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La mia colonna del 2020-02-08

In questo primo scorcio del 2020 sta montando la protesta dei lavoratori autonomi, le cosiddette PIN, le Partite Iva Nazionali. Manifestazioni di piazza e saracinesche abbassate per un giorno, appuntamenti a Roma e altre cose, ancora da decifrare. È una protesta di sconforto, di solitudine, di frustrazione, contro un fisco considerato iniquo, ma soprattutto contro se stessi, contro quella condizione di orgoglio dissimulato entro la quale sono costretti a vivere. Avere una piccola attività in proprio, un piccolo bar, un piccolo negozio è diventato quasi impossibile, al limite della umana sopportazione. Da una parte gli adempimenti di legge, le corse contro il tempo, con i commercialisti a loro volta colpiti dalla bulimica follia legislativa, e dall’altra un mercato asfittico che mette a nudo tutti i limiti di un lavoro senza sostegni, senza tutele.  Un lavoro che prevede il sorriso e guai se non sorridi, è previsto dal nuovo canone delle vendite: sorridere sempre, anche quando hai la febbre e sei costretto a tenere aperto, quando paghi ogni giorno una tassa, quando vedi la tua vita scorrere dietro un grigio bancone, senza più speranza di un miglioramento, di un avanzamento, di poter avere figli, di poterli accompagnare a scuola o al mare, di poterli educare al rispetto reciproco, al piacere dell’impresa individuale.

Avere una piccola attività in proprio è un inferno da non augurare a nessuno, neanche a quei clienti che non hanno capito niente e continuano a chiedere solo convenienza e cortesia. Quel giorno, quel piccolo imprenditore, spesso inghiottito nel vortice di investimenti/banche/tasse/adempimenti vorrebbe chiudere tutto e scappare verso Marte, ma rimane aggrappato all’ultimo lumicino di forza, di speranza, magari nella prossima estate, nella prossima chiusura al traffico, nel prossimo sindaco o nel prossimo dittatore. Vorrebbe mollare quella vita fatta di tasse utili e inutili, dall’iscrizione alla Camera di Commercio fino a quella sulle bilance o sul passo carrabile. Sigle ormai impossibili da decifrare, lasciate al libero arbitrio del controllore di turno: IRPEF, IMU, TASI, IRAP, INAIL, INPS,  SISTRI, IMU, IAS, TOSAP, SIAE, ASL, MIPAAF, HACCP e chi più ne ha più ne metta. È stato calcolato che un piccolo imprenditore ha circa 100 adempimenti fiscali all’anno, marche da bollo escluse.

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2020-02 "Prospettiva sardina", 39° Parallelo

Le elezioni regionali in Emilia-Romagna e in Calabria ci consegnano delle novità. Intanto dopo due anni è sembrata fermarsi l’onda lunga di Salvini, quella forza fatta di demagogia social, di strette di mano e selfie, di superficialità propositiva. Forse l’onda si è fermata davanti a quel citofono di un supposto spacciatore tunisino, blandito davanti a decine di telecamere, come uno sceriffo dei telefilm americani, che da solo abbatte i cattivi del quartiere e alla fine fa vivere tutti felici e contenti. Era talmente evidente la dicotomia fra sceneggiata e realtà che anche qualche indeciso è andato a votare pur di non consegnare la rossa Emilia alla Lega Nord. (Non dimentichiamo che quel partito nato separatista e razzista governa le regioni più popolose e produttive del Nord Italia e che comunque anche in Emilia ha superato il 30% dei consensi).

Ma certamente la novità più eclatante è stato il Movimento delle Sardine, con il conseguente prosciugamento del M5S. Per la prima volta, dopo decenni, un gruppo spontaneo di ragazzi si è ritrovato in piazza per dire basta al facile populismo, allo strapotere delle fake-news. Benissimo hanno fatto a comunicare la necessità di un linguaggio nuovo, perché a volte ci sfugge, che il linguaggio è tutto. Può dare aggressività e pacifismo, può portare progresso o degenerazione, può esaltare alcune menti malate o far ragionare masse di cittadini. Il linguaggio è centrale nella nostra vita e le sardine lo hanno ricordato a tutti: e quindi hanno invitato a non votare il Salvini conquistatore col rosario in mano perché quel linguaggio tradisce pensieri primitivi e quindi pericolosi. Per fortuna c’era una maggioranza di ragazzi che volevano scappare da quel linguaggio violento ed è uscita allo scoperto. Quei ragazzi possono davvero rappresentare la spina dorsale di una nuova Italia, quella che vagheggiamo da 75 anni e non c’è mai stata. Le sardine sono i nostri figli, ben educati, studiosi, viaggiatori, europeisti per DNA, formati e consapevoli, eppure disorientati, sottopagati e spesso umiliati da chi dirige la baracca.

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La mia colonna del 2020-02-01

In questo gennaio 2020, oltre alla sconfitta di Salvini in Emilia Romagna, alle dimissioni di capo del M5S di Di Maio e alla delirante attesa del Festival di Sanremo , abbiamo riempito l’album del revisionismo storico all’italiana.

Abbiamo iniziato il 9 gennaio con l’uscita del film “Hammamet”, in cui un ottimo Pierfrancesco Favino interpreta Bettino Craxi. Non è un film sulla politica di quegli anni, ma semplicemente il ritratto umano di un leader sconfitto, che convive con una grave malattia. Eppure il film ha dato la stura ad una commemorazione completamente rivisitata del ventennale della morte del leader socialista. La pietà umana per la sua morte lontano da casa, che comunque non si dovrebbe negare a nessuno, ha sopravanzato di gran lunga l’analisi storica e politica di quel periodo.

Craxi ha rappresentato in fin dei conti la degenerazione finale di un sistema politico che, basato su una legge elettorale proporzionale, premiava i piccoli partiti. Il PSI di Craxi, che oscillava fra il 4 e il 10 per cento, sfruttando al massimo il dualismo DC-PCI, divenne un partito lontano dalla tradizione socialista per essere solo un puntello del potere per il potere. Con tutte le conseguenze del caso, compreso corruttele pubbliche e private, clientelismi esasperati e l’inizio dell’immagine trionfante come base di ogni approccio mediatico. Ora invece si parla di lui come un grande riformatore (di cui non v’è traccia) e come di una vittima del sistema giustizialista, mentre in realtà Bettino non voleva essere neanche processato perché “così fan tutti”. Ma il vero fardello che la sua politica ci ha lasciato è un debito pubblico enorme che negli anni della sua gestione fu dimenticato: oggi stiamo pagando quelle facili concessioni, quella continua elargizione pubblica, senza innovare davvero lo Stato e senza una visione del futuro. Se abbiamo santificato oggi Craxi, non oso immaginare che cosa saremo capaci di fare se fra qualche decennio dovesse morire Berlusconi (forse gli daremo la Presidenza della Repubblica ad honorem).

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La mia colonna del 2020-01-25

Alfredo Codacci Pisanelli divenne Sindaco di Tricase nel 1988. Aveva 35 anni, suo padre, l’on. Giuseppe Codacci Pisanelli si era spento improvvisamente a Roma appena tre mesi prima delle elezioni amministrative del 29 maggio. Questo giovane romano, che pochi avevano visto a Tricase se non durante le ferie ferragostane, fu candidato nelle liste della DC nel momento di massimo scontro tra le due correnti più agguerrite, quella di Cesare Lia che faceva riferimento all’On. Leccisi e quella di Vittorio Serrano che era stretto collaboratore dell’On. Quarta.

La commozione per la morte dell’uomo politico più rappresentativo di Tricase, unita alla sua bella presenza, fece diventare inaspettatamente lo sconosciuto rampollo il più votato del reame, con ben 2475 preferenze personali. Divenne dunque un problema: Serrano veniva da 10 anni da Sindaco, voleva continuare ma in definitiva non aveva stravinto, tanto che gli uomini di Lia si opposero fermamente alla sua terza amministrazione. Una DC divisa e dilaniata, già pronta al dissolvimento. (Ricordiamo sempre che il Sindaco veniva nominato solo in Consiglio Comunale e non indicato in anticipo sulle liste elettorali). Dopo un mesetto di riunioni dai lunghi coltelli, fu trovata una soluzione sul nome di Alfredo Codacci Pisanelli che si ritrovò Sindaco suo malgrado. Del resto non modificò le sue abitudini: rimase a Roma dove svolgeva la sua professione e veniva nella cittadina degli avi esclusivamente per questioni veramente urgenti. Era un sindaco assente: nominò vice-sindaco l’avv. Paolo Gabellone e assessore tuttofare Gianni Zocco. Nell’aprile del 1991, Alfredo si dimise e divenne Sindaco lo stesso SuperGianni Zocco. I suoi tre anni da primo cittadino son passati quasi inosservati: l’entusiasmo che aveva suscitato alla sua elezione era già crollato dopo poche settimane dal suo insediamento, la sua figura indipendente all’interno del partito di maggioranza non serviva più.

Da allora poche cose e quasi mai al centro dell’attenzione cittadina. Le vacanze al Porto, la barchetta e pochi amici, una vita riservata, da persona discreta.

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2019-12-25 Comunicato sul fossato del Castello di Tutino - FB

Alla luce del rinvenimento definitivo del fossato del Castello di Tutino anche dalla parte anteriore, ci permettiamo di inoltrare a tutte le autorità competenti e ai proprietari interessati delle proposte immediate:

  1. Rivedere tutto il progetto in funzione dei nuovi scavi archeologici da effettuare;
  2. Ricreare il fossato per l’intero perimetro del castello
  3. Progettare un piccolo ponte in legno per l’ingresso al castello
  4. Recuperare il pozzo (almeno da un punto di vista estetico)
  5. Recuperare i granai presenti nella piazza
  6. Avere un po’ di pazienza in più, ma effettuare tutti i lavori a regola d’arte e nei tempi necessari

Riteniamo fondamentale per la nostra società tenere memoria storica e recuperare bellezza.

 

La mia colonna del 2019-12-28

50 anni fa, mezzo secolo, un’eternità, di cose, fatti e idee. Non c’erano i telefonini, non c’era internet, neanche la tv a colori e i cinema erano pieni tutte le sere. Con il 1969 finivano gli anni ‘60, i mitici anni del boom economico, della nuova industrializzazione di massa. Prima di finire, quell’anno si mise d’impegno a farsi ricordare: l’uomo mettendo piede sulla luna si scopriva quasi onnipotente, portava a compimento una fase scientifica con la più fantastica delle avventure. Si apriva la possibilità di accarezzare l’infinito, di sporgersi oltre ogni possibile, immaginabile orizzonte. L’uomo si scopriva immenso, proprio come specie animale, nella sua globalità. Finiva l’era delle credenze fantastiche e iniziava quella della scienza applicata alla quotidianità. Da lì partiranno i micro-computer, il cibo liofilizzato e perfino le piccole telecamere. E poi i telefoni e tutto quel mondo di oggi.

Al contempo in quell’anno era finita l’ingenuità di molti popoli, l’italiano soprattutto. Nel dicembre del 1969 con la strage di Piazza Fontana a Milano iniziò la fase storica definita della “strategia delle tensione”. Da chi fu pensata, organizzata, eseguita? Da nostalgici fascisti mai arresi, da apparati dello Stato infiltrati da funzionari ereditati dal Ventennio, da politici teleguidati dagli USA, pronti a tutto pur di mantenere intatta la loro influenza sull’Italia (e il Mediterraneo) dopo la seconda guerra mondiale. Così Montanelli nel suo “Storia d’Italia”: “La strage della banca dell’Agricoltura, oltre ad essere uno spartiacque nella vita italiana, con i suoi sedici morti e i suoi molti feriti fu – perché diede l’avvio a questi gesti di cieca ferocia, e perché le indagini ebbero un andamento zig-zagante, e grossolanamente contraddittorio – una sorta di freccia avvelenata nel corpo della nostra società. Dei tossici che entrarono in circolo e di cui il Paese non riuscì più a liberarsi. Essi attizzarono tutte le polemiche, consentirono tutte le recriminazioni, alimentarono la mala pianta del terrorismo di destra e di sinistra”.

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2019-12-14 Presentazione su ''Il Volantino''

Giovedì 19 Dicembre alle ore 20, a palazzo Gallone, nella Sala del Trono, proiezione del nuovo documentario di Alfredo De Giuseppe dedicato a Cristian Ruberto, noto a tutti come Jessy Maturo. Il film, che riprende alcuni concerti del cantante tricasino, prematuramente scomparso nell'aprile 2018, ha per titolo "Dolce Geniale Fragile Jessy".

Un appuntamento da non perdere per i tanti estimatori di Jessy, per i suoi amici e anche per chi non ha avuto la fortuna di vederlo nei tanto concerti dal vivo.

 

La mia colonna del 2019-12-14

Nel 1964, mentre Sergio Leone girava “Per un pugno di dollari” e la Ferrero lanciava la Nutella, io iniziavo il catechismo. Avevo sei anni, non mi posi il problema delle nazionalità degli attori che dovevo studiare. Imparai a memoria tutto, compreso il fatto che dei Giudei cattivi avevano voluto la morte di Gesù, eseguita di fatto dai militari romani. Trascorsero anni di calcio in strada, di tuffi al mare e di apprendistato da chierichetto. Arrivò il momento della Cresima, avevo ormai dodici anni, e chiesi alla mia insegnante di che nazione fossero Gesù e i suoi apostoli. Lei mi guardò stupita e mi disse convinta: di nessuna nazione. Non se l’era mai chiesto neanche lei oppure era un modo semplice e furbo per affermare l’universalità di un messaggio religioso? Non potevo, né sapevo ribattere: la cosa finì nell’arco di trenta secondi.

Il problema obiettivamente me lo sono posto da adulto, quando le destre unite hanno iniziato a martellare sulla nostra identità cristiana, sulle nostre radici, sulla sacralità dei nostri confini. Partendo dalla mia ignoranza, sono andato a leggere qualcosa, a scoprire quel minimo di verità che mi consente di capire da dove vengo.

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La mia colonna del 2019-12-07

Giuseppe Codacci Pisanelli, costituente, rettore universitario, deputato e anche ministro, nonché per dieci anni sindaco di Tricase, aveva due grandi problemi: non credeva nello sviluppo turistico del Salento (“troppo scirocco”) e aveva dei terreni sulla strada per il Porto che considerava delle ottime rendite agricole. Questi suoi due convincimenti hanno inciso notevolmente nelle scelte delle nostre contrade.

Partendo da questi assunti, agli inizi degli anni ‘50, i suoi terreni non erano in vendita mentre altre famiglie possidenti cominciarono a renderli edificabili, vendendo in modo massiccio lotti piccoli e grandi, per lo più piccoli, per case senza giardino, parcheggi e marciapiedi. Codacci non diede importanza: che si costruisse pure, purché non si toccassero Porto e Serra. Le sue idee, mascherate sempre da un atteggiamento molto english, erano le idee della DC dell’epoca, della stragrande maggioranza di pensatori, consigliori ed elettori. Si lottizzava e si vendeva in ogni dove, escluso sulle strade che portavano alle marine. I Lavari divennero un quartiere sott’acqua ma nessuno pensò di fermare la speculazione; il rione san Leonardo un reticolo di strade inferiori ai 4 metri; la zona stazione una miriade di casette, senza neanche uno spazio verde o destinato a servizi vari. E così fu costruito tutto il paese, e le sue frazioni (ancora peggio, se possibile), senza un’idea precisa, con una scarsa propensione allo sviluppo e alla bellezza. Tutti erano contenti: gli emigranti finalmente potevano farsi una casetta; gli impiegati avevano la doppia villa; gli artigiani lavoravano tutto l’anno; i pochi tecnici diventavano ricchissimi; il partito di maggioranza consolidava il consenso. Uno scempio disorganizzato e tollerato del territorio, declamato dalla classe dirigente come necessità abitativa e come motore dell’occupazione. Da lì partiva il riscatto del nuovo Sud, quello industriale e commerciale, tutto da costruire.

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2019-12 "Berlusconizzati senza prescrizione", 39° Parallelo

Il 12 novembre 2019, Silvio Berlusconi, ancora una volta, non ha parlato di fronte ad un magistrato. Si è avvalso della facoltà di non rispondere pur essendo stato chiamato come testimone dai difensori del suo sodale Marcello Dell’Utri. Per anni al timone di Publitalia, la società dedita alla raccolta pubblicitaria del gruppo (sostanzialmente la cassaforte), il buon Marcello è stato l’ideatore di Forza Italia, il partito di famiglia. Ora la magistratura vuole fare chiarezza su un paio di cosette: se Dell’Utri è stato condannato per reati connessi all’associazione mafiosa, è possibile, come rivelato da alcuni pentiti, che la nascita del partito di Berlusconi e la sua ascesa sia stata agevolata da una serie di azione criminose messe in atto insieme a potenti cosche siciliane? E una volta ottenuta la vittoria elettorale, è possibile che il governo Berlusconi abbia tentato di agevolare in qualche modo la mafia e i suoi boss in carcere?

Non sono domande risibili. In un Paese serio si sarebbe preteso da un ex Premier di sapere la verità o che almeno rispondesse alle domande. Qui invece la notizia è rimbalzata per poche ore sui Tg on-line. In serata la metà dell’informazione in mano a Mediaset non ha dato la notizia, l’altra parte in mano al centro destra ha sopito la notizia, il pezzetto di sinistra ha riportato la notizia ma ha evitato qualsiasi commento. Come al solito, come fa ormai da decenni. Eppure nel 1993, in concomitanza con l’ideazione segreta di Forza Italia, ci furono attentati che demolirono monumenti e uccisero persone innocenti e un altro, ipotizzato allo Stadio Olimpico di Roma, non si trasformò in una strage terribile per un cattivo funzionamento del telecomando.

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La mia colonna del 2019-11-30

 

Il MOSE che dovrebbe difendere Venezia dalle acque alte non si deve confondere con il Mosè biblico che invece secondo tradizione significa “colui che estrae l’acqua”. Due concezioni opposte, come se ne deduce, eppure furbescamente utilizzate per far intuire al pubblico pagante che, come le leggende della Bibbia, sarebbe nato un nuovo salvatore, un’opera predestinata dalla Storia per proteggere un gioiello architettonico dai pericoli catastrofici.

A Rigopiano nel 2017 una valanga ha investito un hotel impropriamente costruito sui detriti di una precedente valanga. Nel 2007 era stata concessa una concessione per ampliamento, piscina e centro benessere senza che nessuno opponesse problemi di opportunità ambientale.

Il ponte Morandi, arditamente progettato, costruito male e manutenuto peggio, è crollato nel 2018 dopo decine di relazioni che ne riportavano pericoli e problematicità. Relazioni poi edulcorate per continuare a sperare, fino al prossimo miracolo. Che infatti è avvenuto: domenica 24 novembre è crollato un ponte sulla Torino-Savona, senza provocare neanche un ferito.

Le costruzioni dell’Aquila, crollate nel terremoto del 2009, erano quasi tutte nate negli ultimi cinquant’anni, quando si era già conoscenza degli ottimi sistemi antisismici per evitare l’implosione di un immobile. La “casa dello studente”, dove sono morti 8 ragazzi universitari, era stata costruita nel 1965 ad uso di abitazioni private, trasformata in alloggio per studenti, ristrutturata nel 2000, senza mai avere effettuato il collaudo statico dell’immobile (che pure la legge richiede). Eppure l’Aquila era considerata una delle zone a maggior rischio sismico sin dall’antichità.

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La mia colonna del 2019-11-16

Questa è la mia colonna n.100 stampata sulla seconda pagina dell’ormai storico Volantino di Tricase. Iniziata per seguire le vicende della campagna elettorale delle Amministrative del 2017, si è poi lanciata in altre direzioni, ha girato il mondo e spesso è ritornata. Si porta da sola dove annusa le notizie, si piega e si contorce, fino quasi a sentirsi male, a operare una costante forma di terapia di gruppo. E un po’ si stanca, la colonna, poverina.

Avevo già deciso tempo fa che 100 era il numero perfetto per chiudere questa parentesi. Come al solito l’intento è quello di non ripetermi e di non annoiare il lettore. Magari da fare una raccolta e chiudere il capitolo. Del resto, nei nostri paesotti, un po’ desolati, in via di spopolamento, non si parla più di politica: al massimo si discute su una strada da fare, su un progetto inutile, sulla zona a traffico limitato. Per tutto questo è sufficiente una foto, una breve nota di servizio e tutto procede. I Comuni del Sud non possono avere più fondi di quanti ne abbiano avuti in passato (le conseguenze del federalismo nordista), non possono assumere nuove forze lavoro, non hanno risorse per cicatrizzare davvero le ferite degli ultimi decenni. I cittadini sono imballati dietro norme e tassazioni di stampo borbonico, sono ormai chiusi dentro il loro PC, che conserva memorie, contatti e amori.

Ripetere, in assenza di novità sostanziali, questi concetti può stremare chiunque, può produrre strani effetti collaterali.

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