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Voglio raccontarvi una storia poco attuale, una cosa che per fortuna non accade più, una cosa abbastanza normale quando i diritti dei popoli erano misconosciuti. La Storia, per fortuna, ha fatto grandi progressi in questi ultimi secoli.

La vicenda occupa uno spazio temporale molto lungo, anche se ha una data d’inizio ben precisa: il 1778. Questa data porta l’inizio dei trattati stipulati tra i nativi nord americani (detti Indiani da noi ignoranti occidentali) e i coloni bianchi quasi tutti all’epoca di estrazione anglosassone e francofona. In quell’anno fu stipulato il primo trattato che consentiva ad alcune Compagnie di acquisire enormi territori indiani attraverso la stipula di un contratto legale. Tra il 1778 e il 1868 furono stipulati ben 362 trattati ufficiali, senza contare altri tipi di accomodamenti. Questi trattati in genere concedevano territori ai bianchi e li sottraevano ai “musi rossi” assegnando loro l’utilizzo di un piccolo spazio del loro stesso territorio. I trattati scritti nel lessico ridondante della giurisdizione europea non erano facilmente interpretabili e spesso le firme venivano estorte con inganni e falsificazioni. Era quasi sempre previsto in questa specie di trattati “condivisi” che i Nativi non potessero dare inizio a procedimenti giudiziari per ottenerne il rispetto, violati di continuo dalla stessa controparte che li aveva pochi anni prima sottoscritti. La sola popolazione “Delaware” sottoscrisse - sempre tra il 1778 e il 1961 – ben 45 trattati, tutti disattesi dai bianchi. Quando i loro capi provarono a contestare con le massime autorità di Washington, le loro pretese restarono comunque lettera morta.

I Cherokee della Georgia, che pure avevano un sistema politico organizzato, con un alfabeto scritto da un membro della tribù chiamato Sequoyah, provarono ad esempio a rivolgersi alla Corte Suprema per far rispettare i trattati stipulati prima del 1828, anno in cui fu trovato l’oro nelle loro terre con la relativa proliferazione di insediamenti abusivi. Anche se ebbero ragione in tribunale, il Presidente Jackson li fece ugualmente allontanare dai confini promulgando l’Indian Removal Act.

Con ipocrite ruberie definite transazioni, gli indiani abbandonarono immense distese in cambio di cifre oscillanti tra 1 cent e 2 dollari per chilometro quadrato. Poi ci sono casi come quello dei Seminole che dovettero addirittura pagare 50 cent ad acro il terreno assegnato loro dagli americani, che l’avevano acquistato a loro volta dai Creek ad un prezzo irrisorio.

La fase dei trattati terminò dunque nel 1861 quando il governo americano, per non far torto a nessuno, li abrogò tutti. Ormai i rapporti di forza si erano invertiti in tutti gli Stati, divenendo quindi inutili per le mire espansionistiche dei coloni bianchi. Comunque erano tutti accompagnati da Dio, la Pistola e la Felicità, inserite tutte insieme dentro la Costituzione che governa gli USA.

Da allora iniziò la deportazione forzata degli Indiani, prima in Oklahoma e poi nelle inospitali “riserve”, dove finirono ammassati gruppi che erano ostili tra loro, con inevitabile strascico di risse, ribellioni e fughe.

Però, dopo una ventina d’anni, il democratico Governo americano non era soddisfatto: nel 1884 varò il General Allotment Act, grazie al quale ogni Indiano ricevette un appezzamento da coltivare per sé o da adibire a pascolo. E così sotto il pretesto egualitario, la nuova legge stroncava la vecchia proprietà indiana comune, dividendola in piccole parti. A conclusione di questa legge, nel 1937, dei 62 milioni di ettari ancora di proprietà indiana nel 1880 ne rimanevano poco più di 15 milioni, grazie anche ad una miriade di bravi speculatori bianchi che si accaparrarono gli appezzamenti dei nativi più sprovveduti o bisognosi. Ne conseguì la frantumazione comunitaria di quasi tutte le tribù, sfaldatesi insieme alla loro cultura. Ora, dagli anni duemila, i loro eredi si dividono tra alcolizzati e gestori di Casinò e, a parte i suicidi, sono felici così.

Non prendete questa vecchia storia per fare similitudini improprie con l’attualità. All’epoca gli americani erano quasi tutti ignoranti e reazionari, senza istruzione, fanatici religiosi, con la pistola sempre alla cintola e una certa predilezione per uno spinto nazionalismo senza sostanza.

                                                                                                                                                                             Alfredo De Giuseppe

Fonte: “Briganti e pellirosse” di Gaetano Marabello (Capone Editore -2011)