La mia colonna del 2020-08-01

C’è una foto che in questi giorni compie 30 anni ma che probabilmente sarà attuale anche nei prossimi millenni. Il 5 settembre 1977 fu lanciata la sonda Voyager 1 che viaggiando per anni e anni ha superato  le colonne d'Ercole del Sistema Solare entrando nello spazio interstellare, quell'invisibile confine dove il vento di particelle proveniente dal Sole incontra il vento interstellare. Era il settembre del 2013. Nel giugno 1990, giusto trent’anni fa, quando era a 6 miliardi di km di distanza, la sua macchina fotografica fu posizionata verso la Terra. Venne fuori la foto che fu denominata “Pale Blue Dot” (Punto Azzurro Pallido), un’immagine che ci identifica per quello che siamo: un puntino disperso nell’immensità di una miriade di stelle, pianeti, lune, buchi neri, comete e asteroidi, dentro un fascio di luce dal coloro marrone. La sonda costruita dall’homo sapiens del Pianeta Terra, fra 30.000 anni uscirà completamente dalla Nube di Oort ed entrerà nel campo di attrazione gravitazionale di un'altra stella. Ad oggi Voyager 1 è ancora funzionante: si sta dirigendo in direzione della costellazione dell'Ofiuco e tra 38.000 anni passerà ad una distanza di circa 1,7 anni luce dalla stella Gliese 445, situata nella costellazione della Giraffa.

Ho sempre seguito con passione le vicende dell’uomo nello spazio, da quando nel 1969, all’età di 11 anni, rimasi in piedi tutta la notte per vedere Neil Armstrong passeggiare sulla luna e ascoltare mia nonna, incredula, esclamare cose sensazionali di fronte a quell’apparecchio che in bianco e nero faceva vedere tutto l’universo in un’altra ottica. L’esplorazione dello spazio è la dimostrazione più evidente dei progressi della mente umana nell’arco di pochi secoli: la scienza e la tecnica contro gli dei e le leggende. Il mio sano dubitare, il mio amore per l’esplorazione dell’esistenza reale, mista al pensiero critico, nascono quella notte del 21 luglio 1969.

A fare pressioni sulla NASA per ottenere dalle sonde Voyager le immagini della terra dal suo confine solare fu Carl Sagan, uno scienziato, divulgatore statunitense che per tutta la vita si batté contro le guerre, per un nuovo umanesimo scientifico. Da astronomo ha compiuto numerose scoperte sulla consistenza dei pianeti del sistema solare, ha scritto centinaia di articoli scientifici e pubblicato molti libri, anche romanzi di fantascienza. Ma la cosa più bella la scrisse in merito a quella foto del nostro pianeta, a quel puntino grande come un pixel che da 6 miliardi di km di distanza appariva ancora più provvisorio, più sospeso, più inglobato dentro una vicenda fisica di dimensioni enormi, anzi fuori ogni logica di dimensione.

Nel suo libro del 1994 “Pale Blue Dot: A Vision of the Human Future in Space”, Carl Sagan scrive:

“Da questo distante punto di osservazione, la Terra può non sembrare di particolare interesse. Ma per noi, è diverso. Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. È noi. Su di esso, tutti coloro che amate, tutti coloro che conoscete, tutti coloro di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita. L'insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, così sicure di sé, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e plebeo, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni "superstar", ogni "comandante supremo", ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì, su un minuscolo granello di polvere sospeso in un raggio di sole. La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica.

Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria e nel trionfo, potessero diventare per un momento padroni di una frazione di un puntino. Pensate alle crudeltà senza fine inflitte dagli abitanti di un angolo di questo pixel agli abitanti scarsamente distinguibili di qualche altro angolo, quanto frequenti le incomprensioni, quanto smaniosi di uccidersi a vicenda, quanto fervente il loro odio. Le nostre ostentazioni, la nostra immaginaria autostima, l'illusione che noi abbiamo una qualche posizione privilegiata nell'Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c'è alcuna indicazione che possa giungere aiuto da qualche altra parte per salvarci da noi stessi. La Terra è l'unico mondo conosciuto che possa ospitare la vita. Non c'è altro posto, per lo meno nel futuro prossimo, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Colonizzare, non ancora. Che ci piaccia o meno, per il momento la Terra è dove ci giochiamo le nostre carte. È stato detto che l'astronomia è un'esperienza di umiltà e che forma il carattere. Non c'è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo. Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci più gentilmente l'uno dell'altro, e di preservare e proteggere il pallido punto blu, l'unica casa che abbiamo mai conosciuto.»

Leggere, almeno una volta la settimana, un pensiero così terreno può aiutare a comprendere l’infinitesimo che è in noi, può aiutare ad accettare la nostra esistenza. 

il Volantino, 1 agosto 2020

Alfredo De Giuseppe

 

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