Libere Fenomenologie del 2023-09-30 ... di noi e la sostituzione etnica

Il “fenomeno migratorio” si chiama così da pochi anni. Gli attuali migranti per anni sono stati definiti “lavoratori all’estero” e prima ancora “esploratori” o “pellegrini” e forse, all’inizio della storia, dei semplici uomini liberi che solcavano le terre emerse secondo bisogni primordiali e desideri di emancipazione.

Erano migranti gli irlandesi, gli inglesi, i francesi, i polacchi e gli italiani che invasero l’America del Nord tra il 1500 e il 1900? Erano migranti gli spagnoli, i portoghesi e  gli olandesi che giravano ovunque con le loro navi, facendo razzie e importando schiavi?

Noi, la sostituzione etnica, evocata più volte dai nostri attuali ministri, a suo tempo l’abbiamo chiamata “colonizzazione”, affinché ci rimanesse ben impresso che noi eravamo il centro e le altre terre delle “lontane colonie”, dove i disperati dei regimi occidentali erano attratti da una corsa all’oro alimentata da leggende e credenze assurde, tipo città tutte luccicanti di metallo prezioso. L’avidità e l’azzardo hanno segnato il nostro agire, con l’aiuto della “missione divina” di cristianizzare tutti, pure gli schiavi che erano costretti ad ogni abuso da parte dei cattolicissimi padroni.

Nell’America del Sud, i conquistadores, all’inizio del 1500, si organizzavano in bande armate per depredare i territori ancora non colonizzati, le loro spedizioni erano chiamate entradas (incursioni), affidate a loro dalla Corona spagnola, che li rendeva governatori e comandanti generali allo stesso tempo. Vennero ridotti in schiavitù moltissimi nativi e vennero utilizzate le ricchezze delle loro fertili terre, compreso i minerali del sottosuolo, favorendo di fatto lo sviluppo economico in tutta l'Europa.

I primi tentativi di colonizzare l'America Settentrionale, invece, non ebbero un grande successo, dato che i nativi americani non si adattavano minimamente ad essere assoggettati come manodopera e il clima non favoriva gli insediamenti. Dopo alcuni tentativi falliti, il primo insediamento inglese stabile fu costruito nel 1607 nell'odierna Virginia. Dopo fu un diluvio di arrivi, da tutta Europa, nessuna Nazione esclusa. Fu l’inizio di un genocidio di massa, corroborato anche da una schiavitù importata dall’Africa. (Si nota che nel 1978 ho fatto l’esame di Storia Americana all’Università di Lecce, con un professore internazionalista come Gianni Donno, da poco scomparso?).

Oltre all’Africa, dove noi europei abbiamo fatto di tutto, abbiamo anche invaso un continente come l’Australia senza preoccuparci dei suoi abitanti. Li abbiamo sostituiti, dimenticati, umiliati per secoli. La terra aborigena fu conquistata nel 1788 dai coloni britannici con la premessa che la terra non apparteneva a nessuno, ma la conseguenza più immediata della colonizzazione fu un'ondata di malattie epidemiche tra cui vaiolo, morbillo e influenza, che annientò molte comunità locali. Il governatore inglese dell’epoca riferì che il vaiolo aveva ucciso metà della popolazione delle Prime Nazioni (così venivano chiamate le tribù aborigine) nella regione di Sydney entro 14 mesi dall'arrivo della Prima Flotta. L'abuso sessuale e lo sfruttamento delle donne, anche bambine, delle Prime Nazioni hanno anche introdotto tra i nativi malattie veneree in proporzioni epidemiche. L'espansione delle colonie britanniche, provocò una competizione per la terra e le sue risorse, sfociando rapidamente nella violenza. È importante riconoscere che dall'inizio della colonizzazione, le persone delle Prime Nazioni hanno resistito continuamente, nei limiti delle loro possibilità, alla violazione del loro diritto alla terra e al mantenimento della propria cultura.

Vivo in una cittadina immersa nel Mediterraneo, tra l’Adriatico e lo Ionio, di quasi 18.000 abitanti, che all’apparenza è tutta italiana, perché parla la stessa lingua, invece si notano da lontano le contaminazioni spagnole, turche, normanne, arabe, francesi, albanesi, greche  e chi più ne ha più ne metta. Vedo nasi adunchi, culi grossi e gambe corte insieme a occhi blu o a mandorla, capelli biondi, denti sanissimi e altri contorti, dentro un incerto DNA. Sono tutti belli, tutti imperfetti, tutti miei compaesani, ma loro, quasi tutti, si ostinano a pensare che NOI non possiamo essere invasi dagli stranieri, perché noi italiani siamo diversi. Non sanno, o fanno finta di non sapere, che sono già contaminati, sono figli di una mescolanza che per fortuna ha retto agli urti delle tempeste di ogni tipo. 

Credo che sarà il rovesciamento del paradigma sull’emigrazione a poter salvare il mondo.  Questo è un pianeta che si avvia ad avere 10 miliardi di persone, di cui oltre la metà non avrà tra poco le condizioni minime di sopravvivenza, mentre l’altra metà avrà a disposizione il tutto, anche la modalità per diventare green e risparmiare energia. Cosa farà quella metà di popolazione mondiale che non riuscirà a sopravvivere dignitosamente? Cercherà, con ogni mezzo, contro ogni sbarramento, cauzione in denaro e prigioni, di raggiungere un posto dove c’è l’erba, dove c’è l’acqua, dove c’è la casa, con le sue stufe e i suoi condizionatori.

I governi occidentali, in questo momento storico,  hanno una ricetta facile ma irrealizzabile: ognuno resti nel suo Paese d’origine e noi cercheremo in qualche modo di aiutarli. No, non basta, è antropologicamente errata, è contro ogni senso naturale e umanitario, contro ogni idea di uguaglianza.

Le migrazioni sono sempre esistite, e sempre esisteranno, finché ci saranno i confini, i passaporti, i muri e i fili spinati. Quando non ci sarà più quest’armamentario difensivo sarà un altro mondo, dove sarà possibile spostarsi senza rischiare la vita, senza sentirsi straniero sulla stessa misera porzione d’universo che è la Terra. Forse sarà un mondo regolato dall'Intelligenza Artificiale, perché quella attuale in dotazione agli umani è troppo condizionata dalle paure sedimentate dai poteri auriferi.

  il Volantino – 30 settembre 2023

alfredo de giuseppe

 

 

 

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