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2025-10-13 "Palermo oggi" - FB
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Palermo 11 ottobre 2025, movida del sabato sera, si beve e si litiga. All’esterno del locale “O scrusciu” stanno pestando un ragazzo. Interviene Paolo Taormina, 21 anni, che insieme alla madre gestisce il pub, a pochi passi del Teatro Massimo, tempio della cultura palermitana.
Gli si avvicina Gaetano Maranzano, 28 anni, collana al collo con una pistola per ciondolo, piccoli precedenti per rissa e spaccio di droga, e gli spara alla tempia. La madre di Paolo si lancia in un disperato tentativo di salvare il figlio, nessuno l’aiuta. Un fatto sconvolgente, se non fosse considerato quasi normale nella Palermo attuale, dove i giovani giocano apertamente ad imitare i boss del passato. Addirittura vivono nella loro mitologia.
Infatti Maranzano, quando è tornato a casa, dopo l’omicidio, non ha perso tempo: ha lanciato un post su Tik Tok, con lui come unica immagine e come audio un passaggio della fiction “Il capo dei capi”: «Tu mi arresti? E per che cosa?» chiede Totò Riina. «Per l’omicidio di Michele Navarra, io faccio il mio mestiere», risponde il poliziotto. «Bello mestiere ti scegliesti», replica il boss.
Dopo poche ore ci sono sul suo post oltre 400 cuoricini affettuosi e circa 250 condivisioni. Quando viene arrestato amici e parenti gli lanciano baci e applausi.
Ecco come un semplice fatto di cronaca diventi paradigma della violenza accettata, condivisa, mitizzata nella nostra società. I social come i pizzini, ancora più pericolosi. Il degrado umano indotto da una cultura dell’apparenza, dell’egocentrismo come unico metro con cui misurarsi. La certezza di avere la complicità e la benevolenza di un clan, per quanto piccolo e insignificante, un po’ casareccio un po’ virtuale, diventa l’orgoglio della propria esistenza, dentro il quale ci sta tutto. Violenza gratuita, vendetta immediata, sopraffazione meschina e ignoranza totale. Dentro una società che ha iniziato da decenni a corrompere tutti con versioni della storia totalmente invertite, per cui un omicida seriale come Totò Riina può diventare il nuovo riferimento esistenziale. E con l’aggiunta dei cuoricini a mezzo internet.
La mafia un tempo era una struttura piramidale. Oggi è solo un diffuso senso della violenza inutile. Rimangono uguali la paura e l’omertà.
2025-10-11 "I palestinesi rientrano" - Querce news
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Gaza, 11 ottobre 2025. Questa foto non necessita di una lunga analisi. È il popolo palestinese che per l’ennesima volta rientra dentro un territorio che qualcun altro prima gli ha ritagliato, poi bombardato e infine devastato. Un popolo che va e viene dentro un’unica piccola striscia, che non ha diritto ad avere un proprio Stato e neanche di essere parte di quello israeliano. Un sacco di persone che da decenni non possono uscire da quella prigione a cielo aperto, che non hanno diritti e che vivono grazie agli aiuti delle organizzazioni non governative e in parte dell’ONU. Persone che non possono neanche usare il loro mare, non possono avere barche né usare la battigia. Un popolo che però ama sé stesso e non vuole disperdersi, che ha cercato di resistere alla fame e alla guerra. Una foto contro chi in Occidente grida alla vittoria. Si vince solo quando si trovano soluzioni di vera libertà, non quando si massacra un popolo e poi si governa con il fucile puntato. Nelson Mandela ce lo ha dimostrato.
2025-10 "Marina Serra, la secondogenita" - 39° Parallelo
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MARINA SERRA, la secondogenita
Marina Serra fino all’inizio del ‘900 è come se non esistesse. L’Arditi nel suo “Corografia fisica e storica della provincia di Terra d’Otranto” scrive questa sua breve (quasi poetica) descrizione:
“A circa 3 chilometri dal centro di Tricase, verso sud-est, si innalza gigante una rupe di calcare ippuritico che piomba recisa sul mare, e sul picco, quasi campata in aria, torreggia una chiesetta ricca d’indulgenze, sacra a Donna Assunta in cielo, festeggiata a mezzo agosto dal concorso di molti divoti, e volgarmente intesa sotto il nome di Madonna della Serra. L’è cotesto il punto più delizioso, lieto di bei villini, di orti e di coltivazioni erbacee ed arboree. Di quassù si guarda un vasto ed ameno orizzonte, un azzurro infinito di cielo e di mare, e giù nel seno della stessa, balza la grotta Matrona, che ha l’uscio stretto, la volta e le pareti irregolari e grummate di musco, il cavo lungo circa 12 metri e largo 8, ed un flusso di luce che, riverberando all’interno sul ceruleo delle acque che la bagnano, rileva in certo modo l’effetto della Grotta Azzurra di Capri. Il volgo la chiama Matruna perché vasta, quasi madre delle altre”.
Era intorno al 1880 quando Giacomo Arditi diede alle stampe la sua grande opera sul Salento ed in effetti della Serra si parla solo per la chiesetta e la sua grotta Matrona. I villini erano in alto e in riva al mare non c’era ancora nessuna costruzione. Niente piscina naturale e porticciolo che dovevano aspettare la metà degli anni ’50 del Novecento per essere scavati a suon di seghe e dinamite. (vedi https://www.alfredodegiuseppe.it/index.php/archivio-2020/732-2020-08-marina-serra-storia-di-una-piscina-divenuta-naturale-39-parallelo) .
Questa mia narrazione parte proprio dagli anni ‘50. E mi faccio subito una domanda: come è potuto succedere che un posto sostanzialmente selvaggio, bellissimo nella sua natura incontaminata, dotato solo di una stradina a tornanti per raggiungere agevolmente la Torre Palane posta a guardia delle scorribande turche, sia poi stata degradata da costruzioni indegne, fuori contesto, quasi irrecuperabili? Tutte fatte nell’arco di vent’anni, dal 1955 al 1975? Ignoranza dei tecnici, povertà con immediato desiderio di riscatto, necessità turistiche? Niente di tutto questo.
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2025-09-20 "Le resistenze italiane"
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Aggiungo qualche considerazione a margine dell’incontro tenutosi a Tiggiano sabato 13 settembre per la presentazione del libro “La stessa cosa del sangue”. La serata dal titolo “Resistenza ieri, oggi, domani” è stata ricca di spunti, coadiuvata da Alessandro Distante con i relatori Abele Longo, Anna Rita Merico e Pasquale Vitagliano. In verità più che di Resistenza si è parlato di diverse resistenze, alcune molto private, giacché il libro è una raccolta di racconti, diversi tra loro per stile e contenuti. Però al di là del libro, di cui sicuramente le intenzioni superano di gran lunga il risultato, il dibattito che ne è seguito è stato molto interessante e questo rimane pur sempre un merito. Di questi tempi qua.
Erano seduti quattro intellettuali ben formati, tutti oltre la sessantina, quella sera a Tiggiano (è ormai prassi che a questi incontri “resistiamo” solo dai 60 in su). C’era il poeta, il critico letterario, la scrittrice, il professore universitario e il direttore di un giornale di provincia. Mancava in verità uno storico, ma con i tempi che corrono ci è andata bene, magari ci toccava un revisionista globale, uno di quelli che mette sullo stesso piano la Resistenza dei partigiani e quella dei repubblichini di Salò.
Al di là quindi delle stimolanti relazioni dei convenuti e autori, è risuonata di sottofondo una sola domanda: “come mai la destra, quella razzista e fascista, vince in Italia e in gran parte del mondo?”
Credo sia giunto il momento che si cominci a guardare questa vicenda “politica” con altri occhi, cercando altre soluzioni. Ad esempio raccontando ai ragazzi la storia d’Italia per quella che è stata, per come si è dipanata negli ultimi decenni, senza ricorrere alle solite formule trite e ritrite, quelle retoriche e quelle distopiche. Dobbiamo cominciare dalle verità che risultano inconfutabili, facendo degli esempi concreti.
2025-09-18 Enzo Minerva - IMI
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Gli IMI dimenticati e maltrattati
Una legge della Repubblica Italiana ha riconosciuto il 20 settembre “Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la seconda Guerra mondiale”, al fine di conservare la memoria dei cittadini italiani, militari e civili, internati nei campi di concentramento, ove subirono violenze fisiche e furono destinati al lavoro coatto, a causa del proprio rifiuto di collaborare con lo Stato nazionalsocialista e con la Repubblica sociale italiana dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943.
Risale infatti al 20 settembre 1943 la decisione assunta da Hitler, che modificò la condizione dei prigionieri di guerra italiani catturati dopo l'armistizio dell'8 settembre in quella di internati militari.
Qualche giorno fa mi sono recato insieme al prof Pati Luceri a Lecce nella casa di Enzo Antonio Minerva, di 101 anni, che ci ha rilasciato una lunga intervista, che qui ho poi montato in forma quasi integrale. Anche Enzo non ha voluto calcare la mano sulle violenze subite, cercando più che altro di ricordare al meglio i crudi avvenimenti. È un sentimento comune alla stragrande maggioranza degli IMI che in effetti al loro ritorno, con l’Italia liberata e sotto il controllo degli Alleati, furono dimenticati e maltrattati. Un sentimento popolare misto di irriconoscenza e oblio li pervase, tanto da essere spesso considerati come dei nullafacenti o peggio ancora dei disertori. Solo agli inizi degli anni 2000 si è cominciato a ricostruire la vera storia degli IMI, che non erano prigionieri politici e neanche ebrei. Erano meno di niente e così furono trattati nei campi di concentramento.
Grazie Enzo Minerva, grazie di essere sopravvissuto con dignità e amore per la tua famiglia.
2025-07-25 "E così mi sembra estate" - FB
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E così mi sembra estate. Il tardo pomeriggio, ancora infuocato, con gli zoccoli messicani anni ’70, seduto col nipotino vicino al murales della figlia. Non c’è bisogno di mare, né di motoscafi, per essere dentro l’estate. Poco glamour, pochi premi per confermare “la mia salentitudine”.
E stasera a Specchia “Spaghettata antifascista” insieme al mio amico “paul newman” e domenica 27 luglio alle ore 22 suonerò il mio clacson e le campane insieme a un sacerdote. E così continua…
25 luglio 2025
Alfredo De Giuseppe
2025-07-20 "Luoghi dell'anima o anima dei luoghi" - Querce News
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- La mia salentitudine (2025)
Anima dei luoghi sicuramente. Un’ influenza dei luoghi così potente e preponderante in questo ultimo lavoro dell’autore. Viene da pensare che veramente i luoghi abbiano un’anima e questa anima scelga su chi esercitare la propria malia, a chi dare da bere il suo elisir dolce e amaro, a volte veleno altre ambrosia.
Così veniamo trasportati in questo diario, redatto e impaginato fuori dagli schemi editoriali ma secondo una scelta logica e personale dell’autore, a cominciare dalla accattivante copertina rigorosamente autobiografica.
L’impressione è di essere dinnanzi a un trittico, una di quelle pale d’altare con un prima, un centro, un dopo. Il centro è preponderante, il fulcro della rappresentazione, sono le cronache di oltre un ventennio, diventano una pista, una strada nel deserto, da continuare a battere per cercare la meta, quella verso cui orientare il luogo dell’anima appunto. Passione politica, critica feroce, idee preziose, sguardi teneri su un passato che non passa e un futuro tutto da fare, ma anche speranze, possibili vie d’uscita e fede incrollabile nella forza della conoscenza, nell’emancipazione del luogo dell’anima attraverso la crescita culturale dei suoi abitanti come narra nel capitolo Eppure il Salento ha una strada “ Il nostro mondo non è perfetto e forse non lo sarà mai, specie finché la maggioranza dell’umanità vivrà nell’ignoranza, ma alcune cose che mi circondano sono migliorate ed altre sono state letteralmente inventate dal nulla. Il Salento in questi ultimi anni ha trovato una strada sulla quale può investire e sperare. Se prendo un giornale di venticinque anni fa (ecco lo prendo, lo sfoglio) le proposte culturali sono quasi assenti, le lettere dei giovani sono tutte improntate alla difficoltà di trovare spazi dove incontrarsi, fare e ascoltare musica, sport, teatro. Oggi l’offerta è ottima, specie in estate, spesso abbondante, anche troppo…”. Tra i ricordi, le storie di personaggi indimenticati, tipi scovati nel caravanserraglio umano, scogli sventrati, edilizia scellerata, muri del pianto e della gioia, rimane lui, rimane l’uomo narrante, ma anche errante, il cives, vox in deserto clamantis, mai stanco di urlare il proprio disappunto, la propria idea di paese, di comunità, di tutela dell’ambiente, di salvaguardia della bellezza e della storia. Il prima e il dopo sono i ricordi e la resa dei conti, il bilancio provvisorio.
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2025-07-30 "La mia Salentitudine sei tu" - 39° Parallelo
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- La mia salentitudine (2025)
Un libro in perfetto stile degiuseppiano, soprattutto per chi lo segue da anni. Discorsivo e ragionato con brevi tratti di lirismo, questo ultimo lavoro di Alfredo De Giuseppe dal titolo "La mia salentitudine".
È quello presentato domenica 20 luglio nella raccolta cornice dell'atrio di Palazzo Gallone a Tricase. Con l'autore, nei panni di regista, la serata è stata condotta mirabilmente dal docente di Italiano Stefano Casarano, dall'appassionata di libri e letteratura Serena Laporta e dal giornalista Lino Baldi. L'evento, scandito dalla voce narrante del veterano del volontariato Renato Elia e dalle letture della giovane e talentuosa Arianna Protopapa, è stato allietato da brevi intermezzi dell'armonica di Cosimino Ciardo.
Ma il vero protagonista è stato il libro che ho avuto il piacere di leggere prima della serata. Un Decamerone con raccolte di articoli anziché di novelle. Un'opera che prende le mosse da una sorta di prima nota cassa costituita da "una paginetta al giorno" a cui l'autore affida il grezzo di un episodio, di una riflessione. Tanti piccoli quadretti a sé stanti ma appesi sulla medesima parete di un dialogo incessante tra sé e sé e tra sé e l'universo mondo Salento. Un mosaico di pensieri in cui spesso nello scrittore si avverte la solitudine di un pensiero crudo e inconsueto perché frutto di percorsi forzati dal dolore delle vicende della vita, di opinioni ostinatamente personali e di originali puntigliose vagliature. Pensieri sul Salento per come era, come è, come poteva essere se..., come lo ha sognato e lo sogna con il disincanto della sua età.
Lui, nella vita franco e conviviale, si trova nel libro ad interpretare nobilmente quel principe triste che rimane solo a sognare, solo a disilludersi, solo a combattere. Non contro i mulini a vento, ma contro le storture alle quali certe scelte politiche, civili, economiche e sociali hanno condotto la sua terra: perciò più che fautore di Salentinità stereotipata, egli diviene assertore di Salentitudine, una Saudade nostrana. La battaglia va vinta per Cristian, il bambino che sosta ignaro su alcune pietre squadrate, resti di dolmen e menhir anonimamente accatastati dai contadini, per insegnargli che ogni cosa ha un significato se la sua storia viene adeguatamente custodita e raccontata.
39° Parallelo e Querce News - Agosto 2025
Alfredo Sanapo