Nel maggio 1980 fui chiamato a svolgere il servizio militare. Obbligatoriamente. Avevo rinviato per qualche anno quell’immancabile chiamata con gli esami universitari, volevo iscrivermi al sevizio civile ma non feci in tempo. A quell’epoca il servizio civile era scoraggiato, reso difficoltoso da una burocrazia allucinante. Mi ritrovai così a Rieti a fare la recluta, marcia estiva e fucile in mano, mentre avevo già aperto un negozio di dischi e il Tricase Calcio mi voleva ogni settimana per giocare in Promozione. Avevo 22 anni, avevo più esperienza della maggior parte dei diciannovenni miei commilitoni, avevo un po’ più di soldini, leggevo ogni giorno due giornali, i libri di Cechov e amavo una ragazza che sentivo al telefono una volta la settimana. Tentai di farmi trasferire a Lecce ma non ci fu nulla da fare: a fine settembre del 1980 da Rieti mi mandarono a Bologna, in una vecchia caserma in Via Due Madonne (tanto per bestemmiare meglio).
Ero a Rieti quando il 27 giugno 1980 cadde vicino a Ustica l’aereo dell’ITAVIA, probabilmente colpito da un missile. Ero ancora a Rieti quando scoppiò la bomba del 2 agosto alla stazione di Bologna. Ricordo benissimo quel periodo, sia per lo stress interiore di fare un qualcosa che proprio non sopportavo e per tutte quelle percezioni negative che arrivavano dal mondo esterno, stragi, complotti, servizi deviati, complicità ai più alti livelli. Mentre il mondo stava cadendo a pezzi, io facevo la guardia di una malconcia caserma in una vecchia città laziale, alle pendici del Terminillo, ombelico d’Italia, fondata ben prima di Roma. Tra una pausa e l’altra qualcuno mi raccontò che in realtà quella caserma nascondeva un sotterraneo con una riserva d’armi non indifferente che non era a disposizione delle reclute ma di un corpo non ben definito che di tanto in tanto si palesava per brevi visite di manutenzione e addestramento. Non so se fosse vera quella confidenza ma dopo anni la collegai alla questione “Gladio” che in effetti era una specie di riserva militare organizzata dalla CIA, un corpo da mettere in movimento in caso di necessità (conquista del potere da parte del PCI o invasioni esterne alla NATO). Insomma ero sopra un’armeria, sorvegliavo il deposito degli eventuali organizzatori di un colpo di Stato e non lo sapevo. Servivo una Patria deviata.
Quando scoppiò la bomba a Bologna stavo per tornare in licenza e fui fermato, come tutti, in caserma: qualcuno voleva capire cosa stesse succedendo, come si sarebbe mosso il governo guidato da Francesco Cossiga (anni dopo avrebbe rivelato che Gladio era il nome in codice di una struttura paramilitare segreta italiana, parte di una rete più ampia chiamata Stay-Behind).
Quando a fine settembre 1980 arrivai a Bologna, la città era ancora come tramortita, il colpo a quella stazione così centrale era stato un pugno a tutta la città. Si percepiva come all’improvviso tutto fosse diventato più grigio, come la città avesse tolto i panni goderecci e generosi insiti nel suo DNA per diventare più riflessiva e consumistica. La sera su Via Indipendenza poche persone, due barboni e quattro militari, anche gli studenti erano passati ad altri slogan, avevano smesso di protestare, vociare e cantare. Il lutto sembrava aver colpito ogni singolo frequentatore delle strade, dei bar e dei ristoranti.
Poi lentamente la vita riprese il suo tono vivace, l’Associazione delle vittime del 2 agosto ha tenuto viva l’attenzione, ha preteso la verità, ha partecipato attivamente ai processi, anche in nome di una visione democratica delle Istituzioni non per una personale sete di giustizia sommaria. Dopo molti processi e molti anni, la verità è emersa nella sua logica follia: Gelli e la P2 (piena di militari, giudici, imprenditori, giornalisti e presentatori) continuavano quella strategia della tensione che doveva far ritornare l’Italia verso un autoritarismo dittatoriale. Gli esecutori furono reclutati tra le organizzazioni dell’estrema destra (inseriti comunque a vario titolo dentro il MSI), come dimostrato durante tutti i processi da testimonianze, video e ricostruzioni documentali.
Bolognesi, il presidente dell’Ass. delle vittime, nel suo ultimo discorso di commemorazione ha sottolineato come la matrice fascista venga sempre ignorata nei telegrammi del premier e degli altri componenti dell’attuale governo. La ministra Bernini, presente alla cerimonia, si è sentita offesa perché il presidente ha lasciato intendere che quella matrice ora gestisce il Paese e non può riconoscere le proprie colpe.
Fa bene la città di Bologna a voler ricordare ogni anno quella strage, che dimostra senza alcun dubbio come l’Italia per lunghi decenni sia stata sottoposta a trame nere, verità nascoste, stragi e vilipendi. Tutto in nome della paura di un eventuale governo delle sinistre. Fa male la Meloni quando afferma ufficialmente che il suo governo cercherà di fare piena chiarezza su quella strage. Come se i processi fossero finti, come se fosse ancora necessario trovare un piccolo appiglio per riscrivere la storia, per far digerire un’altra polpetta amara agli italiani creduloni. Perché solo riscrivendo la Storia, nell’indifferenza generale, questi signori potranno davvero prendersi per i prossimi decenni tutto il potere, senza spargimenti di sangue.
FB 8 agosto 2025