Mercoledì 23 Luglio 2014
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In Primo Piano
Di fanti e santi Stampa E-mail

Il 24 aprile del 2014, un ragazzo di 21 anni è morto per la caduta di una croce alta trenta metri posizionata sul paese di Cevo in Valcamonica. Marco Gusmini , figlio unico, viveva a Lovere, aveva una leggera disabilità e questo gli ha impedito di mettersi al riparo dal crollo della Croce del Redentore come invece hanno fatto gli altri 40 compagni di oratorio che erano in gita con lui. Una sfortunata coincidenza: la croce in legno si è rotta mentre lui era seduto sulla panchina posta sotto la statua. Una fatalità come tante, la solita disgrazia fra disattenzione, incuria, caso.

Però fa riflettere il caso della croce inaugurata nel 1998 in occasione della visita di papa Wojtyla e crollata su un bravo ragazzo proprio alla viglia della canonizzazione del papa polacco. Una santificazione oltretutto complessa perché la Sacra Congregazione è ancora alla ricerca  del suo secondo miracolo, modalità necessaria nelle regole ecclesiastiche.

Allora mi è venuto spontaneo fare un pensiero blasfemo. Se il giovane disabile pregando intensamente avesse migliorato leggermente la sua situazione motoria si sarebbe gridato al miracolo e quindi Wojtyla a cui era dedicata la statua sarebbe stato ancora più santo, ancora più glorioso nelle sue opere di bene. Ora però, di fronte ad un evento così evocativo, nessuno osa dire che il papa santo o addirittura il fondatore del cristianesimo hanno volutamente ucciso quel giovane. Sarebbe troppo e obiettivamente non vero. Le santificazioni per miracoli sono una di quelle grandissime manifestazioni teatrali di cui la religione cattolica ha bisogno da oltre duemila anni, per ribadire concetti e credenze spesso superati dalla scienza, dal buon senso, dalla semplice ragionevolezza. Però i miracoli, a partire dalla dubbiosa e controversa (per gli stessi evangelisti) resurrezione di Cristo, sono il pane di cui si nutre la pancia del cattolico. Non è la parola di tolleranza, né il concetto di pace, non è il codice etico e neanche l’esempio a risvegliare la religiosità, ma la credenza della causa-effetto, della preghiera rivolta ad un ente superiore per risolvere casi umani singoli, casi di miseria, lutti, disperazione. Uno perde il posto di lavoro perché il commercio mondiale ha cambiato le sue regole e confida nel miracolo di San Giuseppe, eletto santo patrono del lavoro dopo essere stato il falegname più bistrattato della storia; uno ha le piaghe e prega San Rocco, un altro è epilettico e trova rimedio con san Donato. C’è un santo per tutti, per le Forze armate di ogni genere, per i maschi infertili e per le donne obese, c’è il santo protettore degli studenti e financo la santa protettrice d’Italia. Insomma un olimpo enorme, con dei di ogni tipo, in grado di soddisfare ogni umana richiesta. Basta solo schiacciare il pulsante giusto, basta solo trovare la via alla giusta raccomandazione. Con Padre Pio vai a nozze: è uno buono per tutte le emergenze e se sei del Sud ha un occhio di riguardo  (e si vede, mentre in Svezia non pare ci sia bisogno). Ricordo una vicina di mia nonna che aveva un perenne altarino, in costante devozione di un sant’Isidoro, sconosciuto ai più ma che aveva il pregio di essere il santo del giorno in cui cadde il lampadario della sua camera da letto senza rompersi e senza ferire nessuno.

Ora, noi che vogliamo scherzare sia con i fanti che con i santi, avremmo due alternative da offrire alla Chiesa, conformi ai suoi dogmi e alle sue parole: considerare la caduta della croce di Valcamonica un grande miracolo, perché evidentemente la volontà di Dio era quella di riportare subito al creatore il buon Marco oppure non offendere mai l’intelligenza umana e considerare ogni singolo fatto per quello che è. (Con lo stesso metro potremmo giudicare la Shoah, l’affondamento di una nave o la bomba atomica). A volte le scelte politiche sono preponderanti, a volte il caso gioca brutti scherzi su cui ridere o piangere, fatti inspiegabili sono stati spiegati dopo anni, dopo scoperte scientifiche e approfondimenti, a volte l’isteria produce gravi danni alla psiche anche di chi ascolta, a volte l’uomo ha semplicemente bisogno di aggrapparsi a qualcosa che non esiste. Che strano destino, l’uomo…

www.alfredodegiuseppe.it                                                           Alfredo De Giuseppe

 
Ubriachi di sigari e rum Stampa E-mail

Io sinceramente non mi ero mai divertito tanto quanto leggere l’intervista del Sindaco di Tricase, Antonio Coppola, rilasciata al Gallo del 5 aprile 2014 che parla di Rhum e sigari cubani. L’ha sparata un po’ grossa, ma è vero che Coppola ci ha nel tempo abituati, da buon affabulatore qual è, a presentarci  qualche sua fantasia infantile/giovanile  come possibile soluzione dei problemi dei comuni cittadini. Come un bambino che lavora di fantasia con le costruzioni Lego, immagina cose che non esistono e mostrandole agli altri pretende che venga creduto (altrimenti si arrabbia e con lui tutto il cerchio magico). Sulla parola di Sindaco, di ingegnere, di stimato cittadino, di ottimo oratore.  Ma qual è lo scopo dell’operazione? Forse nessuno scopo, perché si sta semplicemente giocando. O c’è la sottintesa pulsione del politico navigato a far vedere lucciole per lanterne? Una sapiente arte di  illusionismo? In buona fede vuole alimentare la speranza dei suoi concittadini, anche a costo di dire le più grandi balle? O nel bel mezzo della disperazione (amministrativa) la sua mente trova giovamento da queste fuoriuscite senza capo né coda? Così in questi anni bui abbiamo sentito parlare di gigantesche pale eoliche al largo di Tricase Porto che dovevano alimentare gratuitamente la nostra città e favorire una grande produzione di pregiato tonno rosso che avrebbe dato lavoro e prosperità; abbiamo sentito una decina di idee diverse sull’Acait sempre al limite dell’impossibile, tipo una nuova Cinecittà oppure la nuova sede dell’Università o ancora musei così prestigiosi da far invidia al Louvre; e poi cittadelle della salute (mentre i distretti andavano verso altri lidi), caserme nelle più diverse posizioni della città, il Porto sede di Poli di Scienze varie, barche di sceicchi e sorrisi a volontà. L’agricoltura rigogliosa grazie al sistema di riutilizzo delle acque reflue, mai entrato in funzione, con l’unica eredità di una grossa buca fra le strade del Porto e della Serra. Abbiamo letto di parcheggi sotterranei a tre–quattro livelli mentre avevamo difficoltà a realizzare un banale piano traffico. Ora sta studiando anche un mega tunnel che attraversa Tricase, Alessano e arriva a Leuca e finalmente mette fine alla diatriba sulla 275 (dopo i suoi contraddittori proclami). Nei quindici anni di regno, Coppola ha prodotto centinaia di comizi e interviste mirabolanti, sorprendenti promesse infra-strutturali con un risultato reale vicino allo zero. Non è condannabile il fatto che lui, nella sua fantasia le abbia pensate, ma solo che le abbia dette come fattuali nella sua veste di Sindaco, di massimo responsabile della Cosa Pubblica, nel disperato tentativo di far vedere che le idee, e che ideone, ci sono. Se non si realizzano o è colpa di qualcuno che lo infanga volgarmente  o del complotto universale contro la nostra cittadina nel suo complesso. In questi anni avrebbe potuto lavorare su cose molto più semplici come la sistemazione della zona Puzzu o almeno al rifacimento della facciata dell’ingresso del Comune (ex convento). Così hanno fatto altri sindaci del Salento, hanno ripulito, ristrutturato i loro centri storici, magari hanno cercato di sistemare le loro disastrate periferie, hanno dato dignità agli uffici comunali, hanno reso più vivibile la loro città. Magari un piano coste e un Piano regolatore degni di questo nome. Tutti programmi troppo semplici per il nostro primo cittadino che invece vola alto per non impegnarsi davvero, per non sporcarsi le mani con il tufo di tutti i giorni, per non ammettere il proprio totale fallimento.

Per inciso, l’intervista: al di là di tutte le elementari premesse economiche/finanziarie di cui non c’è traccia, fa davvero teneramente sorridere l’immagine del nostro sindaco che a colloquio dentro l’ambasciata di Cuba, risolve il problema dell’embargo mondiale, proponendo col permesso di Obama di costituire un’azienda a Tricase di sigari e rum caraibici. Dimentica che, così come sarebbe ridicolo il parmigiano reggiano prodotto all’Avana, è assurdo pensare di vendere un solo sigaro d’eccellenza col marchio “Product of Tricase” o pensare che nelle migliori osterie del mondo si possa bere un solo goccio del rum prodotto nella nostra (desolata) zona industriale. Anche mettendo il marchio del Che, accostata alla cartolina di Tricase Porto.

Solo chi vive in un mondo virtuale, in un mix inconsapevole di paradossi e illusioni, può continuare a governare un popolo con queste lunghe travolgenti interviste senza vergognarsi neanche un po’. Però, attenti, non vorremmo che per così poco succedesse un patatrac e quindi auguriamo lunga vita al sindaco Coppola: almeno un tenero sorriso non ci mancherà mai.

“il Gallo” del 19 aprile 2014                         Alfredo De Giuseppe

 
Siamo arrivati fin qui Stampa E-mail

Perché siamo arrivati fin qui? Perché siamo diventati poveri e siamo governati così male? Provo a mettere giù delle risposte in pillole, per quanto in politica sia complesso sintetizzare. Partiamo da lontano: nel 1960 costruire l’Autostrada del Sole fra Roma e Milano fu un’impresa ardua, ma si realizzò velocemente, con maestranze e ingegnerie italiane, brave e poco costose (il costo per Km era la metà della Germania). Eravamo nella pienezza del miracolo italiano, che poi era un impasto di brava gente, tasse leggere, voglia di crescere, l’apertura verso nuovi diritti civili, la vera liberazione dal catto-fascismo dominante dell’ultimo secolo, seppure sotto l’egida del partito democristiano. Quando agli inizi degli anni ’70 stava per completarsi quel lungo ciclo di liberazione e l’Italia stava per diventare una democrazia compiuta, ecco arrivare le Stragi di Stato e il conseguente terrorismo di sinistra e di destra. Tutti i cambiamenti si avvitarono su loro stessi con il solo risultato di uno Stato più forte, più invasivo, con la moltiplicazione di enti e cariche. La stessa classe politica che aveva vinto la povertà del dopoguerra capì che il consenso passava attraverso la gestione del denaro e di una costante collusione con la mafia che ha anche la forza di mantenerti al potere. Negli anni ’80 il consociativismo fra destra e sinistra, saldato dal socialismo di Craxi, divenne sinonimo di affari internazionali, corruttela generalizzata, spreco del pubblico denaro, spoliazione del territorio. La nascita e il consolidamento delle Regioni aumentò il debito pubblico, moltiplicò la confusione, per cui la burocrazia divenne corpo contundente contro ogni vera liberalizzazione, contro ogni singolo cittadino. Ed ecco, come estremo rimedio, il formarsi continuo di caste, quella dei politici innanzitutto (ci mangiano e ci bevono all’incirca un milione di italiani), ma anche quella dei manager di Stato, dei giudici, dei giornalisti, dei farmacisti, degli avvocati e così via. Agli inizi degli anni ’90 la situazione è così compromessa, così vicina all’immagine “ultimi giorni di Pompei”, che basta una piccola inchiesta di Milano sulle tangenti intorno ad  un ospizio, per far cadere un’intera classe politica. Nel tripudio generale il popolo pare dire basta, pare capire che quel sistema era il baratro della civiltà. Ma non è così: si presenta alle elezioni il più controverso fra gli imprenditori italiani (frequenze tv gratis da Craxi, soldi freschi da inconfessabili amici), preannuncia un nuovo miracolo italiano, vince le elezioni e condiziona la vita di tutti noi per oltre vent’anni, e ancora continua…

Il popolo, vittima di un gigantesco gioco degli specchi con televisioni asservite ad un unico padrone, non è cresciuto, è ancora voglioso dell’uomo solo al comando. Meglio se uomo mediocre, che impersona il gusto comune, l’invidia comune (soldi, case, donne). In questi venti anni, mentre l’uomo comune Berlusconi ci sprofondava in un abisso di ignoranza, una sinistra che non riusciva più a capire la società, non era in grado di legiferare quando per puro caso riusciva a vincere, presa da battaglie interne, a volte incomprensibili, quasi mai portatrice di nuove istanze, ma neanche delle vecchie. Nessun nuovo pensiero mentre il mondo cambiava, mentre la base economica si allargava a miliardi di persone, mentre la comunicazione  cambiava nell’era dei nuovi strumenti tecnologici. Incombeva intanto l’Euro che ci era propinato dagli Statisti come la panacea dei nostri mali, ma si erano dimenticati che senza una logica comune in termini di fisco, legislazioni civili e di organizzazione della politica, la nuova moneta era un cappio per le economie più deboli. Per non dire degli anni di leghismo becero che hanno distrutto quel poco di coesione nazionale a fatica ricercata, con slogan di chiusura e di paura, idee e slogan che hanno reso l’Italia la meno appetibile fra le nazioni europee.
E così arriviamo dove siamo ora, deboli, confusi, poveri e ignoranti. In questa realtà nasce l’epopea di Grillo, che senza mezzi termini dice “dovete andare tutti a casa, siete tutti colpevoli, ricominciamo daccapo”. Milioni di persone corrono a votarlo, la speranza di vedere all’opera dei ragazzi onesti è forte, la situazione potrebbe finalmente avere un’evoluzione significativa. Ma ancora una volta che succede? L’egocentrismo di una o due persone impedisce la nascita di un vero governo di cambiamento, consegnando un intero popolo alle “larghe intese” e vagheggiando una vittoria al 51% dei voti, che darebbe, quella si, finalmente la vera governabilità. Però nel frattempo dal suo blog piovono post come veleno: i giornalisti sono tutti uguali, mettendo sullo stesso piano Sergio Rizzo e Alessandro Sallusti, oppure Travaglio e Belpietro, creando liste di cattivi da sputacchiare ogni giorno, ad iniziare dal Presidente della Repubblica. In questa logica Bersani è uguale a Berlusconi, pur apparendo evidente che non è così, per mille diversi motivi (e lo dice uno che non ha votato nessuno dei due). La democrazia del web è buona solo quando conviene, perché nel web c’è di tutto e non è facile distinguere ma molto semplice manipolare.
Nel tentativo di esaltare solo se stesso non rimane più niente, tutto è negativo, e quindi bisogna ricominciare.  E infatti eccoci pronti ad accogliere nuovi santoni, nuovi dei, nuovi sogni di felicità indotta artificialmente.

Una classe politica stracciona ha fatto finire la democrazia rappresentativa, ha delegittimato la delega parlamentare. L’ultima fase della DC è stata deteriore, il ventennio berlusconiano ha creato un Paese da avanspettacolo, gli attuali nominati sembrano marionette disarticolate. Siamo arrivati fin qui, nel profondo abisso dell’economia, ma anche del raziocinio e della bellezza.

Abbiamo una piccola speranza: la bella gente di ogni singola comunità che riesca ad unirsi per cambiare, per sopravvivere, per dare un nuovo senso alla vita civile, senza idoli e bugie di Stato.

39° Parallelo - aprile 2014                                                    Alfredo De Giuseppe

 
In una Tricase desolata Stampa E-mail

In una Tricase desolata, anestetizzata, normalizzata e quindi senza vivacità e contrapposizioni costruttive, senza neanche un circolo serale per vecchi  socialisti malinconici, non è facile parlare delle nostre brutture, delle nostre dimenticanze. Ormai rassegnati al peggio, non c’è cosa che ci faccia insorgere o inorridire, niente che ci faccia davvero incazzare. Del resto la diagnosi fatta qualche anno fa ha dato i suoi frutti: la cura sta funzionando, con massicce dosi di valium inoculato fra sorrisi, bugie e deformazioni.
Al di là della fuga dei giovani, della disoccupazione dei cinquantenni, della chiusura di fabbriche e negozi - tutte cosette per le quali il Comune ha da tempo declinato  qualsiasi possibilità di intervento - la nostra Amministrazione dimentica o distorce centinaia di altre piccole vicende quotidiane. Non potendo fare un elenco completo (ma forse un giorno lo farò) mi limito ad osservare le poche realtà che sono, o potrebbero essere, sotto gli occhi di tutti.
Partiamo da una cosa semplice, naturale come un albero, il nostro albero: la quercia Vallonea. Mesi fa denunciammo lo scempio che si stava compiendo in nome di una supposta sicurezza intorno al monumento simbolo di Tricase. L’amministrazione cercò di porre rimedio con atti contraddittori, vicini allo sconcerto, con il solo risultato che il cantiere è tuttora sotto sequestro giudiziario, con i calcinacci sotto le radici dell’albero, con la bellezza trasformata in orrore.
A poche centinaia di metri dalla Vallonea impera il nostro depuratore, che, posto fra le strade di Marina Serra e del Porto è un mostro che ostacola ogni idea, che puzza maledettamente e che inquina uno dei posti più belli, più evocativi della nostra costa, il Canale del Rio. C’è qualcuno che se ne sta occupando? Non risulta.
La nostra buona, avveduta e amata Amministrazione ha da poco presentato il Piano Coste. Se qualcuno ha voglia di leggerlo capirà quanta arretratezza vi sia nella visione del nostro territorio. Vi basterà sapere che ad un certo punto, parlando di Marina Serra, si legge testualmente:

valorizzazione e riqualificazione della spiaggia rocciosa con spianamento tipo “spiaggia”

che consiste nel modellamento della roccia mediante levigatura delle punte rocciose e/o nel riempimento delle fessure della roccia con trattamenti a strati sino all’intonaco a spiaggia. Il tutto naturalmente valorizzato da impianto di illuminazione ad effetto con luci colorate”. Semplice follia presentata come progresso. Invece nessuno ipotizza una bella levigatura a mezzo ruspa per l’immobile proprietà Sauli posto sulla sommità del nostro Porto o per scempi similari.
La zona 167, oltre a contenere immobili fatiscenti fermi da decenni, con un incredibile e studiato (ben pagato) intervento è stata ridotta a ghetto tortuoso. I residenti si sono lamentati per un po’, il loro isolamento dal resto della città  è un inno all’ignoranza, hanno ascoltato quattro parole rassicuranti, poi il niente e quindi l’accettazione dello status-quo come soluzione più accomodante. Ma la vera cifra della logica amministrativa di questi anni sta tutta dentro la notizia dell’apertura dei lavori riguardanti l’ACAIT. Un intervento di poco più di trecentomila euro che sarebbero sufficienti appena per rimuovere il tetto in amianto, viene sbandierato come il nuovo inizio, con una ristrutturazione (forse di una stanza 4per4) da destinare all’Ufficio Accoglienza Turistica.
In tutta questa serie di annunci, promesse e rassicurazioni il PD tace perché (forse) è dentro il governo di questa città da molti anni ormai e non ha mai espresso una sua chiara dimensione innovativa. Gli altri partiti semplicemente non esistono. Il Movimento di Grillo è ancora alla ricerca di un’identità, le associazioni sono a-politiche, la società è amorfa, le persone sono atrofizzate, il bar Dell’Abate ha chiuso, la Torre è in ristrutturazione, i tempi sono stretti, le piaghe sono aperte.

" il Volantino" del 29.03.14 Alfredo De Giuseppe

 
La giornata dello Stampacchia Stampa E-mail

La giornata che ha visto intitolare una sala del laboratorio tecnico alla professoressa Erminia Santacroce, è divenuta in definitiva una giornata dedicata allo Scientifico “Stampacchia” di Tricase.  Gli interventi, tutti equilibrati e commoventi, andavano via via formando un quadro di un’ambiente coerente con lo studio, dove la passione di una classe docente antica e allo stesso tempo moderna, aperta al nuovo, informata e discreta, si legava indissolubilmente agli studenti. Nell’incontro del 23 novembre 2013 involontariamente si è tracciato il percorso tenuto dal Liceo, quasi analizzato il DNA, ricostruita la sua dinamica interna. In questo quadro la figura di Erminia è stata molto importante, perché nessuno meglio di lei ha saputo interpretare così fortemente la vera cifra umana di questa storia. Innanzitutto lei ha vissuto quelle aule prima come studente e poi come docente per oltre quarant’anni, ma  ha anche interpretato lo spirito bonario e attento di tutto l’ambiente, che aveva come scopo finale l’apprendimento ma anche un tangibile segnale di vitalità sociale e culturale. Molti interventi si sono riannodati ai primi due decenni dello Scientifico tricasino, gli anni ’60 e ’70. Anni di boom economico ma anche di emigrazione ed emarginazione. Lo Scientifico, non ancora titolato al matematico Stampacchia, cercò di non essere classista, come invece era ad esempio il Capece di Maglie e accolse nelle sue fila il misto di una società che andava cambiando, di un mondo che viveva il Concilio Vaticano II come una liberazione e aveva modelli mitici lontani, come Che Guevara, Mao e la resistenza vietnamita. La nuova scuola nata nel 1960 non aveva sedimentazioni antiche, quasi fasciste, aveva una struttura leggera e professori giovani, appena laureati, insomma la situazione ideale per formare giovani progressisti ed evoluti, iceberg intellettuale rispetto alla vita reale che la circondava. Ecco perché oltre ad Erminia, mi son venuti in mente persone come Don Eugenio Licchetta che insegnava religione senza ortodossia, instancabile organizzatore di gite che alla fine avevano il senso di un’apertura totale, di uno sguardo diretto verso il mondo. Professori come Pilon, Papa e Cerfeda di filosofia, Pastore, Alcaino e Colitti di matematica, De Giorgi e Cosi di inglese, Brescia, Reho e Tagliaferro di Italiano e Latino, tutta gente che lasciando un segno riuscì a formare una nuova classe dirigente, a preparare una generazione di nuovi professionisti. Nel ricordare Erminia nelle sue diverse sfaccettature non potevo non ricordare anche il personale non docente, una sequela di brave persone, mio padre che era stato il primo segretario (poi ancora per oltre trent’anni) e che conosceva a menadito le segrete cose dei suoi professori, suo malgrado. Ed io, che ero stato alunno di Erminia ma la ricordavo anche quando lei era alunna ed io avevo sei sette anni e correvo dietro ad un pallone durante le ore di Educazione Fisica del professore Nardi, ricordavo, anzi cercavo di relazionare quel quadro nostalgico alla realtà dell’epoca, alle sue disfunzioni ma anche alle sue potenzialità, alla sua determinazione nel credere in un futuro migliore. Rivedevo tutto questo la mattina del 23 novembre, una mattina nel nome di Erminia Santacroce, ma anche nel nome di una serie di cose che potevano essere e non sono state, di una moltitudine di persone perse per strada, di uomini onesti impegnati a creare persone perbene, mentre là fuori qualcuno cominciava a depredare il tutto, futuro compreso.

Alfredo De Giuseppe

 
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