Riflessioni
In quest’ennesima estate torrida, Tricase Porto è diventata una delle località balneari più chiacchierate del Salento. Le ragioni sono le più diverse: dal fantomatico acquisto di Maryl Streep di una dimora tricasina alla reale acquisizione del vessillo più ambito, la Bandiera blu, passando per la storica e mai risolta faccenda dell’ecomostro chiamato “Villa Sauli”, rudere che dagli anni ’70 incombe beffardo sull’intero arco portuale.
Ma vi è un’altra ragione: la decisione della Capitaneria di Porto di applicare il divieto di balneazione vigente sulla carta da tempo immemore e mai fatto rispettare. Dopo quasi un secolo e ancora rinfrancati dalle fresche acque, una mattina i tricasini si sono visti minacciare da due ufficiali in divisa una multa fino a mille euro.
Per cosa? Per aver fatto quello che generazioni di bagnanti locali e forestieri hanno fatto “da sempre”: il bagno nelle rigeneranti acque cristalline di Portus Veneris, come lo chiamavano gli antichi, dove un tempo attraccavano fra spiaggette di sabbia e insenature rocciose paranze e gozzi e velieri mercantili.
Ma quando, un’altra mattina, hanno visto affiorare dal nulla le pedane per favorire l’attracco di altre barche al posto dei loro asciugamani, hanno deciso spontaneamente che la misura era colma e hanno dato vita a un comitato auto-definitosi “Comunità tutela marine di Tricase”. I componenti di questo comitato, guidati da una famiglia dal nome che è un programma di battaglia “Turco”, esercitano la loro cittadinanza attiva per la difesa di un bene comune che, di fatto, vogliono privatizzare a beneficio di una sola parte, i proprietari di yacht e barche.
Il caso poi ha voluto che in queste settimane venisse dato alle stampe un bel volume sulla storia del porto a firma di Alfredo De Giuseppe, dal titolo “Tricase Porto: Cronistoria di un approdo romantico dall’età del bronzo al 2026”, che ha fatto da volano alle iniziative del comitato. Iniziative cui hanno partecipato, oltre che l’ex Direttore del Ciheam (Centro Internazionale di Alti Studi Agronomici Mediterranei) Maurizio Raeli, anche l’inviato speciale dell’ONU, Staffan de Mistura, che soggiorna a Tricase appena i suoi incarichi glielo permette. Per il diplomatico italo-svedese il bagno al porto s’ha da fare e la storica convivenza fra nuotatori e natanti deve continuare. Dello stesso parere è Sergio Cazzato, pescatore da sette generazioni, che ha contribuito al libro di De Giuseppe e condiviso il palco con l’inviato dell’Onu.
Del resto, è stato un ex sindaco di Tricase, dall’illustre cognome di Codacci Pisanelli, a confermare attraverso il racconto di un aneddoto. Era la fine degli anni ’80 e insieme al pretore di allora decisero di fare una pausa tuffandosi al porto. Il giorno dopo i due si ritrovarono immortalati in una foto sul cui sfondo troneggiava il cartello di divieto di balneazione. Insomma, se anche i vertici hanno ignorato il divieto vuoi proprio dire che la consuetudine tricasina, se non legale, è almeno legittima.
Per la futura convivenza in sicurezza di diportisti e bagnanti è stato proposto un progetto, presentato dall’architetto Vincenzo Ruberto, che prevederebbe l’allargamento del porto a sud e il dimezzamento del suo spazio attuale per lasciare la metà delle acque verde smeraldo a esclusivo uso dei bagnanti, che non rischierebbero più di essere investiti da imbarcazioni in transito. Nel frattempo, si chiede la suddivisione di spazi circoscritti da boe che permetta la continuazione della pacifica convivenza.
A proposito di pacifica convivenza o convivialità delle differenze, come avrebbe detto Don Tonino Bello, proprio l’illustre parroco tricasino, poi Vescovo e presidente di Pax Christi, prima della consacrazione episcopale (più volte rifiutata) andò a meditare proprio sul molo di Tricase Porto. Riflessioni che consegnò nella nota poesia “La lampara” in cui si congedò dai suoi concittadini con queste parole: “Tricase è alle mie spalle. Davanti solo il mare / un mare senza vele e senza sogni ... / Dai a questi miei amici e fratelli / la forza di osare di più ... / Dai ad essi, Signore, la volontà decisa / di rompere gli ormeggi. / Per liberarsi da soggezioni antiche e nuove”.
Probabilmente, Don Tonino sarebbe stato orgoglioso di questi suoi concittadini che provano a osare, rompendo le catene degli ormeggi di barche che, ghiotte, vogliono il tutto e non la sola parte, cittadini attivi e non più prigionieri di antiche soggezioni.
Quotidiano di Puglia, 14 agosto 2026
Luigi Cazzato
Università di Bari