La mia colonna del 2020-06-20

Il 12 giugno i medici e infermieri cubani che son venuti ad aiutare quelli lombardi durante la fase acuta del Covid-19 sono tornati all’Avana. Dopo aver gestito al meglio, in modo professionalmente perfetto un ospedale da campo organizzato a Crema, sono stati accolti in patria come eroi, i loro pullman scortati con bandiere e strombazzate di clacson, la gente per strada li aspettava per applaudirli. Sembrava la scena finale di un’importante gara sportiva, il tripudio popolare verso una vittoria inaspettata. Eppure si tratta di giovani che avevano fatto semplicemente il loro dovere andando in soccorso in una specie di zona di guerra, andando con ardore dove c’era più bisogno, dove era giusto esserci. Alcuni artisti hanno dipinto in loro onore dei giganteschi murales dove si esalta l’orgoglio di avere aiutato altri popoli. La vicenda è molto bella e anche commovente perché porta in sé una serie di implicazioni che noi tendiamo a dimenticare.

La sanità cubana è esclusivamente pubblica e garantisce, con ottimi risultati, cure e programmi di prevenzione di buona qualità a tutta la popolazione. Cuba ha tre livelli di assistenza: un primo livello è garantito da oltre 32.000 medici di famiglia. Ogni medico ha in carico circa 120-160 famiglie e, affiancato da un’infermiera, svolge attività di prevenzione e di cura sia ambulatorialmente che a domicilio. Il secondo livello è gestito da 490 policlinici che collaborano con il medico di famiglia, che ha eventualmente chiesto visite specialistiche o piccoli interventi. E infine un terzo livello di assistenza è assicurato da 222 ospedali a elevata specializzazione, alcuni dei quali di rilievo internazionale. I medici cubani guadagnano circa 100 € al mese e un po’ più di mille nelle missioni all’estero (sono molto richiesti in Brasile, Venezuela e in tutta l’America Latina). In sostanza una sanità pubblica efficiente che garantisce le migliori cure a tuti gli undici milioni di cittadini.

Non voglio fare l’esaltazione del comunismo o del sistema cubano nel suo complesso, però mi viene l’obbligo di fare un paragone con i tanto decantati Stati Uniti, la culla della libera impresa, della libertà, delle opportunità e delle ricchezze stratosferiche. In quel Paese, così importante da esportare ogni loro modello culturale, c’è una sanità prevalentemente privata basata su un sistema di assicurazioni sanitarie negoziate per lo più con il datore di lavoro, che detrae le quote direttamente dallo stipendio. Da una simile organizzazione però rimane esclusa una larga parte di popolazione, ad esempio coloro che, pur avendo un reddito medio, non si possono permettere di pagare il premio annuale dell’assicurazione privata, come le giovani coppie o gli immigrati, oppure disoccupati o coloro che non riescono ad instaurare il rapporto tramite il datore di lavoro perché cambiano spesso professione. Anche i giovani compresi tra i 18 e i 24 anni che non hanno un reddito sono esclusi così come tutti i bambini delle famiglie indigenti. Si deduce chiaramente che la copertura sanitaria negli U.S.A. è molto legata alla propria situazione professionale e al reddito: praticamente oltre 50 milioni di persone non hanno cure a sufficienza per la loro salute. Uno dei diritti principali dell’uomo viene negato ad un numero incredibile di persone in funzione del loro reddito e al fine di perseguire il maggior profitto possibile. Un modello che a qualcuno piacerà ma che in definitiva sancisce la differenza fra le persone, contro ogni dichiarazione di principio delle varie Costituzioni e sanciti dalla Carta dei Diritti dell’Uomo.

L’Italia è nella via di mezzo. C’è una sanità pubblica che per certi versi è eccellente ed universalistica, e c’è una sanità privata più specialistica, basata soprattutto sui contributi pubblici. Un ibrido che non va più bene. A questo aggiungi che i medici, nonostante siano ben retribuiti anche nella sanità pubblica, aspirano costantemente ad avere una loro libera impresa come privati. Si creano spessissimo dei nonsense, con i reparti degli ospedali pubblici sempre intasati e in costante difficoltà organizzative e quelli privati ben sistemati e puntualissimi, pur essendo gestiti dagli stessi primari e nello stesso Comune. Durante la stagione pandemica dell’ultimo Coronavirus è stata evidente la dicotomia e l’ingiustizia: da un lato gli ospedali pubblici impegnati in una lotta serrata e difficoltosa e quelli privati esentati da ogni obbligo organizzativo. In questi ultimi anni le operazioni più convenienti da un punto di vista della remunerazione economica vengono effettuate nelle cliniche private e quelle di routine negli ospedali pubblici. I medici impiegati nel pubblico possono ricevere a pagamento gli stessi pazienti dell’ospedale, i venditori di ogni cosa inerente la sanità sono sempre dietro la porta e le cliniche private sono sempre più affascinanti da un punto di vista estetico/architettonico. A tutto questo bisogna aggiungere le 20 diverse sanità delle 20 Regioni italiane, tutte con le loro inefficienze, con le loro ingerenze politiche, con le loro inefficienze organizzative (senza parlare dei moltissimi casi di corruzione e di estrema avidità).

I ragazzi cubani venuti in Italia sono poveri però amano il loro lavoro, praticano la scienza senza fanatismi, curano le persone in quanto umani, cercano scampoli di libertà anche migliorando il sistema nel quale vivono, hanno la speranza di un mondo migliore. I poveri dei Paesi più ricchi, invece, muoiono senza neanche coltivare la speranza. Vedere quelle immagini festose da Cuba permette di coltivare il dubbio da che parte stare. 

il Volantino, 20 giugno 2020

Alfredo De Giuseppe

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