La mia colonna del 2020-02-29

Sul mio PC, che ormai ha più di dieci anni, c’è da tempo un’icona che apro di tanto in tanto, forse una volta l’anno, sorrido un attimo, e richiudo.  Quel file voleva essere un libro, uno di quelli che non vedrà mai un editore, il cui titolo provvisorio era “Dal modello Ajax al Consiglio Comunale”. Ma questo ha importanza solo per creare un incipit decente. Quello che mi preme capire è: perché ho amato per tanti anni quella squadra di calcio, quel modello di sport, quel sistema di intendere la vita e il divertimento?

 “In tutte le cose che ho iniziato, ho cercato di imitare il modello Ajax. Quella squadra di Amsterdam che inventò il calcio totale. Un modo aperto di affrontare l’avversario, sempre all’attacco, sempre cercando di segnare. Quando ho fatto l’allenatore delle giovanili, cercavo di imitare il calcio dell’Ajax. Quando ho iniziato imprese, cercavo un gioco di squadra che tenesse conto di un capo riconosciuto e amato, Cruyff, e di tanti grandi collaboratori che corressero ad un solo grido, non disdegnando i lanci millimetrici di un Krol o le incursioni sorprendenti di un Neeskens. Fuoriclasse e terzini rocciosi, piedi sensibili e corse fino allo spasimo.

Tattica del fuorigioco che in realtà significava far muovere la squadra come una fisarmonica, una specie di musica con lo spartito jazz, e il tentativo costante di restringere un campo troppo lungo. Anche il sesso faceva parte del gioco totale: potevi farlo il giorno prima, addirittura un’ora prima della partita, la tua classe non la mettevi in discussione, il sesso non era più una malattia. Essere dell’Ajax significava essere i migliori, anche i più belli, senza scomporsi, senza andare a mendicare mai niente, vivere per giocare, e farlo per divertirsi. Presuntuosi al punto di poter perdere ed essere sempre considerati i migliori, vincere in scioltezza, semplicemente giocando tutti insieme verso l’unico fine del gol .

Organizzare una squadra da calcio totale è stata in definitiva la mia vera aspirazione in ogni campo dove mi ci sono trovato, a partire da quei primi anni settanta. Quando mi sono accorto di non avere il fisico (e la rapidità felina) di un Cruyff ho preferito giocare i tornei da bar di tutta la provincia piuttosto che misurarmi con lui: alla fine ho vinto alcuni combattuti tornei estivi con il numero 14 sulle spalle e ciò mi è bastato. Ma la speranza non l’ho mai persa: vincere senza rubacchiare, competere con un gruppo felice, giocare per non sentirsi troppo serio, per non pensare sempre alla morte, emozionarsi insieme agli altri per sentire il gusto della vita. Vita totale, filosofia rischiosa”.

Questo scrivevo in quella che doveva essere una specie di prefazione del libro. Ma oggi mi accorgo che quel modello Ajax, nel profondo, significava molto di più.

Quei ragazzoni rappresentavano la nuova Europa, quello spirito nuovo del continente dell’Illuminismo, quelli che vivevano a ritmo di rock, tra i Rolling Stones e i Pink Floyd. Erano quelli nati dopo il più devastante conflitto mondiale, prima poveri poi benestanti, educati alla democrazia, alla tolleranza, alla visione globale. Non c’erano ancora i naziskin, nessun si dichiarava suprematista bianco, le donne potevano muoversi liberamente, il lavoro aveva una sua essenza, una sua intrinseca dignità. Le socialdemocrazie nordeuropee insegnavano al mondo il welfare che teneva conto delle differenze, senza mai dimenticare i più poveri, che accettava la ricchezza ma senza le esagerazioni degli anni successivi. Quella squadra era la dimostrazione vivente che un altro mondo era possibile, ecologico e antimilitarista, contrapposto ai blocchi ideologizzati degli americani e dei russi. La squadra dove le individualità si esaltavano nella compattezza, dove gli spigoli si smussavano davanti a una birra. L’Ajax, modificando l’approccio allo sport, aveva  dimostrato la forza dell’umanesimo: la giusta dose di atletismo, con le corrette preparazioni di base e poi tanto pallone, tante partite, di tutti i tipi, con i ragazzi, dilettanti e professionisti. Tutto il contrario di quello che era in voga in Italia: niente pallone per almeno i primi venti giorni di preparazione, che era noiosa e ripetitiva, evitava solo gli infortuni ma non aggiungeva quasi niente alle prestazioni dei singoli. Con il divieto assoluto di pallone e sesso, tutto sul filo dei nervi, tutto basato sulla massima concentrazione. Una trasposizione trascendentale del  fondamentalismo religioso, con il divieto per il gioco e per il piacere.  In un certo senso, per una decina d’anni, quella squadra rappresentò la nuova Europa, quella che tutti noi sognavamo, quella che sarebbe dovuta essere. Ora di quell’utopia, di quella squadra non è rimasto quasi nulla se non qualche filmato su YouTube, qualche sussulto quando sento parlare delle cicale olandesi, come dire gli spreconi del proprio genio. Non è rimasto quasi nulla di quel sogno europeo, di quel vagheggiare un continente davvero unito nelle sue forme di Stato, nelle sue capacità di compattezza. Gli individualismi, a volte davvero infimi, hanno finito per battere la squadra più forte che sia mai esistita.

                                                                                                                             il volantino – alfredo

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