La mia colonna del 2020-11-21

Le Residenze Sanitarie Assistenziali, in sigla RSA, introdotte in Italia a metà dei fatidici anni novanta, sono strutture non ospedaliere ma comunque a impronta sanitaria, che ospitano persone non autosufficienti. In Italia, al 2020 se ne contano 4.629 (contro le 2.475 nel 2007). L’esplosione del Covid-19, e le conseguenti anomalie nella gestione di questa sindrome acuta delle vie respiratorie all’interno di tali strutture, ha finalmente aperto una finestra sul mondo delle RSA, sulla loro intrinseca problematicità.

Ora, per non fare accuse generiche, per non toccare la suscettibilità dei lavoratori e la sensibilità dei parenti, mi esprimerò in prima persona, cercherò di palesare il mio pensiero, che per fortuna non è solo il mio, riguardo alla gestione degli ultimi scampoli di vita. Un pensiero duraturo, non dettato dai fatti di cronaca, dalle angherie, dalle  negligenze e dalle fughe di questi ultimi mesi.

Se da vecchio dovessi rimanere solo, cosa probabile in una società sempre più liquida e veloce, se dovessi non essere più autonomo nei movimenti, non vorrei essere rinchiuso dentro un carcere chiamato RSA. Anzi, finché non avrò la conclamata demenza senile, lotterò per la chiusura di queste strutture disumane e disperanti. In uno di quei posti cercheranno di manutenermi il più possibile perché sarò un affare da tenere in vita, senza nessuna domanda sul come, sedato da potenti farmaci che mi renderanno sempre più vegetale. Mi siederanno su una sedia una volta ogni quindici giorni, quando un qualche parente verrà a compiangermi, a ricordare la mia gioventù, la mia illusoria voglia di vivere. Mi diranno parole caritatevoli, qualcuno cercherà di farmi sorridere, ma io neanche li ascolterò, non voglio più sentire nulla. Quando poi i parenti saranno andati via sarò di nuovo steso nel mio letto, quello con le sbarre ai lati, senza possibilità di muovermi, impedendomi di fatto di tenere allenati i miei già consunti muscoletti. Verrà un operatore ogni due tre ore a controllare che tutto vada bene, nel frattempo il nulla, lo sguardo al soffitto, se va bene la televisione accesa su canale 5 (che in verità fa rimbecillire già a trent’anni).

La vita dentro una RSA mi sarebbe insopportabile, sarebbe la conclusione opposta a tutto quello in cui ho creduto per i miei lunghi anni di attività: vivi tutto con la massima consapevolezza, nella massima libertà possibile, nel rispetto reciproco, senza molti sconti con gli altri e con te stesso. Essere poi un numero tatuato sul braccio o avere un braccialetto elettronico non fa differenza, specie se sai già che sei nel business, che sei una rotellina che fa girare un fiume di denaro pubblico e privato, che si autogenera in forme sempre più sofisticate.

Se sarò rimasto completamente solo, se i miei familiari saranno troppo impegnati per pensare ad un povero vecchio, se la mia casa sarà requisita dal fisco, se la mia pensione non sarà sufficiente per pagare neanche le normali compresse multivitaminiche, significa che bisognerà trovare un’altra strada. Del resto i manicomi furono chiusi quando tutti pensavano che fosse impossibile, che non c’era modo di gestire le menti differenti, una motivazione acquisita soprattutto con una cultura che ammetteva solo l’omogeneità al pensiero dominante (in manicomio finivano spesso ragazze che non volevano sposare l’uomo prescelto dalla famiglia). Allo stesso tempo nei paesi più civili sono stati chiusi gli orfanotrofi che erano un’altra invenzione terribile della condizione umana.

Insomma ci sono altri modi per affrontare gli ultimi anni della nostra vita. In altri Stati non si è mai arrivati a questa forma di clausura coatta generalizzata (da non confondere con le Case di Riposo). Potrebbero funzionano meglio i medici di base, con un’organizzazione di cure a domicilio, con un welfare generale basato sulla dignità della persona. In Italia, si calcola che nel 2035 gli anziani non autosufficienti saranno oltre 550 mila e la domanda di posti letto nelle RSA crescerà ancora. E tutti ci si buttano: il settore fa gola perché è un investimento sicuro e assai redditizio (gli utili delle aziende strutturate sono in media superiori a tutti gli altri settori d’investimento).

Invece dobbiamo andare in un’altra direzione, molti lo sanno, ma nessuno sta facendo proposte concrete. I Presidenti delle Regioni fanno dirette Facebook, spesso sono i dominus della Sanità pubblica ma brigano per agevolare quella privata, non hanno piani pandemici né logiche umanitarie, non sono previsti aiuti concreti alle famiglie, però sono propagandisti della propria immagine, quindi di megastrutture supercostose, oltre che del proprio potere, impropriamente concesso da governi corrotti e demagoghi.

In definitiva non vorrei morire in una RSA. Queste strutture geriatricamente legalizzate non soddisfano le mie necessità di vita e di morte. Ho da sempre pensato che la morte faccia parte della vita, che è un percorso naturale, appena appena mediato dalla scienza e dalla medicina, che però non deve essere mai invadente e oppressiva. Si vive e si muore secondo una legge universale, per cui se devo morire di vecchiaia, preferisco che questo avvenga senza la disperata solitudine di una stanzetta disadorna, senza alcun accanimento terapeutico, specie se questo è finalizzato al lucro altrui. Vivere gli ultimi anni o mesi in modo vegetativo non ha alcun valore. Nonostante tutto è meglio morire da vivi.

il Volantino, 14 novembre 2020

Alfredo De Giuseppe

 

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