La mia colonna del 2020-02-15

Quando alcuni anni fa il Salento cominciò a diventare meta glamour, il buen retiro di alcuni pesci pilota che a loro volta si fanno seguire da altri pescecani e poi da una massa di pesciolini, pensai che presto o tardi saremmo diventati come certe isole dei Caraibi, quelle che io chiamo le “isole smarrite”. Son dei posti bellissimi, con faraonici alberghi, divertimenti in acqua e in spiaggia, villaggi sfavillanti, dove il tutto compreso è d’obbligo. Son dei posti poverissimi, con l’indigeno che al massimo fa il cameriere, il bagnino, l’autista o il finto pescatore. I titolari delle strutture turistiche sono occidentali, europei e americani, arrivati con mirabolanti promesse di sviluppo sostenibile e ricchezza diffusa. Adesso si sono affacciati in quel settore gli arabi del petrolio, i russi del gas e i cinesi del commercio, ma la sostanza non cambia, tranne qualche bandiera e qualche disegno sui muri dei villaggi turistici. La loro visione sovrannazionale li porta ad azzerare la reale tipicità del luogo, dove la cucina deve diventare internazionale e le abitudini consumistiche standardizzate nella loro frenesia.

Questo mio pensiero si è rafforzato da quando lo spopolamento del Salento, di tutto il Sud, è diventato un fatto conclamato, un problema entrato nell’agenda dell’irrisolvibile. Fra poco la penisola salentina potrebbe diventare un perfetto villaggio turistico. Tanti paesini con deliziosi centri storici, ben ristrutturati, a volte fintamente riportati ad allori mai avuti, tante spiagge con le canne di bambù e le friselle come unico vessillo locale, tra fiumi di spritz, rhum e mojito. Ci sarà il trenino da casa al mare, l’auto elettrica decapottabile e tanta allegria indotta. Nei tre mesi estivi ci saranno eventi divertenti, balli irreverenti, escursioni interessanti, concerti sempre più entusiasmanti. Noi residenti balleremo la pizzica in ogni dove, nel bel mezzo di feste di piazza con musica e orecchiette. I turisti globali saranno felici e il web fotograferà angoli paradisiaci sempre più belli, sempre più nascosti. Gli indigeni giovani saranno sempre di meno, avranno un lavoro stagionale, al servizio dei ricchi proprietari di hotel, ville, masserie, agriturismi e grotte.

Tutte le case sfitte, abbandonate per almeno otto mesi l’anno, saranno tutte adibite a B&B: interi quartieri saranno in mano di immense società mondiali specializzate in affitti brevi. Per i pochi residenti trovare una casa in affitto sarà sempre più difficile. I centri storici, ridotti a dormitori con vari livelli di lusso, saranno vivacizzati d’estate da piccole botteghe, negozi di frutta e di specialità locali, gestiti in realtà da figuranti, da animatori turistici della grande società multinazionale, che puoi raggiungere in un attimo con un app. E lì, dentro quell’applicazione sul telefonino ci saranno tutte le risposte, proprio tutte quelle che ti servono, per trascorrere le vacanze più affascinanti e più divertenti.

In questa dimensione, i capannoni industriali saranno tutti riciclati in piscine, spa, spiagge finte (per i giorni nuvolosi), battaglie medievali e rinascimentali. Tutto un parco giochi, dove si potrà anche godere della visita naturalistica di terra e di mare, con antropologi, archeologi e biologi. I problemi industriali, tipo ILVA, saranno stati superati dai fatti: questa terra non avrà più bisogno di industrie ma solo di infrastrutture decenti che sappiano portare più facilmente i turisti fino al ponte del Ciolo. Molti porti saranno in grado di ricevere le mega navi da crociera con diecimila turisti, quelle che son belle da fotografare e che portano formichine low-cost con la pancia piena (e chi se ne frega se in realtà sono delle prigioni ambulanti con dentro tutto l’inutile del pianeta terra, e noi saremo l’ora d’aria piena di foto e selfie).

Attenzione: bisogna creare le corrette condizioni socio/economiche di un territorio, affinché anche il turismo abbia senso. Quando parliamo di sviluppo turistico come unico motore della nostra economia, i pericoli di diventare una nuova colonia sono dietro l’angolo. Nelle colonie, ricordo, la manodopera locale è sempre sottopagata, la sua arte è svilita, la sua storia degradata, il futuro è in mano a fondi non controllabili, se non da finanzieri super esperti che giocano su uno scacchiere mondiale, impossibile da decifrare per noi umani. La combinazione di spopolamento per denatalità, abbandono della terra da parte dei giovani, descolarizzazione di fatto, ignoranza storica, porteranno al declino vero del nostro Paese, riducendolo ad un luccicante villaggio turistico, dove l’apparenza è tutto. E la sostanza è la povertà.

Perché il turismo senza il tutto intorno, compreso i problemi del lavoro, dell’industria, dell’agricoltura, della scuola e della demografia, alla lunga può generare un cambiamento in peggio. Invece di essere motore dello sviluppo diventa modello di finzione sociale, dove la cognizione di sé sarà perduta, lasciando le decisioni al governo della tecnologia guidata dall’alto, senza capacità critica e senza la possibilità di riportare l’uomo dentro il suo alveo di errori, sentimenti, discussioni e passioni. Un ben caro prezzo che l’umanità pagherà al dio del turismo.

 

il Volantino, 15 febbraio 2020

Alfredo De Giuseppe

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