La mia colonna del 2020-11-14

Salvatore Coppola è uno storico a tutto tondo, che ha il merito di aver approfondito molti aspetti della vita salentina, soprattutto dei due secoli scorsi. Nelle sue numerose pubblicazioni ha toccato vari temi, dalle lotte sindacali a quelle antifasciste, dalla violenza politica fino all’approfondita analisi del singolo episodio delittuoso. Le sue ricerche sono accurate, direi quasi inattaccabili, un patrimonio per chi voglia seriamente approfondire cos’era il Salento, soprattutto durante il Regno delle Due Sicilie e durante il fascismo.

Nel 2020 Coppola ha mandato in stampa “Noi speravamo” (Giorgiani Editore), un libro che, attraverso la ricerca di documenti parlamentari, lettere private e atti pubblici, ci fa intuire quali tensioni percorressero questo nostro Sud all’indomani dell’Unità d’Italia del 1861. Non un Sud generico ma proprio questo pezzetto definito “Terra d’Otranto” che aveva delle sue specificità e delle sue ataviche problematiche. Coppola, in modo originale, ripercorre quelle tormentate vicende attraverso lo studio puntuale delle questioni politiche e amministrative, non solo parlamentari, che riguardarono Giuseppe e Liborio Romano, Libertini, Castromediano e G. Pisanelli.

Il libro ci fa intuire anche da dove nascesse quell’insoddisfazione generale del Sud, che portò a sommosse, a lotte e infine al brigantaggio. La rivoluzione garibaldina, che con l’impresa dei Mille (1.162 per la precisione) conquistò il Sud per consegnarlo poi al piemontese Vittorio Emanuele II, aveva portato una ventata di fresca speranza nelle classi più umili della popolazione. Fresca come una rugiada mattutina: le terre che erano state promesse ai contadini più poveri rimasero in mano ai possidenti borbonici (che divennero ben presto liberali); la Chiesa, arroccata ancora nel suo potere temporale, anche attraverso la più piccola parrocchia, soffiava contro ogni forma di organizzazione repubblicana; alle elezioni votava circa il 2% della popolazione, quella cioè che aveva un reddito annuo di almeno 40 lire (oltre a qualche evasore totale ma in possesso di un titolo, nobiliare o professionale che fosse). Per un popolo sfinito dal giogo borbonico ed ecclesiastico sembrò una beffa: passavano da un re all’altro senza avvertire alcun cambiamento. Coppola ci fa capire anche quanto falsate siano quelle recenti leggende metropolitane secondo le quali il Sud era ricco, e fosse stato conquistato per le sue ricchezze più che per l’ideale unitario. Non c’erano scuole, non c’erano strade né altre infrastrutture efficienti, i latifondisti erano degli usurpatori, la Chiesa viveva con le decime, i piccoli agricoltori erano strozzati da tasse e balzelli su ogni loro prodotto, mentre i manovali non raggiungevano quasi mai il livello di minimo sostentamento. Quindi i poveri, quel famoso 98% che non votava, vedeva Garibaldi come il liberatore, e Cavour come il continuatore delle antiche ruberie di Stato. E dunque uno Stato da combattere o comunque da respingere intimamente, da non riconoscere nelle sue funzioni regolatrici.

Queste istanze di fondo erano presenti nei deputati salentini, che ripeto, benché eletti da un ceto borghese intellettuale, sentivano la necessità di modificare lo stato delle cose, sapevano che in definitiva erano chiamati a rendere meno miserevole l’esistenza di migliaia di concittadini. Lottavano con sensibilità diverse e in formazioni politiche già pregiudizialmente orientate, ma sempre convinti che alcune fondamentali riforme andassero fatte nell’interesse generale. Interessante è notare come tutta la deputazione salentina si batté ad esempio per l’affrancamento delle decime ex feudali in Terra d’Otranto, per le quali i contadini avevano subito le più violente angherie da parte di proprietari e dazieri (e Castromediano, da liberalizzatore convinto, dice espressamente di fare una battaglia anche contro i beni della propria famiglia che era destinataria di concessioni speciali).

Dal libro di Salvatore Coppola emergono pensieri e parole dei parlamentari subito dopo l’Unità d’Italia sancita nel 1861 e prima della conquista di Roma del 1870. Subito dopo il 1861 già si intravedevano le difficoltà di unificare ordinamenti e culture diverse, alcuni puntavano alla massima unitarietà possibile (vedi Pisanelli), altri ad una sorta di federalismo, ma tutti avevano intuito che il lavoro da fare sarebbe stato enorme e gravoso. Giuseppe Romano, fratello del più noto Liborio, è un uomo di sinistra (oserei dire mazziniano) che non ama il modo in cui si sta conducendo la fase unificatrice della sua patria, come le nuove Istituzioni guardino alle provincie più povere del Sud e non usa giri di parole: “Non eravamo noi popolo preso, cioè conquistato. Ci eravamo riuniti alle altre province per fare l’Italia, non per subire l’egemonia e la burocrazia del Piemonte. In un Paese che ha versato tanto sangue per abbattere il dispotismo borbonico ed il clericale, e che aveva tanto diritto a sperare un governo riparatore del suo triste passato, hanno spento il prestigio delle libere istituzioni e creato una estrema e generale male contentezza”.

Noi speravamo” è un’espressione che non c’è negli scritti dei deputati salentini dell’epoca. È un titolo scelto da Coppola, evocativo del momento storico che si stava vivendo, già foriero delle problematiche del Mezzogiorno che ancora oggi ci affliggono, del disincanto che da allora ci pervade. Il libro è molto importante e significativo delle vere condizioni delle nostre contrade ai tempi dell’Unità d’Italia e apre squarci sulle reali posizioni della borghesia, della Chiesa e dell’aristocrazia del tempo.

Mi permetto di aggiungere che forse al libro manca una specie di post-fazione in cui quel “Noi speravamo” prenda più corposità, uno scritto che non lasci solo intuire al lettore, ma specifichi con maggiore precisione le conseguenze di alcune scelte fatte in quel momento. Capisco la ritrosia dell’Autore nel lanciarsi in questa direzione, ma oggi, oltre ad un elenco di documenti e di lettere, abbiamo bisogno che qualcuno ci decodifichi il presente. E si può fare solo partendo dalla Storia, dallo studio approfondito di ciò che è successo dall’Unità d’Italia ai giorni nostri. Lo sfacelo attuale creato dalla confusione tra Stato e Regioni   ce lo potrebbe spiegare meglio Salvatore Coppola di un qualunque altro scrittore contemporaneo. Lui ne sarebbe capace, se volesse osare.

il Volantino, 14 novembre 2020

Alfredo De Giuseppe

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