La mia colonna del 2019-05-25

Alla fine della prima guerra mondiale, le Nazioni europee si trovarono più divise che mai. Vincitori e vinti rimasero sulle loro posizioni, i nazionalismi erano più forti di ogni ragionevolezza. Anche più forti del sentimento di pietà verso milioni di morti, sacrificati invano sull’altare di una sterile espansione delle frontiere. L’acredine di intere popolazioni verso altre, portate alla miseria da un irrefrenabile bisogno di armamenti sempre più sofisticati, non poteva che condurre ad un nuovo, devastante conflitto all’interno dell’Europa. E così fu: arrivarono i populismi dittatoriali e scoppiò quella che fu definita la seconda guerra mondiale.

Alla fine di questo conflitto, qualcuno fra i governanti europei ebbe il buon senso di pensare e di scrivere: ora basta. Nacquero le Costituzioni repubblicane che sancivano ben chiaro un concetto: “si ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Magari qualcuno avrebbe voluto di più, tipo smontare gli eserciti, le armi e le divise, ma il mondo si era incamminato nella divisione geo-politica Est-Ovest (comunismo-capitalismo) e non fu possibile dare inizio ad un vera “società ideale”. Però almeno un nuovo sentimento di pace, vero e condiviso, era nato, era germogliato, su quella pianta si poteva immaginare un futuro diverso.

L’idea dell’Europa unita, immaginata durante i totalitarismi, prese forma in quel preciso momento storico, nonostante la cortina di ferro, nonostante le reciproche diffidenze. Questa volta alla Germania, benché divisa in due, fu concesso di riorganizzarsi in un rapporto paritetico con gli altri Stati. L’Italia della macchietta fascista fu rilanciata come il Bel Paese, gli americani la scoprirono, il cinema la divulgò. Ci si accorse che c’erano pensatori, scrittori e artisti di prima grandezza: fu ridato lentamente anche all’Italia il suo vero valore storico nell’ambito della cultura mondiale.

Nel 1952 sorse la Comunità europea del carbone e dell'acciaio, il primo accordo dell'integrazione europea. La prima unione doganale fra paesi europei, la cosiddetta Comunità Economica Europea fu istituita mediante il Trattato di Roma del 1958. Firmarono Francia, Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo. Da allora un susseguirsi di trattati sempre più stringenti, l’ingresso di tante nuove nazioni (oggi sono 28), fino all’introduzione di una moneta unica per 19 di esse e dell’area Schengen, per la libera circolazione di beni e persone. Fino al Premio Nobel per la pace del 2012. Una storia formidabile, bellissima, di pace, crescita e benessere, se non fosse in perenne conflitto con antichi e mai sopiti regionalismi, mai dimenticati fulgori imperialistici, mai evoluti dissapori antropologici.

Un’idea così forte, così rivoluzionaria da essere naturalmente combattuta da quelle forze (sempre presenti nella storia umana) legate al conservatorismo, paurose di ogni cambiamento, specie se generalizzato e rispettoso dei diritti umani. Si dice spesso che l’Europa è una bella idea ma deve cambiare, si deve modificare in qualcosa di diverso e più vicino ai popoli. Penso, invece, che siano gli Stati che formano l’Europa a dover cambiare. L’Europa come istituzione è oggi un continuo compromesso fra chi vuole un ulteriore passo avanti della costruzione europea e chi vuole prendersi tutti i privilegi, rimanendo nel proprio orticello (a coltivare stupidaggini). Quando arrivò l’Euro in Italia, ad esempio, al governo c’era il duo Berlusconi-Tremonti che non erano stati certo i protagonisti di quella scelta. Fecero una serie di provvedimenti che avevano un doppio effetto: dimostrare che l’Euro era una strada sbagliata per il nostro Paese e approfittare della novità per aumentare tariffe di ogni genere. Insomma invece di educare gli italiani di far parte di una nuova grande famiglia, si è proposta in questi ultimi vent’anni una specie di guerra contro l’Europa, come fosse un’entità esterna e divisiva. Ogni nostra problematica, alcune derivanti da scelte risalenti all’Unità d’Italia, è stata riversata con estrema violenza sull’Europa, magari accusando di volta in volta il vicino più antipatico. Sul piano dell’immigrazione non è l’Europa che si oppone ad una corretta politica di accoglienza e di ridistribuzione ma sono più prosaicamente, più egoisticamente, le singole Nazioni a fare melina. Ognuna di loro, per proprio conto, si è fatta una legge tipo la Bossi-Fini (che rende praticamente impossibile un’immigrazione regolare e condivisa).

L’idea di un’Europa che diventi Stati Uniti, ambientalista, solidale e aperta verso il cambiamento è l’unico modo che c’è al mondo per espandere le visioni di tolleranza e welfare, mitigando le conseguenze del turbo-capitalismo e delle diseguaglianze sociali. Gli USA, la Russia, la Cina non hanno le caratteristiche, la storia e la stratificazione culturale per interpretare al meglio i bisogni di un nuovo umanesimo. Domenica 26 maggio è importante votare per quelle forze, che seppur timidamente, non si oppongono all’evoluzione, alla crescita e alla definizione di un’Europa finalmente unita. Prima ci sono state guerre e distruzioni, fame e povertà, genocidi e tirannie in nome di bizzarri nazionalismi, ora c’è l’Europa. Non perdiamola.

 

Il Volantino

Alfredo De Giuseppe

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