Libere Fenomenologie del 2023-10-14 ... della poetica elettorale

 

Ercole Morciano, ormai riconosciuto (direi quasi ufficiale) storico delle faccende grandi e piccole della sua amata città, ha recentemente pubblicato e presentato un libro dal titolo “Elezioni e Poesie a Tricase (1946-1963)”. È una raccolta commentata di manifestini elettorali, con strofe più o meno articolate, che immancabilmente accompagnavano le vicissitudini delle varie Liste con componimenti quasi sempre entusiastici per i propri candidati, e canzonatori per gli avversari.

Non voglio soffermarmi sull’opera di Ercolino, che con la prefazione di Hervè Cavallera, le appendici fotografiche, oltre alle importanti note a tergo, è già completa, utile e pregevole di per sé, quanto prendere spunto per alcune mie considerazioni, di tipo più generale.

Innanzitutto l’uso sfrenato dell’anonimato. Quasi tutti i componimenti sono anonimi, spesso senza l’indicazione della tipografia. Era un abuso della libertà di espressione o un rifugio sicuro per  una società paurosa, abituata al dileggio, al pettegolezzo e al bigottismo?  Non a caso, tra tutti i componimenti, si distingue quello di Maria Bianca Gallone, l’ultima erede della celebre casata, donna dalla mentalità più aperta, impegnata anche lei nelle competizioni elettorali del dopoguerra. Lei si scaglia, a sua volta con un volantino stampato, contro l’autore anonimo di una “poesia” in cui veniva definita “la rampolla dei Gallone, che agitando la corona, viene a patti con baffone (Nda: Stalin) e con tutta serietà ci promette le panchine, grandi alberghi alle marine col denaro…di Sua Maestà”. Bianca Gallone scrive che “l’essere anonimo/sol di vigliaccheria/e cretineria/sia puro sinonimo”.

Questo battibecco in rima mi ha ricordato le più recenti pubblicazioni di facezie sui social. Anche qui spesso con profili anonimi si dice di tutto e di più, ci si offende a vicenda, si pubblicano foto e video a supporto di una tesi calunniatoria, si parla di gusti sessuali e difetti fisici, di tradimenti e soldi, specialmente nell’approssimarsi di elezioni. Mi verrebbe da dire: niente è cambiato, soprattutto perché quel tono qualunquista e denigratorio è il primo a fare breccia nell’animo umano. Non dimentichiamo che negli anni raccontati in questo libro da E. Morciano continuava la consuetudine delle lettere anonime, non solo di stampo politico, che in verità aveva prodotto notevoli danni già nel 1935, subito dopo la strage delle tabacchine, cui seguirono una serie di accuse verso persone assolutamente innocenti. Quegli scritti di cittadini semplici contro altri cittadini, conoscenti, amici o nemici, inviati alle Autorità fasciste in forma rigidamente anonima, rappresentano ancora oggi una vergogna per la nostra Comunità.

Le “poesie” elettorali erano comunque rivolte ad un pubblico colto, quindi ad una ristretta cerchia di persone che avevano studiato e potevano intuire tra l’altro i personaggi da riferimenti labili, familiari o fisionomici. Molti dei votanti erano invece analfabeti o quasi, non leggevano giornali e non c’era ancora la TV. L’informazione era tutta basata sul culto della personalità – il bravo oratore fine a sé stesso, il ministro che incontra i potenti della Terra, il senatore che concede posti  di lavoro previa sottomissione– senza mai entrare nei temi cruciali della politica né nazionale, né tantomeno internazionale. La loro formazione socio-politico avveniva solo tramite la Chiesa, sia in termini etico-personali che in quelli propriamente comunitari.

Quella della Chiesa nel Sud Italia, negli anni cinquanta e sessanta, è stata sicuramente un’istituzione frenante nella crescita del cittadino repubblicano, da educare alla democrazia e alla partecipazione (anche con le dovute contrapposizioni). Mentre al Nord cresceva una consapevolezza del lavoro come diritto, della libertà d’espressione come bandiera della nuova Repubblica a suffragio universale, al Sud rimanevano immutate le condizioni di potere, per cui i podestà fascisti si riciclarono come democristiani (divennero sindaci, senatori e stimati professionisti), e la Chiesa scoraggiava senza tentennamenti  ogni anelito di libertà di pensiero.  Tant’è che durante le elezioni del 1951, oltre alle sollecitazioni del Vescovo Giuseppe Ruotolo di non far rotolare Tricase verso il comunismo (sic!), ci sono delle domande rivolte alla Curia dal sacerdote di Tricase, Tommaso Stefanachi  in cui chiede come deve procedere per scomunicare gli aderenti alle liste non cattoliche. Tutto questo potrebbe spiegare uno dei motivi per i quali la DC riuscì a Tricase a conservare un consenso altissimo, tra il 70 e l’80 per cento, fin quasi agli anni novanta del Novecento. Spiegherebbe in parte anche il volontario allontanamento delle persone più libere, che emigrarono giovanissime un po’ per necessità e un po’ per respirare un’altra dimensione, lontana dal più basso clientelismo.

Bisogna infine notare che il tono burlesco e canzonatorio dei volantini e delle poesie pare si fermi al periodo pre-elettorale. Mancano completamente riferimenti, scritti, volantini, poesie e quant’altro nei periodi di gestione della giunta municipale, come si volesse commentare e scherzare solo in vista delle urne (spesso vissute come un fastidio) per poi lasciare completamente tranquillo il timoniere, chiunque esso fosse, durante il suo governo. Nessun accenno a programmi, idee, progetti e visioni comuni. Insomma, pur calandomi nelle dinamiche del tempo che fu, non posso esimermi dal notare alcune sfaccettature negative, alcune assenze e omissioni che, purtroppo, si sono proiettate fino ai nostri giorni. Poi, con il senso della nostalgia e della “ingenuità”, ogni cosa assume un altro colore e ogni tassello ci appare sfumato, quasi  piacevole.

 il Volantino  n. 33 – 14 ottobre 2023

alfredo de giuseppe

 

 

 

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