La mia colonna del 2020-07-18

Ma chi ha inventato il marciapiede? Con quale scopo? Gli antichi romani, che sono stati i gran maestri dell’ingegneria stradale, costruivano a schiena d’asino, cioè le strade al centro erano leggermente più alte e le acque scorrevano naturalmente verso i lati. Dove era necessario delle feritoie facevano a loro volta disperdere le acque in altre direzioni (campagne e cisterne) al fine di lasciare la sede stradale sempre pulita. Nessun marciapiede. E così è stato fino alla rivoluzione industriale, fino a metà ‘800 quando gli anglosassoni, in genere molto poco accurarti nella pulizia, si accorsero che alcune malattie derivavano dai depositi di rifiuti (già tossici) che si formavano vicino alle case. Nacque per questo motivo, fra Regno Unito e Stati Uniti, l’idea di sopraelevare la sede stradale nei pressi delle case, delimitando con un cordolo molto alto la strada, sempre più frequentata da carrozze e cavalli, dal camminamento degli umani. Una volta assodato che quello era il modo di costruire, sotto il marciapiede furono organizzati i servizi di fognatura e di illuminazione pubblica, dando ulteriore significato al rialzo protettivo. 

Naturalmente il marciapiede ha creato a sua volta notevoli problemi, primo fra tutti la sua accessibilità, la sua difficoltà realizzativa e la disarmonia del contesto architettonico. Ormai in quasi tutte le città del mondo, compreso quelle anglosassoni (nel frattempo diventate pulite) le strade sono progettate tutte a raso, specie nei centri storici, dove spesso il marciapiede risulterebbe di dimensioni così piccole da essere un vero ostacolo, un costante pericolo alla circolazione pedonale. Se si potesse fare una statistica di questi ultimi cinquant’anni di quante cadute, fratture e morti sono state causate dai marciapiedi (da quel micidiale cordolo affilato in pietra dura) avremmo dati impressionanti. La loro stessa esistenza ha smesso di essere una protezione ed è diventata un pericolo permanente, soprattutto per chi deambula con difficoltà, chi guida una carrozzina, un bambino col triciclo, per il semplice fatto che non son fatti con omogeneità ma di volta in volta adattati alle esigenze del traffico urbano e alla composizione della sede stradale. Oggi in tantissime città i marciapiedi, così come sono stati intesi per un paio di secoli, vanno sparendo: le strade si costruiscono in modo concavo (le acque scorrono al centro), ai lati le persone e le biciclette possono circolare senza pericoli, con delimitazioni molto leggere. Nei Paesi più civili basta una striscia gialla, in altri si preferisce delimitare con dei tubulari in ferro, con delle catene, magari esteticamente accettabili.

Pensavo tutto questo osservando i lavori in corso d’opera vicino al Palazzo dei Trane, a Tutino di Tricase. Nell’arco di poche decine di metri ho visto e fotografato almeno sette diversi marciapiedi, modalità e materiali differenti, un’inutile suddivisione della piazza in più parti, ben delimitate dai rialzi in pietra di Soleto. Eppure la soluzione a raso era la più semplice, la più economica ed anche la più elastica, quella cioè che permetterebbe un utilizzo diversificato nel tempo, non potendo ipotecare il futuro. Mi sono chiesto il motivo di tale sciatteria, anche se spesso alla perdita del buon senso non c’è una spiegazione precisa ma un coacervo di questioni burocratiche e superficialità. In questo specifico caso una benemerita Associazione di Tutino ha segnalato per tempo sia a mezzo stampa che al Comune e alla Sovraintendenza l’inadeguatezza di tale opera, con marciapiedi inutili e inappropriati al luogo, con la solita lingua d’asfalto nero al centro della carreggiata (che poi diventa una specie di linea continua su cui scorrere ad alta velocità). Le risposte sia verbali che scritte hanno lasciato tutti di stucco: la sovraintendenza ha considerato storico un marciapiede costruito negli anni ’70, il Comune non ha inteso rivedere il progetto, i politici pensano che non sia loro competenza, come se la bellezza, l’utilità e la fruibilità non fossero un bene comune. Nessuna revisione complessiva dell’intera area che coinvolge il Castello ma una semplice pavimentazione in pietra, fatta in fretta e furia tanto per dire che qualcosa si è fatto. Intanto il marciapiede avanza, tranne nelle vicinanze dell’ingresso del castello, dove l’alto lignaggio dei futuri frequentatori li preserverà anche dalle brutture.

In generale pare che al sud Italia si amino ancora i marciapiedi come segno di un’acquisita civiltà urbana, come un’opera su cui ingegnarsi per raccordare case e strade, come monumento allo spreco del denaro pubblico, come del resto è successo con le centinaia di rotatorie di cui almeno la metà totalmente inutili (e aggiungerei pure le aiuole di fiori intorno ai monumenti). C’è da fare la considerazione che molte opere siffatte negli anni appena trascorsi sono già in fase di revisione, sono già vecchie e sono fonte di nuovi progetti. Forse il meccanismo è tutto qui: far finta di sbagliare, a cominciare dal progetto, per ricominciare tutto daccapo, un’opera non deve mai davvero sembrare completata, è sempre un cantiere aperto, sempre un tesoretto a cui attingere. I marciapiedi, nella loro infinitesima importanza, dimostrano quanto la nostra Sovraintendenza sia poco incline al dialogo, quanto la burocrazia sia invincibile, quanto ci sia ancora da lottare nella gestione delle opere pubbliche. Perché costino di meno, perché siano più belle, perché ci sia sempre una filosofa dietro la loro realizzazione, non la logica del fare tanto per fare, perché ci sono arrivati i soldi, o peggio ancora per accontentare poche persone.

Le strade, le piazze devono diventare degli spazi aperti, liberi, delimitati con logica leggera. Se andate a ben vedere nella fase realizzativa nessun monumento storico ha mai avuto bisogno di un marciapiede per essere valorizzato. La vita di un paese si costruisce anche dal suo aspetto estetico: è dimostrato che una bruttura pubblica favorisce insediamenti allucinanti, modalità distorte di convivenza civile. 

il Volantino, 18 luglio 2020

Alfredo De Giuseppe

 

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