La mia colonna del 2020-10-31

Il premio Sacharov per il 2020 è stato assegnato lo scorso 22 ottobre all’Opposizione democratica in Bielorussia. Il nome completo del riconoscimento  annuale è Premio Sacharov per la libertà di pensiero, fu istituito nel 1988 dal Parlamento Europeo, il primo vincitore fu Nelson Mandela.

Andrej Sacharov è stato un famoso fisico sovietico, attivista dei diritti e delle libertà civili in Unione Sovietica fin dal 1970. Nel 1980 fu confinato a Gorky, riabilitato nel 1986 da Gorbaciov. Lui che sapeva cosa significasse una bomba atomica e una all’idrogeno, aveva deciso di opporsi ad ogni guerra, ad offrire la sua conoscenza al suo popolo per farlo esprimere in libertà, per scegliere come porsi di fronte agli altri esseri umani. Ebbe il premio Nobel nel 1975, ma gli fu impedito di ritirarlo. Un grande uomo, uno di quelli che vale la pena ricordare, perché opporsi quando si è confusi nella massa è relativamente semplice, ma dire no quando si è all’apice della fama e della carriera è un’impresa per pochi. E infatti pochi ci sono riusciti. Lui sapeva che il mondo, per continuare ad esistere, doveva dire basta alle guerre e al proliferare delle armi. Per poterlo affermare liberamente non esitò a perdere il prestigio, il potere, la sicurezza economica, gli amici e la famiglia.

La stessa cosa accadde ad una moltitudine di intellettuali durante lo stalinismo più duro: migliaia di persone ogni anno venivano deportate nei Gulag siberiani per non fare quasi mai ritorno (nel 1937 nei campi di lavoro forzato vivevano circa 6 milioni di persone). Oltretutto i Gulag, come poi successe con i campi di concentramento nazisti, avevano due obiettivi: debellare ogni forma di dissenso e contemporaneamente avere gratuitamente una imponente forza lavoro in un’area disagiata e spopolata. I deportati costruirono strade e ferrovie, fecero i minatori alla ricerca dell’oro di Stato, gli artigiani e i manovali. Erano la fascia più istruita della popolazione ed erano lì, al freddo e al gelo, a vivere di stenti e abusi. Una vita da incubo, per aver affermato, in una qualsiasi forma espressiva, il loro anelito di libertà. Soprattutto libertà di pensiero.

Il comunismo sovietico, nei suoi 70 anni di storia, non è stato solo un grande Gulag, ma indubbiamente ha partorito una terribile condizione a cui venivano condannati i liberi pensatori. Era un potere irrefutabile, un sistema di controllo totale di ogni operazione umana, fino ad essere una condizione disumana. Un potere sostenuto come al solito da una Propaganda ben organizzata che portava il popolo a considerare perfetto il mondo in cui vivevano, fatto di potenza militare, rispetto degli altri popoli, esempio di un collettivismo mai davvero spontaneo. Forza della persuasione: nessuno fuori dal coro, tranne pochi “egocentrici, narcisistici intellettuali”. Quindi facilmente condannabili, facilmente emarginabili. Con l’approvazione della maggioranza silenziosa che, in genere, non vuole essere disturbata finché non arriva alla fame.

Oggi il premio assegnato all’opposizione democratica della Bielorussia ha il pregio di ricordarci i tanti sistemi dittatoriali che l’Europa ha avuto e in qualche forma ha ancora al suo interno. La mobilitazione dell’opposizione è iniziata il 9 agosto, quando le elezioni presidenziali hanno restituito una vittoria a valanga (80% contro il 10% secondo i risultati ufficiali) per il leader uscente Alexander Lukashenko, al potere da 26 anni. Un voto contestato soprattutto da Svetlana Tikhanovskaya e non riconosciuto dalla comunità internazionale. L'Unione europea ha chiesto nuove, trasparenti elezioni, la scarcerazione degli oppositori politici e imposto sanzioni a 40 politici e funzionari bielorussi. Al fianco di Lukashenko si è schierato invece il presidente russo Vladimir Putin, che ha concesso prestiti e messo a disposizione mezzi militari al governo di Minsk. Tutto questo per ricordarci che non siamo immuni, una volta per sempre, dal seme delle dittature. Fosse per la natura di Putin si incarnerebbe in un nuovo Stalin, ma questo a Orbán, Salvini e a qualche altro leaderino europeo importa poco. L’importante è che sia l’uomo forte, l’uomo che contrasta la globalizzazione dei diritti, che arma i leader più truculenti del pianeta. (Non che l’America faccia un gioco opposto, ma almeno qualche parlamentare può porre qualche domanda, qualche leader può indire una manifestazione di protesta, qualche blogger può opporsi alla politica del Presidente).

Sacharov, la sua storia e il suo premio ci riportano alla più stretta attualità, anzi ad allargare lo sguardo al futuro. Il Covid, oltre ad un pericolo sanitario, è anche un pericolo per le democrazie. Se non sapremo gestire le restrizioni, se non ci daremo una mano l’un l’altro, le democrazie, sull’onda di proteste sempre più cruente, saranno costrette a cambiare pelle. Salvare vite umane è imprescindibile, consegnare tutto il potere in poche mani è sempre errato. Le opposizioni saranno portate al mutismo, i funzionari locali, come un tempo i prefetti e i podestà, saranno sempre più importanti. Invece del dibattitto ci sarà un decreto al giorno, sempre diverso, sempre indiscutibile. Non è un invito alla ribellione, ma per accettare tutto dobbiamo sapere tutto: statistiche più approfondite, modalità più veloci, burocrazia più leggera, un funzionamento più coordinato delle nostre società, una seria diminuzione delle spese militari. Scelte di buon senso e di sostenibilità complessiva. Sempre con un’avvertenza: non dobbiamo dimenticare che abbiamo bisogno della nostra libertà.

il Volantino, 31 ottobre 2020

Alfredo De Giuseppe

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