Libere fenomenologie del 2022-10-22 …della memoria corta…

  

 Ma quando una Nazione elegge un ex superfascista quale Presidente del Senato, elegge Presidente della Camera un fanatico cattolico seguace della controriforma di Trento del 1500, probabilmente una seguace dei più retrivi movimenti antieuropei e antiprogressisti diventerà Presidente del Governo, dove vuole arrivare?

Coloro che hanno votato a destra, normalmente rispondono così: “meglio questi di coloro che ci hanno portato al disastro attuale, ad un’economia dipendente dall’Europa, con una moneta che ci stritola.” Per rispondere a questa vulgata, divenuta ormai come una specie di assioma storico, bisogna tornare un po’ indietro e cercare di spiegare meglio cosa è successo in Italia negli ultimi decenni.

All’inizio degli anni ’90, il sistema democristiano, sostenuto da altri partiti, fra cui anche il PSI, era degenerato in una sorta di comitato d’affari a cielo aperto. Si corrompeva, si chiedevano tangenti su ogni cosa, si finanziava la politica, ma soprattutto il malaffare e l’esportazione di valuta all’estero. La giustizia non interveniva, la classe politica sembrava sempre intoccabile, vivendo in una specie di torre d’avorio che era il Parlamento. Intanto l’Italia, che negli anni ’60 era considerata una nazione virtuosa per la gestione del debito pubblico (pari ad appena il 30% del PIL) , alla fine degli anni ’80 era quasi al collasso, con un debito vicino al 100% del Prodotto Interno Lordo. Agli inizi degli anni ’90 la situazione era dunque diventata insostenibile. Dopo le elezioni del ’92, pur tentando di rimanere all’interno dello schema del CAF, viene chiamato al governo Giuliano Amato, un socialista, considerato quasi un tecnico dal Presidente Scalfaro. Amato, per tentare di rimanere agganciato al Sistema Monetario Europeo, non potendo più svalutare la lira come era stato fatto nei 20 anni precedenti, pensa bene di approvare nel luglio 1992 un provvedimento per prendersi forzosamente 30.000 miliardi delle vecchie lire dai conti correnti di tutti gli italiani. Un decreto senza precedenti in un momento drammatico, in cui lo Stato italiano rischiava seriamente il tracollo monetario e finanziario, in poche parole, il fallimento.

In questo contesto, sempre nel  ‘92, scoppia il caso giudiziario “Mani pulite” che è il vaso di Pandora della politica italiana dei precedenti decenni, fra abusi finanziari, riforme senza sguardo al futuro, pensioni facili, erogazioni alle Regioni senza controllo, lavori pubblici moltiplicati in modo scriteriato, idonei solo a mazzette da dividere a tutti i livelli. I giudici di Milano mettono sostanzialmente sotto processo un’intera classe politica, quelli di Palermo cominciano a guardare ad un livello più alto per capire stragi e delitti mafiosi, con il referendum di Segni che cancella le preferenze nella scheda elettorale, si va di nuovo alle urne nel  marzo del 1994. Il debito pubblico è alle stelle, ha superato il 120%.

A quel punto uno degli uomini più influenti d’Italia, uno di quelli che maggiormente aveva ricevuto vantaggi da quel sistema corrotto e putrefatto, viene vissuto dagli elettori italiani come l’uomo della provvidenza, il ricco che saprà far diventare ricchi tutti gli altri e lo votano in massa. Emerge la figura di S. Berlusconi, l’uomo che aveva inventato (?) Milano 2, che aveva fatto vincere il Milan e che, soprattutto, gestiva l’impero mediatico della televisione commerciale. Con la sua elezione, l’informazione entrava prepotentemente in un corto circuito dal quale non è ancora uscita. Giornalisti dipendenti diretti  delle società del buon Silvio (che li paga molto bene) sono pronti a comparire in TV ogni sera per difenderlo da ogni nefandezza (erano gli stessi giustizialisti dell’epoca Mani Pulite). Comincia l’attacco costante alla magistratura che, all’improvviso, diventa per tutti di sinistra, per il sol fatto di tentare di perseguire anche i reati commessi dai politici. Per lunghi anni ci si è occupati tantissimo delle vicende private e privatissime del Silvio nazionale e poco di lotta alla crescente povertà, dell’incremento della forbice di ricchezza tra le regioni del Nord e quelle del Sud, dei buoni rapporti con gli altri partner europei.

Quando va al governo, Prodi ci si trova davanti a due strade: lasciare tutto così com’è sprofondando la lira verso l’inconsistenza e quindi una recessione insanabile (tipo un paese del Nord Africa, si diceva) o tentare di risistemare un po’ i conti e presentarsi all’appuntamento del 1999, fissato già nel famigerato 1992 a Maastricht con la possibilità di far parte di quel grande progetto che si chiama moneta unica (rileggersi quel trattato potrebbe essere molto utile per capire meglio alcune scelte).

Gli italiani all’epoca, consci del rischio che si prospettava, erano nella stragrande maggioranza favorevoli all’ingresso nell’Euro che sarebbe poi avvenuto per tutti i Paesi dal 1 gennaio 2002. Il governo Prodi, con Ciampi all’economia, varò tra il 1996 e il 1999 importanti riforme che servivano a svecchiare il Paese e a renderlo idoneo ad una democrazia con i giusti contrappesi. Gli italiani accettarono di buon grado nuove tasse, la privatizzazione di alcune aziende (Telecom e altre) che erano fonte di perdite eccezionali e di costante  serbatoio clientelare/elettoralistico. Si liberalizzò il commercio e altri settori tenuti vincolati fino ad allora. Il valore del cambio 1 Euro uguale a 1.936 Lire era l’esatta fotografia del valore della nostra economia in quel preciso momento storico (e fu comunque considerato un successo perché l’alternativa sarebbe stata ben più grave).

 Intanto la propaganda berlusconiana continuava imperterrita anche dall’opposizione, anzi con maggiore veemenza. Infatti alle elezioni del 2001 Berlusconi ritornò in sella: in sostanza il federatore di ex-fascisti, leghisti regionalisti, sovranisti di ogni tipo si apprestava a gestire l’ingresso dell’Euro nella nostra fragile economia. E infatti fu un disastro, trascinatosi fino al 2011, fino a quando la stessa Europa non disse all’Italia: ora basta avanspettacolo. Da allora un susseguirsi di governi tecnici e di responsabilità, di maggioranze inesistenti, cangianti e multicolore.

Ora ritornano da un passato triste e assurdo gli stessi personaggi, faranno di nuovo disastri. Ma vince sempre la propaganda, cancella la memoria e quindi tutto sarà presto dimenticato. Fino al nuovo giro di valzer.

il Volantino – 22 ottobre 2022

Alfredo De Giuseppe

 

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