La mia colonna del 2020-02-22

Dopo M, il libro di Antonio Scurati che ha vinto il Premio Strega 2019, in questi giorni sta suscitando un certo interesse il libro dello storico Francesco Filippi da titolo “ Mussolini ha fatto anche cose buone” (l’ha detto in maniera seria, pochi mesi fa, anche l’europarlamentare Antonio Tajani, uno dei leader di Forza Italia), e con sottotitolo “Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo”.

Nonostante, come afferma l’autore, spesso si tratti di fatti ovvi per gli storici, ancora oggi circolano in ogni dove vignette, slogan e immagini del duce corredati da importanti didascalie in stampatello che lo immolano a vittima del condizionante strapotere nazista: «Italiani brava gente»; Mussolini depuratore dell’illegalità: «Quando c’era Mussolini non esisteva la mafia»; Mussolini bonificatore: «Ha bonificato l’Agropontino»; il duce previdente e previdenziale: «Ha dato le pensioni» il difensore dei diritti delle donne che amò le donne: «Ha dato il voto alle donne». Se per i tanti che conoscono gli accadimenti storici e gli orrori di quel periodo, frasi del genere possono far sorridere solo per brevi istanti, per altrettanti vulnerabili soggetti, le medesime potrebbero tuttavia essere incontrovertibilmente travisate tanto da determinarne una preoccupante costruzione di coscienza critica e conoscenza storica, pericolosamente distorta. Nel prezioso saggio scritto da Filippi, attraverso una attenta e inoppugnabile documentazione, vengono smontate, una a una, le vaganti, pietose bufale sul fascismo e la figura di Mussolini. La sua disamina oppone quello che fu il ventennio fascista, ossia un regime dispotico, violento, inefficiente che soffocò il popolo italiano, a queste storielle da Gran Consiglio dei Dieci Assenti, di fantozziana memoria (dalla recensione di Margherita Ingoglia).

Inoltre Filippi, con il suo lavoro di scoperchiamento delle fake news consente al lettore di conoscere il modus operandi del dittatore, mostrando quella che fu, forse, la più grande ingegneristica operazione di propaganda durante gli anni del Ventennio. Un regime di apparenze e slogan. Una politica di facezie, costruita con articolata e sofisticata retorica. Un fanatico montaggio di facciata, incentrato sull’esaltazione dei valori della forza, della giovinezza, dell’energia e della grandezza del popolo italiano. Valori, tutti, che si incarnavano nella figura del duce. I mezzi utilizzati furono gli organi di stampa, i cartelloni pubblicitari, i cinegiornali, le trasmissioni radio, tutte controllate con maniacale costanza. Una politica, quella operata durante il Ventennio, violenta e fumosa, imperniata sul maschile e sul maschilismo a tutela dell’onorabilità: del duce, dei valori fascisti, della morale, delle promesse, della famiglia, del marito, dell’uomo, fino al Delitto d’onore, legge 587 del codice Rocco che mortificava le donne e giustificava chi: “cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella”. Legge abrogata solo il 5 settembre 1981.

La dice lunga sul potere persuasivo e duraturo della Propaganda il fatto che a 75 anni di distanza dalla fine di quel tragico ventennio, ancora si scrivano delle stupidaggini su un regime da operetta che portò l’Italia alla fame (e alla vergogna) oltre che all’isolamento internazionale con l’immotivata guerra e relativi genocidi verso popoli che nulla avevano fatto per essere invasi. Quel sottile piacere di sentirsi dire le cose che fanno bene al proprio ego, alla speranza di appartenere sempre ad una comunità vincente, ad un popolo che, ignorando tutto di sé, sente di essere il migliore. Basandosi esclusivamente sui discorsi fatui, sulle promesse impossibili, sulle notizie alterate, esaltando le poche vittorie e tacendo le tante sconfitte.

Anche durante il dopoguerra, per motivi di geopolitica internazionale, con l’Italia cuscinetto di due mondi completamente diversi, fu raccontata una storia omissiva e distorta: sparirono le stragi compiute in Africa, i campi di concentramento e le leggi razziali, le violenze private, la chiusura del Parlamento, la tragicomica Repubblica di Salò. Il fascismo apparve come un buon governo che fece solo dei piccoli errori di calcolo sull’entrata in guerra a fianco di Hitler. Escluso il primissimo periodo, quello del 1945-46, quando gli uomini politici come De Gasperi ed Einaudi andavano in giro per il mondo con il cappotto stracciato a chiedere aiuti economici e perdono per ciò che l’Italia aveva combinato, fu messo in atto (anche per volere degli anglo-americani) una portentosa macchina della rimozione, che ha salvato quasi tutti gli uomini del ventennio. Uomini che rimasero nei posti di potere, coinvolti nelle successive stragi di Stato, che nei paesini continuarono a fare politica e che in silenzio esaltarono il ricordo della grandeur italiana che fu, quella della retorica fascista.

Ora abbiamo una nipotina del fascismo italico, Giorgia Meloni, il cui padre se ne andò alle Canarie quando lei aveva 12 anni, convive con un autore televisivo Mediaset dal quale ha avuto una figlia, ma non si sposa perché lui non è molto religioso, ma lei vuole per tutti noi il ritorno alla famiglia tradizionale, possibilmente tutta bianca. Vuole diventare Premier, vuole conquistare subito la Puglia, si dichiara contro la legge sulla tortura (per lei è utile per far confessare gli arrestati), vuole affondare le navi dei profughi, è contro l’Europa, vagheggia un’Italia formidabile che “il mondo tremare fa”. Sulle donne ha condiviso nei fatti tutte le posizioni dei governi Berlusconi, di cui è stata ministra della Gioventù, senza che nessuno ne ricordi qualcosa di importante.

E noi, qui a rammentare che il nazifascismo è intolleranza, fanatismo verso le minoranze, prevaricazioni sociali, privazione delle libertà civili e sessuali, chiusura dentro un mondo antico e autarchico che in genere procura solo guerre e povertà. Serve ancora ricordare? Consiglio il libro di Francesco Filippi.

 

il Volantino, 22 febbraio 2020

Alfredo De Giuseppe

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