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La scorsa estate, in un’afosa serata di inizio agosto, nell’atrio di Palazzo Gallone a Tricase si è tenuto un evento dedicato a Tommaso Di Ciaula, scrittore nato ad Adelfia nel 1941 e morto a Bitetto nel 2021. In quella serata il figlio Daniele, presentava la complessa figura di suo padre Tommaso, soprattutto in riferimento ai suoi ricordi salentini. Tommaso, infatti, figlio di carabiniere, ebbe da giovane diversi trasferimenti nel Salento, ad Aradeo, Maglie, e anche a Tricase. 

Comprai quella sera il suo libro più noto, Tuta blu, e ho scoperto uno scrittore davvero magnifico. Vero nelle sue inquietudini, sincero fino al parossismo. È una forma di diario senza date che oscilla tra i ricordi d’infanzia, le valutazioni sulle città che si vanno modificando sotto i suoi occhi e soprattutto la descrizione della vita in fabbrica, da operaio metalmeccanico, insoddisfatto di tutto ciò che circonda quel mondo inquinante e soffocante. Ce l’ha con i padroni, ma anche con i sindacati, con i lacchè e con i carrieristi. I suoi nonni contadini, i ricordi di una fanciullezza più semplice (mai felice), lo riportano spesso dentro una contraddizione esemplare. Il tutto condito da una scrittura sciolta, notevole nella sua crudezza, eppure misurata ed efficace. Una modalità poetica e intellettuale corroborata da una vita di battaglie interiori e da lunghe letture dei quotidiani come lui stesso narra nel libro.   

Il suo approccio al racconto mi ha ricordato il disincanto di Bukowsky e alcune pagine sembrano scritte proprio dal grande scrittore americano, specie in romanzi come Post-Office. Però Di Ciaula ha scritto Tuta blu nel 1975, pubblicato poi nel 1978 da Feltrinelli, quando ancora C. Bukowsky non era così noto in Italia e forse neanche nel suo Paese. Insomma una piacevole sorpresa.

Ho finito di leggere Tuta blu in questi giorni, gli stessi in cui le tute blu dell’ex-ILVA di Taranto smettono di lavorare per la sentenza definitiva della Cassazione. Infatti il 29 ottobre 2026 la Suprema Corte ha accettato e convalidato la tesi della Corte d’Appello di Milano che “ha formulato un giudizio di pericolosità attuale e rilevante sulla base delle plurime risultanze probatorie acquisite”. In base a questa conclusione, Acciaierie d’Italia ha dovuto spegnere l’area a caldo, avanzando subito una richiesta di cassa integrazione straordinaria per 8.622 unità su un organico di 9.626.

E quindi mi è venuto spontaneo collegare gli eventi di oggi a quelli narrati da Di Ciaula negli anni ’70. Alcune considerazioni sorgono spontanee. Come è stato possibile in questo Paese in oltre 50 anni non riuscire a coniugare salute e lavoro, ambiente e produttività? Basta ricordare che in Cina e in altri Paesi europei hanno da tempo sostituito il carbone e il coke negli altiforni con l'idrogeno rinnovabile per la riduzione diretta del minerale ferroso. Inoltre l'acciaio può essere riciclato al 100% all'infinito senza perdere le sue proprietà, tant’è che fusione e riuso dei rottami in forni elettrici permettono di abbattere drasticamente le emissioni (fino a circa 10 volte meno rispetto all'altoforno tradizionale). 

A Taranto, invece, da mezzo secolo si combattono battaglie di tipo finanziario con la cessione o la gestione affidata completamente a privati. Poi ci si accapiglia sul sindacalismo litigioso, spesso tra di loro, senza avere una visione d’insieme. Poi ci sono i politici in malafede e le aziende collegate spesso utilizzate da malavitosi e tangentisti. E non manca l’abusivismo edilizio, l’imperituro consumo di suolo. Aggiungi a questa insana miscela l’incapacità italiana di innovarsi, di seguire davvero i processi ambientali virtuosi per un malcelato senso di superiorità genetica che invece è il sinonimo dell’idiozia legata al lavoro. 

Di Ciaula lo aveva già intuito: “il risultato di tutto questo è che l’italiano è più nella merda di prima”. 

il Volantino, 7 novembre 2026

Alfredo De Giuseppe