. Preferisco rivolgermi a quegli imprenditori puri, che lavorano 15 ore al giorno, guadagnano meno di uno steward e non si lamentano mai. A loro va il mio pensiero e a grandi linee il mio compianto. Giuro: di storie come Alitalia ne ho viste, sentite troppe per continuare a sperare che io possa seriamente fare impresa in questo vigliacco paese.

Alfredo

FB 04 maggio 2017

 
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