La mia colonna del 2020-01-25

Alfredo Codacci Pisanelli divenne Sindaco di Tricase nel 1988. Aveva 35 anni, suo padre, l’on. Giuseppe Codacci Pisanelli si era spento improvvisamente a Roma appena tre mesi prima delle elezioni amministrative del 29 maggio. Questo giovane romano, che pochi avevano visto a Tricase se non durante le ferie ferragostane, fu candidato nelle liste della DC nel momento di massimo scontro tra le due correnti più agguerrite, quella di Cesare Lia che faceva riferimento all’On. Leccisi e quella di Vittorio Serrano che era stretto collaboratore dell’On. Quarta.

La commozione per la morte dell’uomo politico più rappresentativo di Tricase, unita alla sua bella presenza, fece diventare inaspettatamente lo sconosciuto rampollo il più votato del reame, con ben 2475 preferenze personali. Divenne dunque un problema: Serrano veniva da 10 anni da Sindaco, voleva continuare ma in definitiva non aveva stravinto, tanto che gli uomini di Lia si opposero fermamente alla sua terza amministrazione. Una DC divisa e dilaniata, già pronta al dissolvimento. (Ricordiamo sempre che il Sindaco veniva nominato solo in Consiglio Comunale e non indicato in anticipo sulle liste elettorali). Dopo un mesetto di riunioni dai lunghi coltelli, fu trovata una soluzione sul nome di Alfredo Codacci Pisanelli che si ritrovò Sindaco suo malgrado. Del resto non modificò le sue abitudini: rimase a Roma dove svolgeva la sua professione e veniva nella cittadina degli avi esclusivamente per questioni veramente urgenti. Era un sindaco assente: nominò vice-sindaco l’avv. Paolo Gabellone e assessore tuttofare Gianni Zocco. Nell’aprile del 1991, Alfredo si dimise e divenne Sindaco lo stesso SuperGianni Zocco. I suoi tre anni da primo cittadino son passati quasi inosservati: l’entusiasmo che aveva suscitato alla sua elezione era già crollato dopo poche settimane dal suo insediamento, la sua figura indipendente all’interno del partito di maggioranza non serviva più.

Da allora poche cose e quasi mai al centro dell’attenzione cittadina. Le vacanze al Porto, la barchetta e pochi amici, una vita riservata, da persona discreta.

Poi, il 3 dicembre 2019, a distanza di oltre trent’anni da quell’avventura politica, giunge al protocollo del Comune di Tricase un esposto-denuncia firmato anche per conto della moglie, signora Francesca Nardelli, riguardante la sua Tricase Porto. Qui, nell’ambito di un finanziamento europeo (un progetto molto bello che include Albania e Montenegro), si stanno svolgendo dei lavori per il recupero di un’antica cisterna, posta sotto l’attuale bar Menamé. L’esposto, inviato a tutti gli Enti possibili, tende a bloccare i lavori per alcuni aspetti formali ma soprattutto perché “l’edificio nella piazza – nel pieno del centro abitato – di proprietà comunale concesso a privati e adibito a bar, è fonte di disturbo della quiete pubblica, attraverso emissione di musica con strumenti sonori e altoparlanti, concerti ed orchestre dal vivo, e di rumori molesti e schiamazzi notturni che vanno ben oltre i limiti consentiti di livelli di rumori all’interno delle abitazioni, più volte segnalati alle autorità competenti e oggetto di ripetute richieste di verifica dei limiti di rumorosità».

Ognuno può legittimamente opporsi a qualcosa che crea problemi, danni al paesaggio o a sviste colossali, anche in buonafede. Ma qui si è fatto un esposto contro un eventuale abbellimento, contro un progetto molto ampio che prevede collaborazioni con i paesi frontalieri, scambi culturali e scientifici, ristrutturazioni di manufatti indecenti e recupero di memoria storica. Mi ha molto meravigliato, davvero, la motivazione principale, basata sul concetto “quando vengo in vacanza, nessuno mi deve rompere le scatole” e non su eventuali abusi o trasgressioni legislative.

È il caso, allora, di ricordare un altro episodio: suo padre nel 1980 si oppose legittimamente e con forza all’esproprio del boschetto della sua casa di Tricase Porto, dove inopinatamente la giunta comunale voleva abbattere degli alberi secolari per farne un parcheggio. Giuseppe, ex sindaco anche lui, presentò un ricorso al TAR di Lecce ed ebbe ragione. Nel ricorso riservava epiteti non proprio lusinghieri (ignoranti, barbari e incivili) a quegli amministratori che avevano osato immaginare un tale scempio (“un danno per l’intera comunità, non solo per la mia persona”). Era nel giusto “il Professore” anche se nella polemica politica dell’epoca qualcuno gli rinfacciò che mai prima di allora era emersa una sua sensibilità ecologista, tanto che non era mai intervenuto per la soluzione dello sbocco del depuratore al Rio ed era stato lui a concedere delle costruzioni orrende in posizioni strategiche (vedi albergo-villa Sauli). In effetti il parcheggio non si fece e Tricase ne guadagnò in bellezza e in conservazione, bloccando quella furia cementificatoria, tipica di quel periodo. Peccato che, qualche anno dopo, quel boschetto fu parzialmente utilizzato dai suoi eredi per realizzare delle eleganti dépendance, nel verde, a due passi dal mare. Legittimamente. Come sempre. E con la piena e silente solidarietà del popolo tricasino.

 

il Volantino, 25 gennaio 2020

Alfredo De Giuseppe

Stampa

Utilizziamo i cookie sul nostro sito Web. Alcuni di essi sono essenziali per il funzionamento del sito, mentre altri ci aiutano a migliorare questo sito e l'esperienza dell'utente (cookie di tracciamento). Puoi decidere tu stesso se consentire o meno i cookie. Ti preghiamo di notare che se li rifiuti, potresti non essere in grado di utilizzare tutte le funzionalità del sito.

Ok