La mia colonna del 2020-08-15

Ennio Flaiano è un Pasolini più sarcastico e meno arrabbiato, più disincantato e meno politico: osserva con una certa disillusione l’italiano medio, lo analizza e lo traspone nella realtà cinematografica. E non riesce a farselo piacere, mai, proprio per niente. Ho letto con interesse una serie di suoi scritti pubblicati sotto il titolo de “L’occhiale indiscreto” (Adelphi 2019) che raccoglie elzeviri di costume apparsi su vari giornali dal 1941 al 1972. Flaiano è un intellettuale eclettico che si occupa di tante cose, fra l’altro è l’autore, lo sceneggiatore di quasi tutti i film di Fellini e di altre centinaia di produzioni, di cui alcune di livello internazionale, come Vacanze Romane con  Gregory Peck e Audrey Hepburn.

Nell’agosto del 1970 scriveva un pezzo dal titolo “In Italia uomo vuol dire dottore”:

Il concetto di simbolo di prestigio è difficilmente definibile in un paese come l’Italia dove, per esempio, l’infima macchina utilitaria, la 500 Fiat, viene proposta in due versioni: normale e di lusso. O dove la donna a ore spende l’equivalente del suo salario di un anno per la comunione o la cresima del figlio. O dove il mendicante che viene ogni sabato a prendere il suo obolo arriva un bel giorno con la bomboniera delle sue nozze d’argento. Dove, in altre parole, i vari strati sociali sono in continua reciproca imitazione e sommovimento, e le feste più illustri sbracano a un certo punto nella spaghettata; e ciò che fa il monaco è esclusivamente l’abito. Un paese, infine, dove si pubblicano infiniti “Who’s who’”, uno dal titolo quasi dialettale, “Lui, chi è?”: i quali tutti servono per la vanità di piccoli professionisti e poeti regionali, o di industriali allo stato brado, deputati scaduti, miss degli anni scorsi, mostri televisivi, direttori di società sportive o semplici neo-dottori. Un paese dove, appunto, il titolo di dottore è finito nei parcheggi. D’altro canto, i veri simboli di prestigio sociale non si sottraggono al sospetto del logorio. La enorme villa diventa scomoda perché mancano gli schiavi e la domenica bisogna arrangiarsi con la spesa alla tavola calda, i panfili panamensi hanno equipaggi restii a lasciare i porti, le feste in costume finiscono nelle riviste illustrate per la perfida gioia di chi non vi è stato invitato. Nelle varie società nessuno accetta il suo ruolo, tutti tendono a mettersi in evidenza, rubandosi le battute”.

Ennio Flaiano è morto d’infarto nel 1972, tre anni prima di Pier Paolo Pasolini, che invece fu massacrato sulla spiaggia dell’idroscalo di Ostia. Due italiani che cercavano di moderare l’atavica retorica del nostro popolo, che cercavano di infondere dubbi dove le certezze avevano prodotto disastri, che cercavano di ripulire la cultura dalle incrostature del conservatorismo religioso. Due italiani osteggiati, a volte odiati e puniti. Mi chiedevo che cosa due come loro potessero osservare oggi, nella selva delle notizie diffuse in ogni istante della nostra vita. E io giocando con loro due, come farebbero con uno come me, invio loro delle brevi informazioni, tanto per tenerli in allenamento, anche se possono sembrare due atleti giunti stanchi alla maratona della modernità, con un traguardo che si allontana sempre di più.

Questo è il tempo, che non era stato preventivato, in cui un laureato porta le pizze a casa dell’impiegato statale, pedalando su veloci biciclette avendo sulle spalle un pesante contenitore termico; si intravede il professore che arrotonda il magro stipendio facendo l’esperto grafico; si può vedere per strada l’anziano senza pensione imbucare volantini promozionali nelle cassette delle lettere; l’altro giorno in tv facevano il solito servizio sulle vacanze estive: sul litorale romano (vicino all’idroscalo di Ostia) l’80% dei ragazzi aveva il collo, almeno un braccio e parte della schiena completamente coperti da colorati tatuaggi senza senso; le prostitute sono diventate escort, le labbra hanno tutte un po’ di silicone, le dive più pagate sono quelle che chattano meglio col telefono portatile; questa rinnovata umanità ama molto gli animali, ci sono dappertutto fotografie di deliziosi cani e gatti: al confronto un bambino di colore che sta per affogare nel Mediterraneo ha la metà della pietà di un gattino lasciato mezz’ora sul sedile dell’automobile; c’è sempre più presente in noi l’ammirazione della ricchezza, non più con invidia, ma come semplice fatto da fotografare, per  illuminarsi  un attimo dentro di essa: più ricco sei, più amato sei (almeno di quell’amore superficiale che ormai pervade ogni nostro passo);  permane il mestiere del religioso e quello del politico, eterno candidato a qualcosa; lo scrittore frequenta soprattutto festival: i libri son fotocopie del suo ultimo successo; la Tv si è moltiplicata per mille, il nostro cervello recepisce milioni di informazioni in più, ma non ci hanno dotati ancora del decodificatore, per cui tutto va bene; il fascismo e il razzismo, nascosti dentro un barattolo di vetro per alcuni decenni, son tornati, sotto altre forme, ma sempre sfrontati nei modi e patriottici nelle parole.

L’italiano delle commedie anni ‘60, quello bonaccione e portato alla confidenza e alla cordialità non esiste più: qui si battaglia su ogni dettaglio, la vita è diventata più logorante della vecchia pubblicità del Cynar, nonostante la forza del marketing, le palestre aperte anche di notte, le diete personalizzate e le auto col navigatore incorporato. Per sopravvivere saremmo capaci di qualsiasi cosa, anche di inventarci presidenti non eletti, soldi fatti da giochi finanziari incomprensibili, banche senza patrimonio e canzoni senza cantanti.

Ennio e Pier Paolo, vi ho dato un po’ di materiale: adesso scrivete una nuova sceneggiatura.

il Volantino, 15 agosto 2020

Alfredo De Giuseppe

 

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