Mercoledì 27 Luglio 2016
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In Primo Piano
Ad Otranto, nella nuvola Stampa E-mail

Qualche giorno fa ero a Otranto. Ero lì per lavoro, dovevo recarmi al Comune, la cui sede è proprio vicino alla Cattedrale. Già alle nove del mattino era caldo, il caldo afoso di luglio. Ero vestito come tutti i giorni, mentre intorno a me c’erano solo uomini in pantaloncini corti, donne in comode vestaglie pre-mare. Sono entrato nel Municipio, sono stato veloce, dopo pochi minuti ero di nuovo sotto il sole. Il parchimetro mi aveva fregato un euro, avevo ancora un po’ di tempo. Ho deciso di entrare nella chiesa, volevo rivedere dopo un po’ di anni il mosaico dell’albero. Ho letto dall’apposita bacheca che la Cattedrale è intitolata a Santa Maria Annunziata, mentre nella mia ignoranza religiosa pensavo si chiamasse “dei Martiri”. Lì ho visto decine di persone intente a fotografare e lì ho percepito quante cose non sono più attuali, quante cose sono ormai inutili. C’erano persone con piccole o grandi reflex che chiaramente non avrebbero realizzato nessun scatto memorabile, ma loro imperterriti continuavano a pigiare sul pulsante della loro digitale. Fotografare un mosaico è impresa complessa, fare una bella foto è ancora più difficile. Loro, uomini e donne oltre i sessanta avevano il lor cliché da rispettare, la macchina a tracolla, aria interessata, costumino da bagno ben visibile in controluce, i fiorellini sparsi dappertutto, sulla testa, sugli orecchini, sulle camicie e sulle biciclette. Mi chiedevo: ma non sanno queste persone che esistono delle belle foto professionali di ogni monumento, di ogni chiesa, di ogni pietra ormai? Cose desuete, ormai, come un Compact disc o un disco su vinile, oggetti da collezione, non più d’uso quotidiano, tutto propeso al virtuale, al cloud, alle nuvole che si addensano e si dileguano con velocità impressionante, come il rullo di un facebook. Quelle donne e quegli uomini, ai quali io probabilmente appartengo, si sentono vivi eppure sono fuori dal rullo dell’attualità. Le loro abitudini sono ormai in via d’estinzione. Probabilmente anche la modalità vacanza ha mostrato tutti i suoi limiti. Vedevo quelle persone affannate, senza sorriso, sempre più assenti eppure avvolte nel ruolo di vacanzieri forzati, di quelli che non si perdono un evento, una sagra o un concerto. Nel vuoto di un girovagare senza approfondimento.
Cosa sarà il futuro non lo so, non lo vorrei sapere, ci sarà da intuirlo giorno per giorno, nei prossimi decenni, così forieri di novità tecnologiche e antiche oppressioni, tanto da evidenziare costanti dicotomie collettive, distacchi cerebrali di una certa entità. Questo pensavo in quei brevi momenti osservando l’albero della cattedrale di Otranto, non sapevo perché, non avevo idea da quale ancestrale cellula derivasse tale pensiero nichilista. Ero lì, in una breve pausa di una normale giornata di lavoro, senza uno scopo preciso e senza nessuna idea da diffondere nel mondo. 
Era il 14 luglio 2016, quella sera, a Nizza, un uomo franco-tunisino alla guida di un tir avrebbe ucciso 84 persone, ne avrebbe ferito altre centinaia, compreso tanti bambini. Capire è sempre più nella nuvola cangiante, sempre più pensiero volatile, sempre più doloroso.

alfredo de giuseppe

 
DUSTIN SUPERMERCATI Stampa E-mail

In questo sito artistico/giornalistico che pure porta il mio nome, quasi mai ho pubblicato notizie riguardanti mie vicende personali o lavorative. Faccio un’eccezione riportando la pagina apparsa sul “Quotidiano di Lecce” del 1 luglio 2016 che parla dei DUSTIN SUPERMERCATI. È un modo anche per rispondere ai tanti amici che di tanto in tanto mi chiedono: ma aldilà di scrivere qualche stupidata (virtuale ormai), cosa fai ora nella vita reale? Ecco, con questa pagina chiarisco al meglio cosa faccio per vivere: creo attività che in qualche modo spero si avvicinino ad una sintesi delle mie esperienze.

"Si scrive Dustin supermercati, si legge salentinità a 360 gradi. Il rivoluzionario format di supermercati del territorio targato Alfredo De Giuseppe è approdato nella Terra dei Mari a novembre scorso, frutto di una precisa analisi di mercato e pronto a innovare il rapporto tra produttori locali e distribuzione al dettaglio. Una formula inedita, quella dell’imprenditore salentino, e basata su un’esperienza consolidata sul campo che dura da 4 decenni e su una conoscenza capillare del territorio.

A oggi, sono sei i punti vendita Dustin, ma l’ambizione concreta è quella di estendere il format in tutto il Salento: la prima sede è stata Miggiano, in cui risiedono anche gli uffici direzionali dell’azienda, poi Castro, Otranto (Conca Specchiulla), Martignano, Borgagne, Cocumola di Minervino.

Qual è la novità dei negozi Dustin? Essa risiede nel fatto di saper coniugare la varietà e la completezza del grande supermercato con la particolarità e la ricercatezza del prodotto locale e a chilometro zero. Un supermercato di terza generazione, in cui contano il risparmio, la qualità, ma anche il rapporto umano con il cliente e la consapevolezza che i prodotti locali devono avere sempre maggiore spazio sugli scaffali. Un concept vincente per vari motivi: perché i prodotti del territorio sono di qualità superiore rispetto a quelli industriali, perché sono più genuini, perché sono più buoni ed etici.

I cavalli di battaglia del nuovo format? Innanzi tutto, una dimensione del negozio a misura di quartiere, con locali di ampiezza inferiore ai 250 metri quadrati: tutto a portata di mano e ben visibile, proprio come se si andasse nella cara vecchia salumeria di fronte a casa. Un reparto orto-frutta composto esclusivamente da materie prime salentine, di cui viene riportata, sempre e comunque, la provenienza. Come i fagioli di Zollino e le angurie di Nardò. Un angolo della panificazione ampio e completo, che racconta una tradizione territoriale artigianale e di qualità: dai tarallini alle frise, dai biscotti alle crostate della nonna, per finire con il pane fresco, sono tutti prodotti selezionati personalmente da Alfredo De Giuseppe, che ha instaurato un rapporto diretto e costante con tutti i produttori locali. Di grande rilievo anche l’angolo delle farine, adatte alle esigenze di tutti e di provenienza biologica.

Ma non si tratta semplicemente di prodotti locali: attraverso l’invenzione della linea “Noi e il Salento”, Dustin garantisce la qualità di tutti gli alimenti che ne fanno parte, come le pregiate conserve di pomodoro e i gustosi e originali paté di verdure. E anche la selezione di vini presenta una varietà legata quasi esclusivamente ai vitigni autoctoni, senza disdegnare, però, i più famosi brand nazionali. Una sintesi perfetta, insomma, tra il top di gamma di ogni settore merceologico e la possibilità di risparmiare nella sicurezza di ciò che si compra.

La nuova sfida è all’insegna del glocalismo spinto, accogliendo le tipicità anche di altre regioni e province italiane.

Finora, sono 20 i produttori locali che hanno aderito alla sfida lanciata da Alfredo De Giuseppe: ora il sasso è stato lanciato nello stagno è la rete è destinata ad allargarsi."

Serena Costa

INTERVISTA

Alfredo De Giuseppe non è un nome qualsiasi nel campo della distribuzione alimentare del Salento e del sud Italia. Dapprima socio e collaboratore del gruppo Cedis di Gianfranco Marrocco, con il quale partecipa all’apertura del primo centro commerciale pugliese a San Cesario a Lecce (Ipergum), poi nel 1992 creatore della prima organizzazione di hard discount di tutto il Sud Italia. Il marchio Aldes Discount divenne sinonimo per almeno due-tre anni del risparmio, quando ancora nessuno aveva ipotizzato un grande sviluppo di questo format. Furono create diverse società in tutto il sud Italia, dalla Calabria al Lazio, fino poi alla cessione a Eurospin, che in effetti arrivò nel mercato del discount almeno un anno dopo Aldes (acronimo di Alfredo De Giuseppe). Dalla fine degli anni ‘90 in poi, ha collaborato con il gruppo Tatò Paride spa di Barletta, creando a Tricase un bellissimo parco commerciale, il Centro Lama. Ora si rimette in gioco alla grande con una sua nuova personalissima creatura: Dustin Supermercati. Imprenditore, ma non solo. La sua passione per il giornalismo, la scrittura e la scenografia raccontano di un uomo che sa dosare la sua creatività in vari ambiti, con un unico filo conduttore: la conoscenza profonda del Salento e il desiderio di far crescere il proprio territorio mettendoci la faccia.

Alfredo De Giuseppe, può tratteggiare le linee portanti del suo nuovo progetto?

Le considerazioni di base che mi hanno convinto a riprovare una nuova “avventura” imprenditoriale sono essenzialmente tre: il centro commerciale, per come lo abbiamo conosciuto in questi ultimi trent’anni, è in seria difficoltà; nei paesi più piccoli c’è ancora spazio per supermercati inferiori a 250 metri, che però non siano banali rivenditori di servizio (il pane, il latte, la pasta); manca una catena di supermercati centrata sui prodotti salentini e sui micro-produttori della nostra terra.

Il nuovo progetto sarebbe una sorta di supermercato con soli prodotti salentini, anche freschi?

No, abbiamo pensato che chiudersi nel solo localismo avrebbe portato questi negozi verso una nicchia di amanti del chilometro zero e dell’artigianalità dei prodotti, ma avrebbe allontanato la massa di clienti che comunque è abituata alle marche nazionali e ai prodotti pubblicizzati.

La vera sfida, dunque, è fare sintesi tra questi due target apparentemente contrapposti?

Sì, una sfida alquanto complessa, ma stimolante e utile. È inutile pensare di non vendere in un supermercato il detersivo pubblicizzato in tv, ma cerchiamo di convincere il nostro consumatore che può utilizzare le marmellate prodotte artigianalmente invece della confettura discount. Si può mangiare un’ottima pasta al sugo utilizzando tutti prodotti salentini, dall’olio alle spezie fresche. E poi i nostri taralli, i nostri panificati non hanno niente da invidiare nel mondo.

Com’è il rapporto con i produttori locali?

In generale direi che è ottimo, però va tenuto conto che ogni novità crea disorientamento. All’esterno dei nostri negozi c’è un grande cartello che recita: “Sei un produttore locale? Qui e ora puoi proporci i tuoi prodotti”. È una rivoluzione che spiazza, in quanto molti dei piccoli produttori, per entrare nei circuiti della distribuzione organizzata, avevano difficoltà perfino a fissare un appuntamento con il buyer aziendale. In ogni caso, ogni giorno visioniamo nuovi coltivatori, caseifici e produttori delle prelibatezze salentine.

Qual è la definizione giusta per la sua catena? Si tratta di negozi tradizionali o di supermercati di terza generazione?

Dustin vuole essere un mix di tecnologia applicata a tutte le fasi organizzative (in questo senso un grosso aiuto sta venendo dalla software house “CV Sistemi” di Lecce), dagli ordini alle statistiche di vendita, ma anche una semplificazione del rapporto con il cliente e con il fornitore, dentro una dimensione umana e senza scivolare nel super lusso.

Perché ha iniziato questo nuovo progetto da una serie di piccoli comuni, come Borgagne, Martignano, Castro, Miggiano o addirittura da frazioni?

Ci siamo detti: iniziamo da dove è più difficile, da quei posti in cui la distribuzione non va con dimensioni estreme e comunque dove diventiamo da subito un piccolo fenomeno commerciale senza esasperare l’investimento.

Qual è il suo sogno rispetto a Dustin?

Vorrei che diventasse un marchio riconoscibile. La nostra insegna è “Dustin Supermercati - Il meglio dal Salento”. Ecco, ora lo immagini come un brand visibile in ogni parte d’Italia e intuirà su quali concetti ci stiamo muovendo. I miei collaboratori sono fantastici e ci credono più di me.

Il tutto senza contributi o finanziamenti?

Non è nostra abitudine chiedere finanziamenti statali. Devo solo apprezzare che il Banco di Napoli ha condiviso il nostro progetto e ci sta adeguatamente supportando.

Cos’è, in poche parole, Dustin?

È la sintesi di una visione etica e coerente del nostro territorio.

 
L'ultima frontiera dell'acqua Stampa E-mail

La storiella dell’acqua pubblica e dell’acqua privata è davvero paradigmatica dell’epoca che stiamo vivendo sotto l’aspetto economico, sociale e politico. Andiamo con ordine: nel 2009 il ministro Ronchi del governo Berlusconi presenta un disegno di legge che prevedeva per la prima volta l’ingresso dei privati nella gestione dell’acqua pubblica, quella dei rubinetti per intenderci. Sembrò a quasi tutti noi che si volesse creare una logica di profitto anche su beni inalienabili come possono essere l’aria e l’acqua. Come avviene da decenni siamo disponibili a pagare i costi di trasporto e manutenzione dell’acqua, sottraendoci però al pericolo di una gestione pericolosamente privata. C’è da aggiungere che negli ultimi decenni, come tutte le cose gestite da enti pubblici, in queste società si addensavano perdite colossali, corruzione, e tutti i difetti che ben conosciamo, specie quando risultano associati a interessi politici/elettoralistici. Quindi nascono dei movimenti per la difesa dell’acqua come bene pubblico, si arriva al referendum del giugno 2011: si reca alle urne il 56% degli elettori che bocciano il decreto con una percentuale pari al 95%. Va ricordato che tutti i partiti allora in Parlamento presero le distanze dal referendum, nella speranza dell’astensione di massa.

Con la solita e silenziosa procedura parlamentare cominciano a piovere disegni di legge che con altre parole, con altri aggettivi (la lingua italiana è perfetta per camuffare una legge) mirano a reintrodurre il concetto di fondo che il referendum aveva bocciato: la privatizzazione dell’acqua. Questo succede all’interno del dibattitto su una legge che dal 2011 ad oggi sta cercando di formulare un quadro normativo che regoli il settore in funzione del risultato del referendum. Prova ad ostacoli che risente delle operazioni lobbistiche, delle forzature di soggetti terzi, da sempre interessati all’affare acqua. Ad esempio il PD presenta un emendamento alla legge in discussione per rendere la gestione pubblica del servizio idrico non più obbligatoria ma “prioritaria”. Potenza di un aggettivo, ne basta uno solo, per modificare la volontà popolare, perché in definitiva il concetto di “prioritario” è facilmente aggirabile con esigenze di tutti i tipi. La discussione di codicilli e vari è ancora in corso e probabilmente ne verrà fuori la solita legge che enuncia principi grandiosi e poi lascia aperte tutte le possibili soluzioni. In ogni caso l’acqua sarà un bene pubblico, ma il suo trasporto, il complesso della sua gestione potrà essere affidata a terzi, con risultati che saranno sotto gli occhi di tutti: una disparità assurda per un bene primario fra regione e regione, fra Comuni ed enti diversi, una giungla che porterà inefficienze e ingiustizie. Non c’è più il coraggio di normare almeno per tutta l’Italia con un unico regolamento un bene considerato dalle Nazioni Unite come inalienabile per ogni singolo uomo della terra.

Del resto, se posso azzardare un esempio, il petrolio e il gas sono dei beni insiti nel pianeta Terra: ben diversa sarebbe stata la recente storia dell’uomo se anche i beni fossili fossero stati considerati dai legislatori di tutto il mondo patrimonio comune e non prodotti di sfruttamento per pochi soggetti privati. Oggi forse sul nostro pianeta avremmo meno disparità, più giustizia sociale e meno guerre. Anche l’acqua si presta a questa nuova visione spartitoria e non è un caso che in Italia i soggetti maggiormente interessati all’affare siano società già da tempo quotate in borsa come ACEA, HERA, A2A, ENI. Che succederà quando l’acqua in linea di principio sarà di tutti, ma i tubi saranno di pochi? È un problema serio che dovrebbe essere affrontato in maniera tecnica e approfondita, lasciando confinate ai margini le ben note valutazioni demagogiche del momento. Sarebbe il caso di ritrovare i movimenti spontanei del 2011, farsi risentire e creare una proposta che vada nel senso delle decine di Forum mondiali tenuti sotto l’egida dell’ONU le cui conclusioni sono sempre le stesse: 1) esclusione dell’acqua dalle leggi di mercato come imposto dall’OMC, TLC e dagli altri accordi internazionali sul commercio e investimenti; 2) riscattare e promuovere la gestione pubblica, sociale, comunitaria e integrale dell’acqua; 3) ritenere come illegittime tutte le richieste di profitto e indennizzazione delle società di gestione e delle multinazionali.

L’acqua, l’elemento che ha dato vita alla nostra Terra, il composto chimico più romantico che la natura abbia mai creato e, per dirla con le parole di Melville in Moby Dick, “come ciascuno sa, la meditazione e l’acqua sono sempre congiunte…Perché gli antichi Persiani consideravano sacro il mare? Perché i Greci gli assegnarono un dio a sé? Certo tutto questo non è significato da poco. E ancora più profondo è il senso della favola di Narciso che non potendo afferrare la tormentosa, dolce immagine che vedeva nella fonte vi si immerse e annegò. Ma quella stessa immagine anche noi la vediamo in tutti i fiumi e oceani. È l’immagine dell’inafferrabile fantasma della vita, e questa è la chiave di tutto”

39° Parallelo - Giugno 2016                                                            Alfredo De Giuseppe

 

 
Poi mi piace Stampa E-mail

C’è poi una Tricase che mi piace. Quella degli artigiani per esempio. Abbiamo avuto nei primi del Novecento i fratelli Peluso, fra i migliori mosaicisti d’Italia: oltre a centinaia di mosaici sparsi in tutto il Salento, cattedrale d’Otranto compresa, un loro lavoro (non firmato) è presente anche nella Galleria Vittorio Emanuele di Milano. Poi molti bravissimi ebanisti, muratori, sarti e ceramisti: oggi quella tradizione continua e, a nome di tutti, citerei Agostino Branca come esempio di arte, dedizione, creatività e gentilezza. Mi piace l’associazionismo, quello vero, magari scegliendo fra le oltre 150 presenti nel nostro Comune. Ci sono sodalizi che in dieci anni di vita hanno inciso profondamente nella socialità di Tricase, vedi l’Associazione Magna Grecia Mare che, partendo dal recupero di un’imbarcazione abbandonata da donne e uomini curdi, ha generato progetti e iniziative di tale livello da trasformare lentamente il Porto in qualcosa di straordinario. Mi piace l’Associazione Libeccio che raccoglie gli ultimi veri pescatori e le famiglie storiche del Porto. Così come l’Associazione di Marina Serra ha dato un notevole contributo alla sensibilità ambientalista, alla sua pulizia e alla divulgazione di un posto meraviglioso. Mi piacciono molte altre associazioni, di volontariato e di cooperazione, che in silenzio fanno quel che possono per accogliere e aiutare gli altri. Mi piacciono i tanti piccoli imprenditori che pur nelle estreme difficoltà mantengono integro il loro senso di autonomia e la loro dignità: sanno di non poter chiedere nulla a nessuno. Mi piacciono quei ragazzi che sono attenti ai valori ambientali e pur nella confusione della politica attuale cercano ogni giorno di informarsi e discernere le notizie. Mi piace chi tenta di resistere in questa terra inventandosi qualcosa di nuovo, affrontando difficoltà endemiche e grandi quantità di scetticismo e diffidenze: producono bio, olio, verdure e anche opunzie. Mi piacciono quei ragazzi, tanti, più di quanto si sappia, che a Londra, Milano, Roma, nel mondo, si fanno apprezzare in posti di grande responsabilità. Ne conosco alcuni: portano con loro l’amore per Tricase, ovunque siano, insieme a valori di onestà e serietà che qui albergano con una percentuale abbastanza alta. Mi piace che a Tricase non ci sia la malavita organizzata, che nessuno sia il boss del quartiere, che nessuno faccia il prepotente con commercianti e imprenditori. Mi piace che il Comune non sia inquinato da mafiosi corrotti e non è roba da poco nell’Italia di oggi e un qualche merito va pur dato ai funzionari che lo reggono da decenni. Mi piace che ci sia un Ospedale che, nel gioco privato-pubblico, funziona, si aggiorna, si trasforma: senza quel posto saremmo davvero più poveri, in tutti i sensi. Mi piace che Tricase abbia tre cinema, che in percentuale sugli abitanti significa essere fra i primi in Italia. Mi piace il Salento Film Festival dove ogni anno Gigi Campanile, fra mille difficoltà, ci porta nel sogno di mondo lontani, delle sfide di paesi in fase di emersione. Mi piace che si faccia tanto teatro: segnalo come esempio il lavoro di Pasquale e Michela Santoro che, oltre alle indubbie doti artistiche, hanno aggiunto importanti valori sociali come “il Club dei Piccoli lettori” che ogni estate coinvolge centinaia di ragazzi. Mi piace che ogni presentazione di libro è un piccolo successo, la sala gremita e gli autori felici. Mi piace quando vengono organizzate manifestazioni originali come Alba in Jazz o i Laboratori sugli antichi metodi di scrittura alla Chiesa dei Diavoli. Mi piace che a fare cultura ci sia gente come Isabella di Marescritto, che gestisce una libreria del cuore, inserita fra le migliori indipendenti, a dimostrazione che per le idee non c’è bisogno di grandi spazi ma solo di grande passione. Mi piace il Volantino, espressione di costanza e passione: la sua presenza è fondamentale per la diffusione delle notizie politiche e culturali. Uscire tutte le settimane per quasi vent’anni è un’impresa da ricordare. Mi piace osservare da lontano e da vicino i tanti artisti di Tricase: cantanti, pittori, fotografi, scultori e musicisti che cercano di vivere del loro genio, senza chiedere elemosine, senza grandi show ma con tanto entusiasmo. Mi piace, lo cito per estrema simpatia, Cristian conosciuto come Jessi Maturo, un talento sottovalutato: da tricasino almeno un suo concerto lo devi aver visto. Mi piacciono i bambini che riempiono le piazze della città e ci giocano ancora, molto più che in altre realtà. Mi piacciono i tricasini che in silenzio, in vecchiaia, sono tornati dopo una vita da emigrante e ora ci osservano con una certa trepidazione. Mi piace la positività dei nuovi residenti di Tricase, persone che liberamente hanno scelto di trasferirsi qui, portando esperienze e sensazioni di altri mondi. Mi piace l’odore della terra di Tricase, che muta da Lucugnano a Tricase Porto, per varietà e intensità. In pochi chilometri pare ci sia tutto il possibile buono che la terra possa offrire. Mi piace chi sta a guardare per ore il mare in tempesta e conta le onde lunghe e quelle alte. Mi piace al calar della sera osservare il vecchio contadino che torna in bicicletta dalla campagna, orfano del cavallo di un tempo, portando con sé il peso di una vita e la leggerezza di una cicoria.

"il Volantino" del 28 maggio 2016                                            Alfredo De Giuseppe

 
Non mi piace Stampa E-mail

C’è una Tricase che non mi è mai piaciuta e che continua a non piacermi anche ora che alcune battaglie sono diventate più comuni rispetto ad oltre quarant’anni di guerre quasi solitarie. Non mi piaceva a suo tempo la DC arrogante e clientelare che tanti guasti ha causato nella gestione del territorio e della coscienza collettiva; non mi piacevano i craxiani di ferro, la loro sete di potere e denaro; ho rigettato i berlusconiani della prima e seconda ora come una definitiva maledizione sul nostro Paese che di tutto aveva bisogno tranne che del populismo becero misto alla supina accettazione della corruttela. Non mi piacciono ora i nipotini di Bertinotti e Mastella che mascherati di vari colori sono al governo della città da oltre quindici anni, un po’ troppo legati ad una poltrona fatta di piccoli e grandi interessi. E neanche i nuovi guerriglieri dell’onestà che mancando di quel minimo di autonomia intellettuale mi fanno paura come tutte le chiese, le congregazioni e le sette.

Non mi piace il Piano Regolatore che non c’è da oltre cinquant’anni, non mi piace pensare che quando ci sarà, atto forzato da Enti esterni, sarà inutile, tanto sarà stato devastato il tutto che ci circonda. Non mi piace che il depuratore scarichi al canale del Rio e che l’unico progetto immaginato sia la condotta a 1Km dalla costa, con la convinzione che i problemi si risolvano allontanando un po’ la merda. Non mi piace che ancora tantissime case di Tricase Porto e Marina Serra non abbiano l’allaccio alla fognatura pubblica. Non mi piace la gestione del Parco Otranto-S.M. di Leuca né il faraonico Piano Coste che pare scritto negli anni ’70 e non contiene nessuna visione originale, così come è allucinante vedere all’ingresso del paese le barriere antisuono in pietraio e legno (ormai cadenti) delle super-corrotte Ferrovie Sud-est (quando nel 2007 denunciai penalmente tale opera fui quasi deriso); non mi piace che rispetto alla strada 275 il nostro Comune abbia idee ondivaghe che invece di risolvere il problema con soluzioni semplici e rispettose dei luoghi (stop a Montesano) allunghino il brodo alimentando nuove polemiche; se c’è, non mi piace il piano traffico, né i marciapiedi di questa città, neanche la gestione dei parcheggi che da sempre pare un affare più importante di quello che realmente è. Non mi piace che non ci sia una sola isola pedonale né un parco con qualche albero e quattro panchine. Non mi piace che dopo tanti anni non vi sia un mezzo di trasporto pubblico che colleghi le frazioni e le marine di Tricase. Non mi piace la raccolta della spazzatura che non tende all’ottimizzazione e al coinvolgimento di un’utenza che andrebbe educata e non presa in giro con qualche mancia elettorale. Non mi piace chi abbandona oggetti e rifiuti nelle campagne, chi abbatte i muretti a secco e chi lottizza ovunque e comunque.  Non mi piace l’oblio delle periferie con gli scheletri delle case mai completate e la ghettizzazione della zona 167. Non mi piace la statua di don Tonino in piazzetta Dell’Abate, dove fa orrore anche la postazione del bike-sharing, così come è indescrivibile la scelta e la bruttezza della casa in plastica costruita con il contributo del GAL in piazzetta du Puzzu. L’abbandono della casa natia di Giuseppe Pisanelli in via Tempio è sintomatico dell’attenzione verso la nostra Storia, mentre nessuno analizza con le giuste competenze come abbattere definitivamente la casa/finto albergo sul costone del Porto, da decenni in stato di perenne pericolosità. Non mi piace che la quercia Vallonea, simbolo di Tricase, quella dei Cento Cavalieri, resti ingabbiata dentro una bruttissima ringhiera d’alluminio, nel degrado che la circonda, né mi piace che gli unici alberi davvero salvaguardati siano quelli di Piazza Pisanelli che invece andrebbero trapiantati in altro luogo per far tornare la Piazza quella che era. Non mi piace un Sindaco che molto ha promesso e poco ha mantenuto, che convive con un enorme conflitto d’interessi che fa guardare a tutti noi ogni atto con la lente del sospetto. Non mi piace chi ha cenato prima con Berlusconi, poi con Casini e infine con Abaterusso pur di raggiungere primati personali imbevuti di noiosi e ripetitivi comunicati stampa. Non mi piacciono di Tricase alcune persone sempre appollaiate sul tetto del vincitore, né mi diverte non farmele piacere. Non mi piace di Tricase l’assenza del lavoro e di chi non fa niente per crearlo per sé e per gli altri, né mi piace la distanza siderale delle scuole, di quasi tutti i professori e studenti dalle problematiche storiche della città. C’è una Tricase che non mi piace, è vero, ma ce n’è anche una che mi piace, ma questo è un altro capitolo, nell’altra pagina del racconto.

"il Volantino" del  21 maggio 2016                Alfredo De Giuseppe

 


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