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La famiglia Belusconi, proprietaria di buona parte dei media e dei governi italiani ha lasciato che l’onda emotiva suscitata dalla morte del padre fondatore facesse la sua corsa. Sapevano che la santificazione del padre avrebbe avuto un tempo limitato, magari quello necessario per sistemare un po’ di cose post mortem. Anche uno come Tajani poteva bastare, almeno per tentare di mantenere in modo soft quella percentuale di voti utili per essere i reali padroni del vapore, seppur con maggiore discrezione, anche in assenza del fondatore. Il quale tycoon, morendo, aveva sistemato tutta la famiglia, quella ufficiale e quella ufficiosa, abbastanza larga essendo composta da numerose amiche, deputate, senatrici, igieniste mentali e varie nipoti di Mubarak, conosciute spesso nel lettone di Putin. Nella famiglia allargata non mancavano naturalmente i Dell’Utri, i Previti, vari funzionari e giudici corrotti, con i quali fino alla fine è stato molto generoso. Era tutta gente che era stata fondamentale per uscire fuori da un indebitamento pazzesco e crearsi un’immagine vittimistica mentre le Borse lo premiavano e le banche lo adulavano semplicemente perché era diventato Presidente del Consiglio e decideva nomine, leggi fiscali e norme dal sapore eversivo (vedi P2 e leggi ad personam). E come dimenticare quei giornalisti, brutta copia del giornalismo onesto, che giornalmente si son sobbarcati la fatica di difendere l’indifendibile mondo berlusconiano, seppur a suon di strabordanti benevoli bonifici. Operazione riuscita, perché in definitiva, l’italiano medio continua a pensare a Berlusconi come ad un imprenditore serio, innovativo e ammirato all’estero, dimenticando condanne, amicizie pericolose, bunga bunga, ridicolizzazione internazionale, lo sfascio delle finanze pubbliche. Un uomo che per salvarsi aveva portato l’Italia sul bordo di un baratro, niente più. Molti tra i suoi più stretti collaboratori furono condannati in maniera definitiva, che però mai si sognarono di dire la verità, salvando le proprie famiglie da dissesti e inimicizie. Condannando l’Italia ad un altro lungo periodo di disfacimento morale, etico e sociale. 

Sapevano, gli eredi del Berlusca, che quell’otto, dieci per cento, era fondamentale per controllare e condizionare qualsiasi governo di destra (o di unità nazionale) sarebbe venuto dopo la morte del caro papà. E così è stato per gli ultimi tre anni. Poi si son fatti convincere che era arrivato il momento di affondare il colpo contro la magistratura e si sono lanciati nella battaglia voluta da papà, cioè l’apparente divisione tra PM e giudici che prevedeva invece l’annullamento di qualsiasi procedimento contro la classe politica dominante. Specie se di destra, portatori di enormi conflitti d’interesse e accusati di vari coinvolgimenti mafiosi.

Poi come un fulmine a ciel sereno è arrivato il risultato del referendum del 22 e 23 marzo. E la sconfitta, mai contemplata in quelle particolari famiglie, ha finito per modificare la visione del mondo circostante. Tajani è apparso all’improvviso per quel che è: un personaggio senza carisma e senza elettori, mummificato dentro il ruolo di ministro degli esteri in cui appare ogni giorno sempre più inadeguato. Può essere un uomo di tal consistenza l’erede del Silvio nazionale, del brillante intrattenitore di donzelle e capi di Stato? Marina Berlusconi, prontamente, il giorno dopo la sconfitta referendaria, ha rilasciato interviste in cui faceva capire che in Forza Italia il tempo delle mezze figure era finito. Era ormai il tempo della rigenerazione, di un nuovo entusiasmo, di un qualcosa che rimettesse le cose a posto, dove quel posto deve essere centrale e mortifero per la politica italiana.

In assenza di una vera legge sul conflitto d’interessi, la famiglia Berlusconi conta ancora su una flottiglia di giornalisti/presentatori di pentolame in tv, su un consenso indotto non indifferente, su una capacità di veto e di selezione sempre rinnovata negli anni. Una capacità esercitata con tutti i governi di destra, di centro e di sinistra, quasi sempre con successi mirabolanti.

Ora Marina sta seriamente pensando di “scendere in campo”, così come fece suo padre, per salvare l’Italia.  È un’opzione quasi necessaria se la stella di Meloni, per una qualche ragione, dovesse afflosciarsi. Marina, vera king maker del centrodestra, darebbe continuità a questi tipi di governicchi, dove tutto funziona lasciando lo status quo… Perché i molti intuiscono che riformare il nostro Paese significa toccare grandi e piccoli interessi sedimentati nei secoli. E nessuno ne ha davvero voglia, hic et nunc. Marina può rappresentare la classica continuità italiana, in nome del padre e del denaro.

10 aprile 2026 Querce news

Alfredo De Giuseppe