La mia colonna del 2019-05-18

Foto del 2013 (sopra) e del 2019 (sotto)

Segnali di una certa rilevanza, alla ricerca di una comunità perduta. L’Associazione Magna Grecia Mare, nell’ambito di una serie di eventi del “Centro culturale permanente del Museo del Porto di Tricase”, ha organizzato una bella, semplice serata nelle grotte restaurate della “rena”. Era un qualsiasi  9 maggio, il chiasso estivo ancora lontano, lo scirocco impestava ogni oggetto, la luna era un soprammobile utile alla causa. Hanno cucinato tutti i cuochi dei ristoranti di Tricase Porto, ognuno ha portato un proprio piatto, dalla paparotta al risotto di mare, le persone coinvolte si son sentite parte di uno stesso progetto. C’erano anche alcuni velisti esterni, che hanno apprezzato, mangiato e bevuto con gusto. Ma il fatto rilevante era vedere ristoratori, barman e pizzaioli, in genere concorrenti fra loro, vivere insieme un momento di inclusione, con le bandiere del Montenegro, della Grecia e dell’Albania che sventolavano al vento (perenne) del Porto. Intanto un presidente come Antonio Errico arringava i presenti sull’incredibile apoteosi del Museo di Tricase Porto (cosa sulla quale nutro seri dubbi, rispetto soprattutto all’incongruenza di un nome che  nell’accezione comune ha altri significati). Ma poco importa: Tricase Porto è viva, le persone che la popolano sono attente, le persone che la frequentano, anche sporadicamente, la amano sempre di più. Il messaggio è semplice: se un posto funziona, se riesce a progettare restauri e visioni future, funziona per tutti. Il bello può coinvolgere, il brutto disperde. E non vince mai solo uno, si vince insieme, facendo squadra.

Qualche giorno prima, per festeggiare la giornata internazionale del Jazz, era stato organizzato un evento con musicisti  di varia estrazione. Organizzatore dell’evento Antonio De Donno, che dà il meglio di sé quando non si candida da nessuna parte. Oltre alla band formata dai due fratelli Esposito (tastiere e sax), dal flautista Antonio Mastria, De Donno, attraverso le ACLI, ha presentato un’idea davvero originale che merita attenzione, dati causa e pretesto. Ha formato una band, di cui lui stesso fa parte, che mette insieme genitori e figli, circa 20 persone, tutte appassionate di musica, che per lunghi mesi si sono ritrovate per provare e riprovare, fino a raggiungere risultati apprezzabili e godibili. È un tentativo di includere, di continuare a divertirsi un po’ con i figli anche dopo i sei anni, di staccare per un po’ dai supporti telematici. Il nome ”Musica in famiglia” dice tutto. Una dimostrazione fattiva che con qualche idea, un po’ di pazienza e di passione, tutto si può fare. La serata del debutto, nelle scuderie di palazzo Gallone, coinvolgente e divertente (quasi commovente), ha aperto nuove frontiere sulla possibilità di ricreare circoli attivi, che sappiano far corpo, che possano incidere nella realtà che vivono.

Ancora qualche settimana prima, l’Associazione Liquilab attraverso un percorso definito “Beni intangibili – Ricerche etnografiche nel Basso Salento” è riuscita a coinvolgere scuole, docenti e un gran numero di persone con video, libri e collaborazioni di vario livello. Un percorso di memoria che, se non rimane solo ricordo nostalgico di un folklore perduto, ha una notevole importanza nella comprensione di chi siamo, da dove veniamo. Del resto Liquilab sforna in continuazione iniziative tendenti ad una visione più poliedrica della comunità. Sempre aperta a nuove esperienze di scambio con altre culture, senza preclusioni e pregiudizi, nel segno della sua giovane promotrice, Ornella Ricchiuto.

Piccoli segnali, dicevo, ma significativi di una volontà innovatrice. Forse ci stiamo evolvendo, stiamo crescendo, stiamo prendendo coscienza che dobbiamo unire sforzi e capacità. Forse abbiamo difficoltà a fare una grandiosa festa patronale, ma stiamo costruendo qualcosa di più significativo per il futuro. Forse. Intanto da mesi l’associazione Clean-Up (non si poteva scegliere un nome italiano?) pulisce strade e tratturi come quelli di A. Vespucci al Porto e del “Nemico” della Serra, recuperando quintali di rifiuti in plastica, metalli e inerti di varia natura. Sono già oltre 100 gli iscritti: a gruppi di 20 ogni settimana si ritrovano con ramazza, guanti e bustoni neri. Altre associazioni fanno volontariato, alleggeriscono le pene di persone anziane e ammalate. Altre si buttano in imprese culturali, teatrali e musicali, comunque meritorie, pur di integrare e condividere.

Manca ancora quel passettino verso un’idea comune, verso un impegno che riesca a creare un vero coinvolgimento collettivo, che sappia far uscire la maggioranza dalla sua atavica indifferenza, dal suo moderno egoismo, dalla sua pigrizia sociale. Un progetto più ampio. Ma tutte le analisi ci dicono che stiamo sempre di più galleggiando su una società liquida, individualistica (e più facilmente manipolabile) e quindi abbiamo il dovere, anche nel piccolo di una Tricase, di cogliere i segnali di un risveglio, di una nuova dimensione comunitaria. Sperando, sperando di non morire di speranza.

Il Volantino, 18/5/2019

Alfredo De Giuseppe

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