La mia colonna del 2020-03-07

La vicenda dell’influenza chiamata coronavirus ha dimostrato alcune cose sulle quali è il caso di riflettere. Innanzitutto c’è da pensare che i social prima o poi faranno scoppiare una guerra nucleare, senza che nessuno sappia risalire alle motivazioni di base. Basterà un twitt di un presidente come Trump, non ben scritto, oppure partito per caso (era uno scherzo al suo ministro), o inserito da un haker dentro il suo social, per far decollare i bombardieri. A quel punto tutto il mondo, compreso il pubblico di Giletti e della D’Urso, darà già per scontato lo sgancio di bombe atomiche, e miliardi di utenti di facebook e instagram daranno immediate valutazioni dell’accaduto e consigli su come salvarsi, e qualcuno dirà di aver visto la bomba mentre cadeva ma non scoppiava, non dimenticando però di andare al supermercato a fare incetta di spaghetti e passata Divella che prima o poi si potranno consumare sotto la cantina di casa.

La guerra prossima ventura sarà quasi da ridere, mentre tutti muoiono, tutti si faranno dei bellissimi selfie e tutti saranno esperti di esplosioni nucleari, da non confondersi con quelle a idrogeno. La benzina non si troverà più, saremo tutti contaminati, ma con il residuo di energia possibile, i telefonini continueranno a trasmettere e così vedremo ancora un Salvini litigare con un Conte oppure il duo Di Battista/Di Maio battersi contro i vitalizi. Le bufale saranno le uniche notizie davvero importanti, e quindi gli Stati dotati di bombe, presi dall’isteria popolare, sganceranno tutto il loro arsenale sul nemico dell’ultimo minuto, quello che ha ospitato un qualche presunto terrorista, oppure contro quello che lo ha criticato per le scelte in materia d’immigrazione. L’informazione in mano a tutti equivale a una continua guerra nucleare e batteriologica.

Mi fa pensare poi la facilità con la quale dalla Cina a Codogno si son sigillate delle città. Ormai quello che prima si chiamava coprifuoco si può realizzare in pochi minuti e con poche mosse. Una cosa che il potere estremo saprà utilizzare al momento opportuno, quando riterrà che è arrivato il momento di tenerci tutti chiusi in casa a guardare i programmi a reti unificate, compreso le partite di calcio a porte chiuse, con il risultato finale già prestabilito con decreto ministeriale (per evitare sommosse popolari).

Un’altra cosa che deve far riflettere è il ruolo delle Regioni, il vero virus contro l’unificazione dello Stato Italiano. Da quando la parola secessione è stata sostituita nel vocabolario politico con il sostantivo federalismo, l’Italia non riesce più a raccapezzarsi. Tutte le Regioni vorrebbero avere più poteri, più soldi, più autonomia rispetto alle regole imposte dallo Stato centrale e dall’Europa. Vorrebbero in definitiva creare lo staterello di pochi intimi, quelli che c’erano nella penisola pre-risorgimentale. Lo Stato-Regione, magari del Salento, della Murgia, della Capitanata e così via, fino alla completa autodeterminazione di ogni piccolo Comune, con il potere in mano al sindaco più bravo con lo smartphone. A me da anni questa divisione della sanità, dei trasporti e delle tasse appare come la più grande fake-news degli ultimi 75 anni, dalla Costituzione in poi. Infatti appena succede qualcosa di veramente importante, si chiami coronavirus, terremoto, acqua alta o disastro ambientale, il meccanismo della propaganda federalista si inceppa e diventa importante implorare l’intervento dell’Italia intera e dell’Europa unita. Una classe dirigente pensante dovrebbe rivedere completamente le funzioni delle Regioni, forse eliminarle completamente, riconnettendo i cittadini alle istituzioni centrali, con maggiore fiducia, serietà e velocità.

Ma più di ogni altra cosa si impone una riflessione sul senso del razzismo. Il vero super-batterio che l’umanità tenta di combattere da millenni, riuscendoci apparentemente per brevi periodi, per poi far ricadere la malattia su tutto il pianeta. L’ultimo virus ha fatto all’improvviso diventare indesiderabili gli italiani in molte altre nazioni, compreso i turisti alle Mauritius e i croceristi della Costa Magnifica. Poi è nato il razzismo tutto italiano dei sudisti verso i nordisti, dei valdostani contro i lombardi e dei marchigiani contro gli emiliani, oltre a quello dei cattolici contro i musulmani, dei sacerdoti contro i febbricitanti.

Fra poco scoppierà di nuovo la guerra fra Tutino e Sant’Eufemia, due storiche frazioni di Tricase, il cui odio risale ai tempi della fondazione, in quanto i Tutinari sembravano di pelle più scura e mangiavano grandi quantità di peperoni. (Si parla già di una dogana nei pressi dell’Aermoda). Il razzismo presuppone chiusura che a sua volta comporta crisi economica, per il semplice motivo che da sempre il libero scambio crea ricchezza, cultura e anticorpi.

Però nonostante la lezione, i salviniani e Salvini stesso hanno avuto modo di dichiarare: avete visto che significa far entrare tutti in Italia? Nel frattempo Erdogan gioca con migliaia di profughi siriani, spingendoli verso l’Europa mentre lui li bombarda dall’altra parte. E mentre i curdi cercano di farci sentire la loro voce disperata, i nostri Renzi stanno studiando come fare sgambetti e polemicucce sul niente. Mentre l’altro soffre noi in genere amiamo girarci dall’altra parte, dove c’è il sole che sorge, dove c’è la speranza. Dimentichiamo, è ovvio, che non c’è speranza finché non cominceremo a ragionare con un cervello evoluto.

 

il Volantino, 7 marzo 2020

Alfredo De Giuseppe

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