Sabato 30 Agosto 2014
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In Primo Piano
Obama, Ghandi e il Nobel Stampa E-mail

Quando nel novembre 2008 Barack Obama vinse le sue prime elezioni , mi venne d’istinto scrivere un messaggio ai miei amici: “adesso nel mondo qualcosa cambierà”. Così pensarono in molti, a cominciare dai luminari svedesi che gli conferirono il Premio Nobel per la Pace quasi come un auspicio, la speranza di avere un uomo nuovo alla guida del più importante stato mondiale. Io, altri, tanti pensavamo: è arrivata l’ora di sistemare le guerre inopinatamente aperte in Iraq e in Afghanistan, di dare uno stato ai palestinesi, di moderare gli animi dei paesi che danno sul Mediterraneo, Israele compreso. Con la recrudescenza del conflitto medio-orientale, a sei anni di distanza da quell’elezione, bisogna  ormai sancire il completo fallimento dell’uomo nuovo Obama.  Mi si dirà: non è un dittatore, non ha la stragrande maggioranza del parlamento, non può da solo sconfiggere lobby militari, petrolifere, finanziarie e commerciali. Ma tutto questo è quanto sapevamo al momento della sua elezione. E lui ignorava tutto questo? O è parte integrante del sistema? Si può diventare Presidente USA senza essere parte interconnessa (e in parte compromessa) della propria società?

Obama non è riuscito a chiudere neanche quell’orribile carcere, luogo di torture, che è Guantanamo, non è riuscito soprattutto a dare una nuova speranza, a far vedere un barlume di giustizia mondiale in fondo al tunnel attuale.  In questa lunga estate di morti e inutili invasioni. Obama sembra predicare con un lessico stanco e senza amore per il prossimo. Ancora una volta chiedevamo troppo, volevamo un politico che si impegnasse davvero, anche a costo della sua vita, a iniziare un cambiamento significativo delle relazioni internazionali. Invece siamo ancora all’anno zero, nella notte della civiltà del rispetto, alla perenne dimostrazione del più forte. Armi a non finire, armi sempre più sofisticate e violente in mani di chiunque, democraticamente vendute a tutti, ribelli, partigiani, eserciti regolari, banditi, terroristi e amici degli amici, senza distinzione di sorta.

Gli Stati Uniti d’America spendono una cifra folle per il loro armamentario, più del 4% del loro PIL, Israele addirittura il 7%, l’Italia nel suo piccolo spende 1.7% del suo prodotto (ed è ottava nella speciale classifica mondiale). Una montagna di armi che nessuno mette in discussione, neanche l’Europa che oggi si potrebbe definire l’unica parte del mondo pacificata senza armi (ci son voluti soltanto trenta milioni di morti fra prima e seconda guerra mondiale). Israele continua ad attaccare scuole sotto protezione ONU facendo centinaia di vittime al giorno e nessun capo di Stato, nessun governo reagisce nel modo coerente che  dovrebbe reagire, isolando uno Stato violento. Obama e i suoi gringos amano la soluzione armata, Israele  è il loro 51° Stato, posizionato in mezzo agli arabi, non si tocca, anche se dovesse perpetrare un genocidio su vasta scala.

Per noi europei, italiani del sud, questo è un danno enorme, sia in termini economici che per le numerose sfaccettature socio-politiche. Perché noi dobbiamo avere lo sguardo sempre rivolto al nord per tutto ciò che riguarda le relazioni, la ricchezza, la cultura? Immaginiamo per un attimo un Mediterraneo pacificato come l’Europa e vedremo un’Italia al centro del mondo. Un’Italia che riesce a crescere con i popoli dirimpettai, con i quali riuscirebbe a scambiare merci, uomini e finanza ogni giorno. Oggi siamo il porto dei naufraghi e dei migranti, mentre potremmo essere il paese delle meraviglie. La guerra dei palestinesi, tutto sommato legittima seppur deteriorata da eccessi ideologici, non è solo la loro guerra. L’Europa, l’Italia con essa, dovrebbe avere il coraggio di compiere azioni di vera rottura col passato, riconoscere ai due Stati uguale dignità, farli diventare subito membri della UE e isolare l’America. Non sarebbe fantapolitica se solo avessimo gente al potere con una sola idea davvero rivoluzionaria, un’idea di pace come in tempi diversi l’hanno avuta Gandhi e Mandela. Io proporrei un comitato per la restituzione del Nobel consegnato a Obama e conferirlo a Gandhi che non lo ha mai ricevuto, il Mahatma che qualche mese prima di morire disse: “ La nonviolenza è il primo articolo della mia fede. È anche l'ultimo articolo del mio credo...e poi occhio per occhio si diventa ciechi…”

39° Parallelo - Agosto 2014 Alfredo De Giuseppe

 
Andando alla Serra Stampa E-mail

 

Se non sei un viaggiatore esperto, ti trovi a Tricase, nella piazza titolata a quell’insigne giurista patriota, sconosciuto ai più, che fu Giuseppe Pisanelli, se è un sabato pomeriggio, non hai l’auto e vorresti andare alla Serra, ti accompagno io, non ti preoccupare. Faremo insieme questo viaggio e rallentando un po’ la normale velocità di crociera, ti porterò fino alla meta. Ci teniamo sulla destra, prendendo la discesa, perché a sinistra si va al Porto. Tralascio di commentare l’asfalto che appare come il paesaggio lunare fotografato  dalla Apollo 11, perché appena finite le ultime case, inizia la periferia, la solita tremenda, trasandata periferia. Sulla sinistra scorgi un vecchio capannone abbandonato. E’ di proprietà comunale, era nato come deposito di prodotti agricoli di una cooperativa, poi è divenuto il centro di spazzature varie, parcheggio di automezzi e attrezzi pubblici ormai in declino. Proprio affianco sorge l’edificio che era il macello comunale. Da decenni è semplicemente un rudere. Sul ciglio stradale c’è una casa diroccata che doveva essere parte integrante dello stesso macello: se mi chiedi perché stia così non te lo so dire, nessuno te lo saprà dire. Proseguendo, sempre sulla tua sinistra, arrivi al depuratore. C’è un leggero vento di scirocco, l’odore dell’aria diventa nausebondo, ti meravigli che sia così vicino alle case e allora qui dobbiamo proprio fermarci. Il depuratore è stato progettato nel 1956 da amministratori poco lungimiranti che non hanno pensato che quella strada potesse essere la naturale prosecuzione del paese verso il mare, hanno inquinato l’insenatura più bella e leggendaria di Tricase, il Canale del Rio, e hanno affossato l’unico vero possibile sviluppo della città. Gli amministratori successivi hanno solo peggiorato la situazione concedendo licenze edilizie, sanatorie in deroga per case, officine e ricoveri di ogni tipo o progettando nuove oscenità come quella buca enorme che doveva essere la cisterna delle acque reflue da utilizzare per l’agricoltura. Mai funzionante, ma ormai indelebilmente presente affianco al depuratore. Case private e giardini di verdure a pochi metri dalle puzze peggiori e, per non farci mancare niente, un ricovero di barche esteticamente molto discutibile (ma la barca non doveva essere un segno della bellezza e dell’ingegno dell’uomo?). Case ovunque, quasi sempre inutili e brutte, in barba al divieto totale di costruire su quelle strade che portano al mare: non sarebbe stato meglio un piano ben fatto che permettesse di fare delle cose belle e funzionali, anche per la collettività? Faccio appena in tempo a ricordare al mio amico che Tricase non ha mai avuto un qualcosa che assomigliasse ad un Piano Regolatore (quando si farà sarà solo aria fritta) che ci appare sulla destra il vero ecomostro tricasino, l’albergo della Diocesi, un’aberrante costruzione cui è stato dato il nome di Casa Per Ferie San Basilio. Una costruzione tipo case popolari in mezzo alla bella campagna di Palane, senza alcun senso del colore, dei materiali e della praticità, aperta solo un mese all’anno; se cerchi un responsabile non c’è, nessuno ti dà un’informazione coerente, semplicemente è sorta da sola, “Miracolo Edilizio” lo chiameranno i posteri. E siamo all’incrocio con la litoranea, vedi la chiesetta della Madonna dell’Assunta e se ci credi fai una lunga petizione, poi giri a sinistra e sei nell’insenatura della Serra.  Lì cominci a vedere l’azzurro del mare, il costone verdeggiante del Calino, rimani attratto, dimentichi le sviste umane e inizi una serie di lodi al cielo e agli spostamenti tellurici della crosta terrestre. C’è la torre saracena che qualcuno vuole adattare a chissà che cosa, la piscina seminaturale con annessi gazebo in plastica pesante, il porticciolo scavato fra le rocce e infine la piscina blu del ristorante Grotta Matrona che negli anni ’70 fu la cosa più fotografata della nostra costa. Gli occhi rimangono estasiati dalla luce, dal mare, dalla varietà del tutto circostante. Mentre ti parlo dell’acquaviva e del lavaturu, arriva la telefonata di due belle sorelle che hanno un pezzo di terra appena sotto il Calino. Andiamo a fare due foto, a prendere un the, il riposo del sabato pomeriggio. Le due salentine, fiere della loro tricasinità, sono lì fra mirti e capperi, avvolte da alberi di ulivo piegati dal vento e rotti dalle pietre dentro un fazzoletto di terra rossa ben tenuta e amata per discendenza. Loro, le sorelle appassionate di piante, arte e cultura, essenza dell’antica ospitalità greca, della disinteressata amicizia, sembrano la sublimazione dei nostri luoghi.

Mi consola che anche il mio ospite occasionale condivida un pensiero: nei prossimi anni ci sarà tanto da abbattere, modificare, sistemare, rendere armonico con la natura, ci sarà lavoro per tutti. Ma ad una condizione: che alcuni sguardi, pensieri e stili diventino pane quotidiano della maggioranza silenziosa che ancora oggi, andando alla Serra, non osa guardarsi intorno.

il Volantino del 26 luglio 2014 Alfredo De Giuseppe

 
Andando al porto Stampa E-mail

Andando al porto di Tricase la cosa sociologicamente più divertente è osservare la marea di corpi seminudi laddove è perenne il divieto di balneazione. Fin da quando c’è memoria è quello il posto prescelto dai tricasini per fare il bagno in mare. C’è la famiglia al completo, con tanto di nonna vestita di nero e bambini nudi che sfruttano al meglio quel poco di sabbia che ci è stata concessa. C’è il ragazzo che arriva con il gruppo di amici, quasi sempre su due ruote, che va verso il muraglione e inizia una serie di tuffi acrobatici dai tre livelli che da sempre danno la gradazione del rischio macho. C’è la coppia giovane e i single, categoria ormai complessa da osservare, sempre in bilico fra palestra, dieta e depressione. Insomma c’è il campionario completo della tricasinità vivente. Negli anni si sono susseguiti numerosi tentativi di chiusura del porto. E’ stato detto che stavano per crollare le caverne scavate dove c’è la sabbia, poi è stato confermata la pericolosità della muraglia mista tufo, terra rossa e pietraia che sovrasta la passeggiata verso Punta Cannone e infine hanno messo delle insulse ringhierine in alluminio per impedire i tuffi acrobatici. Una massa di divieti da far paura. Il porto ricade nella competenza della Capitaneria, è affidato dal Comune in gestione ad una società esterna per i diportisti, c’è lo spazio per la Lega Navale, per le barche dei pescatori professionisti, per l’Associazione Magna Grecia Mare e il suo bel caicco, la gru è di un privato, i locali affittati a bar e ristoranti. Insomma tutti i tricasini medi hanno rinunciato di capire qualcosa: lo frequentano e basta. Da qualche anno c’è una barriera che si alza solo con il telecomando, ma è stato inutile, al porto ci si entra da almeno venti posti diversi e ci si arriva, guarda caso, pure dal mare. Di tanto in tanto due marinai ben vestiti di bianco ciondolano fra i bagnanti segnalando i divieti, pare che una volta abbiano fatto anche una multa ad un tuffatore minorenne, ma dopo qualche ora si arrendono alla calura e alla situazione di fatto. Possono fare la multa a mille, duemila persone? L’estate inizia con una serie di divieti su larga scala su tutta la costa adriatica della provincia di Lecce: la falesia crolla, qualche volta in mare e qualche volta sul cemento appena sversato in grandi quantità. Un divieto che varia ogni giorno, che cambia a seconda delle convenienze e delle responsabilità. Anche Tricase e il suo Porto sono stati coinvolti, ma nessuno l’ha preso sul serio, per fortuna. Il fatalismo popolare ha vinto anche quest’anno. Un pezzo di roccia in riva al mare è normale che si stacchi per una mareggiata, che implodi per una pioggia torrenziale, che si frantumi per la propria intrinseca formazione calcarea. E’ normale, è sempre successo, ma in questo strano periodo storico pare non venga facilmente accettato dalle autorità competenti, da qualche funzionario zelante e da qualche sindaco in cerca di gloria. Se così fosse in tutto il mondo dovremmo vietare qualsiasi gita in montagna, qualsiasi escursione sulle isole vulcaniche, qualsiasi bagno nel mare più alto di due metri. Ma il popolo bagnante si è assunto in proprio il rischio di crolli e tregende di vario tipo, non conosce ostacoli, divieti e lessico legale; va dove lo porta il cuore o il ricordo, dove c’è un minimo di comodità e di parcheggio, dove si può stendere con il proprio asciugamano senza pagare la tassa sul sole imposta da lidi esclusivi, sempre più omologati. Va dove si può fare un tuffo senza chiedere permesso, dove ci sono le correnti d’acqua dolce che arrivando dall’entroterra puliscono le acque del porto, lo rendono fresco quando è caldo e temperato quando è freddo. Il porto di Tricase è una perla quasi unica, che resiste ai tentativi di forze dell’ordine, della difesa e d’oltremare, che vuole vivere in armonia con i propri cittadini e se c’è spazio con le barche. Non l’inverso: i veri intrusi sembrano i natanti sempre più grandi nella loro volgarità, mentre i cittadini al bagno non stanno che tentando di vivere serenamente il loro territorio. Andando al porto d’estate, ancora si può.

il volantino del 5 luglio 2014 Alfredo De Giuseppe

 
ora la strada 275 Stampa E-mail

Ora la questione 275 sta assumendo una dimensione diversa. Ora ci sono le discariche, ora c’è la risposta alle nostre preoccupazioni: nessuno aveva mai seriamente visionato in sede progettuale il percorso della nuova 275, quella che da Montesano porta a Leuca. Ora arrivano le sentenze sanzionatorie, quelle che fanno pagare sol perché si è osato rivolgersi ai tribunali. Stiamo pagando noi, che avevamo già sufficientemente profuso risorse finanziarie e umane, noi che tentiamo di difendere un’idea, un territorio unico già abbondantemente devastato benché nascosto sotto la patina degli spot pubblicitari. Stanno pagando alcuni espropriandi, 13 ultimi mohicani, che hanno pensato di difendere la loro terra anche sostituendosi ai migliaia di proprietari che vivono sempre alla finestra, cittadini sospesi, appesi all’eterna volontà altrui. Sono stati bacchettati da tutti: come osate difendere il vostro piccolo appezzamento di fronte a opere così gigantesche?

Ora è arrivato il momento di sentire voci forti e chiare da parte dei nostri sindaci: qual’è la loro idea intorno a questo Salento pieno di discariche, tumori, morti e bruttezza? Ora dobbiamo sentire gli assessori regionali e forse anche Vendola (un po’ ponziopilatesco): vogliono recedere dal finanziamento dell’opera e progettare velocemente il semplice ampliamento della 275 fino a Montesano? Ora dobbiamo esplorare ogni strada, Cantone, Renzi, Napolitano o viceré che sia. Ora è arrivato il momento di vincere sul serio.

17/06/2014                                                                                       Alfredo De Giuseppe

 
il Tricase: amarlo con semplicità Stampa E-mail

Non amo particolarmente feste nostalgiche, incontri e raduni di reduci di qualsiasi genere. Ciò che è stato è difficile che torni, l’illusione di restare legati al ricordo della gioventù può avere anche effetti indesiderati. Ogni momento vive della sua vita, di quell’istante, di quell’attimo fuggente che è bene conservare in gelose stanze della memoria e non in pubbliche parate. Questa è stata la prima reazione emotiva alla proposta dei fans del Tricase che si apprestavano a preparare la festa dei 50 anni della nascita della Unione Sportiva. Poi man mano che passavano i giorni, hanno prevalso altri pensieri. Innanzitutto ho pensato alla mia infanzia vissuta con il pallone in mano, fra le piazze del paese e il campo sportivo: almeno per un giorno ogni 50 anni non è giusto rimuovere una parte così intensa della propria esistenza.  Ma soprattutto non potevo non ricordare, non potevo rimuovere il ricordo di alcune persone che ci hanno lasciato, eppure intrinsecamente legate al calcio, alla nostra piccola storia.

Quando finii la fase infantile delle piazze e delle infinite partite estive (durante le quali giocavo spesso contro un muro bianco con la porta disegnata) e iniziai la trafila delle giovanili del Tricase incontrai Gigi Urso, il mio primo allenatore.  Gigi, che nella vita faceva la Guardia Forestale, era l’essenza della ruvidezza mista a bontà: un omone grosso, calvo e arcigno, ma sempre giocherellone, buono, non sapeva odiare se non calcisticamente. Voleva vincere tutte le partite anche le più insignificanti partitelle d’allenamento. Alla fine della sua vita non volle essere sconfitto dalla sua malattia e se andò con qualche mese di anticipo chiedendo aiuto alla sua pistola di ordinanza. Direttamente dal medioevo del calcio venivano i primi custodi di via Matine, Vincenzo Stefanelli, Luigi Minonne e Antonio Peluso, Peluseddu per tutti, che era più di un semplice magazziniere. Studiava il calciatore, viveva di antipatie e simpatie, ma sapeva riconoscere il dono della bravura. Non sopportava i furbi: con loro era terribile, gli negava i lacci nuovi, la maglietta pulita, a modo suo cercava di correggerlo. Amava le persone educate e le difendeva dai maleducati. Per molti anni l’essenza del Tricase è stato Peluseddu e non c’era ragazzo che non lo rispettasse. Una figura storica che ricordava tutta le formazioni del calcio tricasino, anche quelle degli anni ‘30: lui aveva lasciato l’azienda di famiglia per seguire i suoi idoli, fossero di Tricase o di Lecce, per lui non c’era differenza.  Affianco a Peluseddu c’era Gino Felline, il massaggiatore. Con la sua figura gracile, infermiere di Nardò trasferitosi a Tricase all’apertura dell’ospedale, correva in soccorso dei calciatori con uno stile tutto suo. Massaggiava con delicatezza, ti implorava di vincere, anche lui prendeva il premio partita. Era impietoso quando perdevamo, e giù con le bestemmie in neretino. Abbiamo tentato di sentirci fino agli ultimi dei suoi giorni. Ci manca anche Fachechi, il direttore di banca, il primo presidente, carismatico e ben introdotto, che ci faceva vincere anche quando non potevamo, tutto era buono, ripescaggi e public-relation, fra una cena al mare e una raccomandazione del Cardinale. E con lui, fra polemiche politiche (tutte interne alla DC) tutta la prima dirigenza, una succursale del Comune, dove tutto era intersecato e la società contadina viveva in simbiosi con quell’unico sport, con quel primo approccio ludico, dopo anni di guerre, sofferenze, emigrazioni e povertà. Il 1964 era per il Tricase e il Sud Salento il nuovo inizio.

In cinquant’anni di storia sono passati tanti dirigenti appassionati e tanti calciatori di qualità, impossibile ricordarli tutti, mi piacerebbe anche osannare i ragazzi che ho allenato e che all’inizio degli anni ’90 sono stati protagonisti di bei campionati fra eccellenza e interregionale. Ma ora, senza far torto a nessuno, vorrei parlare di un nostro contemporaneo, di Antonio Scarascia. Lui, magazziniere e massaggiatore, guardialinee e lavandaio, è l’erede universale del topos tricasino, il portatore sano della linea demarcata da Peluseddu e Felline, quel misto di amore profondo e capacità critica. Senza tanti discorsi, senza smancerie. Silenzioso, timido ma attento, Antonio é lì tutti i giorni, da tanti anni, prima come aiuto di Peluso e poi come suo sostituto, cercando di emularne le gesta, anche quando non è stato pagato neanche un po’, anche quando ha visto fallire tutto intorno a sé. Antonio Scarascia ha un cognome importante per il calcio tricasino, e anche se non ha mai giocato, ha bene impresso un concetto: quando si ama davvero una cosa strana come il calcio, tutto il resto non conta, neanche la sofferenza di lasciare figli piccoli a casa per sventolare una bandierina gialla lungo una linea bianca in un anonimo campo dove un pallone rimbalza in mezzo a 22 ragazzini. Io, ormai quasi estraneo e quasi obeso, da oltre dieci anni non metto più piede in un campo di calcio, neanche per guardare una partita, andrò allo stadio di Tricase, nella festa dei 50 anni, per dire ad Antonio: continua così, per la pulizia dei nostri ricordi, abbiamo bisogno di uomini come te.

Opuscolo presentazione festa dei 50 anni del Tricase Calcio - 21 giugno 2014 Alfredo De Giuseppe

 
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