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Anch’io voglio parlare di Pippo Baudo e del mio personale rapporto con lui, ora che l’onda emotiva creatasi dopo la sua morte si è un po’ ritirata. Tutti hanno parlato di lui, soprattutto gli artisti che hanno collaborato con lo spilungone dello schermo, che sono stati scoperti, salvati, vezzeggiati, amati e portati al successo da lui, unico e solo eroe senza macchia e senza paura. I telegiornali, per alcuni giorni, hanno messo in secondo piano la guerra in Ucraina, il genocidio a Gaza, le passarelle di Trump e Putin, le colazioni alla Casa Bianca di compiacenti leader europei: a reti unificate si celebrava la dipartita del mito del nazional popolare, della nostalgia di una televisione amichevole, educata, edulcorata. Financo il Presidente Mattarella (ultimo baluardo prima dell’alluvione) il 16 agosto ha sentito il dovere di inviare un messaggio di cordoglio ricordando che Baudo è stato un “innovatore della televisione”. Da quel momento i desideri di immortalità si sono sprecati, chi vuole dedicargli il Teatro della Vittorie, chi mettere il suo busto al posto del cavallo all’ingresso della RAI, chi vuole dedicargli strade, forse anche il Ponte di Messina o rinominando la Via della Conciliazione. Non ci sono simili testimonianze di affetto, di gratitudine e di genuflessione per gente come Andrea Camilleri, Umberto Eco, Gianni Minà, Margherita Hack o Gino Strada, tanto per citare solo alcuni recenti grandi italiani. Pippo Baudo ha colpito più di tutti, anche se da oltre 15 anni era confinato nel salotto dei ricordi, anche se in vita molti lo ricordavano come prepotente e accentratore, anche se la sua famiglia non era esattamente quella del Mulino Bianco. Però così vanno le cose: Baudo insieme a Bongiorno rappresentava quell’Italia fatta di lustrini, soldi immaginari e barzellette che piaceva agli Italiani, anche se poi era quella che preparava l’Italia di oggi.

E veniamo al mio rapporto con Baudo. Esso era molto semplice: cambiavo canale con una velocità pari a quella di Pietro Menna, sotto i 20 secondi. Quando c’era lui sapevo che mi sarei sentito imbarazzato per quei poveri artisti che capitavano nelle sue trasmissioni, che avrei intravisto da lontano il senso della censura, che avrei annusato l’odore del potere. Sapevo che avevo di fronte un personaggio attento a non offendere il manovratore e se qualcosa gli sfuggiva era grazie ad artisti di valore superiore che non condividevano con lui la scaletta. Io avevo un rapporto con lui che prevedeva la visione de L’Altra Domenica di Renzo Arbore mentre lui presentava Domenica in, di Blitz di Minà mentre lui presentava Fantastico, oppure di una pizza e birra da Gino quando presentava Sanremo.

Pensavo di non essere l’unico ad avere questo rapporto poco amichevole con Super Pippo, invece ho scoperto che ormai l’italiano medio ha messo tutto in un unico calderone, dove tutti hanno pari dignità, senza distinzione di valore, di capacità ed empatia. Pippo docet che essere nazional-popolare paga sempre, basta inseguire il pensiero dominante per essere un vincitore, a perenne memoria.    

 Querce News - 22 agosto 2025

alfredo de giuseppe