La mia colonna del 2020-02-01

In questo gennaio 2020, oltre alla sconfitta di Salvini in Emilia Romagna, alle dimissioni di capo del M5S di Di Maio e alla delirante attesa del Festival di Sanremo , abbiamo riempito l’album del revisionismo storico all’italiana.

Abbiamo iniziato il 9 gennaio con l’uscita del film “Hammamet”, in cui un ottimo Pierfrancesco Favino interpreta Bettino Craxi. Non è un film sulla politica di quegli anni, ma semplicemente il ritratto umano di un leader sconfitto, che convive con una grave malattia. Eppure il film ha dato la stura ad una commemorazione completamente rivisitata del ventennale della morte del leader socialista. La pietà umana per la sua morte lontano da casa, che comunque non si dovrebbe negare a nessuno, ha sopravanzato di gran lunga l’analisi storica e politica di quel periodo.

Craxi ha rappresentato in fin dei conti la degenerazione finale di un sistema politico che, basato su una legge elettorale proporzionale, premiava i piccoli partiti. Il PSI di Craxi, che oscillava fra il 4 e il 10 per cento, sfruttando al massimo il dualismo DC-PCI, divenne un partito lontano dalla tradizione socialista per essere solo un puntello del potere per il potere. Con tutte le conseguenze del caso, compreso corruttele pubbliche e private, clientelismi esasperati e l’inizio dell’immagine trionfante come base di ogni approccio mediatico. Ora invece si parla di lui come un grande riformatore (di cui non v’è traccia) e come di una vittima del sistema giustizialista, mentre in realtà Bettino non voleva essere neanche processato perché “così fan tutti”. Ma il vero fardello che la sua politica ci ha lasciato è un debito pubblico enorme che negli anni della sua gestione fu dimenticato: oggi stiamo pagando quelle facili concessioni, quella continua elargizione pubblica, senza innovare davvero lo Stato e senza una visione del futuro. Se abbiamo santificato oggi Craxi, non oso immaginare che cosa saremo capaci di fare se fra qualche decennio dovesse morire Berlusconi (forse gli daremo la Presidenza della Repubblica ad honorem).

Poi il 12 Gennaio è scomparso Giampaolo Pansa, il campione giornalistico del revisionismo storico, da quando, nel 2003, pubblicò “il sangue dei vinti”. Il libro, scritto forse per accrescere la sua fama di giornalista controcorrente, divenne in breve una sorta di saggio per denigrare la Resistenza che si era opposta al nazifascismo. In quel libro e poi negli altri successivi, Pansa mise sullo stesso piano le atrocità commesse da fascisti e partigiani, come se fosse una guerra fra bande armate e non una guerra di liberazione. La Resistenza italiana è una delle poche pagine della nostra Storia che ha una sua valenza collettiva: derubricarla ad una semplificazione fra episodi tragici e vendette private è come disperdere quel minimo di coesione civile che in Italia è sempre stata complessa. Tomaso Montanari, presidente di Libertà e Giustizia così sulla rivista Micromega ha definito i libri di Pansa: "Testi privi di qualunque valore cognitivo, irti di coscienti omissioni, falsificazioni, disonestà intellettuali di ogni tipo”. Insomma Pansa, per rancori tutti personali, è riuscito a far riemergere, e stavolta come rivendicazione di una verità storica, quel desiderio di totalitarismo da sempre latente nel nostro popolo. Infatti tutti i giornali e i media di destra, il minuto dopo la sua morte, hanno pubblicato titoli del tipo: “Se ne va il giornalista che amava la verità”.

Tanto abbiamo la memoria corta che siamo capaci di intestare strade e vicoli a personaggi che per scelta consapevole e duratura si sono macchiati dei crimini più orrendi. L’ultimo episodio a Verona: il 16 gennaio il consiglio comunale di Verona ha deciso di dare all'unanimità la cittadinanza onoraria alla senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta al campo di sterminio di Auschwitz. Lo stesso giorno, sull'albo pretorio del Comune, compariva la delibera della giunta di centrodestra, guidata dal sindaco Federico Sboarina, che intitolava una strada cittadina al fondatore del Movimento Sociale Italiano, Giorgio Almirante, già ex Salò e già firmatario nel 1938 del Manifesto della razza, oltre che segretario del comitato di redazione della rivista antisemita e razzista “La difesa della razza”. "Si premiano le vittime e gli aguzzini", ha commentato la Segre. “Per favore, o l’uno o l’altro”. È intervenuta nella polemica anche Alessandra Mussolini, che porta quel nome con estremo orgoglio, che testualmente ha detto: “La Segre è una figura che dovrebbe essere bonaria, è una nonnina, va nelle scuole, dovrebbe parlare contro il pregiudizio, contro la violenza, ha avuto un dramma umano e quindi dovrebbe rigettare il pregiudizio”.

Non mi meraviglio di niente, anche perché vivo in una città, Tricase, che ha intitolato una strada a Rodolfo Graziani, il generale che in Africa era conosciuto come il macellaio, che si è macchiato di crimini ben superiori a tanti generali nazisti, ai quali però nessuno si sognerebbe di intestare strade, piazze o monumenti. Ma questa è l’Italia: della sua Storia, dall’impero romano in poi, non fa tesoro, anzi la costruisce, la rivede e la disgrega a suo piacimento, ad uso e consumo della perpetua ignoranza.

 

il Volantino, 1 febbraio 2020

Alfredo De Giuseppe

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