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La mia colonna del 2020-03-28

Alcune cose connesse al coronavirus vanno ricordate, a futura memoria, fermate qui e ora, in questo preciso momento storico, in queste settimane di clausura. Almeno alcune tendenze nelle loro sfumature recondite e futuribili. Prima di tutto sta per finire la ventata, quasi una tempesta, antiscientifica. Sono quasi spariti dal web i no-vax, ignoranti assurti fino agli scranni del Parlamento, gente che non aveva visto in vita sua neanche un programma televisivo di Piero Angela. Gente che ignora ancora oggi che i virus, i batteri ci hanno permesso di esistere, di creare i nostri anticorpi. Ignorano le decine di epidemie che da sempre hanno colpito l’umanità, senza bisogno di agenti segreti e fameliche società farmaceutiche. Gente fomentata da un web sempre più sconcertante, che ancora oggi ama parlare di complotti, di scienziati che hanno volutamente sparso nell’aria una sostanza micidiale. Intanto però non sono più no-vax e aspettano con ansia un vaccino liberatorio (che in genere la multinazionale tiene nascosto in un cassetto). Queste persone oggi sono disorientate, ma sempre pronte ad accettare la verità più inverosimile, purché non comporti una loro presa di coscienza.

In questo momento sono semi-nascosti anche i sovranisti a tutto tondo. Quelli che negli ultimi anni hanno immaginato, su input di politici in malafede, che l’autarchia fosse la soluzione di tutti i problemi. Ora hanno capito che il virus così come le merci, i soldi, le persone sono ormai interconnesse e se va male l’America o la Cina, va male anche l’Europa. Hanno capito? O sono ancora imbevuti di spot e post che inventano nemici ad ogni passo, con preferenze per la Merkel, Macron e l’Europa? Possibile che ancora non si sia compreso che solo un’Europa unita e governata in modo univoco, può migliorare la nostra vita, la nostra economia, il nostro ambiente?

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La mia colonna del 2020-03-21

Era il 1984, un’altra epoca e altri strumenti a disposizione. Sul mensile “Nuove Opinioni”, nel numero di ottobre, pubblicavo un ghirigoro dal titolo "Fantacronaca 1984". Avevo 26 anni, già padre, un negozio di dischi, vivevamo con De Gregori, Conte e Lucio Dalla. C’era la DC con i suoi uomini antichi (ma che accettavano un minimo di ironia), i computer non esistevano, l’Albania era un mistero e io mi sollazzavo con l’immaginazione (anche in assenza di social e condivisioni). Francamente avevo rimosso questo pezzo, ma un’attenta lettrice me lo ha fatto tornare alla mente citando la mia frase  sugli “ultrasessantenni che muoiono per il raffreddore (mentre il cancro si cura in 10 minuti)”. Lo ripropongo oggi in piena emergenza, perché ridere di noi stessi serve anche durante una terribile epidemia. Oggi, alcuni dei personaggi citati, non ci sono più e un po’ mi assale la terribile consapevolezza del tempo che scorre, dell’inesorabile clessidra, dove ogni granello è diverso, in ogni tempo mutante.

Fantacronaca 1984 – Nuove Opinioni n. 75 del 14 ottobre 1984

In queste piovose giornate di settembre penso alle trasformazioni che subirà la nostra cittadina, a quelle che ha già subito e accettato. Innanzitutto l’ultima novità: l’inaugurazione del grande parcheggio sottomarino a Tricase Porto. C’è da chiedersi perché si sia aspettato tanto tempo. Adesso è davvero bello andare a mare, lasciare l’auto proprio sotto il punto in cui solitamente si fa il bagno e ritrovarla dopo due ore, al fresco.

Dobbiamo riconoscere che l’amministrazione Serrano, (ricordiamo che è sindaco da oltre trent’anni) è finalmente riuscita a progettare e completare un’opera utile a tutti, tricasini e turisti.

A proposito di turisti, ho notato con piacere che quest’anno sono ritornati giapponesi e statunitensi, portandoci tanta valuta pregiata.

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La mia colonna del 2020-03-14

Mentre infuria il Covid-19 (con il termine Coronavirus in realtà ci si riferisce a una vasta famiglia di virus) con tutte le sue conseguenze sanitarie, sociali ed economiche, nel frattempo che si  registra un aumento esponenziale di  ipocondriaci, di isterici e di millantatori, nel tempo in cui l’Italia viene sigillata e controllata come non mai, circola nel web un video di Oscar Farinetti.

Io e Farinetti, per un certo periodo facevamo lo stesso mestiere: vendevamo elettrodomestici ed elettronica di consumo. Lui, partendo da Cuneo, aveva ereditato dal padre un negozio dal nome Unieuro e ne aveva fatto un’importante catena nazionale. Io invece, partendo da Tricase, avevo creato, insieme ad un paio di amici, il marchio Magazzini Gema. Entrambi cercavamo il modo di unire risorse e creare sinergie per affrontare il difficile mercato dell’elettronica. Lui utilizzò un grande magazzino in Forlì per sviluppare la rete in franchising e io partecipai a Bari alla nascita di un consorzio di imprese del sud, con un nostro deposito a Casamassima presso il Baricentro. Eravamo agli inizi degli anni ’90, le piccole botteghe sparivano, nascevano negozi sempre più grandi e sempre più assortiti, dall’hi-fi alla lavastoviglie. La trasformazione del mercato imponeva riflessioni e innovazioni. Su questi temi la Philips organizzò un convegno presso un importante albergo di Bari. A parlare, proporre e discutere tutte le aziende più performanti del settore. Sul palco, oltre ad un certo numero di manager, c’eravamo io e Farinetti. Io parlavo della nostra giovane esperienza consortile, lui della visione futuribile del consumer, della distribuzione di massa di ogni pur piccolo apparato elettrico, dell’avvento prossimo futuro della telefonia portatile. In un certo senso eravamo anche concorrenti, perché lui tentava di espandersi anche al sud, come poi fece, e noi volevamo creare un polo d’eccellenza e di efficienza con le nostre forze. Ci scambiammo due battute, mi invitò presso la sua sede, mi disse che era molto interessato alla nostra esperienza, ci salutammo con simpatia.

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La mia colonna del 2020-03-07

La vicenda dell’influenza chiamata coronavirus ha dimostrato alcune cose sulle quali è il caso di riflettere. Innanzitutto c’è da pensare che i social prima o poi faranno scoppiare una guerra nucleare, senza che nessuno sappia risalire alle motivazioni di base. Basterà un twitt di un presidente come Trump, non ben scritto, oppure partito per caso (era uno scherzo al suo ministro), o inserito da un haker dentro il suo social, per far decollare i bombardieri. A quel punto tutto il mondo, compreso il pubblico di Giletti e della D’Urso, darà già per scontato lo sgancio di bombe atomiche, e miliardi di utenti di facebook e instagram daranno immediate valutazioni dell’accaduto e consigli su come salvarsi, e qualcuno dirà di aver visto la bomba mentre cadeva ma non scoppiava, non dimenticando però di andare al supermercato a fare incetta di spaghetti e passata Divella che prima o poi si potranno consumare sotto la cantina di casa.

La guerra prossima ventura sarà quasi da ridere, mentre tutti muoiono, tutti si faranno dei bellissimi selfie e tutti saranno esperti di esplosioni nucleari, da non confondersi con quelle a idrogeno. La benzina non si troverà più, saremo tutti contaminati, ma con il residuo di energia possibile, i telefonini continueranno a trasmettere e così vedremo ancora un Salvini litigare con un Conte oppure il duo Di Battista/Di Maio battersi contro i vitalizi. Le bufale saranno le uniche notizie davvero importanti, e quindi gli Stati dotati di bombe, presi dall’isteria popolare, sganceranno tutto il loro arsenale sul nemico dell’ultimo minuto, quello che ha ospitato un qualche presunto terrorista, oppure contro quello che lo ha criticato per le scelte in materia d’immigrazione. L’informazione in mano a tutti equivale a una continua guerra nucleare e batteriologica.

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2020-02 "Prospettiva sardina", 39° Parallelo

Le elezioni regionali in Emilia-Romagna e in Calabria ci consegnano delle novità. Intanto dopo due anni è sembrata fermarsi l’onda lunga di Salvini, quella forza fatta di demagogia social, di strette di mano e selfie, di superficialità propositiva. Forse l’onda si è fermata davanti a quel citofono di un supposto spacciatore tunisino, blandito davanti a decine di telecamere, come uno sceriffo dei telefilm americani, che da solo abbatte i cattivi del quartiere e alla fine fa vivere tutti felici e contenti. Era talmente evidente la dicotomia fra sceneggiata e realtà che anche qualche indeciso è andato a votare pur di non consegnare la rossa Emilia alla Lega Nord. (Non dimentichiamo che quel partito nato separatista e razzista governa le regioni più popolose e produttive del Nord Italia e che comunque anche in Emilia ha superato il 30% dei consensi).

Ma certamente la novità più eclatante è stato il Movimento delle Sardine, con il conseguente prosciugamento del M5S. Per la prima volta, dopo decenni, un gruppo spontaneo di ragazzi si è ritrovato in piazza per dire basta al facile populismo, allo strapotere delle fake-news. Benissimo hanno fatto a comunicare la necessità di un linguaggio nuovo, perché a volte ci sfugge, che il linguaggio è tutto. Può dare aggressività e pacifismo, può portare progresso o degenerazione, può esaltare alcune menti malate o far ragionare masse di cittadini. Il linguaggio è centrale nella nostra vita e le sardine lo hanno ricordato a tutti: e quindi hanno invitato a non votare il Salvini conquistatore col rosario in mano perché quel linguaggio tradisce pensieri primitivi e quindi pericolosi. Per fortuna c’era una maggioranza di ragazzi che volevano scappare da quel linguaggio violento ed è uscita allo scoperto. Quei ragazzi possono davvero rappresentare la spina dorsale di una nuova Italia, quella che vagheggiamo da 75 anni e non c’è mai stata. Le sardine sono i nostri figli, ben educati, studiosi, viaggiatori, europeisti per DNA, formati e consapevoli, eppure disorientati, sottopagati e spesso umiliati da chi dirige la baracca.

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