La mia colonna del 2020-09-19

Tricase è un unicum, sotto molti aspetti. Alcuni molto positivi. E quelli vanno ricordati e preservati. Per una serie di motivi storici, geografici e sociali, a Tricase non esiste, né mai è esistito, un gruppo criminale riconosciuto. Qui non c’è un capo mandamento, non c’è nessuno che comanda su tutti. La piccola delinquenza ci sarà pure, ma endemica e di fatto di piccolo cabotaggio, fuori dai giri che contano a livello provinciale. Questo emerge anche dalla lettura della Relazione annuale della Commissione Parlamentare antimafia. Questo merito va ascritto un po’ a tutti, anche ai politici delle vecchie generazioni che amavano il potere con discrezione, e al contempo non volevano che nessun altro mettesse i piedi sopra la loro testa. È merito delle Forze dell’Ordine che hanno da sempre esercitato un giusto deterrente, senza travalicare i loro  limiti.

Ma è merito anche di una classe imprenditoriale che per una combinazione astrale si è ritrovata compatta e unita rispetto a queste tematiche. Quando nei primi anni ’80, nella provincia di Lecce nacque e imperversò la SCU, nel nostro Comune si creò spontaneamente una barriera di legalità, allontanando ogni tentativo di basi logistiche criminali.

I ragazzi desiderosi del facile successo videro altri esempi, piccoli capetti facili alla prepotenza caddero presto nel ridicolo. Quando le attività commerciali furono liberalizzate, a Tricase non si creò la lobby degli affitti, la sopraffazione del più forte e neanche la propensione all’autoesaltazione. E quando si è presentata la prima difficoltà finanziaria, non si è generato il vortice dello strozzinaggio: qualcuno ha preferito chiudere la propria attività in silenzio, qualcun altro è emigrato, qualcuno ha ricominciato con coraggio. Ma nessuno ha mai pagato il pizzo per rimanere aperto, nessuno ha visto come eroe un palestrato arrogante che smanaccia una superauto per impressionare o per assoldare nuovi adepti. Anche lo sport non è stato mai cassa di risonanza di clan locali, ma semplice aggregazione di appassionati: siamo retrocessi, siamo spariti dai calendari (poi sempre risaliti) ma non abbiamo avuto il salvatore della patria che inoculava modelli incivili.

Questo è un posto che non ha mai avuto un politico, un commerciante, un imprenditore o un funzionario pubblico condannato per associazione mafiosa. Il Consiglio Comunale non ha mai subito l’onta di uno scioglimento per infiltrazioni mafiose. Magari è stato inefficiente e a volte imbarazzante, ma nessun Assessore ha gestito per conto di altri, nessun Consigliere ha protetto affari loschi. Nessuno prendeva mazzette per cambiare i parametri di una lottizzazione, la raccolta della spazzatura non era efficiente ma nessuno era intimo con i titolari dell’impresa. Molti altri Comuni del Salento sono stati commissariati per mafia, spesso a seguito di omicidi e di delitti continuativi, per voto di scambio, per consiglieri eletti con pacchetti di voto estorti con minacce, oppure per ingerenze inaudite dei boss locale.

Molti altri fattori hanno concorso ad una tale favorevole vivibilità della nostra cittadina: una tradizione culturale di prim’ordine che trova le sue radici nella socialità voluta dai Principi Gallone, che potremmo definire degli aristocratici illuminati (e comunque tolleranti); una scolarizzazione già elevata a partire dagli inizi degli anni ’60, con una dispersione scolastica molto limitata; una stampa libera che ha sempre fatto da pungolo al potere. Sulla stampa libera, sull’esercizio di riflessione che costringe chi scrive e chi legge ci sarebbe molto da aggiungere ma basta un solo dato: dal 1970 ad oggi almeno un giornale locale esce con regolare periodicità, dando spazio a chiunque voglia esprimere le proprie idee. Molti si sono cimentati nella pubblicazione di libri storici o sociologici, molti sono professori universitari e altri  ancora degli affermati manager a livello nazionale.

Tricase sta per eleggere i suoi nuovi rappresentanti: io, che non ho alcun merito per la Tricase che è, sento di poter affermare con certezza che i quattro candidati sindaco, Carbone, Carità, De Donno e Zocco, sono delle brave persone. In alcuni casi e per alcuni aspetti possono risultare indecisi, dispersivi, contraddittori, evasivi, trasversali e retorici, ma certamene non hanno retrogusti delinquenziali, non rispondono a potentati criminali, non hanno la cultura dell’omertà e neanche della derisione del prossimo. Delle persone corrette. E con loro tutti i candidati consiglieri. Questo è un patrimonio da preservare, da tenere stretto, di cui essere orgogliosi. Ma come tutte le cose belle non si conquistano una volta per sempre ma si consolidano con il buon governo, giorno dopo giorno. E ora, con tutto quell’armamentario di stupidario televisivo e social che ci pervade, bisogna alzare il livello di attenzione. Non bisogna far passare l’idea che l’amico dell’amico possa fare una cosa illegale, che un appalto possa essere addomesticato, che una cricca gestisca i soldi pubblici, che un concorso possa favorire un predestinato, che un prepotente possa prevaricare la libertà dell’altro.

Per rimanere l’unicum che siamo c’è bisogno del concorso di tutti. Gli imprenditori che sappiano gestire le tante occasioni di collusione (anche a volte perdendo qualcosa), che i politici siano trasparenti e coraggiosi, che i cittadini sappiano educare le nuove generazioni alla legalità. Una cultura di società che possa renderci sempre orgogliosi di appartenere a questo antico pezzo di terra, da dove inizia l’Italia, isolando i don Rodrigo alle prime avvisaglie. Per avere la libertà di esprimersi, di criticare per migliorare, di osservare per storicizzare il reciproco rispetto.

il Volantino, 19 settembre 2020

Alfredo De Giuseppe

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