La mia colonna del 2020-05-16

Al di là delle battute alla Vittorio Feltri, al di là di un odio sotterraneo persistente in Italia ormai da decenni, Silvia Romano, una volontaria milanese, il 10 maggio è tornata a casa dopo 18 mesi di prigionia, fra Kenia e Somalia. Probabilmente dietro il pagamento di un ingente riscatto, sicuramente dietro il lavoro dei servizi segreti, italiani e stranieri. E precisamente sotto la regia del MIT, i servizi segreti turchi, alle dirette dipendenze di Erdoğan. Dietro questo interesse turco c’è molto da sapere e da capire: la Turchia è diventata la nazione di riferimento in quel triangolo d’Africa. Quando una violenta carestia colpì nel 2011 la già affamata Somalia, l’unico leader che prestò soccorso in modo continuativo fu il leader turco. Erdoğan rimase impressionato dalle condizioni del Paese e ordinò di fornire ingenti aiuti umanitari, che divennero il cavallo di Troia per concludere accordi di tipo diplomatico, con l'apertura della più grande ambasciata turca in Africa nel 2016, commerciale con oltre 250 milioni di dollari di scambio commerciale,  logistico con le compagnie turche che gestiscono porto e aeroporto, scolastico e sanitario (a Mogadiscio è attivo il polo ospedaliero "Recep Tayyip Erdoğan"). Ad impressionare è stato il numero di progetti a livello commerciale, militare ed edilizio realizzati dalla Turchia, un dato in forte contrasto con le strategie intraprese e abbandonate dai paesi occidentali nel recente passato (Italia in primis).

Per farla breve: la ragazza italiana è libera grazie agli accordi fra Turchia e Somalia e naturalmente fra Italia e Turchia. E fin qui è tutto nella normalità delle strategie geo-politiche, delle mosse dei servizi segreti, degli accordi fra Stati, dei patti non scritti fra delinquenti di ogni risma e polizie di ogni nazione. Massima copertura mediatica, massima soddisfazione governativa, ottima notizia in un momento greve e triste.

Ma negli stessi giorni succedevano in Turchia altre cose, completamente dimenticate dai media italiani.  Il 7 maggio Ibrahim Gokcek, 41enne bassista della band turca Grup Yorum, è morto dopo 323 giorni di sciopero della fame in un carcere turco, attuato in segno di protesta per le restrizioni del governo nei confronti del gruppo musicale. Il 3 aprile era morta dopo 288 giorni di sciopero della fame la cantante del gruppo, la 28enne Helin Bolek.  Fondato nel 1985 da quattro studenti dell'università di Marmara, Grup Yorum aveva sempre garantito il proprio sostegno e la sua presenza alle lotte della popolazione turca che a quelle internazionali per la giustizia e la libertà, coniugando la vena di protesta con le melodie tradizionali. Le canzoni venivano eseguite sia in turco che in curdo, in arabo e in circasso, sostanzialmente in tutte le lingue parlate in Anatolia. Sono stati imprigionati per il loro impegno a favore della democrazia e della libertà di stampa.

Il gruppo (25 album, oltre due milioni di copie vendute) non si esibiva da anni. Dal carcere i componenti della band chiedevano di essere liberati, che i loro nomi fossero cancellati dalla lista dei ricercati del Ministero degli Interni turco, che venissero chiuse le cause intentate contro di loro e che potessero tornare a esibirsi in pubblico. Erano falsamente accusati di essere dei terroristi, e a questa accusa, sempre facile per un regime, si sono adeguati gli USA, l’Europa e l’Italia. Nessuno ha contestato a Erdoğan la carcerazione di questi musicisti, nessuno ha trovato il tempo di un servizio televisivo, di manifestare la propria indignazione.

Uno dei limiti di questo tempo è l’assordante silenzio sui diritti umani e civili, sulla libertà di espressione in moltissimi Paesi del mondo. Questo limite fa il paio con la disumanità con la quale tanti italiani hanno accolto Silvia Romano, ledendo ogni suo diritto, dicendole di tutto. Sono gli stessi che l’avrebbero fatta diventare una martire se fosse morta, gli stessi che predicano la supremazia della civiltà occidentale, che magari si emozionano per un cagnolino abbandonato e firmano petizioni contro la povertà. Dobbiamo valutare con attenzione quanto sta succedendo a popoli a noi molto vicini: la nostra situazione potrebbe essere meno distante di quanto noi ipotizziamo (persi nelle nostre banalità). La storia della band  Grup Yorum è sintomatica di quanto il silenzio o l’attenzione dei media cambi la percezione della realtà. Noi parliamo, scriviamo e pensiamo ciò che i media, normalmente affiancati ai governi, decidono di cosa si debba parlare e pensare. Le strazianti morti dei due musicisti turchi è una grave perdita per l’umanità, per i liberi pensatori, per tutti noi.     

il Volantino, 16 maggio 2020

Alfredo De Giuseppe

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