Libere fenomenologie del 2023-07-15 - ...del modello dei 15 minuti

Nei tanti articoli, commenti, post e maledizioni italiane riguardanti il traffico, la mobilità, i parcheggi, non si discute quasi mai della teoria di Carlos Moreno, secondo cui tutti i servizi essenziali dovrebbero essere accessibili senza lunghi spostamenti, possibilmente entro 15 minuti a piedi o con un mezzo pubblico. L’architetto urbanista Carlos Moreno, inventore del modello di città dei 15 minuti, ha ispirato la sindaca di Parigi Anne Hidalgo, che dal 2014 sta lentamente pedonalizzando quasi tutto il centro della capitale francese.

A Tokyo ormai solo il 10% degli spostamenti avviene con auto propria. I 15 milioni di abitanti e gli altrettanti 15 che ogni giorno la frequentano creerebbero ingorghi immensi se prendessero quotidianamente l’auto di proprietà per raggiungere il luogo di lavoro o di svago serale. Tokyo ha raggiunto quest’obiettivo con una serie di misure primarie quali l’incremento anche in zone periferiche di treni e metro superveloci, efficienti e puntuali al secondo. E poi con alcune leggi ad hoc, quali il “certificato di garage”, cioè per comprare un’auto devi dimostrare dove la puoi parcheggiare, oppure con tasse sempre più elevate a seconda della grandezza e della potenza dell’auto posseduta. Anche costruire in prossimità dei trasporti pubblici con piccole agevolazioni è una delle spiegazioni del successo della metropoli giapponese, diventata in pochi decenni  la più efficiente e la più organizzata delle capitali mondiali. Tokyo dimostra che si può vivere con meno auto, che si può costruire un mondo a dimensione umana, nonostante sia la patria di Nissan, Toyota, Honda e vari costruttori meccanici. Tokyo nella sua grandezza sarebbe un caso da studiare e copiare per città come Roma che non si riesce a gestire nonostante abbia meno di tre milioni di abitanti. Certamente un caso anche di civiltà, educazione e rispetto, ma non solo: sono necessarie delle regole ferree e di buon senso.

Paradossalmente l’esempio di Tokyo (e di altre città che nel mondo si stanno organizzando) è più complesso da applicare nei Comuni delle Province, anche a causa dello spopolamento. Avere un’efficiente rete di trasporti pubblici non è facile ad esempio in un’area come Lecce che ha circa 100 comuni, almeno 300 frazioni, di cui quasi tutti al di sotto dei  5.000 abitanti. Considerato l’alto tasso di edificabilità e cementificazione complessiva della Provincia, una soluzione sarebbe quella di considerare l’intera Provincia come un unico agglomerato urbano. Una concentrazione di abitanti comunque minima rispetto alle grandi metropoli, considerato che nei mesi invernali la nostra Provincia è vissuta (virtualmente) da appena 750.000 abitanti e in piena estate forse arriviamo al milione. Però una metrò ben concepita potrebbe arrivare da Maglie a Lecce o da Otranto, Gallipoli e Nardò  al capoluogo in meno di 15 minuti. Perché questo avvenga l’operazione deve partire dal Comune di Lecce che deve ripensare la città con meno auto, forse zero nel centro città per chi proviene dai Comuni della provincia. Le soluzioni ci sono e vanno applicate con costanza in modalità omogenee e interconnesse, ma non si può lasciare un progetto di tal genere ad un assessore “politico” perché qui c’è da cambiare il mondo, non da vincere le prossime Amministrative.

Nel Sud Salento, intendo a Sud di Maglie, si potrebbe poi creare una sub provincia virtuale, che continui a richiamare il modello dei 15 minuti per tutti i suoi 250.000 abitanti. Un ospedale  ben raggiungibile da metro, bus e auto, le strade delle scuole tutte pedonali, al mare solo con le navette e così via.

Sarebbe questo il momento di rivoluzionare il nostro modo di pensare la mobilità, però ci difetta un po’ la fantasia e un po’ ci condiziona la sedimentazione storica della burocrazia e del clientelismo. Fermare la giostra di appalti e soldi appare davvero difficile, eppure non c’è un’altra strada. Per cambiare davvero, per essere meno nevrotici e meno violenti, dobbiamo cambiare molti paradigmi. Alcune cose scritte cento anni fa, quando eravamo appena 2 miliardi di persone, non hanno più senso. La politica è vecchia, le scelte urbanistiche sono dannose, il cervello è purtroppo rimasto fermo alle crociate.

Oggi ci sarebbe lo spazio per pensare in grande, che poi significa pensare a come limitare gli eccessi, quelle poderose dosi di autocompiacimento nel perseguire un modello di sviluppo che ha portato più diseguaglianze, più isterie, più guerre. Qui siamo invece a reclamare per la buca vicino casa, a discutere per un concerto più o meno chic della spaventosa estate culturale dei 100 Comuni. Qui siamo a contestare per l’oggi senza mai pensare al dopodomani.  In questo eventuale sforzo non aiutano la stampa, il cinema e la Tv, tutti ormai omologati alla banale lettura del quotidiano, con uno schema ripetitivo a cui nessuno riesce a sottrarsi. Intanto la teoria dei 15 minuti si è persa, si è dissolta dentro un barattolo di retorica parossistica.

Perché non riusciamo a programmare niente di innovativo, di bello, di sostenibile, un qualcosa che dia serenità?  Per il semplice motivo che il nostro cervello vuole fare le guerre come nel Medioevo, e costruire  le strade come indicato dalla FIAT negli anni ‘60. 

Il Voilantino n. 24 del 15 luglio 2023

Alfredo De Giuseppe

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