La mia colonna del 2020-10-24

A Milano qualche anno fa, mio figlio si dedicava spesso alla raccolta fondi a favori di UNHCR. Si metteva la pettorina blu e con il suo gruppo di ragazzi, quasi sempre studenti, fermava le persone per strada e cercava di far sottoscrivere forme varie di adesione alla causa dei Rifugiati di tutto il mondo. Lui ci metteva impegno, c’era anche un piccolo rimborso spesa per ogni nuova adesione, che era sempre più faticosa, con moduli sempre più lunghi e in conclusione con la richiesta del numero della carta di credito. Dopo qualche mese intuì che dei contributi liberamente raccolti, delle adesioni ad abbonamenti di riviste, delle donazioni continuative, ai poveri rifugiati arrivava ben poco. Il costo della struttura, i vari livelli della catena di raccolta fondi  portavano ad un ridimensionamento pauroso della cifra realmente a disposizione delle attività di protezione. Affitti di locali in centro, segreterie di vario livello, manager aggressivi e formalità eccessive, tipo la giacca e cravatta da tenere sempre pronte per ogni tipo di incontro. E questo solo per una sede secondaria come Milano.

Tutte le organizzazioni mondiali, gestite dall’ONU, come ad esempio la FAO (nata per migliorare l’agricoltura, l’alimentazione e la nutrizione delle Nazioni più povere) hanno delle sedi costosissime, dove gli stipendi sono ben oltre la media e dove la burocrazia interna blocca spesso ogni reale movimento di risorse, sia umane che economiche. Si calcola che la FAO e le altre organizzazioni abbiano un costo di mantenimento vicino all’ottanta per cento del loro intero budget.

Ciò nonostante non riesco a dire che il mondo sarebbe un mondo migliore senza l’ONU e i suoi Alti Commissariati, come più volte fanno intuire alcuni capi di Stato, Trump in testa. Le loro azioni sono comunque improntate alla pace e alla cooperazione, sono essenziali nelle mediazioni dei conflitti e impongono a tanti Stati il rispetto dei diritti umani. Questi sono giorni di premi e riconoscimenti: venerdì 9 ottobre il Programma Alimentare Mondiale (PAM) è stato insignito del Premio Nobel per la Pace per «i suoi sforzi per combattere la fame, per il suo contributo al miglioramento delle condizioni per la pace in aree colpite da conflitti e per il suo agire come forza trainante per evitare l'uso della fame come arma di guerra e di conflitto».

Allo stesso modo l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (United Nations High Commissioner for Refugees – UNHCR) ha destinato un po’ dei suoi fondi al riconoscimento del lavoro umanitario svolto da piccole organizzazioni sparse nel mondo, spesso sconosciute, eppure meritevoli di essere ricordate, supportate, aiutate. Hanno ricevuto il premio in denaro, di circa 100.000 Euro, quattro donne, quattro eroine del nostro tempo e precisamente per l’Africa: Sabuni Francoise Chikunda, attivista congolese per i diritti umani e fondatrice del Kabazana Women’s Center, centro che aiuta le donne sopravvissute alla violenza sessuale e di genere.
Per l’Asia: Rozma Ghafouri, allenatrice di calcio e rifugiata afgana in Iran, è la co-fondatrice del progetto Youth Initiative Fund, che aiuta i bambini rifugiati a frequentare la scuola in Iran.
Per l’Europa: Tetiana Barantsova, ucraina, un’attivista per i diritti umani e co-fondatrice della ONG AMI-Skhid, che sostiene il cambiamento e la protezione dei diritti delle persone con disabilità.
Per il Medio Oriente e Nord Africa: la dott.ssa Rana Dajani, scienziata e professoressa di biologia cellulare molecolare, fondatrice del progetto We Love Reading, che mira a rendere i libri e la lettura accessibili ai bambini di ogni comunità, compresi i bambini rifugiati.

La vincitrice globale del Premio 2020 è Mayerlín Vergara Pérez, nota come Maye, un’educatrice che ha trascorso oltre 20 anni della propria vita a mettere in salvo minori sfruttati sessualmente e vittime di tratta, molti dei quali rifugiati. In qualità di Coordinatrice regionale per i Caraibi della Renacer Foundation ha lavorato con dedizione per oltre due decenni aiutando l’organizzazione non-profit colombiana a conseguire l’obiettivo di debellare ogni forma di sfruttamento e abuso sessuale ai danni di bambini e adolescenti.

Queste persone, queste cinque donne, che non vediamo mai nei telegiornali, che notiamo poco sul web, che non sognano di diventare ricche, che decidono di dare un senso completo alla loro vita, vengono ricordate e premiate grazie anche a quelle Agenzie dell’ONU, così dispendiose e pure così necessarie.

Mio figlio da quell’esperienza di raccolta fondi ha imparato molto. Ha visto molte persone rispondere maleducatamente ad un invito gentile. Ha imparato a riconoscere con uno sguardo le persone disponibili, senza distinzione di ricchezza e povertà. Ha notato come un’organizzazione complessa nasconda comunque in sé delle falle etiche, delle avidità sottostanti. Ha deciso che la politica non è un fatto secondario nelle vicende umane. Non ha mai dimenticato però che una briciola del suo impegno sarebbe arrivato anche a quella povera famiglia che stava tentando di sopravvivere in una terra arida, senza acqua corrente e senza medicinali. Che in fondo perdere un po’ del proprio tempo per aiutare chi si mette in cammino per raggiungere un posto migliore non è mai banale, mai inutile. Per un motivo che ora gli appare più chiaro: l’uomo ha senso quando sviluppa la sua intelligenza per aiutare qualcun altro. Quando scrivere una canzone serve anche a cantare tutti insieme.

il Volantino, 24 ottobre 2020

Giancarlo De Giuseppe

 

 

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