2010-03 "Come raccontare il cuore matto del sud", recensione di Serena Laporta

Come raccontare il cuore matto del sud.

Film documentario, seconda prova  dell’eclettico De Giuseppe da Tricase,  esperienza di  impegno sociale,  totalmente contro tendenza rispetto ad una cultura di expo-turismo del Salento: qui niente sole, mare amaro, vento contrario, zero movida.  In alcune osterie di Tricase – puteche -  si ritrovano i personaggi di questa grottesca antologia, sono uomini semplici  che cantano “Cuore Matto” per riuscire a coabitare con  i propri  destini, didascalicamente narrati in una parabola di luoghi opprimenti e cupi, grigie  periferie come villaggi sovietici di casermoni dormitorio, le zone 167, atroce retaggio delle politiche  degli anni ’70, e in molte scene in un’ insolita atmosfera  autunnale.

Un gruppo di reduci di una guerra di nervi silenziosa, quella della vana ricerca del lavoro, del misero sbarcare il lunario alla meno peggio, del ritrovarsi in un “storia dentro la storia” come dice uno dei protagonisti,  alla ricerca o conferma di un senso delle cose, dei personali dogmi politici, per consolarsi infine, tutti, con l’atavico, biblico, ultimo bicchiere. Nel dipanarsi delle storie,   che alla fine ci appaiono scorse in bianco e nero, ci accorgiamo che siamo all’antitesi della moderna iconografia del  Salento, sempre più  narrato come terra incantata di cultura barocca, di buona cucina, di borghesi, seppur in lotta i propri pregiudizi in putrefazione, ma pur sempre avvolti da una realtà vivibile e godibile di bellezza, di arte e buona vita. Questi invece sono invisibili uomini qualunque, pescatori, osti, insegnanti, disoccupati, mogli di disoccupati, pensionati senza pensione  che si consolano con  lo sballo del vino schietto, o la birra  quando va bene e si gioca a “patrunu”, per dimenticare i problemi cronici di famiglie in totale disagio sociale ed economico, dove il “sole” quando lo si guarda è perché  non c’è di che vivere.

Un pezzo di Storia, del Sud, che non si ha più voglia di guardare  studiare e raccontare e che ci ritorna livida, plumbea, inatteso flash back di un territorio consegnato alle Borse del turismo o alle Fiere nautiche, ma che giunge ancora a sollecitare le coscienze ottuse di chi poteva, e potrebbe, ma non fa, lasciando queste storie, nella Storia, in un angolo reietto del folklore locale.

Serena Laporta

 

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