La mia colonna del 2020-09-12

Le prime elezioni regionali si tennero nel maggio 1970. Molti, fin dal 1946, si erano opposti alla nascita di un nuovo Ente come le Regioni, per evitare lo scatenarsi di nuovi appetiti, nuove mafie, senza prima aver risolto il grave problema del Mezzogiorno d’Italia. Era come spezzettare il Paese prima ancora che fosse realmente nato. E così fu.

Il primo Presidente della Regione Puglia, dall’8 giugno 1970 fino al 16 giugno 1975, fu Gennaro Trisorio Liuzzi, della Democrazia Cristiana, che era al contempo Sindaco di Bari. Nato a Spinazzola, avvocato, era stato un giovanissimo assessore e poi, appena quarantenne, primo cittadino del capoluogo. Nella prima balbettante fase della nuova Istituzione, cercò di creare una programmazione economica e territoriale, ma in definitiva fu continuamente bloccato dalle decise opposizioni interne.

Gli successe un altro democristiano, Nicola Rotolo di Castellana Grotte, anche lui già sindaco della sua città e, come Liuzzi, allievo e amico di Aldo Moro. Membro del Consiglio Regionale della Puglia dal 1970, e quindi Presidente dal 4 agosto 1975, al 29 settembre 1978. Proprio la morte di Moro costrinse Rotolo alle dimissioni (e al termine della sua attività politica), perché mutarono immediatamente gli equilibri interni alle correnti DC. Fu la sua nemica storica, l'onorevole Maria Miccolis, a porre fine a quell’esperienza, grazie anche all’adesione di quest’ultima alla corrente dorotea degli onorevoli Lattanzio, Rumor, Piccoli, Colombo e Andreotti. Dei problemi della Puglia non se ne parla.

Dopo due baresi arrivò il primo leccese, Nicola Quarta di Campi Salentina. L’insediamento di Nicola Quarta segnò l’inizio delle guerre aperte all’interno della Balena Bianca.  La sua elezione fu una specie di romanzo di tradimenti e dispetti: “Rotolo, il suo predecessore, temendo per la propria presidenza, aveva deciso di abbandonare i morotei, ormai orfani dello statista, e di accordarsi con il rivale storico di Moro in Puglia, Vito Lattanzio. Fu in questo frangente che Quarta, fino a quel momento seguace di Lattanzio, approfittò del contestuale strappo tra questi e Giulio Andreotti, rimanendo fedele al presidente del Consiglio. In questa girandola di posizionamenti, Quarta beneficiò del gioco incrociato delle correnti democristiane e del sostegno degli stessi morotei che, sotto la guida di Vincenzo Sorice, decisero infine di sostenere l'elezione di Quarta, per punire il tradimento di Rotolo.” Governò insieme al PSI, al PSDI e al PRI dal 1978 al 1983.

Nel luglio 1983 tentò il tarantino Angelo Monfredi, che gettò la spugna già nel settembre dello stesso anno. Monfredi era stato sindaco di Taranto alla fine degli anni ’50, quando bisognava decidere cosa fare con l’Italsider. Negli anni ’80 ancora dichiarava:  “Se ce lo avessero chiesto, avremmo costruito lo stabilimento anche in pieno centro cittadino. In piazza della Vittoria, nella Villa Peripato, a Lungomare”.  La DC corse ai ripari e richiamò il primo presidente Gennaro Trisorio Liuzzi che concluse la sua legislatura nel maggio 1985.

A quel punto c’era bisogno di rinnovamento. Venne eletto Salvatore Fitto, il più suffragato di Puglia. Riesce a mettere insieme le correnti DC, anche attraverso una spartizione più scientifica delle poltrone regionali. Nato a Maglie nel 1941, muore nell’agosto del 1988 in un incidente stradale verso Latiano, interrompendo la sua presidenza iniziata nel maggio del 1985.

A Fitto subentrarono prima Giuseppe Colasanto che concluse nel 1990 la quarta legislatura e poi Michele Bellomo, sempre del partito della Democrazia Cristiana, fino al 1992.

Il primo timido tentativo di un socialista, Cosimo Convertino, fu fatto nell’ottobre del 1992 concludendo però l’esperienza dopo appena due mesi. Nella V legislatura, il sistema mostrò tutti i suoi limiti: ci furono ben 5 Presidenti: ancora nel 1992 Giovanni Copertino, nel 1993 Vito Savino e nel 1994 Giuseppe Martellotta, tutti DC.

Nel 1995 iniziò l’epoca dell’elezione diretta del Presidente, in pieno berlusconismo. Da Forza Italia venne eletto nell’aprile del 1995 il barese Salvatore Distaso che governò fino al 2000 con AN e CCD. 

Poi nel 2000 toccò a Raffaele Fitto, sempre di Forza Italia, che governò fino al 2005 con gli stessi partiti di centro-destra.

L’ottava legislatura, nel 2005,  vedeva vincente Niki Vendola, grazie all’unione di tutte le formazioni di  centro-sinistra. Fu riconfermato nel 2010,concludendo la sua esperienza nel giugno 2015.

L’eredità di Vendola fu colta nel 2015 da Michele Emiliano del PD, che da sindaco di Bari si era fatto notare anche a livello nazionale.

Questa breve ricognizione sulla storia dei Presidenti della Regione Puglia dimostra che fino all’elezione di Niki Vendola del 2005 era stato tutto un susseguirsi di giochi di potere, prima tutti interni alla Dc e poi del CAF prolungato col berlusconismo. Poltronificio a go-go, assunzioni senza alcun controllo, spese allegre, compreso imponenti acquisti di strumenti finanziari farlocchi. La programmazione del territorio completamente assente, il turismo come componente accessorio, la logica spartitoria dei potentati politici come unico faro di governo.

L’elezione di Vendola ha segnato uno spartiacque per la Puglia: un popolo sentiva di essersi finalmente liberato della vecchia politica, di aver dimostrato al mondo che non c’erano più pregiudiziali di tipo sessuale, che anche il sud poteva aspirare ad una nuova epoca. Niki, con tutti i suoi errori (in politica non esiste la perfezione), ha comunque portato la nostra Regione alla ribalta mondiale con una serie di politiche giovanili e culturali di primissimo livello. Oggi la Puglia è una delle regioni più visitate, una delle più apprezzate, una regione che è riuscita a caratterizzare molte sue micro-aree, portando ad esempio il Salento su livelli di attenzione mai visti prima. Vendola ha significato una rivoluzione gentile e in Italia non è una cosa facile. Speravamo che quella pagina potesse portare un’evoluzione definitiva, un pensiero più orientato al Mediterraneo, più aperto alle diversità, più attento agli ultimi e invece ci ritroviamo un candidato di Fratelli d’Italia, il partito direttamente collegato a tutte le aree della destra estrema. Un candidato che per di più è il figlio di quella vecchia Dc, quella di destra, trasformatosi oggi in antieuropeista, razzista e intollerante. Fitto è un salto all’indietro pericoloso, un inganno della storia, un intreccio con le peggiori pulsioni autonomistiche, una sconfitta di un intero popolo (anche di quello che lo voterà).

il Volantino, 12 settembre 2020

Alfredo De Giuseppe

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