Martedì 21 Ottobre 2014
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In Primo Piano
Nuove Opinioni - 20 anni fa Stampa E-mail

Questa è una foto dei primi anni ’90, l’interno di una redazione del giornale Nuove Opinioni, il mensile tricasino, in edicola dal 1977 al 2001. Casa di Gennaro Ingletti, l’appassionato fotografo, l’attento lettore, il pragmatico Avvocato, amante di sport e giustizia. Dietro la macchina da scrivere il mitico direttore Carlo Cerfeda, che con i suoi editoriali sferzava la politica locale e faceva incazzare i democristiani, al centro il fido Enzo Serafini che seguiva i Consigli Comunali e riusciva anche a farne un resoconto, e poi ancora seduto Mario Monaco, il professore latinista che guardava con sufficienza le cose di Tricase, essendo –beato lui – di Alessano. Dietro di loro, in piedi, una serie di amici, fra tutti Francesco Scarascia scomparso da pochi mesi, fra i fondatori di N.O., corrispondente del nascente “Quotidiano di Lecce”, socialista e cattolico e quindi sempre incline alla moderazione.

Una redazione d’altri tempi, quando per fare il mensile si decideva “ la linea”, si discuteva degli abbonamenti (Carlo era un professionista del controllo) e di quanto i cittadini fossero disponibili  a pagare un giornale, si dibatteva di un articolo, di una foto, di una virgola. Si confezionava in un tempo lungo, dilatato, oggi impensabile: le notizie erano sempre fresche per trenta/quaranta giorni. Era il tempo dell’impegno sociale e politico, non si immaginava un giornale locale che non avesse queste caratteristiche, è stato un tempo breve di lotta e speranza. Molti dei presenti pensavano che la fine della DC, della balena bianca che tutto ingoiava e tutto masticava, avrebbe cambiato il mondo, migliorato i rapporti, fino ad allora estremamente clientelari, avrebbe migliorato la politica fino ad allora  dominata da potentati, avrebbe svelato i segreti di uno Stato sempre paramafioso. Il mensile dopo il 2000 non aveva più senso, fra poco non avrà motivo di esistere il settimanale,  fra qualche anno è impossibile stampare un quotidiano: il bombardamento di notizie ad ogni minuto ha complicato le cose per tutti, è una marmellata composta che scorre ovunque, sempre sulle nostra testa.

Cari amici del tempo, dinosauri senza nostalgie, qualcuno acciaccato, qualcuno - purtroppo - già andato via, professori e impiegati di concetto, giornalisti provinciali e fotografi seriali, vi saluto con questa istantanea sfocata, perché il ricordo deve essere sempre addolcito da uno sguardo più languido, più tollerante, più slow, senza rimpianti.

Il Volantino - 11 ottobre 2014                                                        Alfredo De Giuseppe

 
Una storia italiana: l'abolizione delle Province Stampa E-mail

E’ davvero notevole la storia “dell’abolizione delle province”. E’ davvero una storia interessante da raccontare dentro questo confuso momento istituzionale, dentro quest’Italia alla ricerca di un’identità che non trova. Le Province previste dalla Costituzione son sembrate, ad un certo punto della vita mediatico/televisiva, l’unico elemento di risparmio certo, di innovazione, di cambiamento. Eliminiamo subito le Province, era il grido, ad un sol coro, che si levava per l’Italia. Dopo vari proclami, dopo vari tentennamenti, arriva Renzi, l’uomo giovane e nuovo, il don Matteo che riesce in poche settimane ad impacchettare una riforma delle Province, passata di bocca in bocca come la definitiva soppressione dell’ente inutile e costoso. In qualsiasi altra parte del mondo abolizione di una Provincia avrebbe significato la sua vera cancellazione, il passaggio chiaro delle sue competenze ad altro Ente, l’inizio di una sburocratizzazione. Ma noi siamo italiani, gente fantasiosa, che gioca con la grammatica, con i sinonimi e i contrari, che sa creare nuovi vocaboli e nuove interpretazioni pur di non cambiare davvero niente. Per cui l’abolizione diventa invece “trasformazione in Ente di secondo livello”, continuando però a dire a mezzo stampa che abbiamo portato a casa una bella riforma, l’abolizione delle province. E su cosa si fonda questa diceria populista? Sul fatto che non ci saranno più elezioni dirette dei rappresentanti che, a loro volta, scelti fra sindaci e consiglieri comunali, opereranno a costo zero. Questa si che è una grande riforma: i rappresentanti di un ente non vengono più votati dal suffragio universale ma vengono designati all’interno della stessa casta. Cittadini eletti da loro stessi che potranno liberamente giocare da soli intorno all’argomento senza dover più dare conto agli altri cittadini. Il popolo, sempre mansueto e disorientato, non potrà neanche lamentarsi di quest’Ente abolito, primo perché in teoria non esiste e poi perché non costa, o meglio gli amministratori non vengono pagati. I costi in realtà rimarranno tutti, ma proprio tutti, così come le competenze (scuole, strade, ecc), con il vantaggio per gli auto-eletti di potersi dividere al meglio le varie postazioni, senza alcun danno d’immagine. Infatti per un consigliere o per un Presidente provinciale non è tanto importante prendere o meno un’indennità di carica, quanto gestire altre poltrone, clientele, lavori pubblici (le famose rotatorie gigantesche), disseminare piccoli favori, assumere qualche amico di famiglia, magari dentro la società partecipata. Questo conta, come sempre, in Italia.

Sarebbe stato interessante ad esempio in questa fase aprire un serio dibattito sulle Regioni, vera fogna italiana, vero tunnel nero delle inefficienze, dove i fondi europei vengono bloccati, dove la Sanità è il business di tutti, dove le spese faraoniche hanno incrementato il debito pubblico italiano in modo esponenziale. Le Regioni sono da abolire, sono davvero un Ente inutile. Oggi con i nuovi sistemi informatici l’intermediazione delle Regioni con lo Stato e con l’Europa è costosissima, farraginosa, sovrapposta alle competenze di altri.  Inoltre generano diversi modelli di Sanità, Scuola, Tutela dell’Ambiente che per logica dovrebbero essere uguali in un Paese che vorrebbe dare pari opportunità a tutti i suoi cittadini. La scusa della vicinanza al cittadino è una menzogna di primo grado: tutti noi vediamo la Regione esattamente come un plumbeo Ministero. Ma questo che sarebbe stato un bel dibattito sul futuro italiano non è mai comparso sulle prime pagine dei talk-show e dei giornali. Quindi cari concittadini rassegnatevi: il 12 ottobre i consiglieri comunali voteranno per la (loro) nuova Provincia, si eleggeranno il nuovo Presidente e la nuova Giunta. E come chicca finale, forse per farci capire ancora meno, hanno inventato il voto ponderato, per cui il voto del Consigliere di Tiggiano vale meno di un terzo di quello di Tricase, che a sua volta vale un terzo di quello di Nardò. Pertanto, nella festa della Democrazia per la Democrazia, gli eletti non saranno stati scelti ancora una volta per competenza o per i loro programmi,  ma solo perché residenti in un paesino un po’ più popoloso…Grande Italia, solo tu puoi fare certe riforme e avere il consenso generale, compreso il placet dei più alti organi istituzionali, non sentire un solo Sindaco dire “ma che stiamo facendo?”.

In definitiva abolizione delle Province era solo abolizione del voto popolare per le Province, il risparmio è minimo, le inefficienze al massimo, la pancia sarà piena, ma solo dei soliti noti.

39° Parallelo Ottobre 2014                                                                       Alfredo De Giuseppe

 
Gli scheletri di Tricase Stampa E-mail

Tre avvertenze: qui non faremo  distinzione fra pubblico e privato perché quando parliamo di ciò che si vede a cielo aperto, tale distinzione non ha senso (comunque il diritto alla bellezza è di tutti); poi non faremo nomi e cognomi ma sono tutti lì, ben noti, ben presenti nelle carte della burocrazia comunale e nella percezione di tutti i cittadini. Terzo, la malinconica elencazione che segue non è esaustiva e forse non può esserlo.

Chiacchierando di scheletri, stavolta cominciamo da Lucugnano dove c’è fin dagli anni ‘80 un edificio scolastico mai completato in via dei Cipressi, affianco ad un’altra scuola. E’ un mostro di struttura, un immondezzaio autorizzato. Attenzione: anche a Depressa non ci sono più studenti e insistono due plessi scolastici, da quest’anno inutilizzati.

A Tutino c’è soprattutto il Castello, prima comprato dal Comune nel 1988 e poi restituito (per mancanza di fondi) nel 1991 al proprietario che, nei decenni precedenti lo aveva usato come deposito e lavorazione di tabacchi. Ora, nel più assordante silenzio delle istituzioni, lo stesso proprietario non intende investire neanche nella manutenzione delle bellissime mura di cinta e dell’antico fossato. A suo tempo già deturpato nella sua estetica essenziale da case autorizzate a ridosso, da alberi di montagna, e da una quantità incredibile di cartelli stradali e pubblicitari, pali della luce, e spazzatura varia, il Castello dei Trane è un gigante supino e sofferente. Ma Tutino, che è anche l’esempio negativo della distruzione di quasi tutte le case a corte, ha anche altri scheletri, uno su tutti, esemplare: una costruzione nelle vicinanze della Chiesa che prese il posto di una magnifica masseria del 1600 (abbattuta nella settimana di ferragosto nel silenzio connivente) e che dopo trent’anni è ancora in costruzione, senza finestre, ferma nel suo orripilante realismo geometrico di stampo paramafioso. (I pochi che si opposero furono puntualmente derisi).

A Tricase Centro salta agli occhi la casa natia di Giuseppe Pisanelli in via Tempio, in totale abbandono e deturpata da saracinesche e grate. A pochi passi dal centro, in via Mascagni, angolo via Rossini, qualcuno autorizzò il cosiddetto “Albergo Marsilio”, mai completato, tinteggiato di giallo, da decenni in abbandono per manifesta inutilizzabilità dell’opera, concepita male, realizzata peggio, occlusa da case, senza parcheggio, senza servizi. Ma non possiamo dimenticare i palazzi mai completati delle Case Popolari nella zona 167, dove la situazione, benché vi siano ampie assicurazioni ad ogni campagna elettorale, peggiora ogni anno di più. Per non farci mancare niente abbiamo anche le serre dove un tempo si coltivavano i fiori che sono preda di erbacce e vipere. Questo terreno, posto a ridosso del centro storico e primo impatto per chi giunge dal Porto, a detta del buon senso generale, sarebbe una grande alternativa al traffico e ai parcheggi, ma non pare che ci sia mai stato qualcosa del genere nell’agenda politica tricasina.

Anche nello sport non siamo secondi a nessuno, abbiamo campi sportivi disseminati, tutti da risistemare, tutti con mura alte come carceri, dove se vuoi organizzare uno sport tipo l’atletica è quasi impossibile. C’è un palazzetto dello sport mai completato vicino all’altro palazzetto (qualcuno spiegherà mai il perché?) che fa bella mostra di colonne in cemento e tribune piene di “scarascie”.

Ma se dobbiamo dare l’oscar scheletrico non possiamo che darlo all’immobile situato sopra il porto, autorizzato in zona non autorizzabile, in deroga a tutte le norme perché doveva essere il primo albergo di Tricase Porto (siamo nel 1968). Peccato non abbia mai avuto un solo ospite, anche perché stiamo parlando di un progetto senza alcun senso imprenditoriale, se non quello di fregarsi i soldi della Cassa per il Mezzogiorno e costruirsi una bella residenza estiva nel posto più ambito del circondario. Neanche adesso che sta per crollare, pericolante e abbandonato dai proprietari che non si vedono da decenni, c’è qualcuno che tenta di trovare una soluzione.

Molti dicono che Tricase ha molti scheletri nell’armadio. A me sembra che basta e avanzino gli scheletri che sono ben visibili, fuori dall’armadio, di fronte ai nostri occhi, che benché allenati, si avvelenano di bruttezza.

Il Volantino del 13/09/2014                                                                                                                                                                                                Alfredo De Giuseppe

 
Obama, Ghandi e il Nobel Stampa E-mail

Quando nel novembre 2008 Barack Obama vinse le sue prime elezioni , mi venne d’istinto scrivere un messaggio ai miei amici: “adesso nel mondo qualcosa cambierà”. Così pensarono in molti, a cominciare dai luminari svedesi che gli conferirono il Premio Nobel per la Pace quasi come un auspicio, la speranza di avere un uomo nuovo alla guida del più importante stato mondiale. Io, altri, tanti pensavamo: è arrivata l’ora di sistemare le guerre inopinatamente aperte in Iraq e in Afghanistan, di dare uno stato ai palestinesi, di moderare gli animi dei paesi che danno sul Mediterraneo, Israele compreso. Con la recrudescenza del conflitto medio-orientale, a sei anni di distanza da quell’elezione, bisogna  ormai sancire il completo fallimento dell’uomo nuovo Obama.  Mi si dirà: non è un dittatore, non ha la stragrande maggioranza del parlamento, non può da solo sconfiggere lobby militari, petrolifere, finanziarie e commerciali. Ma tutto questo è quanto sapevamo al momento della sua elezione. E lui ignorava tutto questo? O è parte integrante del sistema? Si può diventare Presidente USA senza essere parte interconnessa (e in parte compromessa) della propria società?

Obama non è riuscito a chiudere neanche quell’orribile carcere, luogo di torture, che è Guantanamo, non è riuscito soprattutto a dare una nuova speranza, a far vedere un barlume di giustizia mondiale in fondo al tunnel attuale.  In questa lunga estate di morti e inutili invasioni. Obama sembra predicare con un lessico stanco e senza amore per il prossimo. Ancora una volta chiedevamo troppo, volevamo un politico che si impegnasse davvero, anche a costo della sua vita, a iniziare un cambiamento significativo delle relazioni internazionali. Invece siamo ancora all’anno zero, nella notte della civiltà del rispetto, alla perenne dimostrazione del più forte. Armi a non finire, armi sempre più sofisticate e violente in mani di chiunque, democraticamente vendute a tutti, ribelli, partigiani, eserciti regolari, banditi, terroristi e amici degli amici, senza distinzione di sorta.

Gli Stati Uniti d’America spendono una cifra folle per il loro armamentario, più del 4% del loro PIL, Israele addirittura il 7%, l’Italia nel suo piccolo spende 1.7% del suo prodotto (ed è ottava nella speciale classifica mondiale). Una montagna di armi che nessuno mette in discussione, neanche l’Europa che oggi si potrebbe definire l’unica parte del mondo pacificata senza armi (ci son voluti soltanto trenta milioni di morti fra prima e seconda guerra mondiale). Israele continua ad attaccare scuole sotto protezione ONU facendo centinaia di vittime al giorno e nessun capo di Stato, nessun governo reagisce nel modo coerente che  dovrebbe reagire, isolando uno Stato violento. Obama e i suoi gringos amano la soluzione armata, Israele  è il loro 51° Stato, posizionato in mezzo agli arabi, non si tocca, anche se dovesse perpetrare un genocidio su vasta scala.

Per noi europei, italiani del sud, questo è un danno enorme, sia in termini economici che per le numerose sfaccettature socio-politiche. Perché noi dobbiamo avere lo sguardo sempre rivolto al nord per tutto ciò che riguarda le relazioni, la ricchezza, la cultura? Immaginiamo per un attimo un Mediterraneo pacificato come l’Europa e vedremo un’Italia al centro del mondo. Un’Italia che riesce a crescere con i popoli dirimpettai, con i quali riuscirebbe a scambiare merci, uomini e finanza ogni giorno. Oggi siamo il porto dei naufraghi e dei migranti, mentre potremmo essere il paese delle meraviglie. La guerra dei palestinesi, tutto sommato legittima seppur deteriorata da eccessi ideologici, non è solo la loro guerra. L’Europa, l’Italia con essa, dovrebbe avere il coraggio di compiere azioni di vera rottura col passato, riconoscere ai due Stati uguale dignità, farli diventare subito membri della UE e isolare l’America. Non sarebbe fantapolitica se solo avessimo gente al potere con una sola idea davvero rivoluzionaria, un’idea di pace come in tempi diversi l’hanno avuta Gandhi e Mandela. Io proporrei un comitato per la restituzione del Nobel consegnato a Obama e conferirlo a Gandhi che non lo ha mai ricevuto, il Mahatma che qualche mese prima di morire disse: “ La nonviolenza è il primo articolo della mia fede. È anche l'ultimo articolo del mio credo...e poi occhio per occhio si diventa ciechi…”

39° Parallelo - Agosto 2014 Alfredo De Giuseppe

 
Andando alla Serra Stampa E-mail

 

Se non sei un viaggiatore esperto, ti trovi a Tricase, nella piazza titolata a quell’insigne giurista patriota, sconosciuto ai più, che fu Giuseppe Pisanelli, se è un sabato pomeriggio, non hai l’auto e vorresti andare alla Serra, ti accompagno io, non ti preoccupare. Faremo insieme questo viaggio e rallentando un po’ la normale velocità di crociera, ti porterò fino alla meta. Ci teniamo sulla destra, prendendo la discesa, perché a sinistra si va al Porto. Tralascio di commentare l’asfalto che appare come il paesaggio lunare fotografato  dalla Apollo 11, perché appena finite le ultime case, inizia la periferia, la solita tremenda, trasandata periferia. Sulla sinistra scorgi un vecchio capannone abbandonato. E’ di proprietà comunale, era nato come deposito di prodotti agricoli di una cooperativa, poi è divenuto il centro di spazzature varie, parcheggio di automezzi e attrezzi pubblici ormai in declino. Proprio affianco sorge l’edificio che era il macello comunale. Da decenni è semplicemente un rudere. Sul ciglio stradale c’è una casa diroccata che doveva essere parte integrante dello stesso macello: se mi chiedi perché stia così non te lo so dire, nessuno te lo saprà dire. Proseguendo, sempre sulla tua sinistra, arrivi al depuratore. C’è un leggero vento di scirocco, l’odore dell’aria diventa nausebondo, ti meravigli che sia così vicino alle case e allora qui dobbiamo proprio fermarci. Il depuratore è stato progettato nel 1956 da amministratori poco lungimiranti che non hanno pensato che quella strada potesse essere la naturale prosecuzione del paese verso il mare, hanno inquinato l’insenatura più bella e leggendaria di Tricase, il Canale del Rio, e hanno affossato l’unico vero possibile sviluppo della città. Gli amministratori successivi hanno solo peggiorato la situazione concedendo licenze edilizie, sanatorie in deroga per case, officine e ricoveri di ogni tipo o progettando nuove oscenità come quella buca enorme che doveva essere la cisterna delle acque reflue da utilizzare per l’agricoltura. Mai funzionante, ma ormai indelebilmente presente affianco al depuratore. Case private e giardini di verdure a pochi metri dalle puzze peggiori e, per non farci mancare niente, un ricovero di barche esteticamente molto discutibile (ma la barca non doveva essere un segno della bellezza e dell’ingegno dell’uomo?). Case ovunque, quasi sempre inutili e brutte, in barba al divieto totale di costruire su quelle strade che portano al mare: non sarebbe stato meglio un piano ben fatto che permettesse di fare delle cose belle e funzionali, anche per la collettività? Faccio appena in tempo a ricordare al mio amico che Tricase non ha mai avuto un qualcosa che assomigliasse ad un Piano Regolatore (quando si farà sarà solo aria fritta) che ci appare sulla destra il vero ecomostro tricasino, l’albergo della Diocesi, un’aberrante costruzione cui è stato dato il nome di Casa Per Ferie San Basilio. Una costruzione tipo case popolari in mezzo alla bella campagna di Palane, senza alcun senso del colore, dei materiali e della praticità, aperta solo un mese all’anno; se cerchi un responsabile non c’è, nessuno ti dà un’informazione coerente, semplicemente è sorta da sola, “Miracolo Edilizio” lo chiameranno i posteri. E siamo all’incrocio con la litoranea, vedi la chiesetta della Madonna dell’Assunta e se ci credi fai una lunga petizione, poi giri a sinistra e sei nell’insenatura della Serra.  Lì cominci a vedere l’azzurro del mare, il costone verdeggiante del Calino, rimani attratto, dimentichi le sviste umane e inizi una serie di lodi al cielo e agli spostamenti tellurici della crosta terrestre. C’è la torre saracena che qualcuno vuole adattare a chissà che cosa, la piscina seminaturale con annessi gazebo in plastica pesante, il porticciolo scavato fra le rocce e infine la piscina blu del ristorante Grotta Matrona che negli anni ’70 fu la cosa più fotografata della nostra costa. Gli occhi rimangono estasiati dalla luce, dal mare, dalla varietà del tutto circostante. Mentre ti parlo dell’acquaviva e del lavaturu, arriva la telefonata di due belle sorelle che hanno un pezzo di terra appena sotto il Calino. Andiamo a fare due foto, a prendere un the, il riposo del sabato pomeriggio. Le due salentine, fiere della loro tricasinità, sono lì fra mirti e capperi, avvolte da alberi di ulivo piegati dal vento e rotti dalle pietre dentro un fazzoletto di terra rossa ben tenuta e amata per discendenza. Loro, le sorelle appassionate di piante, arte e cultura, essenza dell’antica ospitalità greca, della disinteressata amicizia, sembrano la sublimazione dei nostri luoghi.

Mi consola che anche il mio ospite occasionale condivida un pensiero: nei prossimi anni ci sarà tanto da abbattere, modificare, sistemare, rendere armonico con la natura, ci sarà lavoro per tutti. Ma ad una condizione: che alcuni sguardi, pensieri e stili diventino pane quotidiano della maggioranza silenziosa che ancora oggi, andando alla Serra, non osa guardarsi intorno.

il Volantino del 26 luglio 2014 Alfredo De Giuseppe

 
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